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SOPRAVVISSUTO - THE MARTIAN

Marte. Si mette male per l'equipaggio della missione Ares 3 a causa di una tempesta spaziale.

Il botanico Mark Watney (Matt Damon) viene colpito da un detrito: credendolo morto, il comandante Lewis (Jessica Chastain) ordina alla squadra di ripartire per la Terra, abbandonandolo sul suolo del pianeta rosso.

Ma Watney è vivo e, ripresosi, sfrutta al massimo l'hub che faceva da rifugio al gruppo, trasformandolo in una risorsa di sopravvivenza.
Grazie alle sue conoscenze biologiche, infatti, riesce a produrre acqua, coltivare patate (concimate con i suoi escrementi) e, successivamente, a mettersi in contatto con la Nasa (con una vecchia ricetrasmittente).

E alla Nasa esclamano: riportiamolo a casa. Non sarà facile.

SOPRAVVISSUTO - THE MARTIAN è uno sci-fi (anche se si tratta di scienza più che di fantascienza), anche se l'ennesima incursione di Ridley Scott nel genere fantascientifico attraversa vari generi.
Parte come un dramma, diventa poi riuscita commedia (si sorride spesso) nell'illustrarci i tentativi del protagonista di restare in vita e sprofonda, infine, nell'americanata spinta con l'enfatico patriottismo della missione di salvataggio, in uno sventolio continuo di bandierine stars and stripes.

Certo ci sono anche i cinesi a dare una mano.

Eppure vale la pena di vederlo grazie alla ritrovata vena ispiratrice del maestro Ridley Scott, il profeta dei futuri distopici di BLADE RUNNER, capace di compiere, con successo, un discreto miracolo: dirigere, con maestria e senza far calare troppo l'attenzione dello spettatore, una pellicola, così lunga, su un "naufrago" stellare, "dimenticato" su un pianeta deserto e ostile, senza possibilità di interagire con altri se non con se stesso.

Insomma un'opera che sembra più dalle parti di CAST AWAY che non di ALIEN o PROMETHEUS.

Ottima la prova del protagonista da salvare Matt Damon (Salvate il soldato Ryan) che colonizza l'intera pellicola e la meravigliosa fotografia della desolazione marziana.

Rosso, brullo e indomabile, il quarto pianeta viene privato della allure che lo ha accompagnato in un tutt'altro che brillante passato cinematografico, attraverso l'espediente di ipotetiche civiltà pre-terrestri (MISSION TO MARS) o alieni belligeranti (LA GUERRA DEI MONDI).

E presentato per ciò che è, un gigantesco e suggestivo ostacolo alla vita.

E per finire la soundtrack settantina...

THE COUNSELOR - IL PROCURATORE

Jaurez (Messico). Fa la bella vita il Procuratore senza nome (Michael Fassbender), fidanzato alla dolce Laura (Penélope Cruz).

Non gli bastano superauto e megavilla, quindi si mette in combutta con il narcotrafficante Reiner (Javier Bardem), legato alla vistosa bionda Malkina (Cameron Diaz), per una grossa partita di droga trattata con il cartello locale.

Che tragico errore.

THE COUNSELOR - IL PROCURATORE è un crudele e freddo poliziesco, esteticamente ricercato e che si compiace di esserlo, diretto da Ridley Scott, padrone assoluto del mezzo tecnico, con qualche chiacchiera di troppo e una storia parecchio criptica.

Comunque, le riprese e alcune location (la villa di sfavillante eleganza) sono di livello, i personaggi piacevolmente sopra le righe.

Ottimi attori, con Brad Pitt (alle prese con una garrota a motore nda) addirittura ruota di scorta.

Nella scena più bollente (tanto intrigante quanto inutile per la storia), c'è Cameron Diaz, senza slip e con una notevole spaccata di gambe, che amoreggia con il parabrezza di una Ferrari inerme davanti all'allibito Javier Bardem.

Purtroppo non si vede un bel niente.

Pellicola forse lontana dalle migliori prove di Ridley Scott ma meritevole di visione.

AMERICAN GANGSTER

New York, 1968. Alla morte improvvisa del boss Bumpy Johnson, il "padrino" che accoglie le suppliche di Harlem e distribuisce tacchini il giorno del Ringraziamento, Frank Lucas (Denzel Washington), il suo sveglissimo autista e gorilla è lesto ad impadronirsi del timone.

Il fresco gangster ha un senso del marketing molto moderno e un'idea che gli permetterà di sbaragliare ogni concorrenza (soprattutto la mafia italo-americana) nello spaccio della droga abbassandone il prezzo grazie all'acquisto diretto della merce in Thailandia, col favore del caos del conflitto vietnamita: un viaggio lampo nel sud est asiatico e con un primo carico di cento chili diventa il re della droga, senza appoggi né coperture.

I dollari arrivano a vagonate quindi acquista una megavilla per tutta la tribù (mamma, fratelli e cugini), unge i poliziotti infedeli, anche quelli un po' più rognosi come il detective Trupo (Josh Brolin), e sposa la candida Miss Portorico.

Richie Roberts (Russell Crowe), detective ebreo, sbrigativo ed incorruttibile della contea di Essex, sta divorziando dalla moglie, ha dimenticato di dire le preghiere e dà la caccia ai malavitosi e ai distributori di tacchini.

I destini del gangster e poliziotto, il primo elegante e impassibile, il secondo sciatto e infelice, si incroceranno sotto il ring del matche del secolo scorso: Alì-Frazier.

Sarà una guerra lunga e sanguinosa. Chi la spunterà?

AMERICAN GANGSTER è uno spettacolare e violento, non proprio trascinante, poliziesco del solido Ridley Scott, che mette in scena una storia vera, ovviamente arricchendone la trama come il buon cinema d'azione pretende. Anche quello colto.

Dentro una fotografia livida e bluastra, sotto un cielo che piove pioggia e neve, si fronteggiano due eserciti: da una parte i gangsters e i poliziotti corrotti della Unità Speciale della Narcotici, dall'altra gli agenti di Roberts, "puri" come l'eroina spacciata da Lucas. Da una parte il caos, dall'altra l'ordine.

Ottimi i due protagonisti che riescono a dare spessore a due personaggi diametralmente opposti ma in definitiva molto simili e ligi nella loro missione. Bravissimo Josh Brolin nella parte del poliziotto corrotto Trupo, che gira su macchine di lusso e veste con abiti firmati.

Lungo, imperfetto ma godibile.

PROMETHEUS

Pianeta Terra. Al principio dei tempi. Un essere immacolato, versione palestrata di una statua greca, si aggira in un mondo desolato. All’improvviso decide il sacrificio estremo: stravolte da un’energia primordiale, le carni si disfano mentre il cranio si spacca a metà. Ciò che ne rimane, fluido vitale o dna per i meno romantici, cade a terra e la ingravida, dando vita alla razza umana.

Pianeta Terra, 2089, isola scozzese di Skye: la pittura rupestre, vecchia di migliaia di anni, rappresenta un gruppo di uomini primitivi in adorazione di un gigante che, con il braccio, indica una costellazione lontana. La cosa incredibile è che altri artefatti, ritrovati in diversi punti della Terra e tutti risalenti a migliaia di anni prima, riportano la medesima immagine di creature giganti che indicano un determinato pianeta.

Un gruppo di scienziati ed esploratori, a bordo dell'astronave "Prometheus", parte verso il luogo remoto, grazie ai fondi di un miliardario morente (Guy Pearce).

A bordo brillanti studiosi come la tosta Shaw (Noomi Rapace), atletica credente alla ricerca del suo Dio; la bellissima Vickers (Charlize Theron), una manager che rappresenta gli interessi della megacorporation, la Weyland Corporation, che ha finanziato il viaggio; David (Michael Fassbender), androide appassionato di vecchi film al quale manca ironia e anche un certo disprezzo per gli esseri umani; il professor Hollowey (Logan Marshall-Green), uno che cerca invece conferme del suo ateismo; infine Janek (Idris Elba), il capitano della nave intergalattica, un "vecchio lupo di mare".

Alla ricerca dell'origine della vita si imbatteranno nei resti di una civiltà aliena assieme a ciò che l'ha quasi estinta.

PROMETHEUS, ultima fatica fantascientifica del papà della saga Sir Ridley Scott, annunciato come un semi-prequel della serie  ALIEN, è un fantahorror ibrido che deve quasi tutto alle potenti costruzioni visive, e ben poco a una sceneggiatura troppo ansiosa di spremere il massimo di spettacolo da ogni scena per costruire un universo complesso come quello del film capostipite, uscito nell'ormai remoto 1979.

Bisogna ammettere, sotto voce, che non è un capolavoro, di certo non a livello dei precedenti film di fantascienza di Ridley Scott, ma è lo stesso un ottimo lavoro sci-fi, capace di esplorare senza freni e attraverso le immagini quella zona di confine tra l'insaziabile desiderio di conoscenza dell'ignoto e il terrore fisico e carnale che questo è capace di generare.

Probabilmente la (mini) delusione del pubblico è dovuto anche ad aspettative troppo alte ma sono sicuro che con ulteriori visioni il film aumenterà il suo spessore.

Se nel primo ALIEN c'era Sigourney Weaver in comodi pantaloni grigi con bretelle e lanciagranate a rompere i denti, anzi, le zanne del mostro corazzato con il sangue acido, in questo PROMETHEUS il ruolo della "femmina forte" si sdoppia con una bruna e una bionda strizzate in attillatissime tutine spaziali.

Insomma l'action movie ormai è femmina.

UN'OTTIMA ANNATA - A GOOD YEAR

Provenza. Diventa subito triste il cinico e freddo Max Skinner (Russell Crowe), abile agente di borsa, entrando nella tenuta del defunto zio Henry.

Troppo occupato a fare soldi nella City londinese, Max ha pochi amici e molti rivali, una vita pubblica in "piazza", una privata inesistente.

Ed è stata la morte improvvisa di quello zio che tante vendemmie prime l'ha allevato e l'ha appena nominato erede che lo ha distratto dai guadagni a sette cifre e lo ha condotto in terra francese nei luoghi della sua infanzia.

Tra le vigne della tenuta Max ritrova i sapori del suo passato, gli amici della fanciullezza e il fedele vigneron di zio Henry, e scopre quelli del suo futuro, l'illegittima figlia del defunto (Abbie Cornish) e la deliziosa e caparbia locandiera, Fanny Chenal (Marion Cotillard), che lo inebrierà più di un vino "da boutique".

Costretto a ritardare il rientro a Londra e ai suoi affari, Max alla fine cede la tenuta e l'azienda vinicola al miglior acquirente, quello che corrisponde gli interessi del cuore. Perché niente scalda come il sole e il vino della Provenza e riesce ad intenerire anche  un cinico trader, rendendo possibile il lento risveglio dei sentimenti sopiti.

UN'OTTIMA ANNATA - A GOOD YEAR è una gradevole commedia sentimentale paraturistica, che riesce ad essere credibile sia quando cerca la via dell'umorismo che quando scende sul versante romantico.

Non c'è che dire: Ridley Scott è un regista che mostra del coraggio affrontando tutti, o quasi, i generi cinematografici tentando di personalizzarli.

MARION COTILLARD
Se il suo territorio privilegiato è la fantascienza, di cui ha firmato un paio di capolavori come ALIEN (1979) e BLADE RUNNER (1982), nel corso della sua lunga carriera è passato con disinvoltura dal genere storico (IL GLADIATORE, 2000) a quello bellico (BLACK HAWK DOWN, 2001), dal poliziesco (BLACK RAIN, 1989) al road movie (THELMA & LOUISE, 1991), con risultati alterni ma mai mediocri.

Come in questa storia classica dalla trama prevedibile.

La bellissima fotografia non si sottrae alla retorica immergendo le scene del lavoro a Londra in un gelido blu e quelle francesi in una calda solarità, è un continuo verde-oro versus un blu livido.

SOLDATO JANE

USA. Al bel tenente dei servizi segreti della Marina Jordan O'Neil (Demi Moore), che la guerra la fa dagli schermi di un computer, viene la fregola di entrare tra i rudi commilitoni dei Navi Seals.

Se una donna ha gli stessi diritti di un uomo, perché non può diventare una guerriera nel più rischioso dei corpi speciali?

La politicante femminista annusa il colpaccio: l'affare può portare i voti delle donne. Inoltre la ragazza ha ottime note di servizio.

Nelle camerate, ufficiali e reclute sentono qualche rimescolio, ma il sadico istruttore John Urgayle (Viggo Mortensen) la tratta come gli altri. Anzi, peggio.

E vai con marce sotto la pioggia, soste nella gelida acqua paludosa, torture, mancanza di riposo e di sonno, brutalità, pasti-spazzatura consumati in piedi in non più d'un minuto e mezzo, prove di affogamento, reclusione in gabbia, botte, umiliazioni e urla, urla, urla perenni del prepotente ufficiale istruttore pazzoide.

E l'inevitabile impresa militare.

SOLDATO JANE, probabilmente il punto più basso della carriera di Ridley Scott (mica uno qualsiasi), è un ridicolo, retorico ed eterno fumetto social-militare, un pasticcio femminista-bellicista.
La storia non sta in piedi, nonostante il ritmo forsennato, e le frasi fatte sono un'infinità.

Tra gli attori, tutti sopra le righe, spicca (si fa per dire) l'esageratamente muscolosa Demi Moore con i capelli rasati alla Giovanna d'Arco che parla come un caporale in libera uscita. Ubriaco.

Il tutto consedensato in una battuta della bella ma gasatissima (troppo) soldatessa: «Capo istruttore, mi succhi il c...!».

Il genio della truffa

Locandina film il genio della truffaLos Angeles. Lavorano in coppia gli sfrontati imbroglioni Roy Wallace (Nicolas Cage) e Frank Mercer (Sam Rockwell).

La società è fruttuosa: a Roy i soldi non mancano e vive in una bella casa, asettica e ordinata, ossessionato da mille fobie e schiavo delle pillole; l'altro, giovane ed impulsivo, deciso a guarirlo.

I problemi di Roy vengono da lontano: lasciato 14 anni prima dalla moglie incinta, oppresso dai sensi di colpa, è afflitto da agorafobia ed è devastato dai tic.
 
Finalmente con un comprensivo psicanalista, il dottor Klein (Bruce Altman), l'ipocondriaco si apre, riuscendo a incontrare la spigliata figlia quattordicenne Angela (Alison Lohman), di cui non aveva mai avuto notizie.

E la ragazzina, autoinvitatasi a casa del novello e ritrovato papà,  capisce al volo che è un truffatore ma anzichè scandalizzarsi, vuole imparare il suo mestiere, infilandosi in una rischiosa stangata da ottantamila dollari al presunto pollo Chuck Freccette.

Una provocante Alison Lohman

Ora, ti giuro, bambina mia, che cambio vita. Ma l'affare si complica...

IL GENIO DELLA TRUFFA è una godibile commedia, la prima del regista mito Ridley Scott, lontanissima dai kolossal a cui ci ha abituato e con un solo effetto speciale: una scena di allucinazione.

Originale e amarognolo nello strano e a tratti toccante rapporto tra padre e figlia, è un film costruito con una sceneggiatura di ferro (battute esilaranti e ritmo perfetto) e ricco di colpi di scena.

Pur dovendo ammettere che per una volta Nicolas Cage è bravissimo nel caratterizzare il suo personaggio, la graziosa Alison Lohman dal sorriso incantatore ruba la scena a tutti.

I quattro capitoli della saga di Alien


Composta da quattro episodi (in attesa del prequel in 3d, PROMETHEUS), la saga di ALIEN prende avvio nel 1979 con il film di Ridley Scott.

Il primo capitolo racconta dell'astronave Nostromo che, chiamata su un pianeta sconosciuto, viene invasa da creature mostruose quanto difficilmente eliminabili: alieni che si impadroniscono del corpo degli esseri umani.

Protagonista della vicenda è l'icona Ellen Ripley (Sigourney Weaver) e la pellicola segnerà l'immaginario della fantascienza (ma anche degli spettatori, noi compresi nda) per la sua atmosfera cupa e senza speranza.

Nel 1986 è la volta di ALIENS - SCONTRO FINALE di James Cameron in cui, 57 anni dopo, l'unica superstite Ripley guiderà una squadra di marines sul pianeta LB 426 dove i mostri si sono molptiplicati e hanno ucciso tutti gli esseri umani.

Seguiranno altre due pellicole: quella del 1992 di David Fincher (ALIEN 3), a nostro avviso la meno riuscita della serie visto che il regista darà dimostrazione del suo talento solo dopo,  e quella del 1997 di Jean-Pierre Jeunet (ALIEN - LA CLONAZIONE),  che porteranno Ripley, prima in una colonia popolata da fanatici religiosi e, poi, a venir resuscitata 200 anni dopo grazie alla clonazione.

2089, Ridley Scott va alle origini di Alien: Prometheus

33 anni dopo aver diretto il film capostipite, Ridley Scott firma PROMETHEUS, prequel in 3d della saga Alien.

Le indiscrezioni cominciano a rincorrersi: siamo nel 2089 e una spedizione scientifica cerca il pianeta dove si nasconderebbe il mistero sull’origine dell’umanità e parte a bordo della Prometheus.

Tutto parte con il ritrovamento di un disegno rupestre in una grotta su un’isola della Scozia.

Nel disegno un uomo ha indicato una costellazione che non potrebbe conoscere. Testimonianze di altre civiltà terrestri, ma anche qualcosa che si trova dall’altra parte dell’Universo.

 Più che una mappa un vero e proprio invito agli occhi della scienziata religiosa Elizabeth Shaw (Noomi Rapace), l’eroina che dovrebbe raccogliere l’eredità dell’indimenticabile e carismatica Ripley (l’icona Sigourney Weaver).

Addormentati per i due anni del viaggio (come da prassi…) , i membri dell’equipaggio si risvegliano vomitando.

Tutti tranne la gelida ed enigmatica Meredith Vickers (Charlize Theron), rappresentante della Peter-Wayland-Yutani Corporation che finanzia la spedizione: lei modella il proprio corpo con dure flessioni, come avviso ai naviganti.

Sulla nave spaziale, oltre capitan Janek (Idris Elba), Fifield (Sean Harris), Halloway (Logan Marshall-Green) e Milburn (Rafe Spall), anche l’ambiguo ed immancabile androide David interpretato da un biondo Michael Fassbinder.

Sul pianeta remoto, patria della razza aliena degli Space Jockey ( era la gigantesca creatura alta quasi trenta metri con volto umanoide ed elefantino, comparsa solo all’inizio del primo Alien e poi sparita nda) che avrebbe plasmato quella umana, qualcuno riuscirà a trafugare il segreto della tecnologia alla base della vita, scatenando l’ira dei padroni di casa che, per vendicarsi dell’affronto, spediranno sulla Terra ferocissimi predatori, quelli con cui farà i conti la tosta Ripley e l’equipaggio della Nostromo.

Ridley insomma indaga sugli inizi più che della distruzione finale, tema di gran parte dei film di fantascienza.

In uscita in Italia a settembre, è assicurata almeno una scena del film destinata ad essere equivalente di quella divenuta celebre in Alien.

Io non vedo l’ora di gustarmela.

ROBIN HOOD

Francia, 1199. Il prode arciere inglese Robin Longstrid (Russell Crowe) è un abile arciere dell'esercito di Riccardo I, sovrano coraggioso in guerra coi francesi.

Fino alla fatale freccia che uccide il monarca guerriero e convince Robert e i suoi amici a congedarsi dall’armata e a fare ritorno a casa, ma nel tragitto soccorrono il fedele scudiero Sir Loxley, incaricato di annunciare l’avvenuta morte di Riccardo e di consegnare la sua corona, ferito in un imboscata dagli sgherri di sir Godfrey (Mark Strong).

Sul punto di morte prima dell'ultimo rantolo il nobile uomo strappa all’arciere una promessa, dovrà restituire la sua spada al vecchio padre nella contea di Nottingham. Uomo di parola, Robert si recherà nella tenuta di Loxley, dove per volere del vecchio Walter assumerà l’identità del figlio defunto e i diritti sulla bella e fiera consorte, Marion (Cate Blanchett).Superba e riottosa, la donna non vuole saperne di quell’impostore che si rivela però gentiluomo.

Scoperto di essere figlio dell’uomo che scrisse la Carta della Foresta, sventato un complotto francese ai danni dell’Inghilterra e deciso a reagire ai soprusi di Giovanni Senzaterra e senza cuore, Robert impugnerà arco e frecce e cavalcherà coi suoi uomini per la vittoria.

Restituita la gloria alla sua terra, l’arciere viene dichiarato fuorilegge.

Rifugiatosi nella foresta di Sherwood con una Marion ormai innamorata diventerà Robin Hood e leggenda.

Spettacolare, avvincente kolossal para (ma molto para) storico di Ridley Scott, ancora capace di emozionare e divertire insieme lo spettatore come nei suoi film più riusciti, che dopo i gladiatori e i crociati riscrive la leggenda di Robin Hood dando vita a un Robin inedito, una sorta di "prequel".

Se l'impetuoso Russell Crowe, improbabile stratega militare, è troppo vecchio per la parte (ma mostra una fisicità e una naturalezza sorprendente), l'assalto finale davanti a Dover sembra un anticipo dello sbarco in Normandia. Al contrario, tra l'altro.

I DUELLANTI

Francia, anno 1800. Gabriel Feraud (Harvey Keitel), irascibile tenente di Napoleone, sfida a duello il mite pari grado Armand d'Hubert (Keith Carradine) per davvero futili motivi.

Lo scontro alla spada, a Strasburgo, finisce zero a zero, identica essendo la valentìa dei due schermidori.

Le battaglie al seguito di Napoleone incombono, il match è rinviato.

Ad Augusta, nuovo duello e nuovo pareggio, e così a Reims, nella steppa russa e a Tours.

Per quindici anni i due ufficiali degli Ussari, sciabola o pistola, si affrontano, ossessionati da un'assurda rivalità, e dire che sono diventati generali.

Da un racconto (1908) di J. Conrad l'opera prima di Ridley Scott (premiato al Festival di Cannes), la storia di una resa dei conti privata nata da un assurdo puntiglio, continuamente rinviata per l'irrompere della "grande storia"

Un affascinante, raffinato melodramma romantico, perfetto nella ricostruzione di ambienti e costumi.

Notevole soprattutto la ricercata perfezione e l'eccellente interpretazione dei due protagonisti.

Da conservare in cineteca come un quadro che si ama.

BLADE RUNNER

Los Angeles, 2019. Anche l'ex poliziotto fallito, il detective Rick Deckard (Harrison Ford), in una megalopoli piovosa e sovrappopolata, viene richiamato in servizio.

La sua specialità?
I cosiddetti "lavori in pelle", cioè l'eliminazione di esemplari insubordinati di "replicanti", androidi adibiti ai lavori più duri nelle colonie spaziali.

Quattro di loro, Roy Batty (Rutger Hauer), il capo, ritenuto il più pericoloso, Leon, Zora e Pris (Daryl Hannah), si sono ribellati, hanno raggiunto la Terra per tentare di infiltrarsi, mescolandosi alla popolazione, nelle industrie che li fabbricano.

Roy vorrebbe guidarli verso la vita eterna, gli androidi come gli umani hanno infatti una “data di termine”, e per questo va alla ricerca del suo progettista deciso a chiedergli più vita.

Come faccio a riconoscerli, si chiede l'investigatore: è più facile distinguere Michele Santoro da un politico del PD. I replicanti infatti sono identici agli esseri umani, tranne che per la suddetta durata limitata della loro esistenza e per l'apparente incapacità di provare sentimenti.

Proprio sulla registrazione delle reazioni emotive si basa il test Voigt - Kampff, con cui Deckard indentifica nella bellissima Rachel (Sean Young), collaboratrice dell'industriale, una replicante sperimentale, inconsapevole della propria vera natura. E' vera o finta?

Affascinante connubio di poliziesco e fantascienza, diretto da Ridley Scott, "Blade Runner", un vero e proprio cult-movie, vive un rapporto di simbiosi con "Il cacciatore di androidi", romanzo di Philip K. Dick da cui è tratto.

Una Chinatown stellare dove il cinema nero degli anni Quaranta, con il detective si amalgama alla perfezione con le battaglie spaziali, tra navicelle volanti e raggi laser. Un film tetro, angoscioso, quasi spettrale, ha il suo punto di forza negli effetti speciali, nella colonna sonora di Vangelis e nella scenografia.

Tuttavia il film descrive perfettamente una società multietnica e tratteggia perfettamente i diversi personaggi, tutti pervasi dall'amarezza tipica dell'opera di Dick.

Dallo scienziato colpito da invecchiamento precoce che vive in una casa piena di giocattoli, ai replicanti afflitti da angosce esistenziali, dalla fragile e sensuale Rachel alle prese con la propria identità sconosciuta al detective anni Quaranta trasferito nel futuro.

blade runner"Io ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare"

"...E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire".

Come non chiudere così?

LE CROCIATE

Francia, 1184. Il giovane fabbro neovedovo Baliano (Orlando Bloom) incontra il nobile Goffredo di Ibelin (Liam Neeson), in partenza per le crociate.
Lo segue, prima riluttante e poi del tutto impegnato nella ricerca della propria natura guerriera e della propria identità, in Terra Santa, dove il nobile muore, trafitto da una freccia, dopo avergli rivelato di essere suo padre e averlo nominato cavaliere.

A Gerusalemme bussa alla porta del re cristiano Baldovino (Edward Norton), malatissimo di lebbra, e s'invaghisce di sua sorella, la belle e disinvolta Sybilla (Eva Green), sposata senza amore all'impulsivo Guido di Lusignano, sempre in cerca, in combutta con il focoso Reginaldo di Chatillon (Brendan Gleason), del modo più sanguinoso per scatenare la guerra contro il saggio Salah ad-Din (Ghassan Massoud), rispettoso, tra altezze reali, dell'altrettanto illuminato sovrano cristiano.

Così il nostro incontra principesse, guerrieri musulmani, re illuminati e diventa un leader, una circostanza inspiegabile, addirittura diventa il punto di riferimento di ogni guerriero crociato, tranne i pochi che tramano contro di lui. Appoggiato anche dal consigliori del sovrano Tiberias (Jeremy Irons), che media instancabilmente (e vanamente) fra falchi e colombe.

LE CROCIATE è un violento (non eccessivamente) kolossal del regista Ridley Scott, che ritenta il colpo de IL GLADIATORE (un racconto di fantasia inserito in un contesto storico). Come fece già con la decadenza dell'Impero romano, l’immaginoso Ridley Scott non ignora i libri, ma li reinventa secondo le necessità dell’epica.

EVA GREEN
Per questo motivo il consiglio è di badare troppo al parere degli storici a caccia di errori; e prendete con leggerezza anche il pur legittimo dibattito etico-ideologico sulla cattiveria dei Templari e la saggezza del Saladino.

Scandito da magnifiche, pur se cruentissime, battaglie guidate da un eroe tormentato nella ricerca del "giusto" (un Orlando Bloom con la faccia adeguata per la parte, pur se lontano dal grezzo fascino di Russell Crowe), s'impantana leggermente nelle diatribe religiose, in questo sogno da guerra e pace intorno al Santo Sepolcro.

Insomma Ridley Scott, al di là di qualche smagliatura sentimentale, tiene bene in pugno la spada. Il dio del kolossal lui ha ispirato: organizzazione dello spettacolo, senso dell'epico, clangore di battaglia.

E un cast notevolmente superiore alla media.

ALIEN

L'astronave Nostromo con un equipaggio di sette persone (cinque uomini e due donne) capta un misterioso SOS mentre sta viaggiando per fare ritorno verso la Terra dopo una missione stellare.

Cambia prontamente rotta e atterra sul pianeta sconosciuto dal quale arrivava la richiesta di aiuto intergalattica, ma la colonia sembra essere disabitata.
Sembra.

Nel corso di una ricognizione, tre volontari scoprono mostruosi parassiti a forma di ragno, mollicci e tenaci come sanguisughe, da cui riescono a stento a liberarsi e via di corsa, con la navicella già in moto, a tavoletta.

Era una diabolica trappola: i coloni sono stati in realtà sterminati da una razza aliena che ha trasformato la base in una gigantesca covata.

Ma un immondo ospite è riuscito a salire e affiora dal petto di uno dei sette, per poi provare a cucinarsi gli altri sei.

Si salva solo la più bella della nave, il tenente Ellen Ripley (Sigourney Weaver), grazie alla capsula d'emergenza lanciata nello spazio siderale.

ALIEN è un terrificante (in senso buono) e angoscioso thriller spaziale del raffinato Ridley Scott, con tanto di effettacci cruenti.

L’idea della specie aliena che usa il corpo degli esseri umani come ospite per la proliferazione parassitaria non era nuova già nel 1979 , basti pensare a "L’invasione degli Ultracorpi" di Siegel. 

Eppure l’alieno, concepito dalla follia visionaria di H.R. Giger e realizzato da Carlo Rambaldi, è divenuto nel corso degli anni una vera e propria icona, cinematografica e non solo.


E la figura e l'ambientazione hanno scatenato i sociologi in perenne ricerca di metafore da sviscerare.

Esempio sublime di bellezza e malvagità, può essere visto come una versione estrema di “dark lady”, e non a caso, forse, è femmina, nera e sfuggente. Una specie totalmente priva di qualsiasi moralità, che ha come unico scopo la sopravvivenza e la riproduzione, è una trovata geniale nella sua semplicità: gli alieni hanno la stessa psicologia delle mosche, ma in più sono estremamente letali.

Lo stesso titolo, ALIEN, sembra riferirsi tanto all’essere alieno quanto all’ambiente entro cui si svolge la storia: le creature divengono padrone di tutto ciò che serve al loro scopo, tanto dei corpi usati come materia prima organica quanto della base spaziale, nonostante questa sia opera degli uomini.

L’angoscia generata dal film sta proprio nel disperato girovagare dell’equipaggio tra i claustrofobici labirinti della colonia, in cerca di un’impossibile salvezza. Sale progressivamente, nei personaggi e nel pubblico, la consapevolezza che gli alieni braccano gli umani come il gatto fa col topo
.
Un gioco crudele che al topo riserva solo due inquietanti finali: la fuga. o la morte.


Su una cosa dovremmo essere convinti: Sigourney Weaver è senza dubbio l'oggetto volante più sexy di Hoollywood.

IL GLADIATORE

Roma, 180 dopo Cristo.
La vittoria nelle lande germaniche del prode e possente Generale Massimo (Russell Crowe) aumenta, ove fosse possibile, l’ammirazione dell’imperatore Marco Aurelio (Richard Harris): alla mia morte ti cederò il trono, non mi fido della mia inetta discendenza rappresentata dal rampollo Commodo (Joaquin Phoenix).

Però. Però il legittimo quanto poco marziale erede strangola il padre, si impadronisce del bastone del comando e ordina di assassinare l’alto ufficiale Massimo, il vero protettore di Roma.
Il quale, da combattente di razza qual è, riesce a mettersi in salvo, ma non può impedire l’uccisione dell’amata moglie e del diletto figlio.

Distrutto dal comprensibile dolore viene catturato e spedito in Africa, al mercato degli schiavi. Dalla gloria alla schiavitù, viaggio solo andata. Per altri.

Viene acquistato dal liberto Proximo (Oliver Reed), un ex-gladiatore che si è conquistata la libertà combattendo e ora organizza gli show al sangue al Colosseo.

Dai cui spalti, ammassati e urlanti, i bravi cittadini romani spasimano per vedere teste mozzate, arti che volano, esseri umani sbranati dalle belve feroci. È il loro divertimento preferito, malauguratamente negato per troppo tempo dall’imperatore-filosofo, da quel Marco Aurelio appena morto.

Ora, per fortuna, sul trono c’è il figlio Commodo, uno che è bravo a soddisfare i gusti del pubblico pagante. E non. È lui ad avere indetto cinque mesi di ludi gladiatori, centocinquanta giorni di feste sfrenate per far dimenticare ai sudditi qualche “piccola” magagna (tipo l’uccisione dell’imperatore e il tentativo di fare lo stesso con quello designato).

Ma Massimo inizia a fare quello che sa fare meglio, da bravo soldato: combattere, combattere, combattere. E uccidere, alla bisogna.

Di combattimento in combattimento (spettacolari le scene di azione, soprattutto quando Massimo prende il comando nell’Arena, impartendo “naturalmente” ordini di dispiegamento agli spaesati compagni di sventura) può dimostrare tutto il suo valore. E’ il più bravo e nessuno, né uomo né belva può fermarlo.
Così la sorte gli regala la possibilità di ritrovarsi a Roma.

Vendetta, tremenda vendetta con l’aiuto della bella (e innamorata) sorella dell’ambiguo (sembra avere “attenzioni” per la sorella) Lucilla (Connie Nielsen). Fino a trovarsi di fronte all’odiato cattivone integrale.
“Mi chiamo Massimo Decimo Meridio, comandante dell’esercito del Nord, generale delle legioni Felix, servo leale dell’unico vero imperatore Marco Aurelio, padre di un figlio assassinato, marito di una moglie uccisa. E avrò la mia vendetta, in questa vita o nell’altra”.

IL GLADIATORE è un avvincente e vibrante kolossal dell’eclettico Ridley Scott, più che un film, un “filmone” in costume sullo stile di quelli che andavano di moda negli anni ’50, trascinante nelle spettacolari scene d’azione, tra cui mi piace ricordare anche la splendida battaglia iniziale, e che colpisce dritto al cuore.
Con qualche strafalcione storico, ma è un film mica un sussidiario (esistono ancora?) di Storia.
Cinque Oscar (al film, Crowe, effetti visivi, costumi, sonoro) aggiungono medaglie e fascino a un film che è sicuramente da vedere.



THELMA & LOUISE

Arkansas (Usa). La timida casalinga Thelma (Geena Davis) pianta su due piedi un marito padrone gonfio di birra, attaccato al divano e alla televisione, per partire con l'auto e passare un weekend di libertà con l'amica Louise (Susan Sarandon) cameriera in un fast-food.

Dura poco l'ebbrezza di ritrovata libertà: quando Thelma sta per essere violentata da un bullo, Louise interviene e uccide l'aggressore.

E ora la loro gita sulla decapottabile verde si trasforma in fuga.

Braccate dalla polizia, le due fuggitive scoprono una nuova dimensione della vita e una parte sconosciuta di loro stesse.

In breve si lasciano derubare da un giovane bel ganzo (Brad Pitt), rapinano un negozio, fanno saltare la cisterna di un osceno camionista.

Ormai hanno imboccato una strada senza ritorno, nonostante il prodigarsi di un poliziotto comprensivo (Harvey Keitel).

THELMA & LOUISE è il 7° film, affascinante e di straordinaria intensità, del dotatissimo Ridley Scott e uno dei suoi migliori. 

Il merito è anche della sceneggiatura, evidentemente scritta da una donna (Callie Khouri) che gli ha fornito una bella storia, una feconda combinazione, con grande senso dello spettacolo, di poliziesco e western, commedia e dramma, con due personaggi vivi, un punto di vista nuovo, un discorso insolito che riprende l'anarchismo liberale del cinema di strada degli anni '60.

Con due abbaglianti interpreti – ben doppiate da Rossella Izzo e Donatella Nicosia – è uno dei film più euforicamente femministi mai arrivati da Hollywood, con due eroine spaurite eppure coraggiose, anche se controvoglia.

CHI PROTEGGE IL TESTIMONE




 
New York. La seducente appartenente all'upper class Claire Gregory (Mimi Rogers) durante un ricevimento vede senza dubbio alcuno il padrone di casa che viene accoltellato a morte dal suo ex socio, Joey Venza (Andrea Katsulas), che poi se la da a gambe, non senza averle gettato uno sguardo carico di minacce.
Nell’inevitabile duello, l’assassino svelto di coltello non ha nessuna intenzione di farsi inchiodare dalla scomoda testimone, né lei di finire accoltellata.

Così la ricca bellona ottiene con una certa facilità una guardia del corpo, e il prescelto, l’aitante detective Mike Keegan (Tom Berenger), un poliziotto che vive nel quartiere a rischio di Queens con la moglie e il figlioletto che ama, spinge l’assillante marcamento ad uomo....a donna, diciamo, oltre la soglia della camera da letto. Peggio, se ne innamora.

Tutta la situazione non garba, oltre, ovviamente, all’omicida, alla grintosa moglie del poliziotto, Ellie (Lorraine Bracco) : adesso scegli, o me o quella tremolante prugna secca.

Thriller che scorre sul binario del convenzionale, ricordando il plot di altri film, eppure sufficientemente eccitante, cosparso di zone buie e sequenze di erotismo soft, ma confezionato con stile ricercato dal regista Ridley Scott (si, proprio lo stesso di Blade Runner ed Alien).

Solo che Ridley rimescola le carte. Mette a confronto (come classicità vuole) la mora (non ricca e moglie) e la bionda (ricca e amante) ma non fa dell'una la vittima passiva e dell'altra la mantide divoratrice. Sono invece due donne che vedono messa in pericolo la loro quotidianità ormai acquisita. L'una per la minaccia di un killer, l'altra per la possibile frantumazione del proprio nucleo familiare. Tra questi due poli si muove un Berenger utilizzato per un ruolo differente rispetto a quelli fino ad allora affidatigli.

Inoltre Scott aggiunge un protagonista in più: il décor.

È lo spazio (per lui fantascientifico) in cui si muove Keegan dal momento in cui entra 'a palazzo'. La musica classica sottolinea questa dimensione di stupore sottolineando la distanza di classe sociale di 'mondi', l'"alienità" che raggiunge il suo apice nella scena girata al museo Guggenheim.

Probabilmente il film è un prodotto di alta bigiotteria confezionata talmente bene che può essere scambiato anche per una gemma preziosa.

BLACK RAIN - PIOGGIA SPORCA

New York. L'arcigno poliziotto Nick Cocklin (Michael Douglas), sotto inchiesta per corruzione, assiste in un bar, insieme al giovane collega Charlie Vincent (Andy Garcia), allo sgozzamento di due visi gialli, il cui autore è un esponente della yakuza.

L'omicida, subito acciuffato, è riaccompagnato dal tandem a Osaka dove, all'arrivo all'aeroporto, gli viene sottratto, grazie ad una credibile messinscena, da finti agenti nipponici.

Gabbati e furibondi, quanto impotenti, i due vengono messi nelle mani del saggio commissario locale Matsumoto (Ken Takakura) che li mette subito in riga: qui comando io, quindi niente pistole e state ad osservare.

Osaka non è New York.

Charlie, caduti in una trappola per le strade della città, sotto una pioggia incessante, viene decapitato da un motoclista con katana, e l'ira di Nick diventa rabbiosamente incontenibile, appena alleviata dalla bionda "accompagnatrice" Joyce (Kate Capshaw).

Veramente bello ed elegante poliziesco diretto da Ridley Scott, movimentato, duro e a tratti violento in un Giappone che rimanda a certe scene apocalittiche di BLADE RUNNER, assordante dai sinistri bagliori notturni, con tanto di pioggia,insegne pubblicitarie, le luci al neon, nell'etereo crepuscolo, e addirittura sequenze palesemente narcisistiche, in cui l'affamato Douglas reincarna Harrison Ford nell'impacciato uso di bachette e scodellina.

Ma la condizione meticcia è ribaltata: è il Giappone che si è "contaminato" di Occidente, la pioggia sporca appunto che ricorda.

Perfetto Michael Douglas, l'agente cinico e tormentato, e molto bravo anche l'emergente (a quei tempi) Andy Garcia, ma la medaglia del migliore in campo spetta di diritto allo sconosciuto (in occidente) giapponese Ken Takakura, veramente credibile nel ruolo del poliziotto dai "metodi" nipponici.


NESSUNA VERITA'

“Devi decidere da che parte stare della croce. Se piantare i chiodi o restare appeso”. 

 Ai miei occhi sembra l’unica verità presente nel film. Infatti il titolo originale “Body of Lies” (Un mucchio di menzogne) rende meglio l’idea di quello tradotto in italiano (ma questa non è una novità). Si! Decisamente la verità è assente. 

 Roger Ferris (un cencioso e impolverato Leonardo Di Caprio, che si misura in un altro film con un personaggio “sotto copertura”, in pericolo di vita “h24”, come direbbero i militari) è l’uomo dell’ Agenzia ( la Cia) nel Medio Oriente, un giovane agente operativo. E’ perfetto per il lavoro assegnatogli: parla l’arabo, sa muoversi senza farsi notare, adattarsi ad una realtà ed a un ambiente notevolmente diversi da una città nordamericana, tessere velocemente relazioni utili allo scopo, ottenere informazioni. 

Hoffman (un bolso Russell Crowe) è il suo supervisore, con famiglia, a Langley, Virginia. Mentre impiega le mani per far salire in macchina i figli o aiutarli a fare pipì, con un auricolare senza fili perennemente attaccato all’orecchio fa la guerra, sacrifica vite umane, salva se può quella del suo compatriota, dal suo punto di vista deformato ed irreale salva ogni giorno il mondo. 

E soprattutto vuole che ogni obiettivo vada raggiunto in fretta, facendoci assaggiare l’aria di superpotenza mondiale. 

 Usa le persone senza farsi scrupoli di sorta e non si fida di nessuno. Ferris è il giovane (ricorda un po’ il tema di SPY GAME del fratello a torto considerato meno dotato Tony Scott) ancora non definitivamente perso sulla strada del lavoro da sicario senza rimorsi e sembra farsi qualche scrupolo in più. 

Soprattutto da quando si è alleato con Hani Salaam (Mark Strong), capo dei servizi segreti giordani, dai modi stilisticamente affabili, arricchiti da cravatte e completi di fattura europea, sotto cui nasconde una determinata ferocia (non disdegna la tortura) propria del ruolo, per portare allo scoperto Al-Saleem, la mente degli attentati di una cellula terroristica che stanno colpendo l’Europa. 

Il film ci mostra le diverse prospettive, illustrando come sempre le ragioni private annegate nella guerra pubblica. Hoffman, Ferris e il giordano Hani sono su punti di vista diversi e hanno preoccupazioni diverse; a Hani importa un controllo regionale sul suo piccolo feudo, a Hoffman preme un controllo globale, necessario per fare carriera negli apparati. Ferris poi si perde anche nell’amore per una infermiera palestinese, Aisha. Ma tendono, momentaneamente, allo stesso obiettivo: la cattura del terrorista. 

 Anche i corpi sono diversi: quello di Ferris è escoriato, affetto da rabbia (dopo il morso di un cane), reso sanguinante dai frammenti di ossa di un amico iracheno che è stato ridotto a brandelli da un esplosione avvenuta in un operazione in una zona desertica, tra polvere e stracci. Quello di Hoffman è appesantito, bolso, da borghese che gioca alla guerra da play-station mentre si versa un bicchiere di latte. 

 I due protagonisti hanno soprattutto diversi sguardi: quello di Hoffman è uno sguardo dall’alto, mediato dalle immagini riprese dai satelliti, che si pretendono onniscienti e infallibili. E qui penso che il regista Ridley Scott abbia attinto da NEMICO PUBBLICO del suddetto fratello Tony (anche in quel caso il controllo telematico era molto spinto, tra cimici, rilevatori gps e immagini satellitari). 

 Quello di Ferris è uno sguardo dal teatro di guerra, senza i filtri e la distanza rassicurante ed asettica dei satelliti, allo stesso gradino del nemico o dell’alleato, giocatori, dalla stessa parte o contro (ma chi può dirlo?) nello stesso campo di gioco. 

Quello che segue è un rincorrersi di bugie, dove i protagonisti svolgono le loro azioni in un scenario dove “i tuoi nemici si vestono come i tuoi amici e i tuoi amici come i tuoi nemici”. 

NESSUNA VERITA' è un film decente in cui è presente il solito messaggio (il lavoro di spia è un lavoro sporco e rientra nei crimini di Stato) e che lascia abbastanza sfumate le ragioni dello scontro globale, quasi dando ad intendere che lo scontro di civiltà che stiamo vivendo sia il frutto di piccoli interessi di burocrati da play-station, che di fronte alle perdite umane, resettano e incominciano da capo. 

Fosse così semplice basterebbe togliergli il giocattolo. 

 Temo che non basterebbe. E che la “Ragion di Stato” a volte ha il suo perchè. 

BLACK HAWK DOWN

Il sole continua a splendere ignorando i disastri della guerra, la notte continua a scendere nel tempo della fame.

Se non è mai facile distinguere le ragioni dal torto, questa volta, almeno per me, non è così. Questo film prende spunto da un pezzo di Storia recente. Storia il cui ricordo degli accadimenti e del relativo significato è stato letteralmente vaporizzato, o meglio, vista l’ambientazione, polverizzato. Come se non fosse mai successo. Probabilmente travolto, surclassato, annichilito da avvenimenti più importanti. Siamo stati spettatori, attraverso la televisione, di quelle sequenze da video-game proposto con le ombre che si muovono su di un fondale verdino, con illuminanti e sinistri squarci di bianco sul teleschermo. La guerra in Iraq ai raggi infrarossi. I bombardamenti nella notte colorata di “verde”.

Qualcuno, forse pochissimi tra l’occidentale medio, si ricorda della guerra in Somalia. Ma, a dire il vero, anche, come canta Manu Chao nella sua ultima “Rainin in paradize”, della Monrovia, Congo o Zaire, Sudan (meglio dire Darfur) e delle molte guerre di Serie B, soprattutto dell’Africa. 

Della missione umanitaria iniziata dall’ONU all’inizio degli anni novanta per salvare il paese da una tremenda carestia e che ben presto si è trasformata in una vera e propria guerra. Da una parte le forze militari ONU impegnate in missione umanitaria (Restore Hope), dall’altra le bande armate somale. L’escalation militare che comportò l’invio da parte degli Stati Uniti di truppe scelte quali i Rangers (badate bene, non Marines) e la Delta Force per cercare di riportare ordine all’interno di un paese allo sbando. Dai sacchi di derrate alimentari con la bandiera azzurro stellata si passò ben presto a proiettili ed elicotteri recanti la figura a stelle e strisce. Dai servizi televisivi che mostravano in diretta un fittizio ed imbarazzante sbarco di soldati, perfettamente attrezzati e splendidamente vestiti ton sur ton, sulle coste somale agli scontri veri e propri. 

Fino alla cosiddetta “Battaglia di Mogadiscio”. Iniziata per impedire che le derrate alimentari finissero nelle mani sbagliate. Quelle dei feroci “Signori della guerra” e delle loro milizie. Una ferita ancora aperta ma ormai passata nell’oblio. Così come tutta l’operazione somala.

Si, perchè il film in questione, del regista Ridley Scott (presentazioni inutili, nevvero?) è tratto dal libro che ripercorre la vera storia della “Battaglia di Mogadiscio”,  con l’impegno americano (Presidente Bill Clinton, passato alla storia per i sigari e le stagiste, rigorosamente serviti insieme) in una terra senza petrolio (ricordi, anima bella?) e analizza sotto la lente di ingrandimento, come già ampiamente detto, un singolo episodio della “guerriglia” somala. 

E il titolo nasce dal rafforzamento dell’uso della simbologia racchiusa nell’abbattimento dell’affidabile macchina da guerra volante, potente simbolo della superiorità tecnologica che protegge dal cielo la missione dei soldati, simbolo anche cinematografico della onnipotenza militare statunitense (come non ricordarsi della cavalleria volante di APOCALYPSE NOW), e poi di un’altro, cosa che fa dire al Gen. Garrison (Sam Shepard), dalla sua saletta di regia: “Abbiamo perso l’iniziativa”. Costretti alla difensiva. Trascinati allo scontro sul terreno.

Somalia, 3 ottobre 1993. Elmetto ben calzato, giubetto antischegge e controllare la dotazione. E’ un war-movie. Formazione di copertura. Occhi aperti. In marcia.

Dopo i 15 minuti iniziali, utili per godere della visione di un Oceano Indiano bello e pericoloso, inizia il tutto. Lo sbarco dei Rangers comincia male per il Sergente Eversmann (Josh Hartnett): il soldato Todd Blackburn cade dall’elicottero mancando la corda (il pilota dell’elicottero è costretto a virare bruscamente per evitare un razzo di un RPG, un lanciagranate a spalla di fabbricazione sovietica nda). 

”Uomo a terra. Uomo a terra”. Ed è solo l’inizio. Il sottufficiale al comando è costretto a portare subito il ferito all’edificio obiettivo e poi ritornare in postazione. Ma le cose si mettono male quando il Black Hawk di Wolkott viene abbattuto. Eversmann e i suoi devono andare sul luogo dell’impatto per soccorrere i caduti lasciando due uomini in posizione in attesa delle Jeep, che non arriveranno mai. Costringendo i due soldati, una volta accortisi di essere stati “dimenticati”, ad attraversare la città da soli, per ricongiungersi agli altri. 

Tutti i Rangers dovranno confluire sul luogo d’impatto.

Purtroppo le Jeep dovrebbero andare ancora a riprendere i feriti del Black Hawk ma la città è ormai in stato di guerra ed è fallito l’effetto sorpresa. 

Il cap. Steele e gli altri invece sono in difficoltà e non riusciranno ad arrivare al luogo dell'impatto. Anche la colonna di jeep guidati dal colonello dei Rangers McNight (Tom Sizemore) dopo vari tentativi, effettuati sotto la pressione nemica mentre attraversa i vicoli, non riesce a raggiungere il luogo d’impatto e, per i troppi feriti, deve rientrare alla base. Anche il Black Hawk di Durant viene abbattuto ed egli è l’unico a sopravvivere alla caduta. Dal loro elicottero due tiratori scelti della Delta, Shughart e Gordon, si prestano volontari e scendono a terra per coprire il Black Hawk. Moriranno nell’azione disperata e, probabilmente, persa in partenza, mentre il pilota superstite sarà catturato.

I Rangers e i Delta sono costretti così a passare la notte asserragliati nella capitale disastrata da fame e bombe.Il comando dovrà chiedere , tra gli imbarazzi comprensibili e facilmente immaginabili, aiuto ai pakistani che dispongono di mezzi blindati. Alla fine, verranno portati via.

L’azione che doveva durare trenta minuti durerà quindici ore e costerà la vita a 19 soldati americani e più di mille somali (compresi, si immagina, civili). I Sergenti della Delta Force Gary Gordon e Randy Shughart saranno i primi soldati americani a ricevere la medaglia d’onore dopo la fine della guerra del Vietnam. Michael Durant verrà rilasciato undici giorni dopo la cattura.

Dialoghi da semiologia spicciola, come da genere (filmico), anche perchè i soldati non conoscono il mito di Edipo o l’Orestiade di Eschilo. Ma acuminate come rostro. Molto rumore. Ma se volete dormire vi posso consigliare, a gratis, “Aprile” di Nan(n)i Moretti. Con me ha funzionato meglio di una intramuscolo di valeriana. Ma con questo film eviterete l’imbarazzante situazione di trovarvi costretti a mendicare, per tirarvi su, una striscia di cocaina ai vicini di casa. Non si fa. Mendicare, dico.

Black Hawk Down non racconta, non spiega, nè tenta di farlo, nulla. E’ solo la rappresentazione della guerra moderna.

La guerra rappresentata nel puro agire delle cose e degli uomini, nel movimento caotico degli stessi, con gli ordini urlati nel fragore delle armi automatiche. Con azione e reazione, onda e risacca. Con le gerarchie tenute in piedi a fatica nell’incalzare caotico della battaglia. Con la lucidità che si sbriciola sotto il peso della paura. Che tutti i soldati provano, perchè tesa alla conservazione fisica. Il coraggio è teso alla conservazione morale (Von Clausewitz nda).

Con la sulmafide a debellare le infezioni. Il plasma a salvare vite. La morfina a smorzare le urla.

Non cercate contenuto, dicevo, nel film. Troverete invece, una ammirazione estetica dell’azione di guerra, un solido cameratismo (”Nessuno resterà indietro”, neanche i caduti. E’ il motto dei Rangers) e una blanda condanna del dolore provocato da tutte le guerre. Impalpabile. Eterea. Che rende meglio visibili tutta una serie di contrasti che il film pone in fila indiana, senza parlarne. 

Con la politica, che dispone, e i militari, che operano con il bisturi nel corpo malato della realtà del campo; la lotta dei ricchi (tonnellate di viveri e attrezzature, fortini in mezzo al nulla) contro i poveri, dei bianchi contro i neri, dell’asettico e tecnologico mondo (post)moderno che si scontra con il barbaro e sanguigno mondo (pre)medioevale dell’Africa nera.

La differenza tra guerra come scontro tra eserciti regolari e guerriglia come lotta tra irregolari e gruppi scelti; lo scontro razziale tra un esercito di elite formato quasi esclusivamente da bianchi e un gruppo di uomini neri male addestrati, circondati dalla fame ma armati sino ai denti, di quelle micidiali armi inventate dal caro compagno Mikhail Timofeevich Kalashnikov e proprie di ogni esercito di straccioni. Un arma che fa dell’affidabilità il suo pregio principale. Talmente affidabile che può trasformare un bambino, o una scimmia, in un combattente. 

Non un “soldato”. Vi chiedo di fare attenzione alle parole : combattente.

Contrapposti alla figura del “Soldato”. Quell’uomo, quel cittadino, che ha il compito di saper usare, gestire e dominare la violenza. Il soldato non è un selvaggio. Ed è frutto della superiorità di una civiltà che non solo sa che la violenza è inevitabile, ma pure ha coscienza del fatto che essa deve essere usata, misurata, controllata e infine spenta in modo ordinato quando di essa non si abbia più bisogno. Una società che non sappia più l’arte del soldato, che non sappia entrare in contatto con la violenza e dominarla, rischia di essere impotente, cioè di essere spazzata via dalla Storia. E la Storia, ci piaccia o no, continua a tingere la sua tela con i colori della violenza. Che rimane, ad ardere nella vita degli uomini, anche se facciamo finta di non vederla. Trasformarla in un semplice tabù non ci salverà.

I francesi dicono: à la guerre comme à la guerre. E vuol dire che non si può andare in guerra preparati come ad una passeggiata di primavera. Da tempo, invece, noi occidentali nascondiamo le nostre guerre sotto la sabbia ipocrita degli ideali umanitari, della pace. Facendo apparire il soldato con le vesti azzurre del poliziotto Onu o con la maglietta multicolore del portatore di pace. Con la pretesa di vincere senza sparare un colpo. Con micidiali bordate di aria fritta. In Italia, con fenomenale esercizio di trombonismo sociopolitico veltronian-sinistrese. Popolo di eroi, non di eserciti.

Alcuni hanno paragonato BLACK HAWK DOWN al britannico ZULU DAWN (1979, Burt Lancaster e Peter O’Toole, tra gli altri) , paragone dettato dalla similitudine delle sconfitte (la cocente sconfitta del “moderno” esercito britannico contro la massa Zulu ad Isandlwana. 22 gennaio 1879). Anche qui il nemico è un branco senza individualità (magari qualcuno, quando scende dalle “tecniche”, le jeep armate tipiche di quell’area del Corno d’Africa, sembra più un esponente delle gangs di Los Angeles), motivato soltanto a uccidere ; i soldati bianchi si asserragliano in un fortino e, alla fine, arrivano i nostri. 

La perizia registica di Ridley Scott, che racconta in uno stile asciutto e pure concitato una drammatica storia vera che segnò una clamorosa disfatta per gli USA, è fuori discussione; la suspense che s’instaura nella prima parte, è efficace.

Anche se qui e là, il film sparge pillole di umanitarismo, è un war-movie da capo a fondo: senza un solo personaggio femminile, non un melodramma d’amore travestito da storia bellica quale era, per esempio, ‘Pearl Harbour’”.

Per stomaci forti. Per chi, come me, cerca di evitare le esaltazioni mistiche del bellicismo senza cadere nelle illusioni delle anime belle.

“….cavalli e cavalieri a combattere in un vortice di polvere tra alberi frondosi, sotto cieli screziati di nuvole dorate….”

Altri tempi. Buona visione.