Detroit. Si ritrovano a un funerale i 4 ex-delinquenti, l'irruento e poco immacolato Bobby (Mark Wahlberg), il musicista Jack (Garrett Hedlund), Angel (Tyrese Gibson) e Geremia (Andre Benjamin).
I quattro, due bianchi e due neri, si rispettano ed amano come fratelli. Infatti la donna morta in quella che apparentemente sembra una rapina in un negozio di alimentari finita male è la loro mamma adottiva (Fionnula Flanaghan).
La polizia, da prassi, sembra brancolare nel buio.
Inutile dire che i quattro fratelli vogliono scoprire la verità sulla morte della donna che li ha cresciuti e la teoria dell'esecuzione viene confermata passo dopo passo quando i quattro iniziano ad indagare da soli.
A chi aveva dato fastidio la rispettabile vecchina?
FOUR BROTHERS - QUATTRO FRATELLI è un buon thriller film dai forti connotati metropolitani. Il regista John Singleton fa della città (in questo caso Detroit, nevosa e fredda) e dei suoi quartieri più popolari in particolare, un vero personaggio della vicenda.
Una versione aggiornata ed urbana di un vecchio western (I 4 FIGLI DI KATIE ELDER), con Wahlberg al posto di John Wayne, i quartieri poveri di Detroit al posto delle lande sconfinate e le auto a sostituire i cavalli.
FOUR BROTHERS è una pellicola in cui la violenza è presente ma assolutamente funzionale alla storia, che appare ben sceneggiata ed interpretata da un cast all'altezza guidato dal suddetto Mark Wahlberg, che regge bene la parte del protagonista.
Il tema della famiglia e dell'unione (non di sangue perché i quattro sono stati tutti adottati) è sviluppato principalmente nella casa materna, che muta, soffre, viene ferita e rinasce come se fosse un essere umano. Qui i fratelli dimostrano la loro vera natura, che all'esterno appare violenta, ma che all'interno delle mura domestiche rivela legami reali e indistruttibili.
Buone le scene di azione, da manuale la sparatoria che distrugge la casa.
Piaciuto.
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THE FIGHTER
Lowell, Massachusetts (Usa), 1993. Asfalta le strade con il padre il fragile pugile part-time Micky Ward (Mark Wahlberg), separato e padre della piccola Kasie.Per manager ha l'avida, asfissiante ed egoista Alice (Melissa Leo), madre di altrettanti odiose figlie in fotocopia, oltre che del tossico Dicky Eklund (Christian Bale).
Lo schizzato Dickie è stato un pugile promettente e, così si narra, una volta ha addirittura messo al tappeto Sugar Ray Robinson. Sbruffone e sregolato, dopo un lampo di fama Dickie ha accartocciato la propria esistenza nei fumi del crack.
Micky, timido e schivo, è un vero talento ma, soffocato dalla ‘fama” di Dickie, idolatrato nella cittadina periferica in cui vivono, e dall’asfissiante e numerosa famiglia, non riesce a tirar fuori le proprie potenzialità.
Fino a quando Micky viene mandato allo sbaraglio in un incontro e da lì cresce pian piano il desiderio di affrancarsi da una famiglia davvero troppo pesante da sopportare.
L'incontro con l'avvenente barista Charlene (Amy Adams) offre un ulteriore impulso a questa separazione. Non sarà un percorso facile ma il fratellone sarà in grado di rimettere in riga la sua vita pur di spingere il fratellino verso il titolo.
E ora botte da orbi!!!
THE FIGHTER è un sofferto, emozionante dramma, ambientato in una di quelle cittadine operaie, dove tutti sono poveri e all'apparenza infelici, e che parla di personaggi e vicende reali.
Buon film di riscatto e perdono, costruito con una sceneggiatura che mette in risalto i rapporti e i conflitti coi personaggi, lasciando la boxe in un piano minore. Tutti gli elementi resi benissimo da un cast in ottima forma: Bale certamente è aiutato dall'interpretare un personaggio più complesso, ma il suo talento nel mostrare un uomo che ha buttato via la sua vita e quella della sua famiglia è reso in maniera convincente ed efficace, a un millimetro dalla macchietta.
I due protagonisti trovano il riscatto sul ring, ma solo Christian Bale arraffa l'Oscar, con Melissa Leo.
Non un capolavoro, ma sicuramente un film coinvolgente.
CANI SCIOLTI
Bobby Trench (Denzel Washington) e Michael Stigman (Mark Wahlberg) fanno parte di un cartello di narcotrafficanti con base in Messico gestito dal butterato Papi Greco (il mitico Edward J. Olmos di BLADE RUNNER e Miami Vice).Decisi a organizzare una rapina in una banca che conserva un ingente capitale proveniente dal narcotraffico che frutterà loro molti milioni di dollari, studiano un piano perfetto che non lascia ai due rapinatori che il compito di spartirsi il bottino, ma qualcosa va storto.
I due, infatti, sino ad allora ignari uno del ruolo dell'altro, scoprono di essere entrambi agenti infiltrati da due organi di sicurezza diversi: uno lavora per la Dea (la squadra antinarcotici), l'altro invece per l'intelligence della marina statunitense.
Perso il sostegno dei propri superiori e costretti a fuggire dai membri del cartello che danno loro la caccia, i due agenti, obbligati a collaborare e a diventare amici, si danno alla macchia.
Fino all'epilogo in stile western.
CANI SCIOLTI (2 GUNS) è un thriller d'azione, arricchito da qualche spunto di cruda ironia, un omaggio ai grandi film d'azione hollywoodiani, in cui trova spazio il tema della lotta serrata per la sopravvivenza di due semplici agenti stretti nella morsa di giochi di potere il cui disegno e le cui implicazioni saranno rese evidenti solo alla fine.
Non molto originale dal punto di vista narrativo, anzi una fiera campionaria degli stereotipi di serie A: il cinema poliziesco degli infiltrati sotto copertura, le odissee degli uomini ligi incastrati dai potenti, gli intricati racconti pulp sulle forze dell'ordine corrotte e le intelligence federali deviate.
Il film è godibile grazie ai suoi interpreti, ad una buona ambientazione (bella la scena dell'attraversamento del confine) e ad una regia spigliata nelle scene d'azione.Paula Patton è decisamente bellissima.
Se preso per quello che è, senza avere grandi pretese, un'occhiata la merita. Non memorabile ma godibile.
PAIN & GAIN - MUSCOLI E DENARO
Miami, Florida, anni '90. Daniel Lugo (Mark Wahlberg) è allenatore in una palestra e body builder appassionato di fitness. Deciso, meglio, ossessionato dall'idea di avere successo, diventare ricco e coronare il "sogno americano", riesce così a coinvolgere due amici, Doyle e il pio gigante Doorball (Dwayne "The rock" Johnson), come lui ossessionati dalla forma fisica e non particolarmente brillanti. Insomma il Q.I. è al livello dei criceti.Il piano è quello di rapire un antipatico riccone ebreo-colombiano (???), cliente della palestra in cui lavora, torturarlo, farsi trasferire i suoi averi e vivere alla grande.
Il problema è che lo sciroccato trio non è assolutamente in grado di escogitare un piano efficace, non rendendosi conto, per di più, dell'assurdità dell'azione che stanno per compiere.
Tra steroidi e belle donne, l'esito dell'operazione si rivelerà un disastro.
Tratto da una storia vera, malgrado sembri una perfetta ed inventata black comedy, PAIN & GAIN - MUSCOLI E DENARO, diretto da Michael Bay, che lasciatisi momentaneamente i Transformers alle spalle ha potuto finalmente realizzare il sogno di una produzione con un budget decisamente meno imponente (anche se non propriamente low visti gli attori ingaggiati), è un thriller d'azione in cui a farla da padrone non sono tanto le azioni assurde e al limite della demenza che i personaggi compiono, quanto piuttosto l'inconsapevolezza e la leggerezza mostrate nell'intraprenderle.
Pur divertente (e patinato), non vuole essere un film comico, non si cerca di far ridere il pubblico con le disavventure di un gruppo di criminali balordi ma simpatici: i tre culturisti capitanati da Daniel hanno le idee molto chiare su ciò che vogliono e come ottenerlo, e non si fanno alcuno scrupolo nel compiere atti criminali; semplicemente sono troppo stupidi per portare a termine con successo la loro missione.
Così lo spettatore non cerca un lieto fine (sin dall'inizio, e anche nel corso del film, ci viene ricordato che gran parte di quello che vediamo succedere è purtroppo accaduto realmente, anche se si fa fatica a crederlo) né, tantomeno, gli è chiesto di parteggiare o partecipare emotivamente alle sorti dei personaggi.
Quello che rimane, assistendo alle ridicole "prodezze" di una banda di scimuniti gonfi di steroidi, è l'amara constatazione di quanto sia facile per qualsiasi individuo sufficientemente motivato scordare ogni regola morale e di buon senso. E che il mix ambizione e stupidità può portare a effetti tragici.
Insomma il film è una vertiginosa saga criminale, veloce, intelligente, cattiva, in qualche modo ambiziosa e incredibilmente ironica, in grado di strappare più di un sorriso. Amaro.
THREE KINGS
Deserto iracheno, marzo 1991. La tecnologica-mediatica Guerra del Golfo è finita. L'armistizio è stato firmato. I marines festeggiano. Mentre le truppe americane si preparano a smobilitare, dalle chiappe di un prigioniero spunta una rudimentale mappa di un bunker.
E' il tesoro che Saddam ha razziato in Kuwait, mormora il rude capitano Archie Gates (George Clooney), prendiamocelo.
Così con i sergenti Troy Barlow (Mark Wahlberg), Chief Elgin (Ice Cube) e il soldatino Vig (Spike Jonze) decide di mettersi in caccia dei favolosi lingotti d'oro.
Macchè disertori, approfittando della confusione generale, con la jeep stasera siamo già di ritorno.
Senonchè lungo il cammino nel deserto i quattro si rendono conto della condizione estrema in cui una guerra, a difesa degli interessi Usa, ha messo la popolazione irachena. Che non ama Saddam ma non può amare neppure gli americani che scaricano bombe, ma poi abbandonano uomini, donne e bambini a un destino di morte.
Questo cambia il loro modo di vedere le cose proclamandosi difensori del popolino oppresso. Senza dimenticare il "tesoro".
THREE KINGS è una pellicola interessante perché anomala, tambureggiante e spettacolare film a mezza strada tra guerra ed avventura, che il montaggio di David O. Russell rende ancora più frenetico.
La denuncia civile (gli oppositori del dittatore abbandonati dall'incomprensibile scelta di Washington. Bush padre inspiegabilmente non finì il lavoro nda) fa leva su primi piani raccapriccianti, ma il tono scanzonato li rende meno crudi.
Pur non perdendo mai di vista la "moralità". Esplosioni, scazzottate, battute anche pesanti non sono mai solo al servizio del puro entertainment, ma sollevano il dubbio (pesante) che non ci siano più (ammesso che ci siano mai state) guerre "giuste".
Ferite, botte e polvere non intaccano il sorriso strafottente del bel George Clooney.
PLANET OF APES - IL PIANETA DELLE SCIMMIE
Usa, 2029. Chissà come la capsula di ricognizione guidata da una scimmmia è risucchiata in una tempesta magnetica, un vortice spazio-temporale, dove finisce anche il capitano Leo Davinson (Mark Wahlberg) invano proteso all'inseguimento del collega su una seconda navetta.Precipita così, dopo un viaggio secolare, su uno strano pianeta, in cui gli esseri umani, regrediti a uno stadio trogloditico, sono schiavi dominati da gorilla e babbuini parlanti.
Una volta catturato, le sue sole speranze risiedono nella simpatia che la scimpanzè scienziata Ari (Helena Bonham Carter) ha per i sottomessi.
Questa lo asseconda nella fuga, mentre prepara la ribellione contro il dittatore in carica, il crudele generale Thade (Tim Roth).
Sarai tu il nostro capo contro le truppe degli oppressori, che implacabilmente li braccano. E adesso dobbiamo tornare sulla Terra.
Geniale sorpresona finale.
Fantasmagorico kolossal diretto dal re delle immagini in libertà, Tim Burton, che con l'aiuto degli immancabili effetti speciali, tenta la via satira, sbertucciando (è proprio il caso di dirlo) le smanie dell' uomo colonizzatore, facendo la sua lettura del pianeta delle scimmie diversa da quella del film del 1968 da cui trae ispirazione di Franklin J.Schaffner con Charlton Heston.
Atmosfera molto cupa e orwelliana, trasformazioni prodigiose degli attori e ritmo incalzante, gli aspetti positivi del film.
Purtroppo Walhberg (abbastanza opaco). Non solo non è Heston, e si vede, ma non è proprio l'attore ideale per questo ruolo (esce schiacciato dal confronto con i personaggi "scimmieschi") e il film dura un po' troppo, così che alla fine aleggia la noia.
AMABILI RESTI
Pennsylvania (Usa), 1973. A Norristown, fra villette a schiera e campi di granturco, vive la famiglia Salmon. Tra poco sarò uccisa dal mio insospettabile vicino di casa, George Harvey (Stanley Tucci), mormora (allo spettatore) la quattordicenne Susie (Saorsie Ronan), primogenita di papà ragioniere Jack (Mark Wahlberg) e mamma Abigail (Rachel Weisz). Susie è un'adolescente qualunque, appassionata di fotografia e innamorata del compagno di scuola Ray Singh.
Proprio (crudeltà tra le crudeltà) dopo aver avuto il suo primo incontro romantico, il maniaco, apparentemente tranquillo ometto di mezza età con la passione per le case di bambola, attira la ragazzina con un pretesto nel rifugio sotterraneo da lui stesso scavato in mezzo al grande campo di mais e il misfatto così terribilmente annunciato si compie.
E' il 6 dicembre 1973.
Lo spirito di Susie si trova così a muoversi fra la terra e il cielo in una sorta di limbo fatto di ricordi e di fantasie, da dove può vedere e patire per quel che succede ai suoi cari e al suo omicida nel mondo mortale.
Intanto genitori,sorella,fratellino e nonna (Susan Sarandon) la cercano dappertutto: niente.
Sparita.
Il detective Len Fenerman li avverte: abbiamo trovato molto sangue attorno al suo berretto: preparatevi al peggio. E il padre si mette a indagare per proprio conto.
AMABILI RESTI è un originale dramma familiarpoliziesco intinto nel paranormale, uno schizzo fantasy che il regista Peter Jackson ha tratto dal fortunato romanzo nero di un' autrice semisconosciuta, dove la trama gialla è un pretesto per mettere a fuoco la figura della giovanissima protagonista, presto defunta, ma decisa a restituire la serenità ai suoi cari.
Aiutato dall’ambientazione anni 70 e dall’immaginario post-hippy della protagonista adolescente in quel periodo, disegna un limbo sovrabbondante e popolato di simboli, onirico e barocco.
Il mondo di Susie Salmon, non più viva ma incapace o impossibilitata a staccarsi del tutto dai suoi legami terreni, si intreccia con le vite distrutte e con l’elaborazione del lutto dei suoi familiari e con la consapevolezza che la lucida serialità omicida dello psicopatico della porta accanto che l’ha uccisa andrebbe fermata.
Il percorso verso il ritorno alla normalità per chi ha perso una figlia (in quel modo pio) è una sfida difficile, e i genitori lo affrontano in modo differente, si potrebbe dire l’uno seguendo la strada della fuga dalla dura realtà e l’altro della lotta e dell'ostinazione: dei due si fa apprezzare maggiormente il secondo, ossia il padre, per il maggiore spazio a lui riservato e per l’interpretazione attoriale di Marc Wahlberg. Ma affrontare la propria morte è complicato anche per la stessa Susie, in qualche modo prigioniera di un mondo perfetto, tra la vita e la morte, il concreto e l'astratto, come la boccia di vetro che la affascinava da bambina.
Alla fine, sebbene non si possa parlare di happy end in senso classico, la via di uscita implicitamente suggerita al dolore e al male, è l’amore e la creazione di legami fra gli individui e il colorato mondo di mezzo rimane un bel ricordo, forse un rifugio per i propri sogni.
Se la graziosa Saorsie Ronan incanta con il suo candore, l'inutile (nel film) Susan Sarandon colpisce nel segno con il suo cinismo, Stanley Tucci è uno (stra)ordinario psycho killer di provincia dalla frenesia assassina tenuta nascosta sotto ad un parrucchino biondo, due occhi glaciali e una mascella allargata.
LA TEMPESTA PERFETTA
Gloucester (Massachusetts), ottobre 1991. E' tornato troppo spesso a reti vuote il rude e piacente capitano (di peschereccio) dal leggendario fiuto, in verità un pò appannato, Billy Tine (George Clooney), che ora punta al colpo grosso, anche per invertire la rotta e la fortuna.
A bordo del peschereccio "Andrea Gail" prestano servizio in cinque, tra cui Bobby (Mark Whalberg) e Dale (John C. Reilly) sono i più affamati di quattrini, l'uno per pagare il divorzio, l'altro per mantenere la famiglia.
Solo in aperto Oceano Atlantico gli giunge l'informazione meteo che non ti auguri: un uragano in arrivo.
Eppure convince la ciurma: fidatevi di me e avanti.
Mentre su un'altra barca la terrorizzata (giustamente) collega Linda Greenlaw (Mary Elizabeth Nastrantonio) ammaina le vele, lui si tuffa impavida verso il pericolo.
Che pazzia. E buona fortuna (in bocca alla balena?)
Eccitante drammone marinaro lontano parente del filone catastrofico, ispirato ad una storia vera avvenuta proprio a fine ottobre del 1991 al largo di Gloucester, nel Massachussetts, e raccontata nell'omonimo best seller di Sebastian Junger.
Sei uomini morirono a bordo del peschereccio della storia, l'Andrea Gail, travolti dalla tempesta del titolo che si scatenò in Nord Atlantico, per il convergere e il sommarsi di tre fenomeni meteorologici di diversa natura e provenienza, un turbine di onde altissime e di venti velocissimi, appunto una immensa tempesta ( perfetta nel senso di assoluta, esemplare).
Il film gronda di retorica ed è gonfio di psicologia da supermercato (i "sei" vanno a pescare come si trattasse di un sortilegio per la vita e per la morte: simboli e metafore).
In realtà il film pilotato da Wolfang Petersen tra le onde anomale è solo una battuta di pesca vivacizzata dagli effetti specialissimi con onde di cento metri, barche, pioggia ed elicotteri nell'inferno.
Il contorno delle compagne eroiche dei pescatori è ridicolo: fanno sempre la stessa cosa, amano, lo dichiarano, poi si disperano, in ritornello.
Spettacolo puro assecondato dal fascino del nocchiero George Clooney.
A bordo del peschereccio "Andrea Gail" prestano servizio in cinque, tra cui Bobby (Mark Whalberg) e Dale (John C. Reilly) sono i più affamati di quattrini, l'uno per pagare il divorzio, l'altro per mantenere la famiglia.
Solo in aperto Oceano Atlantico gli giunge l'informazione meteo che non ti auguri: un uragano in arrivo.
Eppure convince la ciurma: fidatevi di me e avanti.
Mentre su un'altra barca la terrorizzata (giustamente) collega Linda Greenlaw (Mary Elizabeth Nastrantonio) ammaina le vele, lui si tuffa impavida verso il pericolo.
Che pazzia. E buona fortuna (in bocca alla balena?)
Eccitante drammone marinaro lontano parente del filone catastrofico, ispirato ad una storia vera avvenuta proprio a fine ottobre del 1991 al largo di Gloucester, nel Massachussetts, e raccontata nell'omonimo best seller di Sebastian Junger.
Sei uomini morirono a bordo del peschereccio della storia, l'Andrea Gail, travolti dalla tempesta del titolo che si scatenò in Nord Atlantico, per il convergere e il sommarsi di tre fenomeni meteorologici di diversa natura e provenienza, un turbine di onde altissime e di venti velocissimi, appunto una immensa tempesta ( perfetta nel senso di assoluta, esemplare).
Il film gronda di retorica ed è gonfio di psicologia da supermercato (i "sei" vanno a pescare come si trattasse di un sortilegio per la vita e per la morte: simboli e metafore).
In realtà il film pilotato da Wolfang Petersen tra le onde anomale è solo una battuta di pesca vivacizzata dagli effetti specialissimi con onde di cento metri, barche, pioggia ed elicotteri nell'inferno.
Il contorno delle compagne eroiche dei pescatori è ridicolo: fanno sempre la stessa cosa, amano, lo dichiarano, poi si disperano, in ritornello.
Spettacolo puro assecondato dal fascino del nocchiero George Clooney.
SHOOTER
Filadelfia. Faranno fuoco da qui, avverte l'ex sergente dei marines Bob Lee Swagger (Mark Wahlberg), militare pluridecorato e cecchino infallibile, che vive in esilio dopo una missione militare andata male, con morte del commilitone.
Il ruvido soldato è stato convinto ad abbandonare la sua ricerca di pace e serenità dal colonnello dell'Fbi Isaac Johnson (Danny Glover) e a tornare in servizio dopo tre anni proprio per sventare l'annunciato attentato al presidente.
Ma che succede? Un fucile di precisione fa secco il vescovo etiope, a fianco della vittima designata. E un bolso poliziotto spara due colpi a bruciapelo al marine.
Che pur ferito, riesce a svignarsela per subito apprendere dalla tv di essere ingiustamente accusato di essere l'autore del sanguinoso complotto contro la Presidenza degli Stati Uniti d’America. Insomma, un ricercato.
Ferito gravemente e braccato, Swagger dovrà cercare di sopravvivere e capire chi ha cercato di incastrarlo. Troverà due alleati:l'agente federale Nick Memphis (Micael Pena) e la bella vedova del compagno d'armi Sarah (Kate Mara).
SHOOTER di Antoine Fuqua è un aggrovigliato poliziesco fantapolitico ben realizzato sotto il profilo formale (fotografia, montaggio), ma poco originale.
Il tema dell’eroe solitario, onesto e gabbato dai potenti di turno, che lanciando tremendi sospetti sugli intrighi che infestano le stanze del potere, cerca e ottiene vendetta, è stato declinato numerose volte in passato: Swagger in questo senso si pone come perfetto mix tra Rambo, Jack Bauer di 24 e una puntatina nei "I tre giorni del Condor".
Mark Wahlberg, sempre bravo e perfettamente “nella parte”, riesce a dare la giusta profondità al proprio personaggio, spessore che invece, purtroppo, manca a tutti gli altri protagonisti della storia, in primis ai “cattivi”, che complottano, tramano nell’ombra e fanno il triplo gioco, ma che vengono rappresentati in modo insostenibilmente manicheo, con il solito senatore corrotto.
Shooter è un perfetto esempio del genere “uomo solo contro il Sistema malato” e lo spettatore non fa fatica ad affezionarsi a Bob Lee Swagger né rischiare di trovare inconcepibili alcuni escamotage narrativi atti a tenerlo in vita a dispetto di situazioni disperate.
La convenzionale regia, come dicevamo, è di Antoine Fuqua, forse eccessivamente sopravvalutato ai tempi dell'ottimo TRAINING DAY, incapace ad offrire la benché minima soluzione originale che possa permettere a Shooter di elevarsi al di sopra dello standard medio offerto da altri action-movie.
Il ruvido soldato è stato convinto ad abbandonare la sua ricerca di pace e serenità dal colonnello dell'Fbi Isaac Johnson (Danny Glover) e a tornare in servizio dopo tre anni proprio per sventare l'annunciato attentato al presidente.
Ma che succede? Un fucile di precisione fa secco il vescovo etiope, a fianco della vittima designata. E un bolso poliziotto spara due colpi a bruciapelo al marine.
Che pur ferito, riesce a svignarsela per subito apprendere dalla tv di essere ingiustamente accusato di essere l'autore del sanguinoso complotto contro la Presidenza degli Stati Uniti d’America. Insomma, un ricercato.
Ferito gravemente e braccato, Swagger dovrà cercare di sopravvivere e capire chi ha cercato di incastrarlo. Troverà due alleati:l'agente federale Nick Memphis (Micael Pena) e la bella vedova del compagno d'armi Sarah (Kate Mara).
SHOOTER di Antoine Fuqua è un aggrovigliato poliziesco fantapolitico ben realizzato sotto il profilo formale (fotografia, montaggio), ma poco originale.
Il tema dell’eroe solitario, onesto e gabbato dai potenti di turno, che lanciando tremendi sospetti sugli intrighi che infestano le stanze del potere, cerca e ottiene vendetta, è stato declinato numerose volte in passato: Swagger in questo senso si pone come perfetto mix tra Rambo, Jack Bauer di 24 e una puntatina nei "I tre giorni del Condor".
Mark Wahlberg, sempre bravo e perfettamente “nella parte”, riesce a dare la giusta profondità al proprio personaggio, spessore che invece, purtroppo, manca a tutti gli altri protagonisti della storia, in primis ai “cattivi”, che complottano, tramano nell’ombra e fanno il triplo gioco, ma che vengono rappresentati in modo insostenibilmente manicheo, con il solito senatore corrotto.
Shooter è un perfetto esempio del genere “uomo solo contro il Sistema malato” e lo spettatore non fa fatica ad affezionarsi a Bob Lee Swagger né rischiare di trovare inconcepibili alcuni escamotage narrativi atti a tenerlo in vita a dispetto di situazioni disperate.
La convenzionale regia, come dicevamo, è di Antoine Fuqua, forse eccessivamente sopravvalutato ai tempi dell'ottimo TRAINING DAY, incapace ad offrire la benché minima soluzione originale che possa permettere a Shooter di elevarsi al di sopra dello standard medio offerto da altri action-movie.
THE DEPARTED - Il bene e il male
Boston. Il capofamiglia (nel senso mafioso del termine) Frank Costello (il “cult” luciferino Jack Nicholson) sospetta subito che Billy Costigan (Leonardo Di Caprio), figlio di padre (quasi) mafioso e madre perbene, cosa che lo tormenta nell’anima, uscito fresco fresco di galera dopo un passaggio in polizia (almeno all’apparenza), possa essere un infame spia.
Ma lo piazza nell’organigramma della banda nonostante la palese diffidenza del luogotenente/guardaspalle French (Ray Winstone).
Dall’altra parte della barricata, nella squadra del paterno capitano di polizia Queenan (Martin Sheen) e del meno attendista e diplomatico (o saggio, fate voi) sergente Dignam (Mark Whalberg) nessuno ha il minimo dubbio sulla moralità e rettitudine dell’agente Colin Sullivan (Matt Damon), che è stato invece “tirato su” dal capomafia, inserito nella polizia di Boston e a cui ha agevolato la carriera grazie ad entrature e a qualche dritta di prima mano su affari e omicidi “sporchi” (chi meglio di lui può sapere le cose!) da risolvere in fretta, facendo un figurone con colleghi e superiori. In sostanza adesso ha un poliziotto pronto a passargli ogni minima informazione sui movimenti dei colleghi per incastrare il boss medesimo, che ufficialmente anchegli è chiamato a mettere in gattabuia.
A dividere i due giovani, poliziotti e spioni entrambi, ognuno all’oscuro dell’identità dell’altro, anche se appare chiaro che c’è una spia in entrambi gli schieramenti (il bene e il male, avete presente?) c’è anche una bella psicologa (Vera Farmiga), che incarta con maniacale perseveranza ancora di più la vicenda, dividendo il letto ora con uno e poi con l’altro.
E comincia la caccia per scoprire ognuno l’identità dell’altro, in un architettura complessa, visto lo scopo speculare dei due (la lotta tra il bene e il male, sapete?) dal montaggio frenetico, con sprazzi di crudeltà esibita. E i cellulari sempre a vibrare, come orchestra dei continui ed inquietanti rovesciamenti di fronte, che danno ai due la dose quotidiana di ansia, vittime di un meccanismo che potrebbe schiacciarli e significare, perdere la vita, per uno, finire in prigione, per l’altro.
Martin Scorsese (al suono del suo nome l’autore del post si alza e si inchina nda) dirige con furore, riprendendo il filo (per fortuna) interrotto con De Niro, coi bravi ragazzi eccetera. Qui Scorsese rientra a fare quello che gli riesce meglio. Cambia solo nomi (irlandesi non più italiani. E cornamusa a palla) e grattacieli (Boston non più New York), ma è sempre lui, il figlio del Queens e di Brooklyn. Lo Scorsese che preferisco.
Appena appena lungo, questo sì. Con un finale più da dolcificante artificiale che dolce.
Ma che ve lo dico a fare.
Ma lo piazza nell’organigramma della banda nonostante la palese diffidenza del luogotenente/guardaspalle French (Ray Winstone).
Dall’altra parte della barricata, nella squadra del paterno capitano di polizia Queenan (Martin Sheen) e del meno attendista e diplomatico (o saggio, fate voi) sergente Dignam (Mark Whalberg) nessuno ha il minimo dubbio sulla moralità e rettitudine dell’agente Colin Sullivan (Matt Damon), che è stato invece “tirato su” dal capomafia, inserito nella polizia di Boston e a cui ha agevolato la carriera grazie ad entrature e a qualche dritta di prima mano su affari e omicidi “sporchi” (chi meglio di lui può sapere le cose!) da risolvere in fretta, facendo un figurone con colleghi e superiori. In sostanza adesso ha un poliziotto pronto a passargli ogni minima informazione sui movimenti dei colleghi per incastrare il boss medesimo, che ufficialmente anchegli è chiamato a mettere in gattabuia.
A dividere i due giovani, poliziotti e spioni entrambi, ognuno all’oscuro dell’identità dell’altro, anche se appare chiaro che c’è una spia in entrambi gli schieramenti (il bene e il male, avete presente?) c’è anche una bella psicologa (Vera Farmiga), che incarta con maniacale perseveranza ancora di più la vicenda, dividendo il letto ora con uno e poi con l’altro.
E comincia la caccia per scoprire ognuno l’identità dell’altro, in un architettura complessa, visto lo scopo speculare dei due (la lotta tra il bene e il male, sapete?) dal montaggio frenetico, con sprazzi di crudeltà esibita. E i cellulari sempre a vibrare, come orchestra dei continui ed inquietanti rovesciamenti di fronte, che danno ai due la dose quotidiana di ansia, vittime di un meccanismo che potrebbe schiacciarli e significare, perdere la vita, per uno, finire in prigione, per l’altro.
Martin Scorsese (al suono del suo nome l’autore del post si alza e si inchina nda) dirige con furore, riprendendo il filo (per fortuna) interrotto con De Niro, coi bravi ragazzi eccetera. Qui Scorsese rientra a fare quello che gli riesce meglio. Cambia solo nomi (irlandesi non più italiani. E cornamusa a palla) e grattacieli (Boston non più New York), ma è sempre lui, il figlio del Queens e di Brooklyn. Lo Scorsese che preferisco.Appena appena lungo, questo sì. Con un finale più da dolcificante artificiale che dolce.
Ma che ve lo dico a fare.
THE ITALIAN JOB
Venezia ai giorni nostri. Il colpo alla cassaforte del palazzo patrizio sul Canal Grande riesce alla perfezione, chiuso sul filo di lana e in maniera spettacolare, con gli inseguimenti in laguna.
I sei uomini d'oro coadiuvati dall'anziano ed esperto Jon Bridger (Donald Sutherland) e guidati dal giovane Charlie Croker, con la faccia da bravo ragazzo (Mark Wahlberg), che considera il vecchio ladro il padre "spirituale", si ritrovano sulle innevate e gelide Alpi austriache per festeggiare.
Ma il traditore Steve (Edward Norton) vuole per sè tutto il malloppo, ben 35 milioni di dollari in lingotti d'oro: con i suoi nuovi e spietati complici spara e uccide il maturo Arsenio Lupin mentre gli altri si salvano in maniera rocambolesca resistendo nelle gelide acque di un lago alpino.
Convinto, dopo aver mitragliato le acque a sufficienza, che siano tutti morti, si rifugia a Los Angeles sotto falsa identità.
Passerà un anno prima che la figlia del defunto, la bionda Stella (Charlize Theron), che per mestiere testa la resistenza delle serrature blindate di nuova produzione, venga convinta ad allearsi ai superstiti per stangare il cinico Giuda e mettere in pratica la vendetta. E quale vendetta migliore che riprendersi il maltolto?
Spettacolare ed eccitante poliziesco, davvero avvincente nelle sequenze d'azione (l'inseguimento sulla laguna e tra i semafori manomessi dal computer per scappare a bordo di tre Mini Cooper sono da antologia), anche se si può rilevare qualche incongruenza (i 35 milioni, con quanti doveva ugualmentiedividerli il Giuda, dopo aver ammazzato, non da solo, gli altri?), qualche buco nella sceneggiatura (sessanta minuti sonnacchiosi della parte centrale) e dialoghi non propriamente indimenticabili.
Cast sulla carta notevole, ma decisamente sottoutilizzato: il regista (F. Gary Gray) viene dal mondo dei videoclip, e purtroppo si vede benissimo.
Charlise Theron è bellissima (come voi ben sapete), anche nelle inquadrature dello sfacciato marchettone (leggi spot) alla Mini Cooper.
Guida spericolata, bionda e motore, che volete di più?
I sei uomini d'oro coadiuvati dall'anziano ed esperto Jon Bridger (Donald Sutherland) e guidati dal giovane Charlie Croker, con la faccia da bravo ragazzo (Mark Wahlberg), che considera il vecchio ladro il padre "spirituale", si ritrovano sulle innevate e gelide Alpi austriache per festeggiare.
Ma il traditore Steve (Edward Norton) vuole per sè tutto il malloppo, ben 35 milioni di dollari in lingotti d'oro: con i suoi nuovi e spietati complici spara e uccide il maturo Arsenio Lupin mentre gli altri si salvano in maniera rocambolesca resistendo nelle gelide acque di un lago alpino.
Convinto, dopo aver mitragliato le acque a sufficienza, che siano tutti morti, si rifugia a Los Angeles sotto falsa identità.
Passerà un anno prima che la figlia del defunto, la bionda Stella (Charlize Theron), che per mestiere testa la resistenza delle serrature blindate di nuova produzione, venga convinta ad allearsi ai superstiti per stangare il cinico Giuda e mettere in pratica la vendetta. E quale vendetta migliore che riprendersi il maltolto?
Spettacolare ed eccitante poliziesco, davvero avvincente nelle sequenze d'azione (l'inseguimento sulla laguna e tra i semafori manomessi dal computer per scappare a bordo di tre Mini Cooper sono da antologia), anche se si può rilevare qualche incongruenza (i 35 milioni, con quanti doveva ugualmentiedividerli il Giuda, dopo aver ammazzato, non da solo, gli altri?), qualche buco nella sceneggiatura (sessanta minuti sonnacchiosi della parte centrale) e dialoghi non propriamente indimenticabili.
Cast sulla carta notevole, ma decisamente sottoutilizzato: il regista (F. Gary Gray) viene dal mondo dei videoclip, e purtroppo si vede benissimo.
Charlise Theron è bellissima (come voi ben sapete), anche nelle inquadrature dello sfacciato marchettone (leggi spot) alla Mini Cooper.
Guida spericolata, bionda e motore, che volete di più?
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