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BIG GAME - CACCIA AL PRESIDENTE

L'allarme scatta mentre il Presidente degli Stati Uniti, William Monroe (Samuel L. Jackson) è in volo verso Helsinki a cavallo dell'Air Force One per un vertice del G8.

Un gruppo di terroristi vuole abbattere la fortezza volante, così il capo della sicurezza infila il suo importante protetto in una capsula di salvataggio, che plana nel bel mezzo della foresta finlandese.

Proprio mentre Oskari (Onni Tommilla), 13enne locale, solo nella foresta, armato di arco con frecce, deve superare le prove per diventare uomo e prode cacciatore come suo padre.

Braccato dai terroristi che vogliono rapirlo con l'aiuto di agenti dei servizi segreti corrotti, il presidente avrà in Oskari una valente guardia del corpo, pronto a guidarlo tra mille pericoli.

BIG GAME - CACCIA AL PRESIDENTE è uno scombinato, di ovvia inverosimiglianza, inutile actionaccio fatto in quattro e quattr'otto, con il prezzemolo per ogni stagione e qualsiasi genere Samuel L. Jackson che gioca a fare l'erede di Obama con lodevole autoironia.

Esagerazioni a go-go e ingenuità incredibili, come il volo in ghiacciaia attraverso il bosco e l'espulsione dall'aereo, non riescono comunque a salvare una pellicola di disarmante pochezza, sia nella sceneggiatura che nei dialoghi.

Decisamente evitabile, se non preso per puro intrattenimento.

P.S. L'unica, vera arma vincente è il paesaggio, fortunatamente già lì, impedendo così agli autori di banalizzare anche quello.

UNBREAKABLE- IL PREDESTINATO

Filadelfia. E' un ecatombe. Nel violentissimo incidente del treno muoiono tutti i 126 passeggeri, tranne il depresso David Dunne (Bruce Willis), guardia giurata allo stadio, in viaggio di rientro da New York, dove si era recato per un colloquio di lavoro (ed nuova vita da solo).

Non ho neppure un graffio, mormora al figlio Joseph e alla moglie Megan (Robin Wright), con la quale vive separato in casa.

Il misterioso collezionista di fumetti Elijah Price (Samuel L. Jackson), anche accanito collezionista di fratture (54), soprannominato "L'uomo di vetro" per la fragilità delle ossa dovuta ad un difetto genetico, incomincia ad interessarsi a lui.

Quando sei stato malato l'ultima volta?

Il bizzarro personaggio, nero di pelle e ancor più d'animo, capisce il suo protetto oltre ad essere indistruttibile ha anche la capacità telematica di prevedere il male.

Si tratta di prenderne coscienza. Alla fine i nodi si sciolgono, il sipario si apre e la verità, insospettabile, emerge.

UNBREAKABLE - IL PREDESTINATO  è un appassionante (nella prima parte) thriller psicologico del dotato regista indiano M. Night Shyalaman che prova a non distaccarsi da un filone che lo vede legato al paranormale come nel fortunato e clamoroso primo successo (IL SESTO SENSO).

Essendo chiaro che non si può ripetere facilmente un successo, il film, pur rimanendo molto originale, è penalizzato da un ritmo troppo lento.

Alla fine bisogna accontentarsi della suspense anche se il finale, in crescendo, è particolarmente efficace.

DJANGO UNCHAINED

Texas, 1858, alla vigilia della guerra civile. Il cacciatore di taglie di origine tedesca dottor King Schultz (Christoph Waltz), su un carretto da dentista, è alla ricerca dei ricercatissimi fratelli Brittle, per consegnarli alle autorità piuttosto morti che vivi e incassare la ricompensa.

Per scovarli, libera dalle catene, con gesto generoso ma non disinteressato, lo schiavo Django Freeman (Jamie Foxx), prigioniero come tanti di due crudeli proprietari terrieri, i fratelli Speck, promettendogli la libertà a missione completata.

Tra il taciturno nero e l'ex dentista nasce così, a suon di pistolettate, un sodalizio umano e professionale che li conduce attraverso l'America delle piantagioni e degli orrori razzisti alla ricerca dei criminali in fuga ma soprattutto della consorte di Django, Broomhilda (Kerry Washington), venduta come schiava a qualche possidente negriero.

Che nella fattispecie è il folle e sadico schiavista Calvin Candie (Leonardo Di Caprio).

DJANGO UNCHAINED è un avvincente e gustoso western di Quentin Tarantino, che dopo i gangster movie, dopo gli omaggi al cinema orientale, dopo la rivisitazione storica del nazismo in chiave pulp, si cimenta con uno dei suoi generi preferiti.

L'incursione in territorio western avviene riprendendo un vecchio personaggio degli spaghetti western italiani, modernizzandolo e piegandolo alla sua indiscussa creatività.

Tra cadaveri e sangue, largo spazio all'ironia. Con la vendetta (e il riscatto) a fare da motore a tutta la storia.

Raramente capita di vedere un film di quasi tre ore che non annoia mai: i 165 minuti di durata scorrono via lisci come l'olio e, pur con qualche flebile discontinuità e una caduta di tono all'ultimo, divertono a più riprese.

Girato con grande maestria (la scena del rosso sangue che bagna i fiocchi di bianco cotone è magistrale), ha tutti gli ingredienti del Tarantino style tra cui ovviamente la cura per la sceneggiatura (con i soliti lunghi ed impagabili dialoghi).

Cameo del vecchio Django Franco Nero.

SIDNEY

sidneyUsa, fuori da una tavola calda. Ha perso i suoi pochi soldi al tavolo del Black Jack nel tentativo di racimolare la somma per pagare i funerali della madre, John (John C. Reilly).

Dopo aver ascoltato i pasticci dello sbandato giovanotto l’anziano ed elegante Sydney (Philip Baker Hall) gli offre, in cambio di niente, 50 dollari e i suoi preziosi consigli di veterano dei casinò.

Il ragazzo, giustamente, lì per lì è diffidente, ma poi si convince a seguire a Las Vegas lo sconosciuto benefattore.

Due anni dopo li ritroviamo a Reno. John si è effettivamente ripulito (in senso positivo) dato che l'anziano giocatore d'azzardo con sapienza lo ha pilotato passo passo fino a farlo campare grazie ai tavoli da gioco.

Saranno una vispa cameriera, a tempo perso prostituta (Gwyneth Paltrow) ed un criminale nero di mezza tacca  (Samuel L. Jackson) a portare scompiglio.

Ma chi è in realtà l'anziano Sydney e qual'è il suo segreto?

SIDNEY  segna l'esordio alla regia del talentuoso e prolisso Paul Thomas Anderson, che parte in sordina per poi svillupare un inaspettato intreccio noir.  Sceneggiatura accorta, regia competente, senso dell'atmosfera (fumosa), sapiente messa in valore degli attori.

Un cast che contiene tre nomi ricorrenti della sua filmografia : Philip Baker Hall (apparso anche nei successivi “Boogie Nights” e “Magnolia”), John C. Reilly (apparso anche lui in quegli stessi due film) e Philip Seymour Hoffman (apparso in tutti i film di Anderson, IL PETROLIERE escluso).

Un cast arricchito inoltre da altri due grandi nomi: Gwyneth Paltrow (3 anni dopo premio Oscar) e Samuel L. Jackson.

È un film sul denaro, sul senso di colpa, sul male e sulla stupidità nel mondo.

Il denaro diventa tema ricorrente e condiziona la vita dei protagonisti, il senso di colpa colpisce profondamente il protagonista  fino a mettere in pericolo la sua già complessa vita, mentre le metafore si personificano: il male nel mondo è Samuel L. Jackson, la stupidità, o forse è meglio dire l’ingenuità, è la coppia Reilly-Paltrow.

Buona l'idea, con quel minimo di suspance per sapere chi sia in realtà questo Sydney, e discreto il finale.

JACKIE BROWN

Los Angeles. È stata pizzicata da due agenti del reparto antifrode l'avvenente hostess Jackie Brown (Pam Grier), tirapiedi del laido mercante d'armi dal grilletto facile Ordell Robbie (Samuel L. Jackson), che si accompagna a una sballatissima bionda (Bridget Fonda) e che intende recuperare in fretta il mezzo milione di dollari nascosti dalla sottoposta in Messico.

Così incarica il garante di cauzioni, Max Cherry (Robert Forster), di far uscire la pollastrella. E mentre la polizia, in cambio del rilascio, chiede alla donna, dotata di grazia e sangue freddo, di incastrare il boss, questi le sguinzaglia dietro Louis Gara (Robert De Niro), stralunato ex galeotto.

JACKIE BROWN, poliziesco lento e compassato, elaborato e prolisso, è il film più lineare dell'irriconoscibile (turpiloquio escluso) Quentin Tarantino, che mostra il lato romantico con venature retrò di una multiforme personalità, omaggiando la stagione cinematografica della blaxploitation e celebrando la sua sexi icona nera, Pam Grier, attrice b-movies (di una trentina?) d’anni fa.

È lei la Jackie del titolo, l’antesignana della sposa di Bill, la donna castrante decisa a eliminare il maschio che le ha fatto un torto, ed è sempre lei la regina di un genere cinematografico degli anni ’70 che sfruttava la cultura popolare nera ed era interpretato, realizzato e rivolto al pubblico afroamericano.

In JACKIE BROWN la blaxploitation funziona come elemento postmoderno spogliato del significato etico, politico e sociale che muoveva gli eroi neri degli anni Settanta.

Al contrario il film di Tarantino produce puro intrattenimento per “bianchi” esaltando i vizi del sottoproletariato nero, sottolineandone l’avidità e il narcisismo, puntando sull'approfondimento psicologico dei protagonisti, coinvolti nel recupero di una valigetta ricolma di banconote.


Il gangster nero è ancora una volta Samuel L. Jackson, involuzione degli eroi della blaxploitation ma irresistibile negli abiti funky e multicolori del mercante d’armi che giustizia nemici e “fratelli” nei portabagagli di lucidissime Pontiac.

Accanto a lui compare, per la prima volta misurato, come personaggio di contorno, un eccellente Robert De Niro bisognoso di rasoio e sapone.

LAKEVIEW TERRACE - LA TERRAZZA SUL LAGO

Los Angeles. Dura poco l'entusiasmo degli sposini Chris (Patrick Wilson) e Lisa (Kerry Washington) nel nuovo nido d'amore, una villetta californiana appena acquistata.

Oltre la siepe della villa, c'è qualcuno che li osserva con attenzione. Lì vicino infatti abita il maturo poliziotto, afroamericano e vedovo Abel Turner (Samuel L. Jackson), appartenente alla polizia di Los Angeles e fin troppo meticoloso nel tenere l'ordine nel quartiere residenziale di cui si è autoproclamato sceriffo.

Quei vicini proprio non gli piacciono, sarà perché lui è bianco e lei nera, fatto sta che li disturba in ogni modo per indurli ad andarsene in un crescendo di finta disponibilità alternato ad attacchi di ira. Il giovanotto per un po' sopporta, quindi reagisce.

LAKEVIEW TERRACE - LA TERRAZZA SUL LAGO è un discreto giallo psicologico del regista Neil LaBute, fornito di discreta tensione anche se annacquato dal solito finale truce.
Il regista, grazie forse a una sceneggiatura non sua, riesce in effetti a colpire duro e in modo politicamente non corretto.

Anche se lo schema narrativo è un deja vu (il poliziotto che si interessa a una coppia e cerca di farla saltare nda) e film in sè e per sè non è niente di particolare, il solito thrilleruccio dove il cattivo è il vicino di casa, qui il segno è cambiato e in modo decisivo. In questo film si parla di razzismo ma ad essere razzista questa volta non è un bianco bensì un afroamericano.



Lakeview Terrace non è (come ci potrebbe far pensare la letterale e pertanto deviante traduzione italiana che sembra scelta da un'immobiliare) la collocazione logistica dell’abitazione al centro della narrazione. Lakeview Terrace è il nome della zona (un quartiere di Los Angeles nei pressi della San Fernando Valley) in cui Rodney King, un tassista afroamericano, venne selvaggiamente picchiato dalla polizia che lo aveva fermato per eccesso di velocità il 3 marzo 1991.

LaBute inverte la situazione ma lo fa con la consapevolezza di star lavorando sulla struttura classica del thriller in cui vuole inserire una serie di sottolineature di carattere psicologico.

Comunque un dirimpettaio cretino come l'insulso carneade Patrick Wilson non può pretendere comprensione e a un vicino come Samuel L. Jackson basta un sorriso per incutere timore.


STAR WARS EPISODIO II - L'ATTACCO DEI CLONI

Lassù tra le galassie, vattelapesca dove, in un lontanissimo futuro. La graziosa Amidala (Natalie Portman), ora senatrice (retrocessione?) corre pericolo di vita: ci sono dei ribelli che vogliono toglierla di mezzo, l'intento è naturalmente sovvertire l'ordine costituito.

Scampata a un attentato dei separatisti, ora vegliano su di lei il solito Jedi Obi-Wan-Kenobi (Ewan McGregor) e la new entry Anakin Skywalker (Hayden Christensen) che ormai stracotto, ignora il "divieto d'amare" della sua casta e si innamora di Amidala-Giulietta e, con castissimo scambio di baci, la segue sul tranquillo pianeta Naboo.

Dopo aver invano tentato di salvare la mamma ferita a morte, e non prima di averla sanguinosamente vendicata (il primo passo verso il lato oscuro, un passo deciso e influenzato non dal solito atto di malvagità, quanto da una conseguenza del tutto umana) raggiunge il suo compagno d'armi per dare battaglia al perfido conte Dooku (Christopher Lee), con la Repubblica ormai sull’orlo dei caos politico e un movimento separatista formato da centinaia di pianeti e potenti corporazioni pronti alla guerra.

Fuori le spade laser, miei prodi.

STAR WARS EPISODIO II - L'ATTACCO DEI CLONI è un convulso e fragoroso fumetto galattico di George Lucas, quinto dei sei episodi e secondo dei tre prequel (roba da matematici e calcolatrici) di indubbia spettacolarità ed elefantiaca lentezza.

Il digitale è perfetto, con grande spreco di fantasia, il patinato non è migliorabile, gli intrecci stellari sono stati tutti esplorati. Rimaneva il sentimento, l'amore da inserire nel calderone.
La macchina degli effetti affianca la macchina degli affetti. Il dispositivo visivo prova a non schiacciare le psicologie (il dolore e l’amore offuscano l’animo di Anakin e preludono al suo tragico destino).

Pur con la scenografia naturale del lago di Como inserito come dolce culla di promessi sposi (quel ramo…), è evidente l'incapacità di accendere i cuori.

Come un archeologo digitale, il filmmaker George Lucas porta alla luce i reperti, gli strati geologici, gli utensili (doni, droidi, spade, navicelle, pezzi di ricambio, creature umane e protoumanoidi), i frammenti di una civiltà fantasy, di un’era proiettata nello spazio infinito, di un universo parallelo dove, come al di là di uno specchio e per simmetria, cavalieri erranti, senatori, antichi maestri, principesse bellissime, mercanti e separatisti sono i protagonisti di una lotta tra Repubblica e impero.

Contano il potere e l’egemonia e conta un karma misterioso, tecnologicamente avanzato eppure sentimentalmente arcaico.

Male e Bene. Edipo. Le cose, gli affetti, le emozioni frenate da una saggezza in cui il desiderio è interdetto.

STAR WARS EPISODIO I - LA MINACCIA FANTASMA

Naboo, in un futuro lontano. Parte da una questione di tasse la guerra (molto confusa) che contrappone la giovanissima regina Amidala (Natalie Portman), sovrana dell'idilliaco pianeta, al gruppo di cinici prepotenti della Federazione Commerciale, che controlla i traffici della galassia ignorando i diritti e le proteste dei legittimi governi.

Inoltre hanno invaso il pianeta.

La regina giustamente ribelle si salva con l'aiuto di due coraggiosi Jedi, il maestro Qui-Gon Jinn (Liam Neeson) e l'apprendista Obi-Wan Kenobi (Ewan McGregor), casualmente instradati dal lucertoloide gungan Jar Jar BInks.

Imbarcata la regale fuggitiva sull'astronave, i nostri eroi partono per Corruscant ma sono costretti a fermarsi per un guasto sul sinistro pianeta Tatooine dove si imbattono nel piccolo Anakin Skywalker (Jake Lloyd) (futuro padre di Luke e Leila nonché crudelissimo Lord Dart Vader nda): perbacco che Forza ha questo bambino schiavo. 

Vuoi vedere che da adulto diventerà uno Jedi?

Frattanto sventiamo il complotto del perfido Darth Sidious e le oscure trame del senatore Palpatine (futuro malvagio imperatore).

Sedici anni dopo il primo episodio (che in realtà è il sesto), ecco il capitolo quarto (che sarebbe il primo). Lasciando da parte i conti, e la faccenda del sequel e del prequel, che farebbero impazzire un matematico di quelli bravi, trattasi di western spaziale. 

Intendiamoci subito: STAR WARS EPISODIO I - LA MINACCIA FANTASMA non è uno di quei capolavori che ti lasciano lì a urlare "ohhh... " dall'entusiasmo ma insomma, la sua porca figura la fa, perchè George Lucas ha (ri)fatto le cose in grande, invogliato dai moderni effetti digitali.

Il cui tentativo è abbastanza chiaro: creare per la saga un autentico universo parallelo. Storia, filosofia, politica, perfino una religione s'è inventato. E qui sta il fascino di Star Wars che ormai un impero economico sono diventate.

Almeno per il regista, che sono anni che fa su soldi coi gadget e i libri su Darth Vader, Luke Skywaker, Han Solo e compagnia.

Interessante, poi, l'interpretazione che George Lucas offre della politica vista essenzialmente come corruzione e lotta spietata, in cui gli onesti sono destinati alla perdizione.

REGOLE D'ONORE

Usa. E' proprio nei guai il colonnello nero (di colore) Terry Childers (Samuel L. Jackson), veterano dei marines con trent'anni di oneste guerre alle spalle ed eroe di guerra dai tempi del Vietnam.

Chiamato a difendere l'ambasciata americana a San'a nello Yemen presa d'assalto dagli integralisti che si facevano scudo della folla per la loro opera vigliacca di cecchinaggio e che avevano già ucciso tre dei suoi uomini, aveva dato ordine di sparare nonostante le regole di ingaggio che proibiscono l'uso delle armi su civili.

Totale finale: aveva provocato 83 morti.

Scelta giusta, senza dubbio, vista anche la minaccia portata al capo della diplomazia, l'ambasciatore americano salvato con l'elicottero.

E subito inizia la vergognosa grancassa tra dipartimento, giornali, opinione pubblica eccetera, che lo accusano di assassinio di innocenti, insomma quelle ridicole faccende di cui sono vittime i militari chiamati a difendere le opinioni pubbliche che stanno al caldo di casa e i politicanti.

Washington, per tenersi buoni i paesi arabi alleati, è costretta a mandare sotto corte marziale l'ufficiale, che come difensore scegli il pari grado, nonchè vecchio compagno d'armi in Vietnam, il colonnello ed avvocato Hays Hodges (Tommy Lee Jones), che torna nello Yemen per raccogliere prove. Ci provo, perchè ti devo la vita, ma, ti avverto: sarà dura.

Anche perchè nel frattempo il consigliere per la sicurezza ha provveduto a distruggere una cassetta che mostra i manifestanti armati e prova di fatto l'innocenza del colonnello: meglio far ricadere la colpa dell'incidente su un ufficiale che sugli USA.

Ma alla fine giustizia è fatta.

REGOLE D'ONORE è un impetuoso ed eccitante dramma bellico-giudiziario, una storia vecchia maniera rappresentata da un regista che è una sicurezza per efficacia e capacità di racconto, senza esagerare nel "linguaggio", lo scafato William Friedkin, che ne fa un thriller ad alta tensione.

Film del tutto scorretto politicamente, con tanto spirito nazionalista (che non ci disturba nda), una contrapposizione netta tra il cinismo ipocrita dei politicanti e il coraggio disinteressato dei militari, recitato molto bene: classico conflitto giudiziario, classica amicizia virile.

Inutile dire che ai "sinceri democratici" la visione provoca il mal di pancia, come ai tempi dell'odiato John Wayne.

Magari tornasse...

1408

New York. E' sempre a caccia di terrificanti ispirazioni, lo scrittore dell'occulto Mike Enslin (John Cusack), specializzatosi nella ricerca di fenomeni paranormali dopo la prematura morte della figlioletta che ha provocato anche il suo distacco dalla moglie.

Mike non crede più in nulla anche perché non ha mai avuto una prova tangibile dell'esistenza degli spiriti. Finché un giorno non riceve una cartolina anonima che gli suggerisce di prendere alloggio nella stanza 1408 (il totale delle cifre dà 13) dell'Hotel Dolphin a New York, sulla Lexington.

Invano il luciferino direttore, Gerald Olin (Samuel L. Jackson), l'invita a scegliersi un'altra sistemazione.

Non vuole assolutamente permettergli l'ingresso in quella camera in cui sono morte, dal 1912, ben 56 persone, tra infarto, ictus, suicidio, perfino un annegamento nel brodo di pollo. Enslin vince le resistenze ma viene messo al corrente che nessuno ha mai resistito più di un'ora vivo tra quelle mura.

Ma lo scrittore ha la testa dura, un pò meno la mano, che si sfascia presto sotto una finestra che si chiude all'improvviso.

Ed è soltanto l'inizio di una notte da incubi.

Tratto da un racconto di Stephen King, 1408 è un film ben confezionato e diretto dallo svedese d'importazione Mikael Hafstrom, che riesce nell'operazione di far tornare un racconto di Stephen King oggetto di una trasposizione quantomeno interessante sullo schermo.

Spesso l'opera dello scrittore viene banalizzata da registi incapaci di cogliere il versante psicologico e più intimo dei personaggi da lui creati sulla pagina.

In questo caso invece Hafstrom, grazie anche a un John Cusack autoironico e al contempo tormentato e sgomento al punto giusto, riesce a tenere a bada il più che noto armamentario di apparizioni insolite e di muri che colano sangue per spostare l'attenzione su una dimensione interiore del personaggio.

Mike è tormentato come tutti i protagonisti di King ma chi torna (o viene fatto tornare) nei suoi incubi non è qualcuno a cui abbia fatto torto in passato quanto piuttosto la persona più cara per la quale è convinto di non avere fatto abbastanza: la figlia morta di malattia da bambina.

La stanza diviene allora la materializzazione di un senso di colpa per omissione al quale non è possibile sfuggire. Così l'orrore abbandona la canonica dimensione dei colpi di scena , assecondati comunque da effetti speciali di buona qualità (l'acqua che tracima dal quadro o i fantasmi di passaggio) per trasformarsi in un progressivo susseguirsi di ossessioni senza speranza di via d'uscita.

Certamente è uno dei meglio riusciti film (a lunga distanza, ovvio, da SHINING) tratto daI racconti di Stephen King.

XXX

Usa. Il ruvido superagente della Sicurezza nazionale, Augustus Gibbons (Samuel L. Jackson), non ha dubbi: l'esuberante palestrato Xander Cage (Vin Diesel), uno specialista di sport estremi, le cui imprese sono conosciute in tutto il mondo (campa vendendo su internet le proprie prodezze atletiche) e che si trova però nei guai con la legge, è l'uomo giusto per sgominare in quel di Praga una pericolosa organizzazione di ex militari russi.

Prima ti alleno, poi ti spedisco nella Repubblica Ceca: dovrai infiltrarti nel gruppo terroristico e fermare quei folli che intendono avvelenare mezzo mondo col gas nervino.

L'improvvisata spia intasca il ricco assegno della CIA e risponde obbedisco.
Ora faccio fuori il bieco boss Yorgi (Marton Csokas) e già che ci sono mi faccio un giro anche sulla sua Yelena (Asia Argento).

Esagerato e sfrontato, ricco di scene d'azione spettacolari e battute fulminanti, fumetto avventuroso del recidivo Rob Cohen, che rimette in pista l'inespressivo burino superpalestrato Vin Diesel (Fast and Furious) per una parodia senza freni del mito di 007.

E d'accordo che il nuovo ordine mondiale ha bisogno di altri eroi, possibilmente senza scrupoli e con nulla da perdere (il James Bond della generazione xXx ha un fisico palestrato, un sacco di tatuaggi, ama le donne e gli sport purché ‘estremi”), però Sean Connery non si sarebbe certo fatto sedurre dall'improbabile pupa del gangster, nel suo primo film "americano", Asia Argento.




Sicuramente è un film destinato a lottare per il titolo di film più truzzo del millennio in corso.

S.W.A.T SQUADRA SPECIALE ANTICRIMINE

Los Angeles. Il sergente nero, spesso anche d'umore, Hondo Harrelson (Samuel L.Jackson) viene richiamato alla base per costituire una nuova squadra speciale di pronto intervento.
Riunisce così cinque piedipiatti mettendo accanto a Jim Street (Colin Farrell), faticosamente sottratto alla lista nera del rancoroso capitano Fuller, Deke Kaye (Li Cool J), TJ McCabe, Michael Boxer e la grintosa e letale madre di famiglia Chris Sanchez (Michelle Rodriguez).

Si comincia in salita: la prima gatta da pelare è davvero grossa.

Il crudele latitante francese Alex Montel (Olivier Martinez), che, ripreso dopo un sanguinoso tentativo di evasione, urla guardando in camera: cento milioni di dollari a chi mi libera.
La cosa ovviamente ingolosisce le bande varie ed eventuali della città.

Ma il messaggio viene prontamente raccolto soprattutto dall'ex poliziotto, radiato, Brian Gamble (Jeremy Renner).

Liberamente ispirato alla serie televisiva degli anni 70, S.W.A.T. dimostra inequivocabilmente che gli sceneggiatori hollywoodiani non riescono da qualche anno a produrre altro che film d’azione fatti con lo stampino, indistingubili tra loro, fatta eccezione per la coppia di protagonisti scelti alla bisogna.

Il film in questione, dopo una prima fase di introduzione ai personaggi troppo lunga, inutilmente ridondante nel minutaggio speso per l’addestramento e poco incisiva nell’azione iniziale della squadra speciale anticrimine, diventa concitato e fragoroso nella seconda anche grazie ad una semplice ma efficace trovata degli sceneggiatori che permette di ribaltare le parti in campo e che affida ai protagonisti il ruolo di difensori piuttosto che attaccanti.

Il regista Clark Johnson mette (apparentemente?) alla berlina gli scarsi controlli che vengono effettuati in quello che dovrebbe essere il paese più attento del mondo a questi particolari, una delle scene migliori e più divertenti è girata all’arrivo del boss francese nell’aeroporto di Los Angeles.
Il cast è chiaramente multirazziale, multietnico e piattamente poco sorprendente.

Più bizzarra del solito la scelta del beffardo finto cattivo di turno, ruolo questa volta affidato ad uno stralunato Olivier Martinez che non sembra minimamente credibile nella parte.

In definitiva non si può dire che lo spettacolo manchi, punteggiato da un'assordante colonna sonora, pur tra i soliti inseguimenti a rotta di collo e sparatorie infinite, ma la storia è alquanto inverosimile.

SFERA

Oceano Pacifico. Quando sui fondali è rinvenuta una gigantesca astronave, a occhio e croce incagliata da trecento anni, il Pentagono convoca l'esimio psicologo Norman Goodman (Dustin Hoffman).

L'ometto è spedito su una nave in mezzo al mare, dove lo attendono, per chiudersi in laboratorio sul fondo dell'Oceano e agli ordini del capitano Barnes (Peter Coyote), la seducente biochimica Beth Halperin (Sharon Stone) e il disincantato matematico Harry Adams (Samuel L.Jackson).

La repentina immersione porta ad una sensazionale scoperta: nel veicolo spaziale è contenuta un'enorme sfera liquida che galleggia al suo interno.

La sfera non è impenetrabile anche se con effetti devastanti per il cervello di chi oserà violarla.

Da un romanzo (1987) di Michael Crichton, SFERA è un fantathriller farraginoso e logorroico in cui lo spettatore cinefilo può trovare rimandi a Cameron (The Abyss), Kubrick (2001: Odissea nello spazio), Tarkovskij (Solaris),  Ridley Scott (Alien) e tanti altri.

sharon stoneDiretto da Barry Levinson, (Rain Man,Good morning Vietnam), tra calamari giganti e serpenti marini velenosi infila goffe disquisizioni parafilosofiche sul futuro dell'uomo.

Dustin Hoffman vaga sperduto in un personaggio affetto da mille fobie.

Sharon Shone?

Seducente anche con i capelli cortissimi, anche se onestamente sprecata nel metallico scafandro.

PULP FICTION

Quattro episodi (intrecciati) a Los Angeles. Quattro storie di violenza che s'intersecano in una struttura apparentemente circolare che va avanti e indietro nel tempo: si chiude 1) il tandem di balordi di infimo calibro Pumpkin (Tim Roth) e Honey (Amanda Plummer) si accinge a fare una rapina in una tavola calda;

2) i due sicari Vincent (John Travolta) e Jules (Samuel L. Jackson) uccidono due uomini per recuperare una preziosa valigetta e gli rimane di troppo un ostaggio che per sbaglio ammazzano. 

Dovranno ripulire la loro auto, insozzata dal sangue e dal cervello dell’uomo uomo ucciso per sbaglio, con l'aiuto e sotto la direzione che non ammette repliche di Mr. Wolf (Harvey Keitel), l'uomo che risolve problemi, e vanno a mangiare proprio nella tavola calda della rapina;

3) uno dei due sicari (Travolta) deve portare a ballare la disinvolta Mia (Uma Thurman), moglie del boss Marsellus (Ving Rhames), che, scambiata eroina per cocaina, va in overdose;

4) il mediocre pugile Butch (Bruce Willis) contravviene ai patti, vince un incontro invece di andare al tappeto e scappa con la borsa.

Chi sopravvive si ritroverà con i protagonisti della altre storie.

PULP FICTION è una irresistibile commedia nera ispirata da quella narrativa popolare di ambiente criminale che, dagli anni '30 e '40, era pubblicata dai pulp magazines.

Secondo film di Quentin Tarantino, procede sul filo di un'irridente ironia, di un efferato e macabro umorismo nero, di una dialettica tra buffonesco e tragico (tra fun e funesto) che mettono azioni, gesti e personaggi come tra parentesi, in corsivo, anche quando, come nel torvo episodio della sodomizzazione, questo film divertente e caustico dai dialoghi irresistibili penetra nell'abominio del male.

Quentin Tarantino è sicuramente geniale ed il regista che ha modificato il modo di raccontare le storie, come fa in questo esplosivo girotondo grottesco, con avvenimenti e personaggi buoni per almeno tre film, punteggiato da un rock che ti rimane dentro.


Tra i bulli riemerge lo strepitoso e sorprendente John Travolta, improvvisamente rinato dopo molti film sbagliati, tra le pupe la sensuale Uma Thurman.

Vietato in Italia ai minori di 18 anni.

Palma d'oro a Cannes e Oscar per la sceneggiatura (Tarantino, Roger Avary).

WHITE SANDS - TRACCE NELLA SABBIA

Sud Dakota (Usa). Nella torpida ed assonata cittadina l'integerrimo vicesceriffo Ray Dolezel (William Dafoe) si trova tra le mani un cadavere e una valigietta che contiene cinquecentomila dollari.

Durante l'autopsia, seconda sorpresa: dalle viscere del defunto, spunta un numero di telefono che conduce in New Mexico al mellifluo mercante d'armi Gorman Lennox (Mickey Rourke) e alla bella faccendiera Lane Boline (Mary Elizabeth Mastrantonio).

Il gioco si fa pericoloso ma il piedipiatti, per capirci di più, assume l'identità della vittima, Bob Mendes.

Caso complicato, tra FBI, CIA, traffico d'armi, due donne e un groviglio di agenti corrotti, tra cui il nero Greg Meeker (Samuel L. Jackson).

Scritto da Daniel Pyne e diretto con corretto mestiere dal neozelandese Roger Donaldson WHITE SANDS - TRACCE NELLA SABBIA è un film che all'inizio intriga e alla fine delude, ma durante il percorso tiene alta la soglia dell'attenzione, in un intrigo molto macchinoso, che punta il dito sul marcio che prolifera sotto le uniformi.

Nel valzer frenetico di doppiogiochisti degni dell'UDC, si muove con lo sguardo allucinato come al solito lo scorbutico Willem Dafoe, mentre Mickey Rourke sfodera il suo sorriso strazzamutande.

Molto bella la fotografia.

IL NEGOZIATORE

Chicago. Lo sbirro di colore Danny Roman (Samuel L. Jackson) è specializzato nella guerriglia "senza colpo ferire" ai sequestratori: se uno si barrica in casa con un ostaggio, l'incanta con un giro di parole e lo convince a desistere.

Fino a che una vocina amica lo avverte: qualcuno dei nostri ha fregato due milioni di dollari dal fondo invalidità degli agenti di polizia.

L'incauta vocina viene messa a tacere (per sempre) e il nostro uomo incastrato.

Sono innocente, tuona, e imitando uno dei matti cui dà per mestiere la caccia si barrica nel grattacielo del Dipartimento, tenendo sotto tiro quattro ostaggi, tra cui il supercontrollore Niebaum (J.T. Walsh).

Poi chiede di parlare solo con il collega Chris Sabian (Kevin Spacey): riuscirà il nostro a stanare il negoziatore impazzito?

Poliziesco veramente originale, diretto da F.Gary Gray in maniera serrata, con l'aggiunta di un paio di scene veramente spettacolari.

Peccato per le troppe chiacchiere delle trattative, che sovrastano le sparatorie.
Protagonisti molto bravi, con il povero J.T. Walsh morto alla fine delle riprese, dopo una vita "da cattivo".

Certo, i voltagabbana della polizia americana non valgono quelli della politica italiana.