Ochopee (Florida). Difenderebbe mio nipote, ingiustamente accusato perchè nero?
La vecchina è tosta e determinata, ma è la bella avvocatessa Laurie (Kate Capshaw) a convincere il marito Paul Armstrong (Sean Connery), stimato ed austero docente di diritto penale laureato ad Harvard.
La missione disperata si chiama Bobby Earl Ferguson, giovane laureato nero in cella da otto anni con l'accusa infamante di aver violentato e strangolato una bimba bianca.
In attesa della pena di morte: sedia elettrica.
La signora, che ha conosciuto l'imputato in un altro processo, si è convinta della sua innocenza: è stato il poliziotto di colore Tanny Brown (Laurence Fishburne) a incastrarlo, estorcendo una confessione a suon di botte.
Il professore incontra il detenuto che gli bisbiglia: un compagno di prigionia, il luciferino Blair Sullivan (Ed Harris), mi ha confessato il delitto.
Atroce sorpresa tra le paludi.
LA GIUSTA CAUSA è un ingarbugliato thriller anni '90 con ambizioni sociali, che nella prima parte batte il tamburo dei pregiudizi razziali, schierandosi contro il dente per dente, ovvero la pena di morte.
In effetti come inizio non male, con un efficace ambientazione in una torrida florida non balneare profondamente razzista.
Peccato che la sceneggiatura, messe da parte le diatribe morali, si perda per strada, adottando soluzioni improbabili fino ad un "colpo di scena" finale, rozzo e sanguinario, in realtà piuttosto prevedibile.
Anche Sean Connery, nelle vesti di avvocato-investigatore, sembra alquanto spaesato. Ed Harris interpreta il Lecter di turno con licenza di andare sopra le righe (forse troppo).
Alla fine il migliore risulta Fishburne e non è una sorpresa.
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IL NEMICO ALLE PORTE
Stalingrado, 1942. La città è stretta nella morsa nazista e ogni metro di terreno viene conteso armi in pugno. L'ordine di Mosca è perentorio: dovete arginare l'attacco tedesco con un fucile a coppia, quando uno muore, l'altro continua da solo.Chi tentenna sarà giustiziato dal "fuoco amico".
Perbacco, che mira ha il cacciatore di lupi ucraino Vassili Zaitsev (Jude Law), presto additato come simbolo della resistenza sovietica.
Il commissario politico Danilov (Joseph Fiennes) lo segnala al Cremlino, facendone un potente mezzo di propaganda, mentre a Berlino si rodono il fegato.
Finchè dalla Germania parte, proprio per abbattere il fastidioso collega che abbatte tedeschi uno dopo l'altro, l'esperto maggiore Konig (Ed Harris), subito depistato dal bimbo Sasha, il fratellino della bella soldatessa Tania (Rachel Weisz), in tenero flirt con l'imprendibile cecchino.
Fuoco a volontà, fino allo scontro finale.
IL NEMICO ALLE PORTE è uno spettacolare e rumorosissimo dramma bellico che il regista francese Jean-Jacques Annaud, così imparziale da buttare tutti nel pentolone dei cattivi, realizza prendendo spunto da un soldato realmente esistito e distintosi nella gigantesca battaglia di Stalingrado.
Soluzione geniale per evitare allo spettatore di schierarsi mentre la celebre e sanguinosa battaglia si riduce a una sfida western, tra musiche inadeguate che non coinvolgono ma annoiano.
Il suo punto di forza nella scenografia che è irta di ostacoli costituiti da filo spinato, trincee e tunnel che divengono una manifestazione esteriore dei tormenti che dilaniano i protagonisti.
Belle le scene di battaglie e la Weisz è deliziosa persino vestita da bolscevica.
PAIN & GAIN - MUSCOLI E DENARO
Miami, Florida, anni '90. Daniel Lugo (Mark Wahlberg) è allenatore in una palestra e body builder appassionato di fitness. Deciso, meglio, ossessionato dall'idea di avere successo, diventare ricco e coronare il "sogno americano", riesce così a coinvolgere due amici, Doyle e il pio gigante Doorball (Dwayne "The rock" Johnson), come lui ossessionati dalla forma fisica e non particolarmente brillanti. Insomma il Q.I. è al livello dei criceti.Il piano è quello di rapire un antipatico riccone ebreo-colombiano (???), cliente della palestra in cui lavora, torturarlo, farsi trasferire i suoi averi e vivere alla grande.
Il problema è che lo sciroccato trio non è assolutamente in grado di escogitare un piano efficace, non rendendosi conto, per di più, dell'assurdità dell'azione che stanno per compiere.
Tra steroidi e belle donne, l'esito dell'operazione si rivelerà un disastro.
Tratto da una storia vera, malgrado sembri una perfetta ed inventata black comedy, PAIN & GAIN - MUSCOLI E DENARO, diretto da Michael Bay, che lasciatisi momentaneamente i Transformers alle spalle ha potuto finalmente realizzare il sogno di una produzione con un budget decisamente meno imponente (anche se non propriamente low visti gli attori ingaggiati), è un thriller d'azione in cui a farla da padrone non sono tanto le azioni assurde e al limite della demenza che i personaggi compiono, quanto piuttosto l'inconsapevolezza e la leggerezza mostrate nell'intraprenderle.
Pur divertente (e patinato), non vuole essere un film comico, non si cerca di far ridere il pubblico con le disavventure di un gruppo di criminali balordi ma simpatici: i tre culturisti capitanati da Daniel hanno le idee molto chiare su ciò che vogliono e come ottenerlo, e non si fanno alcuno scrupolo nel compiere atti criminali; semplicemente sono troppo stupidi per portare a termine con successo la loro missione.
Così lo spettatore non cerca un lieto fine (sin dall'inizio, e anche nel corso del film, ci viene ricordato che gran parte di quello che vediamo succedere è purtroppo accaduto realmente, anche se si fa fatica a crederlo) né, tantomeno, gli è chiesto di parteggiare o partecipare emotivamente alle sorti dei personaggi.
Quello che rimane, assistendo alle ridicole "prodezze" di una banda di scimuniti gonfi di steroidi, è l'amara constatazione di quanto sia facile per qualsiasi individuo sufficientemente motivato scordare ogni regola morale e di buon senso. E che il mix ambizione e stupidità può portare a effetti tragici.
Insomma il film è una vertiginosa saga criminale, veloce, intelligente, cattiva, in qualche modo ambiziosa e incredibilmente ironica, in grado di strappare più di un sorriso. Amaro.
40 CARATI
New York. Condannato a 25 anni per aver rubato un grosso e prezioso diamante appartenente ad un avido e discutibile uomo d'affari, Nick Cassidy (Sam Worthington) ha approfittato della licenza concessagli in occasione del funerale del padre per evadere. Con gran faccia tosta e sotto falsa identità ha preso alloggio in una camera al ventiduesimo piano del lussuoso Roosevelt Hotel e ha ordinato dello champagne; quindi, cancellate accuratamente le proprie impronte, è uscito dalla finestra e ora pencola sul vuoto a 78 metri dal suolo, minacciando di gettarsi giù.
Sono innocente, tuona, mentre la folla guarda all'insù, e voglio trattare solo con la bionda negoziatrice Lydia Spencer (Elizabeth Banks) nota a tutti per aver tentato senza successo di evitare un tentativo di suicidio qualche tempo prima.
Altrimenti mi butto.
| GENESIS RODRIGUEZ |
40 CARATI è un avvincente e adrenalinico poliziesco, anche se tirato un pò per le lunghe e raramente plausibile, severamente vietato a chi soffre di vertigini.
Certo la figura del poliziotto innocente incastrato in un gioco più grande di lui non è il massimo dell'originalità.
Genesis Rodriguez effettua il colpo del secolo (poco) vestita come se fosse a un provino per spogliarelliste (però, che fisico!!!).
Non si salva neanche la Banks (poco convincente) e anche Ed Harris sembra eccedere nel tratteggiare con perfidia il ruolo del rapace magnate David Englander.
Insopportabile la folla che parteggia per il protagonista come se fosse allo stadio; ancora peggio lo stucchevole finale...
THE TRUMAN SHOW
Seahaven (Usa). L'esistenza del timido assicuratore Truman Burbank (Jim Carrey), sposato alla dolce infermiera Meryl (Laura Linney) scorre senza scosse per i primi trent'anni (un po' meno: 10909 giorni).
Tutti lisci come l'olio nella tranquilla e agiata comunità suburbana.
Un giorno, però (con ritardo rispetto agli spettatori), scopre che questo quadro idilliaco è una gigantesca messinscena.
Un giorno, però (con ritardo rispetto agli spettatori), scopre che questo quadro idilliaco è una gigantesca messinscena.
In pratica è l'ignaro protagonista di una soap opera, nientemeno che il più grande successo della storia della Tv, allestita in uno studio televisivo grande come un'intera regione di cui è l'unica persona vera filmata da telecamere invisibili.
Infatti il "Truman Show" è un programma televisivo con alti indici di gradimento e ingenti introiti pubblicitari, che lo riprende giorno e notte, impiegando circa cinquemila telecamere e va in onda da quando è nato, abbandonato in fasce dai genitori e praticamente "adottato" dal network.
Tutti gli altri sono attori, guidati dal produttore-demiurgo Christov (!!!) ( Ed Harris).
Originalissimo, spiritoso eppure angosciante film d'autore dell'australiano Peter Weir che con THE TRUMAN SHOW, che deve il suo successo alla bella sceneggiatura, irruppe sul grande schermo con una profezia tanto azzardata quanto azzeccata.
Infatti il "Truman Show" è un programma televisivo con alti indici di gradimento e ingenti introiti pubblicitari, che lo riprende giorno e notte, impiegando circa cinquemila telecamere e va in onda da quando è nato, abbandonato in fasce dai genitori e praticamente "adottato" dal network.
Tutti gli altri sono attori, guidati dal produttore-demiurgo Christov (!!!) ( Ed Harris).
Originalissimo, spiritoso eppure angosciante film d'autore dell'australiano Peter Weir che con THE TRUMAN SHOW, che deve il suo successo alla bella sceneggiatura, irruppe sul grande schermo con una profezia tanto azzardata quanto azzeccata.
La previsione di una televisione dal superpotere sempre più incontrollato e dell’impatto che i reality show avrebbero avuto sui telespettatori si attuerà da li a poco.
Notevole l'idea e l'ambiziosa, astuta e crudele metafora della vita.
Notevole l'idea e l'ambiziosa, astuta e crudele metafora della vita.
Buono il ritmo, le trovate si susseguono (le pubblicità, le azioni delle comparse, che si mettono in movimento quando Truman passa, il terrore inculcatogli per navi, col "padre" scomparso in mare e aerei, un poster con un fulmine che ne trapassa uno, perché non deve lasciare la città).
Tutto funziona, compresa la sua lenta presa di coscienza del bluff.
Altro miracolo: lo smorfioso Jim Carrey divenne di colpo un attore coi fiocchi.
Tutto funziona, compresa la sua lenta presa di coscienza del bluff.
Altro miracolo: lo smorfioso Jim Carrey divenne di colpo un attore coi fiocchi.
LEZIONI DI ANATOMIA
Usa. Il dodicenne orfano Frank (Michael Patrick Carter) è turbato dalla propria ignoranza sessuale: una donna nuda non l'ha mai vista.
Così si convince, al pari degli assatanati amichetti Kevin e Brad, che se riescono a vedere una donna nuda tutto si chiarirà.
Quindi per colmare la riprovevole lacuna, rompe il salvadanaio e con gli amichetti scende in bici in città.
Ecco quel che fa per noi, la bionda squillo V (Melanie Griffith) che accetta, per 103 dollari e 60 centesimi, di spogliarsi davanti ai ragazzini.
La fanciulla, commossa per il furto dei velocipedi subito dai ragazzini, accompagna il giovanissimo cliente fino a casa, dove è presentata come la prof di matematica al papà vedovo, il botanico Tom (Ed Harris).
Quasi passabile commedia sui primi turbamenti dell'adolescenza, cui non giova l'inutile parentesi gialla (la storia è indebolita da una sottotrama con l'intervento di un piccolo boss della malavita).
Ogni tanto si ride, naturalmente: al dialogo fra tre ragazzini, “E chi è Grace Kelly?”, “Un famoso pagliaccio”, “Ma no, era una principessa”; oppure allo scambio di battute “Lei ha mai avuto un blocco?”, “Sì. Per tutta la vita”.
Rimane comunque un po' troppo melensa, pruriginosa ma casta, e nonostante le allusioni del demenziale titolo tradotto (l'originale è Milk Money), si limita a sbirciare nella generosa scollatura dell'ancora in gambe (all'epoca), attrice star Melanie Griffith, che interpreta con brio e convinzione la prostituta dal cuore d'oro.
Così si convince, al pari degli assatanati amichetti Kevin e Brad, che se riescono a vedere una donna nuda tutto si chiarirà.
Quindi per colmare la riprovevole lacuna, rompe il salvadanaio e con gli amichetti scende in bici in città.
Ecco quel che fa per noi, la bionda squillo V (Melanie Griffith) che accetta, per 103 dollari e 60 centesimi, di spogliarsi davanti ai ragazzini.
La fanciulla, commossa per il furto dei velocipedi subito dai ragazzini, accompagna il giovanissimo cliente fino a casa, dove è presentata come la prof di matematica al papà vedovo, il botanico Tom (Ed Harris).
Quasi passabile commedia sui primi turbamenti dell'adolescenza, cui non giova l'inutile parentesi gialla (la storia è indebolita da una sottotrama con l'intervento di un piccolo boss della malavita).
Ogni tanto si ride, naturalmente: al dialogo fra tre ragazzini, “E chi è Grace Kelly?”, “Un famoso pagliaccio”, “Ma no, era una principessa”; oppure allo scambio di battute “Lei ha mai avuto un blocco?”, “Sì. Per tutta la vita”.
Rimane comunque un po' troppo melensa, pruriginosa ma casta, e nonostante le allusioni del demenziale titolo tradotto (l'originale è Milk Money), si limita a sbirciare nella generosa scollatura dell'ancora in gambe (all'epoca), attrice star Melanie Griffith, che interpreta con brio e convinzione la prostituta dal cuore d'oro.
APPALOOSA
New Mexico, 1882. Virgil Cole (Ed Harris) e Everett Hitch (Viggo Mortensen), due pistoleros di rara abilità che cavalcano insieme, si sono fatti la fama di pacificatori nelle città senza legge sorte in quelle terre selvagge, insomma arrivano e riportano l'ordine in quelle cittadine vessate dai fuorilegge.
Cole è un self made man scontroso e riservato, sempre alla ricerca del termine esatto, Hitch, il suo vice, soldato congedato addestrato a West Point, è il vice di poche parole e lunghi sguardi. La loro meta è Appaloosa, una piccola cittadina di polvere, spari e minatori nel New Mexico, disarmata dal temibile Randall Bragg (Jeremy Irons), spietato e potente ranchero col vizio del Winchester e dello scontro a fuoco.
Dopo l'assassinio dello sceriffo della cittadina, Cole e Hitch vengono ingaggiati per difendere la città e assicurare il colpevole Bragg alla giustizia ma l'arrivo in stazione della smaliziata vedova Allison French (Renée Zellweger), cioè "francese", un nome che promette delizie e nequizie, con l'aggiunta di essere un' appassionata frequentatrice di maschi dominanti, sconvolgerà il gioco, abbindolerà buoni e cattivi, alterando gli equilibri dietro la tastiera di un pianoforte e dentro le lenzuola, con merletti e tramonti.
Anche se quando il fido Hitch, vice dal cuore d'oro e dai principi morali solidi come il piombo delle sue pallottole, vede il roccioso Cole sciogliersi come un gelato al sole per quella femmina così educata, intraprendente («e pulita!»), capisce che i pericoli, per lui e l'amico, non vengono solo dal feroce gangster locale, né dall'opportunismo dei politicanti che li hanno assunti per ripulire il paese. Offerta, come solo lui potrebbe, una chance allo sceriffo (amico) innamorato, dovrà ripartire “cavalcando lentamente verso ovest”. Altre terre, altri orizzonti.
Appaloosa, diretto da Ed Harris, è proprio un film di genere, un western, con un piede piantato nella tradizione (amicizia virile, sparatorie, un paesino tiranneggiato dal solito possidente-bandito) e l'altro proteso a esplorare terreni meno battuti.
Una vera e propria dichiarazione d'amore al western più classico, quello d'azione e di attesa, fatto di suspence, inseguimenti, lunghi attimi di sospensione prima dello scontro mortale, colpi di scena e soprattutto amicizia virile, come in tutti i western, dove la donna è quasi sempre ragione di impicci, rotture, o quantomeno malintesi.
Ed Harris, rughe autentiche e anima romantica, infarcisce Appaloosa di rinvii sotterranei, metafilmici o espliciti del western-spaghetti, sia pure filtrati attraverso Eastwood, Costner e Walter Hill. Seminando omaggi ai registi che ama, Sergio Leone in primis, il regista tiene strette le redini e gioca con la scala dei campi e dei piani: dai campi lunghissimi al campo medio, dalla figura intera al primo piano, con i movimenti lenti dei protagonisti ripresi perfettamente o concentrandosi sulla psiche del personaggio evocato nel quadro.
E tra i punti di forza del film certamente i dialoghi: secchi, ironici, essenziali, volentieri taglienti.
Cole è un self made man scontroso e riservato, sempre alla ricerca del termine esatto, Hitch, il suo vice, soldato congedato addestrato a West Point, è il vice di poche parole e lunghi sguardi. La loro meta è Appaloosa, una piccola cittadina di polvere, spari e minatori nel New Mexico, disarmata dal temibile Randall Bragg (Jeremy Irons), spietato e potente ranchero col vizio del Winchester e dello scontro a fuoco.
Dopo l'assassinio dello sceriffo della cittadina, Cole e Hitch vengono ingaggiati per difendere la città e assicurare il colpevole Bragg alla giustizia ma l'arrivo in stazione della smaliziata vedova Allison French (Renée Zellweger), cioè "francese", un nome che promette delizie e nequizie, con l'aggiunta di essere un' appassionata frequentatrice di maschi dominanti, sconvolgerà il gioco, abbindolerà buoni e cattivi, alterando gli equilibri dietro la tastiera di un pianoforte e dentro le lenzuola, con merletti e tramonti.
Anche se quando il fido Hitch, vice dal cuore d'oro e dai principi morali solidi come il piombo delle sue pallottole, vede il roccioso Cole sciogliersi come un gelato al sole per quella femmina così educata, intraprendente («e pulita!»), capisce che i pericoli, per lui e l'amico, non vengono solo dal feroce gangster locale, né dall'opportunismo dei politicanti che li hanno assunti per ripulire il paese. Offerta, come solo lui potrebbe, una chance allo sceriffo (amico) innamorato, dovrà ripartire “cavalcando lentamente verso ovest”. Altre terre, altri orizzonti.
Appaloosa, diretto da Ed Harris, è proprio un film di genere, un western, con un piede piantato nella tradizione (amicizia virile, sparatorie, un paesino tiranneggiato dal solito possidente-bandito) e l'altro proteso a esplorare terreni meno battuti.
Una vera e propria dichiarazione d'amore al western più classico, quello d'azione e di attesa, fatto di suspence, inseguimenti, lunghi attimi di sospensione prima dello scontro mortale, colpi di scena e soprattutto amicizia virile, come in tutti i western, dove la donna è quasi sempre ragione di impicci, rotture, o quantomeno malintesi.
Ed Harris, rughe autentiche e anima romantica, infarcisce Appaloosa di rinvii sotterranei, metafilmici o espliciti del western-spaghetti, sia pure filtrati attraverso Eastwood, Costner e Walter Hill. Seminando omaggi ai registi che ama, Sergio Leone in primis, il regista tiene strette le redini e gioca con la scala dei campi e dei piani: dai campi lunghissimi al campo medio, dalla figura intera al primo piano, con i movimenti lenti dei protagonisti ripresi perfettamente o concentrandosi sulla psiche del personaggio evocato nel quadro.
E tra i punti di forza del film certamente i dialoghi: secchi, ironici, essenziali, volentieri taglienti.
IL MISTERO DELLE PAGINE PERDUTE
Washington. Ce l'ha fatta a entrare nella stanza ovale della Casa Bianca, rischiando anche di essere accusato di sequestro di Presidente, lo scatenato cercatore di tesori Ben Gates (Nicolas Cage): c'è da difendere l'onore degli avi che vengono accusati di aver cospirato contro Abramo Lincoln. Con la bionda archeologa Abigail Chase (Diane Kruger) e l'appoggio esterno dell'ambiguo Sadusky (Harvey Keitel) insegue la mappa della città dell'oro. Il primo brandello l'ha trovato a Parigi, e ora, dopo che è riuscito a ottenere l'aiuto oltre che del padre Patrick (Jon Voight) anche della mamma Emily (Helen Mirren), è intenzionato a sbrogliare la matassa, riunendo, passo dopo passo, i tasselli del puzzle, sempre più intricato e foriero di sensazionali sorprese e colpi di scena.
Anche perchè c'è il losco Jeb Wilkinson (Ed Harris) che punta allo stesso risultato finale.
Ingarbugliato, frenetico, e poco appassionante seguito del primo National Treasure (titolo originale americano) conosciuto in Italia come il "Mistero dei Templari", che venne acclamato un po' ovunque come migliore film-clone di Indiana Jones, che parte addirittura dall'assassinio di Lincoln per impantanarsi tra tavolette antiche da decodificare, serrature e codici segreti.
Malgrado l'immissione di qualità derivante dalla partecipazione alla pellicola di grandi attori quali Ed Harris e Helen Mirren (la mamma del protagonista), senza dimenticare quelli già presenti, si segnala solo per qualche spruzzata di autoironia, un tumultuoso inseguimento tra le vie di Londra e un Presidente degli Stati Uniti disponibile e simpatico: la trama è ovviamente strampalata, così come molte delle situazioni che si trovano a vivere i protagonisti.
Abbastanza per permettere al film di raggiungere l'obiettivo principale: divertire e intrattenere il pubblico, facendogli passare due ore di avventura vecchio stile.
Nicolas Cage, come spesso gli capita, ha la stessa espressione dall'inizio alla fine, ma sembra a suo agio nei panni dell'eroe molto per caso.
THE ROCK
Alcatraz . Sbarca nell’isola, chiamata “The rock”, alla guida di una compagnia di marines mercenari, sequestrando i terrorizzati turisti in visita all’ex penitenziario, il generale pluridecorato Francis Kummel (Ed Harris).Raderò al suolo San Francisco e dintorni con dieci missili con letale gas nervino (ha già installato le batterie), se non mi darete sull’unghia venti milioni di dollari, quale risarcimento alle famiglie dei soldati americani caduti con onore sui campi del Vietnam e in Iran.
C’è poco da scherzare, intuisce presto l’Fbi, che convoca il giovane biochimico Stanley Goodspeed (Nicholas Cage), ma per fermare il folle militare ci vuole un superconoscitore dei menadri del carcere.
E chi meglio dell’anziano agente segreto britannico John Patrick Mason (Sean Connery) che marcisce in prigione da trent'anni e che è uno specialista di Alcatraz, essendo l'unico detenuto che sia mai evaso di lì?
Che faticaccia.
THE ROCK è un fumettone avventuroso tutt’azione, semiavvincente quanto inverosimile, dell’esordiente pubblicitario Michael Bay (lo stesso di Armageddon), assai più avvezzo ai catastrofici effetti speciali e agli assordanti sconquassi provocati dalle continue esplosioni, che al tratteggio psicologico dei personaggi.
Sommerso dall'estetica dello spreco e della distruzione esplosiva che domina nel cinema hollywoodiano, anche la leggendaria ironia di Sean Connery stenta a venire a galla.
THE ABYSS
Mar dei Caraibi. Parte dal fondo degli abissi, a 7500 metri di profondità, l'esseoesse: un sommergibile nucleare con targa degli Stati Uniti si è inabissato.
Si precipita in soccorso una squadra della marina militare comandata dall'irascibile tenente Coffey (Michael Biehn).
Inoltre vengono ingaggiati anche gli uomini di una piattaforma petrolifera subacquea, guidati da Bud Brigman (Ed Harris) con la bella moglie divorzianda Lindsey (Elizabeth Mastrantonio) al seguito.
Mentre si sgombra la zona dai molti cadaveri e si cerca di disinnescare le testate atomiche, appaiono ad intermittenza strane scie o lampi luminosi.
Chi l'ha detto che gli alieni non vivono nei fondali marini?
Per la precisione incappano in una razza sconosciuta di uomini pesce.
THE ABYSS è il film più costoso del non ancora esploso (all'epoca) James Cameron (TERMINATOR prima, TITANIC dopo) realizzato prendendo "2001 Odissea nello spazio", aggiungendo un pizzico di "E.T." e immergendo tutto nelle oscurità profonde dell'Oceano.
Il tutto per avere una fantastoria degli abissi costruita senza risparmio, con effetti speciali da oscar.
Il piacevole lato fiabesco (niente paura, questi alieni sono proprio buoni), che sovrasta l'approfondimento psicologico dei personaggi, lo rendono comunque gradevole.
APOLLO 13
Cape Kennedy, 11 aprile 1970. Viaggiano in direzione della Luna sul razzo Saturno V il cosmonauta esperto Jim Lovell (Tom Hanks) e i meno esperti Jack Swigert (Kevin Bacon) e Fred Haise (Bill Paxton).“Houston abbiamo un problema”, improvvisamente risuona nella base della Nasa a terra: c’è un problema a bordo della piccola navicella Apollo 13 lanciata in orbita dal razzo suddetto.
Cosa è successo? Il guasto tecnico è rappresentato dallo scoppio di un serbatoio per l’ossigeno, e a terra il centro di controllo della missione lunare diretto dal ruvido Gene Krantz (Ed Harris) prepara l’inatteso piano di emergenza per far rientare sani e salvi e tre viaggiatori dello spazio.
Anche se malato viene convocato Ken Mattingly (Gary Sinise), che avrebbe dovuto essere sulla navetta: farai delle simulazioni per capire quello che accade lassù e come metterci una pezza.
E mentre i tre cosmonauti s’apprestano ad affrontare nella speranza la difficile situazione, l’America a stelle e strisce attende col fiato sospeso.
APOLLO 13 è un enfatico, prolisso e scontato kolossal claustrofobico del regista Don Howard, che mette in scena una storia vera risalente al periodo avventuroso della conquista dello spazio con ammirevole senso dello spettacolo.
La suspense di questo thriller spaziale non è propriamente al massimo (la storia è nota, quindi scontata nel finale) e il film è pervaso da un eccessivo patriottismo, orgoglio yankee non raro per i filmoni hollywoodiani (“Non abbiamo mai perso un americano nello spazio, non cominceremo adesso.”)
Tanto è bastato per guadagnarsi due Oscar minori (montaggio e sonoro) su nove nomination.
Come già detto, nonostante il lavorio incessante degli esemplari protagonisti, chi conosce già l’episodio rischia di annoiarsi.
POTERE ASSOLUTO
Washington. Il maturo ladro solista Luther Withney (Clint Eastwood) s'introduce nella lussuosa villa dell'arcimiliardario Sullivan.
Il sistema di allarme non è un vero problema per un tipo tosto come lui, ma mentre il valido topo di appartamento fa razzia di collier e bracciali, rientra inattesa la padrona di casa.
Lui si rifugia in una cabina-armadio e dal finto specchio spia la signora con l'amante: è nientemeno che il Presidente degli Stati Uniti in persona, Alan Richmond (Gene Hackman).
Al presidente degli Stati Uniti non basta portarsi a letto la moglie del suo migliore amico e sostenitore, ma la picchia.
Lite furibonda.
Poi l'improvviso litigio degenera e gli uomini addetti alla sicurezza del Presidente, guidati dal duro Bill Burton (Scott Glenn), uccidono la donna prima che sia lei a uccidere il presidente, cancellando poi ogni traccia.
Così l'artista del furto si ritrova testimone di un omicidio ( e che omicidio!) e fugge.
Ma se il detective della omicidi Seth Frank (Ed Harris) sospetta del ladro e punta ad arrestarlo, i gorilla della Casa Bianca lo braccano per eliminarlo.
Scritto dal sagace William Goldman sulla base di un romanzo di David Baldacci, POTERE ASSOLUTO è un avvincente thriller con risvolti fantapolitici che conferma ad ogni passo l'abilità registica di Clint Eastwood.
Il regista costruisce un intrigo perfetto, riuscendo poi a sbrogliarlo in maniera decente. In pratica secondo le sue coordinate preferenziali: la giustizia messa in atto da un antieroe solitario (qui ladro gentiluomo), l’affetto familiare, la malinconia e il disprezzo per un potere sporco, ipocrita e corrotto.
Nella solita prova di un film fatto come creazione artigianale.
Gene Hackman, nella solita prova superiore alla media, dà un tocco di ironia al suo personaggio, un presidente assai poco irreprensibile, moralmente parlando, come gran parte di quelli della realtà.
Bill Clinton insegna.
Il sistema di allarme non è un vero problema per un tipo tosto come lui, ma mentre il valido topo di appartamento fa razzia di collier e bracciali, rientra inattesa la padrona di casa.
Lui si rifugia in una cabina-armadio e dal finto specchio spia la signora con l'amante: è nientemeno che il Presidente degli Stati Uniti in persona, Alan Richmond (Gene Hackman).
Al presidente degli Stati Uniti non basta portarsi a letto la moglie del suo migliore amico e sostenitore, ma la picchia.
Lite furibonda.
Poi l'improvviso litigio degenera e gli uomini addetti alla sicurezza del Presidente, guidati dal duro Bill Burton (Scott Glenn), uccidono la donna prima che sia lei a uccidere il presidente, cancellando poi ogni traccia.
Così l'artista del furto si ritrova testimone di un omicidio ( e che omicidio!) e fugge.
Ma se il detective della omicidi Seth Frank (Ed Harris) sospetta del ladro e punta ad arrestarlo, i gorilla della Casa Bianca lo braccano per eliminarlo.
Scritto dal sagace William Goldman sulla base di un romanzo di David Baldacci, POTERE ASSOLUTO è un avvincente thriller con risvolti fantapolitici che conferma ad ogni passo l'abilità registica di Clint Eastwood.
Il regista costruisce un intrigo perfetto, riuscendo poi a sbrogliarlo in maniera decente. In pratica secondo le sue coordinate preferenziali: la giustizia messa in atto da un antieroe solitario (qui ladro gentiluomo), l’affetto familiare, la malinconia e il disprezzo per un potere sporco, ipocrita e corrotto.
Nella solita prova di un film fatto come creazione artigianale.
Gene Hackman, nella solita prova superiore alla media, dà un tocco di ironia al suo personaggio, un presidente assai poco irreprensibile, moralmente parlando, come gran parte di quelli della realtà.
Bill Clinton insegna.
LA PROSSIMA VITTIMA
Los Angeles. E' bloccata in un ingorgo la felice madre di famiglia Karen McCann (Sally Field) proprio nel giorno del compleanno della sua figlia Megan.
E mentre parla con il cellulare con la figlia diciassettenne Julie, si trova costretta ad ascoltare, angosciata, impossibilitata ad intervenire, l'aggressione alla ragazza, stuprata ed uccisa nella casa vuota.
Grazie al lavoro del sergente Joe Denillo (Joe Mantegna) il colpevole, il pluripregiudicato Robert Doob (Kiefer Sutherland) è arrestato, processato ed infine prosciolto, da un giudice garantista, per un vizio di forma.
Karen disperata, in crisi professionale e in rotta anche col pur comprensivo ed addolorato marito Mack (Ed Harris) decide di farsi giustizia da sé.
LA PROSSIMA VITTIMA è un violento e morboso, corretto e scontato, dramma poliziesco del regista John Schlesinger in modalità stanco, nonostante le finezze nella descrizione dei rapporti familiari.
Tenta di creare atmosfere angosciose mentre si scaglia con sbrigativa esagerazione contro l'ottusa burocrazia (tutto il mondo è paese, verrebbe da dire) incartata su cavilli giudiziari.
Kiefer Sutherland, come cattivo, gigioneggia in modo imperdonabile, mentre Sally Field sembra alquanto improbabile come implacabile giustiziera.
E mentre parla con il cellulare con la figlia diciassettenne Julie, si trova costretta ad ascoltare, angosciata, impossibilitata ad intervenire, l'aggressione alla ragazza, stuprata ed uccisa nella casa vuota.
Grazie al lavoro del sergente Joe Denillo (Joe Mantegna) il colpevole, il pluripregiudicato Robert Doob (Kiefer Sutherland) è arrestato, processato ed infine prosciolto, da un giudice garantista, per un vizio di forma.
Karen disperata, in crisi professionale e in rotta anche col pur comprensivo ed addolorato marito Mack (Ed Harris) decide di farsi giustizia da sé.
LA PROSSIMA VITTIMA è un violento e morboso, corretto e scontato, dramma poliziesco del regista John Schlesinger in modalità stanco, nonostante le finezze nella descrizione dei rapporti familiari.
Tenta di creare atmosfere angosciose mentre si scaglia con sbrigativa esagerazione contro l'ottusa burocrazia (tutto il mondo è paese, verrebbe da dire) incartata su cavilli giudiziari.
Kiefer Sutherland, come cattivo, gigioneggia in modo imperdonabile, mentre Sally Field sembra alquanto improbabile come implacabile giustiziera.
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