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THE EQUALIZER - IL VENDICATORE

Boston. C'è un signore che vive in solitudine monastica in un appartamento spoglio e che mangia sempre da solo in un bar sotto casa aperto di notte, bello e lucente nella città che dorme come in un quadro di Edward Hopper.

Chi è?

Di giorno lavora in un ferramenta, di sera legge "Il vecchio e il mare di Hemingway". Sempre e comunque è posseduto da tic e piccole ossessioni (si cronometra, dispone gli oggetti sul tavolo in un certo modo, apre e chiude le serrature).

La giovane e infelice prostituta russa adolescente Alina (Chloe Moretz)  cattura la sua attenzione.

Forse è troppo tardi per toglierla dalla strada. O forse è ancora abbastanza presto per fare fuori tutti quegli energumeni con accento sovietico che minacciano la ragazza.

Quando Alina finisce in ospedale per via delle botte del suo protettore Slavi, l'uomo, Robert Mccall (Denzel Washington), che è un ex agente della Cia, rispolvera tutto il suo micidiale addestramento: partendo da Slavi e la sua gang risale la scala gerarchica del crimine russo, imbattendosi nello psicopatico killer Teddy e nel suo capo Vladimir Pushkin.

THE EQUALIZER - IL VENDICATORE è un sano omaggio al machismo reaganiano. McCall è un equalizer, ovvero uno che vuole riportare l'ordine ristabilendo l'equilibrio di giustizia laddove è stato violentemente alterato.

Basato sulla serie televisiva anni Ottanta intitolata in Italia "Un giustiziere a New York", THE EQUALIZER (il cui sottotitolo italiano "Il vendicatore" non rende giustizia alla natura equanime del personaggio) ha per protagonista un uomo di età prepensionabile dall'apparenza innocua (i colleghi giovani al supermercato del fai da te lo chiamano "nonno") e dalla sostanza assai pericolosa.
Glaciale e freddo quanto basta, ma anche cordiale e sorridente con chi gli è caro.


Denzel Washington, convincente vendicatore, assicura al ruolo il suo talento d'attore e la sua gravitas, evidente soprattutto nella profondità dello sguardo che diventa il centro visivo ed emozionale della storia, nonché il porto d'accesso per molti dei virtuosismi registici cui Fuqua, che compone con l'attore un team rodato dopo TRAINING DAY, abilissimo dietro la cinepresa, si abbandona con gioioso entusiasmo.

Molta violenza, un paio di gustose "esecuzioni" (quella con il cavatappi su tutte) e un finale uno contro tutti (forse esagerato) degno del Seagal dei tempi d'oro.

Di certo non sarà ricordato come un capolavoro, ma visto il periodo di scarsità di scelta al cinema si fa comunque ben vedere.

CANI SCIOLTI

Bobby Trench (Denzel Washington) e Michael Stigman (Mark Wahlberg) fanno parte di un cartello di narcotrafficanti con base in Messico gestito dal butterato Papi Greco (il mitico Edward J. Olmos di BLADE RUNNER e Miami Vice).

Decisi a organizzare una rapina in una banca che conserva un ingente capitale proveniente dal narcotraffico che frutterà loro molti milioni di dollari, studiano un piano perfetto che non lascia ai due rapinatori che il compito di spartirsi il bottino, ma qualcosa va storto.

I due, infatti, sino ad allora ignari uno del ruolo dell'altro, scoprono di essere entrambi agenti infiltrati da due organi di sicurezza diversi: uno lavora per la Dea (la squadra antinarcotici), l'altro invece per l'intelligence della marina statunitense.

Perso il sostegno dei propri superiori e costretti a fuggire dai membri del cartello che danno loro la caccia, i due agenti, obbligati a collaborare e a diventare amici, si danno alla macchia.

Fino all'epilogo in stile western.


CANI SCIOLTI (2 GUNS) è un thriller d'azione, arricchito da qualche spunto di cruda ironia, un omaggio ai grandi film d'azione hollywoodiani, in cui trova spazio il tema della lotta serrata per la sopravvivenza di due semplici agenti stretti nella morsa di giochi di potere il cui disegno e le cui implicazioni saranno rese evidenti solo alla fine.

Non molto originale dal punto di vista narrativo,  anzi una fiera campionaria degli stereotipi di serie A: il cinema poliziesco degli infiltrati sotto copertura, le odissee degli uomini ligi incastrati dai potenti, gli intricati racconti pulp sulle forze dell'ordine corrotte e le intelligence federali deviate.

Il film è godibile grazie ai suoi interpreti, ad una buona ambientazione (bella la scena dell'attraversamento del confine) e ad una regia spigliata nelle scene d'azione.

Paula Patton è decisamente bellissima.

Se preso per quello che è, senza avere grandi pretese, un'occhiata la merita. Non memorabile ma godibile.

AMERICAN GANGSTER

New York, 1968. Alla morte improvvisa del boss Bumpy Johnson, il "padrino" che accoglie le suppliche di Harlem e distribuisce tacchini il giorno del Ringraziamento, Frank Lucas (Denzel Washington), il suo sveglissimo autista e gorilla è lesto ad impadronirsi del timone.

Il fresco gangster ha un senso del marketing molto moderno e un'idea che gli permetterà di sbaragliare ogni concorrenza (soprattutto la mafia italo-americana) nello spaccio della droga abbassandone il prezzo grazie all'acquisto diretto della merce in Thailandia, col favore del caos del conflitto vietnamita: un viaggio lampo nel sud est asiatico e con un primo carico di cento chili diventa il re della droga, senza appoggi né coperture.

I dollari arrivano a vagonate quindi acquista una megavilla per tutta la tribù (mamma, fratelli e cugini), unge i poliziotti infedeli, anche quelli un po' più rognosi come il detective Trupo (Josh Brolin), e sposa la candida Miss Portorico.

Richie Roberts (Russell Crowe), detective ebreo, sbrigativo ed incorruttibile della contea di Essex, sta divorziando dalla moglie, ha dimenticato di dire le preghiere e dà la caccia ai malavitosi e ai distributori di tacchini.

I destini del gangster e poliziotto, il primo elegante e impassibile, il secondo sciatto e infelice, si incroceranno sotto il ring del matche del secolo scorso: Alì-Frazier.

Sarà una guerra lunga e sanguinosa. Chi la spunterà?

AMERICAN GANGSTER è uno spettacolare e violento, non proprio trascinante, poliziesco del solido Ridley Scott, che mette in scena una storia vera, ovviamente arricchendone la trama come il buon cinema d'azione pretende. Anche quello colto.

Dentro una fotografia livida e bluastra, sotto un cielo che piove pioggia e neve, si fronteggiano due eserciti: da una parte i gangsters e i poliziotti corrotti della Unità Speciale della Narcotici, dall'altra gli agenti di Roberts, "puri" come l'eroina spacciata da Lucas. Da una parte il caos, dall'altra l'ordine.

Ottimi i due protagonisti che riescono a dare spessore a due personaggi diametralmente opposti ma in definitiva molto simili e ligi nella loro missione. Bravissimo Josh Brolin nella parte del poliziotto corrotto Trupo, che gira su macchine di lusso e veste con abiti firmati.

Lungo, imperfetto ma godibile.

FLIGHT

Orlando (Florida). Dopo aver fatto il pieno di droga ed alcol in una notte di bagordi con una giovane e piacente hostess, l'esperto pilota di linea Whip Whitaker (Denzel Washington) si prepara ad affrontare l'ennesimo volo, col South Jet 227, affiancato da un primo ufficiale diligente e pignolo.

Ma che succede?

Quello che doveva essere un'ordinaria corsa tra Orlando e Atlanta si trasforma, grazie a tempesta ed avaria, presto in un incubo.
L'improvviso cedimento della struttura impedisce all'aereo di volare e costringe Whitaker a una manovra di emergenza che prova a mantenere in quota l'aereo, rivoltandolo per rallentarlo, rimettendolo in posizione dritta e tentando un atterraggio il più lontano possibile da case e civili.

L'operazione disperata riesce e Whitaker rovina a terra, salvando, grazie alla sua abilità, novantasei persone e perdendone sei.

Eroe per la stampa e per l'opinione pubblica, l'intrepido pilota deve adesso vedersela con la NTSB (National Transportation Safety Board). Se da una parte le indagini rivelano la causa meccanica che ha provocato la tragedia, dall'altra tradiscono il segreto indicibile di Whip Whitaker: l'alcolismo.
Per la legge è un uomo che ha violato il codice disciplinare e ora rischia la galera.

Dalla sua un influente avvocato di Chicago (Don Cheadle), l'amico Harling e una fotografa tossicodipendente, Nicole, conosciuta in ospedale.

Ma soprattutto la consapevolezza che "Nessuno avrebbe potuto fare un atterraggio come il mio".

La domanda è una sola: colpevole o innocente?
FLIGHT  è un interminabile dramma giocato ad alta quota, a colpi di vodka e provocazioni, con il quale il regista Robert Zemeckis torna al live-action e ad assaporare l'adrenalina di quel cinema che gli ha regalato fama, successo e premi Oscar.

Anche se il film si spegne  dopo la prima emozionante scena dell'incidente.


La superba prova dell'ingrassato Denzel Washington convince, come il resto del cast (Don Cheadle, John Goodman e Kelly Reilly): serafico davanti ai comandi che non rispondono più ma troppo debole per resistere a whisky e birra. 

TRAINING DAY

Los Angeles. Il pivellino Jake Hoyt (Ethan Hawke), appena entrato nell'Unità Narcotici del Dipartimento di Polizia della città degli angeli,  crede in quel che fa e non ha dubbi sul fatto che il suo nuovo compito sia  di rilevanza sociale.

Il destino lo affianca per una giornata a un veterano della narcotici, lo sfrontato sergente di colore Alonzo Harris (Denzel Washington), abile a muoversi nel "sottobosco" della delinquenza.

L'inesperto sbirro durante l'intera giornata sul campo trasecola di fronte a maneggi ed abusi del volpone: ecco svelato il terribile mistero che s'aggira intorno al veterano della strada, poliziotto che combatte il crimine seguendo le proprie regole e che coglie ogni occasione per riempire le proprie tasche.

Dannazione! Ho una sola via d'uscita per riabbracciare mia moglie Sara (Eva Mendes) e i quattro marmocchi.

TRAINING DAY   è un originale, disperato, violento e crudele poliziesco che s'aggira guardingo in una Los Angeles corrotta e marcia sino al midollo.

EVA MENDES
Girato magnificamente con alcune ottime inquadrature da ricordare, quasi tutto ambientato in macchina.

Interpretato soprattutto sontuosamente dallo spettacolare e insolitamente incarognito Denzel Washington, barbetta incolta, abbigliamento casual e buffo berrettino, vincitore all'Oscar, ma soprattutto dall' altrettanto bravo SERPICO in erba Ethan Hakwe.

Due attori di rango al servizio della non banale regia (in questo caso nda) di Antoine Fuqua.

Consigliato a tutti gli effetti.  Parolacce a raffica a parte.


IL RAPPORTO PELICAN

Washington. Chi ha ucciso due giudici delia Corte Suprema? La curiosa studentessa di legge Darby Shaw (Julia Roberts) ci scrive un dossier, il rapporto Pelican, e lo divulga.

Secondo la sua teoria dietro la morte violenta dei due giudici, insomma il mandante degli omicidi, potrebbe essere addirittura un potente industriale che aveva finanziato la campagna elettorale del presidente.

Finita nel mirino dei killer, scappa a New Orleans, dove chiede aiuto al premuroso giornalista Gray Grantham (Denzel Washington).

Macchinoso e interminabile thriller classicamente imperniato sul rapporto tra la libertà d'inchiesta giornalistica e le subdole trame del potere economico e politico.

Il problema è che non decolla mai, abitato da troppi personaggi insignificanti, zone morte in quantità e una suspence che vola basso.

Anche l''elegante accademismo formale del regista (Alan J. Pakula)  non riesce a trasformare in oro la materia prima dell'ennesimo bestseller di John Grisham, l'inventore (?) del legal-thriller.



Cast all star completamente sprecato.

IL CORAGGIO DELLA VERITA'

Washington. Pur se scagionato, è oppresso dai rimorsi il colonnello di colore Nat Serling (Denzel Washington): durante la guerra del Golfo ha fatto sparare per errore su un carro armato americano.

Ora proprio a lui tocca di accertare con un inchiesta se il capitano pilota Karen Walden (Meg Ryan) caduto sul campo nelle confuse fasi di un'azone di guerra vicino a Bagdad meriti, prima donna nella storia,l'onore di una medaglia al valore per l'eroismo dimostrato fino all'estremo sacrificio.

Cos’è realmente accaduto e chi ne è autentico testimone? Serling riesamina, si interroga, scruta, si trascina il dramma di quel 25 febbraio (in cui siamo continuamente reintrodotti tramite la più o meno sentita testimonianza, la memoria di ogni membro di quell’equipaggio da lei comandato) ma l’unico vero giudice sembra essere ognuno di noi.

Discreto dramma psicologico con risvolti gialli diretto dal regista Ed Zick, che nonostante la debolezza dell'intreccio coinvolge per il ritmo serrato e la curiosità di conoscere la reale versione dei fatti, raccontati attraverso contrastanti flashback.
La Guerra del Golfo fa da cornice a questa “storia di uomini” (prima ancora che soldati) che vede come unico possibile punto di raccordo il protagonista, nella cui indagine l’intricato sovrapporsi degli eventi sembra riprendere definitivamente il filo.





Si passa da scene di assoluta calma a ricordi terribili sulla guerra, e l'attenzione dello spettatore non viene mai meno, fino alla scoperta della verità, in un finale toccante.

Le dosi massicce di retorica affogano le timide polemiche pacifiste.
L'imbolsito, ma sempre bravo, Denzel Washington deve accontentarsi di incontrare soltanto nei titoli la deliziosa Meg Ryan.

MAN ON FIRE

Città del Messico. È l'amico di mille battaglie Ray (Christopher Walken) a suggerirgli l'insolito impiego: guardia del corpo della famiglia Ramos, lo spaventato paperone locale Sam, la bionda e piacente moglie Lisa (Radha Mitchell) e la piccola Pita (Dakota Fanning).

Cosi, senza più uno scopo nella vita e un lavoro, l'atletico ex agente della Cia John Creasy (Denzel Washington), religioso, scorbutico, alcolista, depresso e con un passato che fa male (all'anima) prende alloggio nella megavilla. Fra la bambina e il guardaspalle nasce lentamente un'amicizia che rompe le barriere del freddo animo del protagonista, riportandolo a sentimenti dimenticati da tempo.


Nonostante le precauzioni e il mestiere, un giorno Creasy non può evitare il rapimento della bambina da parte di un gruppo di malviventi al soldo di qualcuno, durante uno scontro a fuoco in cui viene gravemente ferito.
Pita è adesso in mano ad uno spietato malavitoso chiamato 'la voce'.
John è un'arma letale poichè non teme la morte, anzi la desidera.
In quella piccola ed intelligente creatura John ha ritrovato una ragione di vita e adesso è deciso ad andare a riprendersi quello che la vita gli aveva regalato.
Aiutato da una giornalista 'd'assalto', l'ex assassino di professione riuscirà passo dopo passo a risalire ai rapitori.

MAN ON FIRE è un convulso, violentissimo, assordante, oltre che lungo film d'azione violenta diretto dal regista Tony Scott (fratello di, ma non meno bravo), che nel lungo prologo racconta la dolce fiaba dell'indistruttibile Denzel Washington pronto ad addolcirsi per l'insopportabile Dakota Fanning.

Quindi nella seconda parte fa alzare un Lazzaro incazzato dal letto d'ospedale e pum pum prepara la terribile, stomachevole strage dei cattivi, esprimendo energia e valori in modo semplice ed intuitivo.

Ivengeance movies o revenge movies, come si vogliano definire, sono film in cui il protagonista, per vendicare un torto fatto nei propri confronti o verso persone a lui care, intraprende una strada di morte fino ad arrivare al mandante e al nocciolo della questione. "Man on fire" di Tony Scott appartiene di diritto a questo genere, con la differenza di potersi avvalere di un grande attore, Denzel Washington, che, con un'espressione o una smorfia, riesce a comunicare dolore, emozione e sgomento.

Ma l'epilogo è amaro.

Nel cast anche il nostro Giancarlo Giannini, in un ruolo che definirei quasi da "italiano". Rappresenta il tramite, il limite ultimo che separa la legalità, la moralità, da un circolo vizioso invisibile, ma ben radicato in ogni società. Trovo la sua presenza non solo 'piacevole', ma intelligente.

CODICE GENESI


Stati Uniti, in un futuro non troppo lontano, circa 30 anni dopo l'ultima guerra.
Lo scorbutico e taciturno Eli (Denzel Washington) dalla pelle d'ebano cammina di buona lena da trent'anni, direzione ovest, attraversando in solitudine la terra desolata che un tempo era l'America.
E' partito dopo la terrificante esplosione atomica che ha lasciato solo morte, distruzione e acqua razionata.

Intorno a lui città abbandonate, autostrade interrotte, campi inariditi, i segni di una catastrofica distruzione. Non c'è civiltà, né legge. Le strade sono in mano a bande che ucciderebbero un uomo pur di togliergli le scarpe, o per un po' d'acqua… ma anche senza motivo. Ma non possono far nulla contro questo viaggiatore.

Occhialoni scuri, barba incolta, zainetto in spalla e poca voglia di scherzare, fa secchi, a colpi di maxi-machete, tanto per gradire, sei maldestri rapinatori, come un ninja post-atomico, ben prima che si accorgano dell'errore fatale che hanno commesso. Cadaveri che raddoppiano al successivo scontro. Guerriero non per scelta ma per necessità, Eli cerca solo la pace.

Il taciturno viandante arriva quindi nel villaggio, popolato da ladri ed assassini, controllato dal sadico Carnegie (Gary Oldman), compagno della dolce cieca (Jennifer Beals), patrigno della più ribelle Solara (Mila Kunis) e gestore del saloon dove si riuniscono i più brutti ceffi in circolazione.
Guarda caso il tiranno cerca un libro rarissimo, forse ce l'ha proprio il forestiero. Prendetelo!!

Questo fumetto futuribile, sospeso tra fantascienza e avventura, non è un film facile. Il titolo è banalizzante e troppo rivelatore al contempo rispetto all'originario "The Book of Eli". Non è facile da definire e non sarà facile neppure per lo spettatore predisposto al genere 'post-catastrofe', quello della millesima esplosione atomica cinematografica, così come si è venuto declinando negli ultimi anni. Perché qui la commistione è forte. A partire dalla scelta cromatica che permea tutta la vicenda e che si rivela particolarmente insolita.
In cui si inserisce immediatamente la figura dell'eroe, del cavaliere solitario (anche se procede a piedi) che ha dalla sua la potenza di un sapere ormai perduto e che il Male (un Gary Oldman ormai specializzato in ruoli da malvagio) vuole ottenere per sé. Eli conosce la Parola ma sa usare le armi per difenderla e difendersi procedendo verso un finale in cui, di tappa in tappa, si procede verso uno sguardo sempre più interiore.


"Codice Genesi" non è un film facile anche perché miscela stili narrativi diversi. Alla scene di azione violenta, dove il protagonista ammazza con le più svariate armi (spadone, revolver, mitraglietta e bombe a mano), si succedono in più di un'occasione dialoghi corposi quasi si volesse prestare attenzione a un pubblico molto diversificato.
I fratelli Hughes, alla regia, danno vita a un film che costruiscono tutto intorno a quello che una parte dell'umanità ritiene essere "Il Libro" di cui la memoria non dovrà mai essere smarrita. Gli Hughes propongono in materia una curiosa occasione di riflessione.



PELHAM 1 2 3: UN OSTAGGIO AL MINUTO

New York. Irrompono in quattro armati di mitra su un vagone della metropolitana partito da Pelham Bay. Il capobanda, Ryder (John Travolta), nome "d'arte" che nasconde identità e storia di un criminale raffinato, stacca subito la prima carrozza, il locomotore, dal resto del convoglio. Poi si mette in contatto con il centro di controllo, dove è di turno Walter Garber (Denzel Washington), alto funzionario declassato in attesa del giudizio per presunte mazzette e impiegato allo smistamento dei treni sulla linea di Lexington Avenue.

Voglio dieci milioni di dollari entro un'ora o comincerò ad uccidere i diciotto ostaggi. Ryder trova nella voce e nella persona di Walter il suo negoziatore ideale, preferito allo spocchioso negoziatore della polizia (John Turturro) che cerca invano di far ragionare il folle sequestratore, mentre il placido sindaco (James Gandolfini) salta sulla poltrona alla richiesta. Comunque tutti, negoziatore, sindaco e polizia avranno un'ora esatta per raccogliere la cifra e salvaguardare i passeggeri "in carrozza".

Borsa (con la maiuscola) ci cova.

PELHAM 1 2 3 : UN OSTAGGIO AL MINUTO è un prevedibile ma tutto sommato emozionante poliziesco a tutta birra, diretto dallo specialista dei film d'azione di altissimo budget e qualità, Tony Scott, che conosce bene i meccanismi della suspence, ma lascia sempre appena accennato lo scavo psicologico dei personaggi.

Il film è il rifacimento, aggiornamento tecnologico e narrativo compreso, del notevole  COLPO DELLA METROPOLITANA (UN OSTAGGIO AL MINUTO) (1974) di Joseph Sargent ove il cattivo di turno al treno era Mister Blue, un ex mercenario (auto)folgorato sulla via di fuga.

Dal buco nero della metropolitana di New York, riemergono i fantasmi e si liberano le paure di tutto ciò che oggi destabilizza la società occidentale: le guerre, il terrorismo, la crisi economica, gli squali di Wall Street. Senza metterlo in scena, il fratello del più celebre Scott, ripensa ossessivamente al 9/11 gettando un ex trader di Wall Street dentro una voragine che permette l'espressione della voce in assenza del corpo.

A corollario il dramma di un gruppo di newyorkesi, uno studente che non conosce le parole dell'amore, un ex paracadutista, una mamma vedova di guerra e il suo bambino orfano, impediti nel ventre della città, sotto tonnellate di cavi, acciaio e cemento.
Ancora una volta il buio claustrofobico e il cratere aperto di Ground Zero.

Con il solito stile ipercinetico e prospettive vertiginose e impossibili, Scott riporta a galla dal "vuoto" e dal rimosso della città i crimini finanziari di Ryder, quelli morali di Garber e quelli sentimentali del sindaco. L'(anti)eroe di Denzel Washington si prefigge "a fine corsa" di riparare i torti rimasti impuniti, senza riuscire però a impedire la morte di persone innocenti e un clima di paura, che trovano nella galleria della metropolitana il loro luogo d'espressione.

Dolorosamente consapevole di non essere più esente da "colpe" (ha accettato una tangente da una compagnia ferroviaria nipponica), Garber è alle prese con Ryder che mescola cattiveria e ironia, pratica la banalità del male e il sadismo gratuito. Voce a voce e corpo a corpo, Garber e Ryder si parlano, si ascoltano, si osservano e infine si affrontano per stabilire la vittoria di un mondo sull'altro, in virtù di un ritorno alla normalità rassicurante e di un tragitto di redenzione. Una "corsa" alla redenzione, che finisce anche per annoiare.

Gli ingrassati e imbruttiti Denzel Washington e John Travolta rischiano davvero grosso. Con le residue ammiratrici.

La battuta più bella? Quella del sindaco/James Gandolfini: "Il costume da Rudy Giuliani l'ho lasciato a casa".

INSIDE MAN

Inside Man Spike Lee
New York. Fingendosi imbianchini quattro rapinatori capeggiati dal misterioso Dalton Russell (Clive Owen) irrompono nella Manhattan Trust di Wall Street. I cinquanta ostaggi, tra impiegati e clienti della banca, sono obbligati a indossare tute bianche identiche a quelle dei banditi: geniale trovata, visto che (soprattutto per i tiratori della S.W.A.T.) è impossibile distinguerli.

Il capobanda spara richieste spiazzanti e sempre diverse al detective Keith Fraizer (Denzel Washington), lo stiloso e brillante negoziatore, che instaura il classico rapporto telefonico con l'autore del sequestro: forse i sequestratori puntano a qualcos'altro, oltre ai dollari.

Perchè l'anziano banchiere Arthur Case (Christopher Plummer) è esageratamente preoccupato? E da chi è stata mossa a difesa delle istituzioni la spregiudicata mediatrice Madeleine White (Jodie Foster)? Chissà se il poliziotto è davvero incorruttibile.

In una struttura da noir classico si dipana questo intrigante poliziesco del multiforme regista Spike Lee, con il suo marchio di fabbrica. I movimenti di macchina, i carrelli, la fotografia, i riferimenti al razzismo, l'uso spropositato delle parole, sono elementi perenni del suo cinema che esprime emozione, attraverso i contrasti e l'onanistico utilizzo della macchina da presa.

Perfetto nella sceneggiatura intelligente e su un copione davvero originale pur su un tema molto sfruttato (e questo rafforza ancor di più la bontà dell'Idea), intoccabile nella cura dei particolari (il gessato bruciato, il cappello avana, la camicia bianca e la cravatta regimental oro e blu di Denzel sono classe pura), ricco nella regia che culmina nel piano sequenza all'interno della banca, Spike si diverte a giocare al gatto col topo con lo spettatore, sballottato dentro (e fuori) la banca da ripetuti falsi indizi, ma pronto ad applaudirne il sorprendente finale. Da antologia.

INSIDE MAN è vero cinema.

Ultima nota: eccezionale l'attacco con musica che ti schianta sulla poltrona, forse un pò troppo in vista il marchio Chevrolet del furgone e poi gli altri del gruppo GM. A qualche compromesso deve pur scendere anche Spike.


ATTACCO AL POTERE

New York. Il bus stracolmo di passeggeri salta in aria proprio mentre Anthony Hubbard (Denzel Washington), capo di una speciale divisione dell’FBI, sta trattando con gli invisibili terroristi arabi.

Poi un altro autobus e a stretto giro di posta esplode un teatro a Broadway.

Infine una strage insanguina la sede del Fbi: 600 morti.

Ad affiancare l’investigatore arriva la spocchiosa agente della CIA Elise Kraft (Annette Bening), ammanicata con l’ambiguo arabo Samir.

Nella rete finiscono solo i pesci piccoli, la città è ormai in balia dei dinamitardi, tanto che la Casa Bianca ordina, su pressione del rude generale William Devereaux (Bruce Willis), a cui gli immigrati piacciono meno che a Bossi e Borghezio, lo stato di assedio.

Una volta sceso in campo, l’alto ufficiale ha buon gioco nell’imporre le maniere forti facendo saltare le garanzie costituzionali.

E Manhattan diventa presto un lager.

Sarà Hubbard a metterlo in condizioni di non nuocere riuscendo al contempo a fermare i terroristi.

ATTACCO AL POTERE è un avvincente, anche se un pò farraginoso e oltremodo partigiano, trattato di demagogica fantapolitica, un fumettone a cavallo tra spionaggio e poliziesco, scoppiettante, nel vero senso della parola, nella prima parte e chiaramente a corto di risorse nella seconda.

Da sottolineare la sceneggiatura sorprendentemente premonitrice sul ‘pericolo arabo’, in un film d’azione che si pone il problema della difesa della legalità senza dimenticare la sicurezza dei cittadini.

Come ai giorni nostri, insomma.

Denzel ‘buono’ e Bruce ‘cattivo’ a confronto.

THE MANCHURIAN CANDIDATE

Washington. E' l'influente senatrice Eleanor Prentiss Shaw (Meryl Streep) a manovrare perbenino la campagna elettorale dell'impacciato figlio Raymond (Liev Schreiber), eroe di guerra (quando prestava servizio come sergente aveva salvato la vita al comandante del suo reparto durante un imboscata, nella quale però avevano perso la vita altri due uomini) che a sorpresa supera nella corsa alla vicepresidenza l'anziano senatore Thomas Jordan (Jon Voight).

Toh, dopo ben tredici anni rispunta il maggiore Bennett Marco (Denzel Washington), proprio il capitano del suo plotone in Kuwait durante la Guerra del Golfo (Operazione Desert Storm).

L'ufficiale, da allora, è afflitto da terribili incubi. Ma che diavolo mi hanno infilato sotto la spalla? E' come se mi avessero fatto il lavaggio del cervello, pensa, girando la domanda all'antico commilitone, che presenta anch'egli molti punti oscuri nei ricordi.

Lentamente i dubbi affiorano e si delineano le certezze. Complotto? Mammina, aiutami tu.

Abbastanza inverosimile, ma elettrizzante thriller fantapolitico, costruito con un climax drammatico, come se fosse una bomba a orologeria, e diretto dal ritrovato Jonathan Demme (Il silenzio degli innocenti) che soffre per la lunghezza e per l'approfondimento dei dettagli della storia (presumibilmente per dare alla critica ai non sempre puliti giochi della politica un valore reale).

Trattasi del remake, a distanza di quarantadue anni, mantenendone la tensione e rinnovandone le apocalittiche premonizioni (qui siamo alla Guerra del Golfo), dello sconvolgente "Và e uccidi" (in originale The Manchurian Candidate).

Denzel Washington nel ruolo che era di Sinatra, si muove bene nella parte di automa e interpreta il dramma di un uomo che vede i valori in cui crede ciecamente disintegrarsi davanti agli occhi; la magnifica Meryl Streep, madre del candidato, è cattiva al punto giusto, tanto da poter battere in perfidia anche la strega di Biancaneve.
 
Una citazione per la serie "da vedere" per il montaggio serrato della sequenza finale. Incessante, denso di tensione, un vero "countdown". Il momento migliore di un solido e attuale film.

OUT OF TIME

Banyan Key (Florida). Ho un tumore e cinque, al massimo sei, mesi di vita, confessa, con l’avallo di un medico premuroso, la focosa Ann Merai (Sanaa Lathan), moglie del manesco Chris Harrison (Dean Cain) al suo amante , Matt Lee Whitlock (Denzel Washington), capo della sonnacchiosa polizia locale.

Lo sbirro da spiaggia si commuove alla trista notizia e per procurare alla sua bella le cure più costose non esita a prelevare il malloppo , ricco, sequestrato a un boss mafioso del posto, di cui ha la custodia.

Neanche a farla apposta ecco che le piomba tra capo e collo in ufficio una vice gradevole quanto inattesa, ovvero la sensuale consorte neoseparata Alex (Eva Mendes).


E l’affare si complica tra morti, sospetti e una polizza da un milione di dollari.

OUT OF TIME è un avvincente, anche se abbastanza inverosimile, giallo diretto da Carl Franklin, condito con indubbia tensione, frequenti colpi di scena e un paio di torride scene erotiche, che fila via con buon ritmo e qualche incongruenza di sceneggiatura.

Denzel Washington, con anello al lobo sinistro e tenuta da spiaggia (camicioni hawaiani a iosa), ha il suo bel dilemma da districare: quale delle due pollastrelle assegnategli dal copione scegliere, tra la torrida Eva Mendes e la rigogliosa Sanaa Lathan?

E sono problemi.

PHILADELPHIA

Philadelfia. Il brillante avvocato in carriera Andrew Beckett (Tom Hanks) è licenziato su due piedi per inefficienza e inaffidabilità dal prestigioso studio legale dove lavora.

È una scusa: in realtà hanno appena scoperto che è omosessuale e malato di Aids.

Il giovanotto, cui non basta il sostegno dall'affettuosa famiglia e dalle carezze consolatorie del suo tenero compagno Miguel (Antonio Banderas), si rivolge al riluttante e grintoso collega di colore Joe Miller (Denzel Washington) per citare in giudizio il suo ex datore di lavoro, il cinico squalo Charles Wheeler (Jason Robards).

Ok, si va in Tribunale, dove la l'azzeccagarbugli Belinda Conine (Mary Steenburgen) tenta di fare le scarpe al sempre più debole attore (nel senso di colui che ha intentato causa).

PHILADELPHIA è un angoscioso melodramma sentimental-social-giudiziario (1ª produzione di alto costo, 25 milioni di dollari, sull'Aids), dell'ottimo regista Jonathan Demme ("Il silenzio degli innocenti", per capirci).

Bisogna ammettere che ha gioco facile nel provocare lo sdegno dello spettatore e buon gusto nell'evitarci pruriginose visioni di amplessi tra il macho Antonio Banderas e il misurato e straordinario Tom Hanks (Oscar meritato).

Il film è qualcosa di più di un onesto esempio di cinema civile: ne fanno testo alcune scene memorabili, la festa gay e la sequenza in cui Hanks ascolta Maria Callas in Andrea Chenier (4° atto) di Giordano, e la colonna musicale in cui Mozart, Spontini, Cilea, Catalani s'alternano a Bruce Springsteen, Peter Gabriel, Neil Young.

Oscar anche a Bruce Springsteen per la canzone “Streets of Philadelphia”. <

IL COLLEZIONISTA DI OSSA

New York. Un brutto incidente ha fatto perdere l'uso di gambe e braccia al criminologo Lincoln Rhyme (Denzel Washington), non il cervello che è rimasto quello rapido ed intuitivo di sempre.
Soffre, troppo, tanto da ottenere dall'amico dottore la promessa per l'iniezione letale.

Quando la squadra omicidi gli chiede lumi per catturare un crudele serial killer che lascia chiarissimi messaggi di sfida, in codice, ecco che l'aspirante suicida ritorna ad essere l'implacabile cacciatore di assassini vari.

Dal letto in quale è costretto, prendendo spunto da due indizi apparentemente irrilevanti, spedisce la coraggiosa (e bella!) poliziotta Amelia Donaghy (Angelina Jolie) al posto giusto, mancando di un soffio il cattivone.

I delitti si susseguono, con l'omicida che gioca al gatto col topo, fino a che non finisce lui nella trappola.

Thriller del regista australiano Philip Noyce, con un buon ritmo, con qualche sequenza spaventosa, ma niente di che, e l'evidente spunto, diciamo così, tratto da "La Finestra sul cortile" di Hitchcock.
Washington sostituisce Stewart, guardone alla finestra, e la Jolie è nel ruolo (più o meno) di Grace Kelly. C'è il solito serial killer, nella fattispecie di New York.

Registicamente c'è un altro riferimento, nelle atmosfere inquietanti e violente: sarebbe l'ormai mitico "Seven".
Il finale, come per molti film, non è proprio all'altezza del resto, che rimane comunque sopra la media.

Denzel Washington è sempre coperto da un lenzuolone fino al collo: peccato per le signore.

Déjà vu - CORSA CONTRO IL TEMPO

New Orleans, martedi grasso. Sono morti in 543 nell'attentato che ha fatto saltare in aria un traghetto fluviale. Doug Carlin (Denzel Washington), l’agente dell’ATF, sezione alcolici, tabacchi e armi da fuoco, incaricato di indagare sull’attentato terroristico rimane colpito dalla bellissima Claire Kuchever (Paula Patton) il cui corpo senza vita viene rinvenuto lo stesso giorno sulle rive del fiume.

Come mai ha tre dita tranciate di netto e il segno di un nastro adesivo sulla bocca? 

Scoprirà presto che l’omicidio è collegato all’esplosione. E la risposta sarà uno choc prontamente verificato: la ragazza è morta molto prima dello scoppio.

Un sopralluogo nel suo appartamento conferma tutti i dubbi.
Avvicinato da Pryzwarra (Val Kilmer), agente dell’FBI, Doug è reclutato per la durata dell’indagine da un’unità segreta altamente tecnologica che gestisce informazioni satellitari, registrazioni digitali che ricostruiscono e osservano gli avvenimenti passati.

Convinto di investigare un passato finito e accaduto che gli permetterà di scovare l’attentatore, Doug scopre che la scienza ha piegato quel passato fino a costruire un ponte col presente e che forse c'è un modo per salvare in blocco le vittime: utilizzare il sistema battezzato Biancaneve per balzare indietro nel tempo. 

Difficile resistere a Claire e alla tentazione di alterare il corso degli eventi.

E adesso caccia serrata all'ignoto terrorista.

Déjà vu - CORSA CONTRO IL TEMPO è un inverosimile ma abbastanza eccitante poliziesco fantatecnologico diretto dal fratello considerato (a torto) meno dotato Tony Scott, che scende nei fiumi melmosi della Louisiana post Katrina, rimpiazzando un disastro naturale con uno sociale: il terrorismo.

Nella prima lunghissima sequenza che prelude l’attentato, il regista concentra il momento più spettacolare del film, il più fedele al suo stile ipercinetico, adrenalinico e patinato. I suoni, le musiche, le risate e gli schiamazzi sollecitati fino a brillare nel fragore dell’esplosione introduttiva, basterebbero da soli a riempire gli occhi e la mente dello spettatore.

Lascia invece sconcertati l’improvvisa virata fantascientifica, la porta spazio-temporale passato/presente che corregge, fino ad annullarla, l’interessante trovata tecnologica di scorrere il passato, individuarne le falle e risolvere le indagini. 

paula patton nakedCon il superatletico Denzel Washington che si muove con l'agilità di un gatto tra oggi e ieri.

Bisogna dire che l'uso del dèjà vu è privo di qualsiasi implicazione filosofica e mero pretesto per raggiungere l’happy end sentimentale.

Perchè le fatiche di Denzel vengono ricompensate dalla fascinosa presenza di Paula Patton, una Whitney Houston molto, ma moolto più sexy.

Insomma un incipit magnifico e verosimile, una regia dinamica (con la fissazione per le immagini satellitari o similari) e sempre originale, tuttavia almeno stropicciati da una storia di fantascienza improbabile. 

O amorosa.