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LEMONY SNICKET - UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI

Usa. Il candido e paffuto banchiere Poe, tutore pro tempore, affida i tre fratellini Baudelaire, rimasti orfani nel rogo della loro casa, a uno zio, attore fallito, il sadico conte Olaf (Jim Carrey).

I genii in erba Violet e Klaus e la piccola Sunny, sbattuti in cucina a far gli sguatteri, si accorgono presto che il poco affettuoso congiunto vuole mandarli al creatore per arraffare la loro ingente eredità.

Usciti miracolosamente indenni da vari tentati omicidi, si fanno il giro del parentado, dallo zio esploratore Monty, subito trapassato, alla tremebonda zia Josephine (Meryl Streep).

Ma il nobiluomo non demorde, sempre più ansioso di sgraffignare le ricchezze degli sfortunati ragazzi.

Ce la faranno i nostri piccoli eroi a salvare anima e malloppo?

LEMONY SNICKET - Una serie di sfortunati eventi è una bizzarra favola nerissima visivamente bella, in bilico tra favola e incubo, del dotato Brad Silberling, che gareggia con merito con lo specialista del settore Tim Burton.

Immersa in un'atmosfera horror-gotica carica di grottesca fantasia, che potrebbe mettere qualche imprevisto brivido agli spettatori più verdi.

Jim Carrey in un eccesso di istrionismo dà sfogo alle sue arti trasformistiche tra fiamme, serpenti, sanguisughe e trucchi superlativi e talora orripilanti, premiati con l'Oscar.

Strepitosa (ma non è una novità) anche la Streep.

Alla fine rimane solo una domanda (inutile): cinema per ragazzi o per adulti che vogliono tornare piccini?

A.I. - INTELLIGENZA ARTIFICIALE

In un lontano futuro. Dopo lo scioglimento della calotta polare gli oceani hanno sommerso il mondo e decimato la popolazione.

Il robot bambino David (Haley Joel Osment), ultimo modello ideato dal dottor Hobby (William Kurt), è adottato dai ricchi umani Monica (Frances O' Connor) e Henry per rimpiazzare il figlioletto in coma Martin.

L'ospite è felice nella nuova casa, dove chiede solo di essere amato, ma dopo la guarigione del fratellino, la "mamma" l'abbandona nel bosco.

Vagando con l'orsetto giocattolo (parlante) Teddy, incontra il gigolò meccanico Joe (Jude Law), che gli evita la rottamazione e lo porta nell'arena, dove il pubblico impietosito lo salva da una fine orrenda.

L'incontro con la Fata Turchina è il preludio, duemila anni dopo, al ritorno a casa.

A.I. - INTELLIGENZA ARTIFICIALE è un originale e affascinante, ma anche fluviale e dispersivo kolossal tecnologico di mastro Steven Spielberg, che stilisticamente e tecnicamente non si discute, già interminabile progetto del maestro Stanley Kubrick.

Una favola triste, addirittura angosciosa ed angosciante, che mescola E.T., Pinocchio e BLADE RUNNER, dando vita a un film complesso e commerciale allo stesso tempo.

Insomma filosofia e fantascienza, merce caldamente sconsigliabile ai bambini.

Con quesiti sulle questioni etiche della scienza, sul futuro della specie umana e delle intelligenze artificiali, sulle responsabilità morali degli uomini verso gli esseri da loro creati, con la presunzione umana, la presunzione di sostituirsi a Dio.

Haley Joel Osment faceva già intravedere di essere un mostro. Di talento, si intende.

Non un capolavoro, infatti a tratti affascina ed emoziona, a tratti infastidisce e annoia.

Comunque da vedere.

IL NEMICO ALLE PORTE

Stalingrado, 1942. La città è stretta nella morsa nazista e ogni metro di terreno viene conteso armi in pugno. L'ordine di Mosca è perentorio: dovete arginare l'attacco tedesco con un fucile a coppia, quando uno muore, l'altro continua da solo.

Chi tentenna sarà giustiziato dal "fuoco amico".

Perbacco, che mira ha il cacciatore di lupi ucraino Vassili Zaitsev (Jude Law), presto additato come simbolo della resistenza sovietica.

Il commissario politico Danilov (Joseph Fiennes) lo segnala al Cremlino, facendone un potente mezzo di propaganda, mentre a Berlino si rodono il fegato.

Finchè dalla Germania parte, proprio per abbattere il fastidioso collega che abbatte tedeschi uno dopo l'altro, l'esperto maggiore Konig (Ed Harris), subito depistato dal bimbo Sasha, il fratellino della bella soldatessa Tania (Rachel Weisz), in tenero flirt con l'imprendibile cecchino.

Fuoco a volontà, fino allo scontro finale.

IL NEMICO ALLE PORTE è uno spettacolare e rumorosissimo dramma bellico che il regista francese Jean-Jacques Annaud, così imparziale da buttare tutti nel pentolone dei cattivi, realizza prendendo spunto da un soldato realmente esistito e distintosi nella gigantesca battaglia di Stalingrado.

Soluzione geniale per evitare allo spettatore di schierarsi mentre la celebre e sanguinosa battaglia si riduce a una sfida western, tra musiche inadeguate che non coinvolgono ma annoiano.

Il suo punto di forza nella scenografia che è irta di ostacoli costituiti da filo spinato, trincee e tunnel che divengono una manifestazione esteriore dei tormenti che dilaniano i protagonisti.

Belle le scene di battaglie e la Weisz è deliziosa persino vestita da bolscevica.

CONTAGION

Minneapolis (Usa). Appena tornata da Hong Kong, la manager Beth Emhoff (Gwyneth Paltrow) tossisce e ha la febbre alta. Inutilmente il marito Mitch (Matt Damon) tenta di aiutarla. Ricoverata d’urgenza, la donna muore, seguita dal suo bambino.

Al vedovo non resta che disperarsi e pensare alla figlia più grande, Jory, che per fortuna era via.

Nelle stesse ore e giorni, da San Francisco a Hong Kong, da Londra a Tokyo molti altri hanno i suoi sintomi.

Da qualche parte «il pipistrello sbagliato ha incontrato il maiale sbagliato», suppone non a torto Erin Mears (Kate Winslet), del Centro americano per il controllo e la prevenzione delle malattie, e ne è nato un virus violento e mortale che aggredisce l’umanità.

Mentre si evidenzino le ragioni (ma anche la paranoia) del fustigatore mediatico (Jude Law) di qualsiasi complotto (vero o presunto), l'immunologo Ellis Cheever (Laurence Fishburne) corre contro il tempo nella ricerca di una cura e il controllo del panico che si diffonde progressivamente ovunque.

CONTAGION del discontinuo regista Steven Soderbergh è un angoscioso, ben confezionato thriller pandemico, che immagina un mondo nel panico per un morbo misterioso ed invincibile.
Però dopo l'ottimo inizio la storia si affloscia e lo scorrere (lento) del film, non lascia mai spazio ad episodi avvincenti o a colpi di scena o perlomeno a qualcosa che non sia scontato.

Più che ad una sceneggiatura, sembra seguire il resoconto giornalistico di un fatto di cronaca: la scoperta del virus, il diffondersi dello stesso, i tanti morti, la scoperta del vaccino e la distribuzione dello stesso. Con la trovata (non disprezzabile) di far partire la storia dal giorno numero 2.

Il principio della fine verrà reso noto solo all'ultimo fotogramma.

Alla fine, dopo tanta tosse, la domanda rimane: qual'è il messaggio che mi doveva arrivare? A cosa serviva un cast cosi ricco?

Da stomaci forti l'autopsia a cranio scoperto.

RITORNO A COLD MOUNTAIN

Cold Mountain (North Carolina), 1861. Il timido montanaro Inman (Jude Law) si innamora al primo incrociar di sguardi della colta e delicata cittadina Ada Monroe (Nicole Kidman), giunta in loco col placido papà reverendo (Donald Sutherland).

Scoppia presto la guerra e il giovanotto, indossata la divisa di panno grigio dei sudisti, parte col fucile in spalle, con un unico casto bacio nella mente e nel cuore.

Tornerò! E io ti aspetterò!!

Nauseato dalla tremenda battaglia di Petersburg (una reale carneficina, uno degli scontri più brutali della guerra di secessione americana nda), dove viene anche ferito, non appena ripresosi, butta la giubba e decide di disertare per raggiungere, a piedi, l`amata Ada che sta difendendo con le unghie e con i denti la sua fattoria ( e non solo, visto l'interesse per l'articolo da parte dei malvagi cacciatori di disertori) dopo la morte del padre.

Mentre lui, in marcia, accarezza la sua foto, lei gli scrive palpitanti lettere.

Per fortuna della delicata ragazza, che non ha un capello fuori posto, arriva come manna dal cielo a sostenerla con un atteggiamento da maschiaccio la selvatica cowgirl Ruby Thewes (Renèe Zellwegger).

E narrando del viaggio dell'uno e della difesa dell'altra sarà una prova dura per entrambi.

Storia di due innamorati che quasi non si conoscono questo kolossal sentimental-bellico del dispersivo Anthony Minghella, che distilla rare emozioni nel resoconto della guerra civile, gonfio di romanticismo e gravido di violenza.

Tre stelle per la confezione anche grazie alla scenografia di Dante Ferretti, che attraverso immagini di toccante e limpida nostalgia, restituiscono la credibile atmosfera di un’America rurale, reinventata fra valli e montagne della Romania, dove è stato girato visto che gli States non sono più quelli di una volta.

GATTACA - LA PORTA DELL'UNIVERSO

Centro spaziale di Gattaca, in un futuro non meglio specificato insomma chissà quando. Vincent Freeman (Ethan Hawke), in un mondo governato dall'ingegneria genetica che divide gli esseri umani in Validi (concepiti in provetta col DNA manipolato) e Non Validi (gli altri, nati col vecchio sistema, quello tradizionale dell'unione uomo-donna), considerati dei paria, è stato concepito con quest'ultimo diciamo... mezzo.

E' quindi molto più vulnerabile del fratello Anton (Loren Dean), nato in provetta.

Eppure il giovanotto riesce ad infiltrarsi nella casta dei superdotati: acquista infatti la materia grigia del cervellone inglese Jerome Morrow (Jude Law), finito su una sedia a rotelle dopo un incidente e diventato suo complice, e assume la sua identità.

Viene così selezionato tra i cosmonauti scelti per esplorare lontane galassie iniziando da Titano, satellite di Saturno.

Tutti cascano nella finzione, anche la bionda collega Irene (Uma Thurman), finchè l'uccisione del direttore dell'Agenzia spaziale induce l'ispettore Hugo (Alan Arkin) a sospettare proprio di lui.

Ma è il vero colpevole?

GATTACA - LA PORTA DELL'UNIVERSO è un fumetto fantascientifico con profonde venature di giallo, primo film del neozelandese Andrew Niccol, anche sceneggiatore, che si inerpica lungo gli sconosciuti sentieri dell'eugenetica, l'ingegneria genetica, facendosi apprezzare più per l'effetto scenico e l'idea di fondo, bizzarra ed originale (ma, visti i giorni che viviamo, proprio fantascientifica?) che nello svolgimento del racconto.

In questo “mondo nuovo” così asettico e totalitario, così soft nella mimetizzata violenza del potere, l'altezzosa Uma Thurman e il monocorde Ethan Hawke sembrano perfetti.

IL TALENTO DI MR. RIPLEY

Nell'immaginaria isola di Mongibello (Italia), 1958. Lo squattrinato Tom Ripley (Matt Damon) è stato spedito dal ricco padre del bel Dickie Greanleaf (Jude Law) sulle tracce del figlio che non dà più notizie al facoltoso genitore.

"Scovalo e riportalo in America" è la richiesta.

L'inviato speciale trova subito il coetaneo, che se la spassa allegramente tra Ischia e Capri (chiamalo fesso!) con la bionda fidanzata Margie Sherwood (Gwyneth Paltrow). 

I due diventano amiconi di zingarate.

Il dolce far niente (a spese di papà) li porta a Napoli, poi a Roma e quindi a Sanremo.

Finchè durante una gita in barca, il viziato figlio di papà sbraita all'amico: "vattene, non ti voglio più vedere".

La reazione è concentrata in un remo spaccato sulla testa, proseguendo poi la vicenda (ormai siamo in ballo) rubandogli soldi ed identità.

Riuscirà a farla franca?

IL TALENTO DI MR. RIPLEY è un morboso e passabile giallo psicologico del regista Anthony Minghella, tratto da un romanzo di Patricia Highsmith, in passato portato sullo schermo da Renè Clement (Delitto in pieno sole).

Da sottolineare l'attrazione gay che sembra unire carnefice e vittima , inesorabilmente divisi dall'estrazione sociale. Meglio: dal portafoglio.

Bravo Matt Damon.

Nel cast troviamo anche Cate Blanchett (interpreta Meredith Logue), Sergio Rubini (nella parte dell'Ispettore Roverini) e un sorprendente Rosario Fiorello.

ERA MIO PADRE

Illinois (USA) 1931, anni del proibizionismo. Il taciturno ed affettuoso padre di famiglia Michael "l'angelo" Sullivan (Tom Hanks), sposato con la rassegnata Annie, è, segretamente, il killer di punta del gangster irlandese John Rooney (Paul Newman),che controlla tutte le attività illecite e che lo considera il figlio che avrebbe voluto, apprezzandolo ben più dell'inetto figlio Connor.

Una notte, dopo averlo seguito di nascosto, di un sanguinoso regolamento di conti è terrorizzato testimone il primo figlio del sicario, Michael junior (Tyler Hoechlin): terrà il segreto, si affretta a giurare il padre al boss.

Niente da fare, la moglie e il figlio più piccolo di Sullivan vengono mandati al Creatore, mentre il papà e il ragazzino cominciano a girovagare per salvare la pelle e preparare la vendetta, inseguiti dal sadico killer fotografo dei morituri Maguire (Jude Law).

Si innesca una reazione a catena, e Sullivan non potrà far altro che ingaggiare una lotta con la malavita, un percorso che lo porterà alla liberazione solo a costo dell' annientamento, per garantire al figlio superstite un futuro "pulito"

ERA MIO PADRE è un bellissimo e struggente dramma poliziesco con personaggi da tragedia greca, diretto bene dal regista Sam Mendes, al suo secondo film dopo lo scabroso dramma social-familiare AMERICAN BEAUTY. Film nel quale Tom Hanks affronta anche il primo ruolo da "cattivo", ruolo che l'attore disegna in tutta la sua crudeltà, ma anche nella sua umanità.

Un film cupo, disperato ed angosciante, dove la pioggia incessante bagna i volti induriti dei magnifici protagonisti, incastrati nelle tremende scelte imposte dai rispettivi ruoli.

Da cineteca l'interpretazione di Paul Newman, in un ruolo storicamente del padrino Marlon Brando, fatta senza ghirigori, ma magistralmente capace di far comprendere lo strazio del padre sottomesso alle ineluttabili regole d'onore.

Assolutamente consigliata la visione.