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ONORA IL PADRE E LA MADRE

New York. E' l'indebitato cocainomane Andy (Philip Seymour Hoffman), contabile in un'azienda immobiliare a progettare il colpo.

Così potrà finalmente trasferirsi a Rio con l'insoddisfatta moglie Gina (Marisa Tomei), che intanto cornifica il marito con il fratello minore del consorte Hank (Ethan Hawke).

Per ragioni diverse Andy e Hank si trovano a navigare in cattive acque.

Hank, fallito senza carattere, infatti fatica a pagare gli alimenti all'ex consorte e alla figlia e accetta a malincuore la sconvolgente proposta: rapinare la gioielleria di papà Charles (Albert Finney).

Un colpo "facile facile".

Quindi il bisogno di dollari prevale. Reclutato il barista Bobby, gli fa da autista fino all'obiettivo.

Mani in alto! Occhio nel negozio non c'è la vecchia commessa Doris, bensi Nanette, la madre dei due improvvisati criminali. E la vecchietta spara.

Tragedia in vista per i biechi fratelli e famiglia.

ONORA IL PADRE E LA MADRE è un cupo, teso ed angoscioso dramma diretto dal grande veterano Sidney Lumet, che torna a mettere in scena la violenza, nello specifico del quarto e settimo comandamento, e ad oltre ottanta anni di età da ancora parecchi punti a molti colleghi più giovani.

Una storia nerissima che fa a pezzi la famiglia tradizionale, sconvolta dall'avidità, dalle incomprensioni e dall'indifferenza, dove tutti i personaggi hanno qualcosa da farsi perdonare, in quadro saturo di disperazione

Recitato ottimamente dai due protagonisti, si fa notare per avvenenza anche  la molto svestita Marisa Tomei.


LA 25ª ORA

New York. Il giovane Montgomery Brogan (Edward Norton) è un pusher che conduce una vita  agiata sulle rive dell'Hudson.

Monty, per gli amici, ha deciso di ritirarsi dal narcotraffico e di vivere di rendita con la sua bellissima portoricana, Naturelle (Rosario Dawson). Ma a causa di una soffiata viene pizzicato con una grossa quantità di roba nella fodera del divano.

Che fesso, mormora a se stesso. Ma chi mi ha venduto?

Purtroppo il fattaccio lo condanna a scontare sette anni di carcere. Gli restano ventiquattro ore per salutare il cane, riconciliarsi col papà barista James (Brian Cox), congedarsi dai suoi più cari amici nell'ultima notte da uomo libero, il broker sciupafemmine di Wall Street Frank (Barry Pepper) e l'imbranato prof ebreo Jakob (Philip Seymour Hoffman).

Ma, soprattutto, decidere della sua 25a ora: la prigione, il suicidio, la fuga.

LA 25ª ORA è uno struggente, angoscioso dramma socialpoliziesco di Spike Lee, nella New York plebea del dopo il settembre, dove le ferite della città s'incrociano con quelle dei protagonisti.

Crudo e violento, romantico ed appassionato, affronta, senza retorica, temi profondi: la creazione del proprio destino, le difficoltà dell'amicizia, le paure del singolo.

Sullo sfondo di Ground Zero passano figure senza sostanza, dal pusher con sogni piccoloborghesi al professore frustrato al broker che vive alla giornata pensando solo a fare soldi per sfuggire alle sue radici modeste.

Le ventiquattro ore del protagonista (splendidamente interpretato da un super Edward Norton), prima della galera, dei denti rotti e degli stupri, della violenza e del sadismo, della miseria e della paura, sono un'elegia che Spike Lee dedica al suo personaggio e alla sua personale New York. In particolare a una dolente e rabbiosa Manhattan, ferita a morte dalla caduta delle Torri dell'11 settembre.

Nessun altro film riesce ad essere viscerale come LA 25ª ORA, dove la rappresentazione della disperazione e della tristezza è scoperta ed ammirevolmente impudica.



Fotografia e musiche funzionali all’atmosfera crepuscolare e sospesa.

Memorabile il monologo allo specchio nel bagno del ristorante.

...E ALLA FINE ARRIVA POLLY

New York. Quant'è pignolo il mite assicuratore ebreo Reuben Feffer (Ben Stiller), che ha architettato la sua esistenza sul calcolo delle probabilità. È una deformazione caratteriale e professionale, colpa anche dell'invadente mamma Vivian, che gli ha iniettato infinite fobie.

Prudente in modo esasperato, timido, igienista, debole di stomaco, è anche perito di una compagnia di assicurazione che analizza il tasso di rischio dei potenziali clienti.

Eppure ha trovato l'anima gemella e se l'è sposata. Peccato che la sua Lisa durante la luna di miele, gli pianta due belle corna con l'istruttore di sub, ai Caraibi.

Per sua fortuna ha un amico d’infanzia, scorreggione e volgarissimo, (Philip Seymour Hoffman), un attore fallito dopo un effimero momento di gloria legato ad un film giovanilistico, che lo assiste e sostiene, soprattutto nel momento più duro.

Mentre ogni sera ripone coscienzioso nel comò i 15-cuscini-15 decorativi che adornano il letto, per fortuna ha il tempo di bussare alla porta dell'esuberante e hippy ex compagna di scuola Polly (Jennifer Aniston).

...E ALLA FINE ARRIVA POLLY è una commedia rosa piuttosto banale, con i meccanismi della comicità demenziale, sull'eterno tema dell'amore tra soggetti apparentemente incompatibili e quindi altamente improbabile. Intrisa di umorismo goliardico, gli insistiti rumori intestinali hanno nettamente la meglio sui dialoghi frizzantini.

Se come sempre Jennifer Aniston risplende di luce propria, il più bravo è il caratteristica Philip Seymour Hoffman, in un ruolo prettamente comico.

Vedibile ma non rivedibile.

LA GUERRA DI CHARLIE WILSON

Washington, aprile 1980. Rappresentante per il Texas al congresso americano, il concreto deputato Charlie Wilson (Tom Hanks) ama il whisky e le belle ragazze, ma la donna della sua vita è la platinata miliardaria Joanne Herrings (Julia Roberts), paladina della fede cristiana e della lotta al comunismo.

Inutile aggiungere che i furtivi amplessi , oltre che al piacere, mirano anche al dovere (fondi).

Ora il suo cruccio, in piena Guerra Fredda, è replicare per le rime all'invasione sovietica in Afghanistan: con soli cinque milioni di dollari di aiuti che resistenza possono opporre i valorosi mujaheddin a carri armati ed elicotteri di ultima generazione?

In otto anni, con l'appoggio dello scafato agente della CIA Gustav Avrakatos (Philip Seymour Hoffman) porterà il montepremi bellico a un miliardo di dollari.

Gli odiati comunisti battuti.

LA GUERRA DI CHARLIE WILSON è un eccellente dramma politico, tratto dalla storia di un personaggio realmente esistito (sembra la cosa più incredibile del film nda), a metà strada dalla commedia, costellato di dialoghi scintillanti e diretto con brio dal veterano regista Mike Nichols (IL LAUREATO, per dire).

Amante di donne, alcol e cocaina, Wilson riuscì attraverso un'improbabile alleanza tra il Mossad israeliano, l'Egitto e il Pakistan a far avere alla resistenza afgana ciò di cui aveva più bisogno: armi, missili controcarro e terra-aria per abbattere gli elicotteri russi.

Mentre Robert Redford è solito lanciarsi contro la politica americana con dei quasi-trattato (l'ottimo LEONI PER AGNELLI per esempio), Mike Nichols punta sulla farsa. Le due pellicole, in ogni caso, sembrano condividere un punto di vista, quello di mostrare una strategia estera americana un po' casuale, per motivi interni e spesso con ignoranza. Fermandosi di solito quando le armi tacciono e bisognerebbe aiutare la ricostruzione "civile".

Hollywood mette dunque in luce gli aspetti più sconclusionati e casuali della politica, tra religione e nazionalismo, esibendo una sfiducia nelle istituzioni dal sapore di campagna elettorale, comunque efficace nel dissacrare quei monumenti intoccabili dell'autorità trattati spesso con reverenza (la CIA, il Congresso).

Il personaggio lo consentiva e Tom Hanks, nel valzer dei cinici,  seppur inadatto al ruolo del deputato dai facili costumi con occhiali, whisky e bretelle, si cala nella parte con intensità burlesca, anche grazie alla compagnia di Julia Roberts (sempre sexy in bikini) e dello strepitoso ed impagabile Philip Seymour Hoffmann.

Unico appunto: trattato sbrigativamente il punto essenziale, lo scorcio sul futuro, cioè che quegli stessi mujaheddin si sono ritorti contro l'America stessa.

Insomma russi cattivi, l'America è il bene e ci si dimentica di Bin Laden...

L'ARTE DI VINCERE - MONEYBALL

Oakland (California), 2002. Vacillano alla fine della stagione le convinzioni del general manager degli Oakland Athletics Billy Beane (Brad Pitt): il team è in crisi dopo la cessione dei tre big.
D'altra parte quella che è una buona squadra (di baseball) non può però competere con i budget stratosferici di squadre come ad esempio i New York Yankees. Insomma la lotta impari tra squadre dei cosiddetti "small markets" e le grandi corazzate.

E adesso come li sostituisco con i pochi soldi a disposizione?

Ma ecco il giovane e rotondo Peter Brand (Johan Hill), fresco di laurea in statistica a Yale: basta comprare i giocatori adatti e il successo arriverà.

La teoria (ardita) tende a dimostrare come si possa costruire una squadra vincente basandosi sulle statistiche invece che sui nomi altisonanti.

Proviamo a sbancare la Major League?

L'ARTE DI VINCERE è un lungo melò parasportivo, molto americano, diretto da Bennett Miller, che si sofferma troppo su tattiche e campagna acquisti di uno sport semisconosciuto in Italia (dove il film ha incassato pochissimo nda), pur conservando un romanticismo di fondo.

Le scene di gioco e il linguaggio tecnico da addetti ai lavori (fuori campo, inning, swing, primo battitore) aumentano il fastidio di chi guarda senza capire il senso di uno sport poco filmabile e pieno di tempi morti.

Comunque possiamo definirlo non un film sullo sport in senso stretto. Molto made in USA è anche la morale del film, l'american way of life : quella eterna della seconda possibilità e delle profonde motivazioni dell'individuo.

Brad Pitt sempre più bravo (ed abile nello scegliere i ruoli).

SIDNEY

sidneyUsa, fuori da una tavola calda. Ha perso i suoi pochi soldi al tavolo del Black Jack nel tentativo di racimolare la somma per pagare i funerali della madre, John (John C. Reilly).

Dopo aver ascoltato i pasticci dello sbandato giovanotto l’anziano ed elegante Sydney (Philip Baker Hall) gli offre, in cambio di niente, 50 dollari e i suoi preziosi consigli di veterano dei casinò.

Il ragazzo, giustamente, lì per lì è diffidente, ma poi si convince a seguire a Las Vegas lo sconosciuto benefattore.

Due anni dopo li ritroviamo a Reno. John si è effettivamente ripulito (in senso positivo) dato che l'anziano giocatore d'azzardo con sapienza lo ha pilotato passo passo fino a farlo campare grazie ai tavoli da gioco.

Saranno una vispa cameriera, a tempo perso prostituta (Gwyneth Paltrow) ed un criminale nero di mezza tacca  (Samuel L. Jackson) a portare scompiglio.

Ma chi è in realtà l'anziano Sydney e qual'è il suo segreto?

SIDNEY  segna l'esordio alla regia del talentuoso e prolisso Paul Thomas Anderson, che parte in sordina per poi svillupare un inaspettato intreccio noir.  Sceneggiatura accorta, regia competente, senso dell'atmosfera (fumosa), sapiente messa in valore degli attori.

Un cast che contiene tre nomi ricorrenti della sua filmografia : Philip Baker Hall (apparso anche nei successivi “Boogie Nights” e “Magnolia”), John C. Reilly (apparso anche lui in quegli stessi due film) e Philip Seymour Hoffman (apparso in tutti i film di Anderson, IL PETROLIERE escluso).

Un cast arricchito inoltre da altri due grandi nomi: Gwyneth Paltrow (3 anni dopo premio Oscar) e Samuel L. Jackson.

È un film sul denaro, sul senso di colpa, sul male e sulla stupidità nel mondo.

Il denaro diventa tema ricorrente e condiziona la vita dei protagonisti, il senso di colpa colpisce profondamente il protagonista  fino a mettere in pericolo la sua già complessa vita, mentre le metafore si personificano: il male nel mondo è Samuel L. Jackson, la stupidità, o forse è meglio dire l’ingenuità, è la coppia Reilly-Paltrow.

Buona l'idea, con quel minimo di suspance per sapere chi sia in realtà questo Sydney, e discreto il finale.

IL GRANDE LEBOWSKI


Los Angeles. Ha lo stesso cognome, ma non è parente del multimiliardario paraplegico noto come Grande Lebowski, lo spiantato e barbuto ex figlio dei fiori in calzoncini corti Jeffrey detto Drugo (Jeff Bridges).

L'ex ragazzo degli anni '70 è un fricchettone, emblema estremo del single post-divorzio, menefreghista e fisicamente sciatto.

Sfuggito a due balordi che, equivocando, volevano rapirlo, il nostro (non)eroe, invece di tenersi il suo tappeto violato dall’urina di uno dei suoi assalitori, preferisce invece agire, cercare di riparare al torto, presentandosi presso l’uomo per il quale era stato scambiato ed esigendo da lui un tappeto nuovo.

Questi invece lo assume di botto.

Eccoti il milione di dollari per il riscatto della mia moglie ninfomane Bunny, forse è nelle mani della gang che voleva sequestrare te.

Che grossolano errore farsi aiutare dal violento e imbranato compagno di bowling e veterano del Vietnam, il belligerante Walter Sobchak (John Goodman).

Intanto si fa sotto la bizzarra pittrice Maude (Julianne Moore), figlia del paperone: occhio, non c'è alcun ostaggio da liberare.

E l'affare si complica.

IL GRANDE LEBOWSKI è una scatenata e squinternata commedia grottesca dei fratelli Coen, la cui trama è un pretesto per una corsa nel nonsenso.

Un film, girato con i meccanismi della commedia (pochissime pause) che rotola, ruzzola, rimbalza come una palla da bowling (passione che hanno in comune i protagonisti).

Manca un filo forte a legare questa storia contorta, ma c'è un'assortita galleria di personaggi dalla strepitosa caratterizzazione, un cast superlativo di attori talvolta irresistinili con alcune chicche (un grande Turturro e un fenomenale Goodman) e una ricchezza di invenzioni nel dipanare l'improbabile vicenda che non può che coinvolgere lo spettatore.

MISSION IMPOSSIBLE III

Usa. Ha deciso di ritirarsi a vita privata l'agente speciale Ethan Hunt (Tom Cruise) per sposare la bella e candida infermiera Julia (Michelle Monoghan), che miracolosamente ignora la sua vera attività.

Mi limiterò ad addestrare gli aspiranti 007, ma certi vizi sono duri a morire e alla vigilia della cerimonia di fidanzamento è chiamato dall'Impossible Mission Force a soccorrere una collega scomparsa, scomparsa nella quale ha messo lo zampino il cinico trafficante d'armi Owen Davian (Philip Seynour Hoffman), che progetta di fare a pezzi il mondo con una nuova e micidiale arma.

L'oggetto in questione è una "zampa di coniglio" che pare contenere una fantomatica arma chimica.

Una deliziosa Michelle Monaghan
Sarà l'inizio della fine della tranquillità domestica, abbandonata per mete esotiche: Berlino, Roma, Shangai, gli Stati Uniti e una puntatina nella maestosa reggia di Caserta, luoghi che prestano la loro bellezza architettonica alle evoluzioni funamboliche della squadra di Hunt, composta da quattro compari, parimenti coraggiosi, Luther (Ving Rhames), Declan (Jonathan Rhys Meyers), Zhen e Lindsey.

Occhio, l'aspirante moglie è in pericolo.

Spettacolare e rumoroso kolossal avventuroso diretto da J.J. Abrams, autore del "Lost" televisivo, che fila via pancia a terra ma che non vale i due precedenti episodi.

Un buon prodotto industriale (leggi Hollywood) che cerca di combinare azione ed emozione.


IL TALENTO DI MR. RIPLEY

Nell'immaginaria isola di Mongibello (Italia), 1958. Lo squattrinato Tom Ripley (Matt Damon) è stato spedito dal ricco padre del bel Dickie Greanleaf (Jude Law) sulle tracce del figlio che non dà più notizie al facoltoso genitore.

"Scovalo e riportalo in America" è la richiesta.

L'inviato speciale trova subito il coetaneo, che se la spassa allegramente tra Ischia e Capri (chiamalo fesso!) con la bionda fidanzata Margie Sherwood (Gwyneth Paltrow). 

I due diventano amiconi di zingarate.

Il dolce far niente (a spese di papà) li porta a Napoli, poi a Roma e quindi a Sanremo.

Finchè durante una gita in barca, il viziato figlio di papà sbraita all'amico: "vattene, non ti voglio più vedere".

La reazione è concentrata in un remo spaccato sulla testa, proseguendo poi la vicenda (ormai siamo in ballo) rubandogli soldi ed identità.

Riuscirà a farla franca?

IL TALENTO DI MR. RIPLEY è un morboso e passabile giallo psicologico del regista Anthony Minghella, tratto da un romanzo di Patricia Highsmith, in passato portato sullo schermo da Renè Clement (Delitto in pieno sole).

Da sottolineare l'attrazione gay che sembra unire carnefice e vittima , inesorabilmente divisi dall'estrazione sociale. Meglio: dal portafoglio.

Bravo Matt Damon.

Nel cast troviamo anche Cate Blanchett (interpreta Meredith Logue), Sergio Rubini (nella parte dell'Ispettore Roverini) e un sorprendente Rosario Fiorello.