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NEMESI

USA. Frank Kitchen (Michelle Rodriguez) è un killer infallibile, ma la scia di cadaveri che ha lasciato alle spalle ha in serbo per lui un doloroso contrappasso.

La rancorosa quanto brillante chirurga plastica Rachel Jane (Sigourney Weaver), infatti, lo fa rapire per vendicare la morte del fratello, ma anziché uccidere Frank, lo opera, a sua insaputa, per cambiargli sesso.

Dentro il corpo di una donna cercherà la sua vendetta.

NEMESI è un noir con più livelli di lettura. Certamente un film imperfetto e con qualche incongruenza di scrittura (in alcuni passaggi “gira” decisamente a vuoto, anche per una certa verbosità), eppure questa opera del veterano Walter Hill parte da un'idea originale che balla sul confine tra provocazione e volontà sincera di violare dei tabù.

Il budget risicato è evidente, così come l'approssimazione di alcuni raccordi logici: in primis la fumettizzazione di alcune scene, alla maniera del leggendario I GUERRIERI DELLA NOTTE - Director's Cut.

Quasi una firma autografa, apposta da Walter Hill per ricordare che si tratta di un suo film.
Anche solo per questa sua natura anarchica, antica, irriducibile, è opportuno sorvolare sulle sue enormi mancanze.

Che partono da una Sigourney Weaver che recita con il pilota automatico inserito. Vestendo inoltre i panni di un villain ultra-stereotipato, scienziata fredda come l'acciaio (chirurgico), per arrivare all'imbarazzante, discusso e discutibile, uso di protesi digitali sul corpo di Frank Kitchen.

Quasi un'irridente variazione sul tema di JOHNNY IL BELLO, anacronistica ed imperfetta. Ma necessaria, per comprendere che la vecchia scuola non si rassegna a morire.

Difficile stabilire dove si situi in NEMESI il confine tra provocazione e volontà sincera di violare dei tabù.



Ambiguo, sexy e ineffabile il corpo metrosexual (con annesse scene di nudo integrale) di Michelle Rodriguez, killer transgender suo malgrado.

COPYCAT: OMICIDI IN SERIE

San Francisco.Vive segregata in casa l'isterica psicologa criminale Helen Hudson (Sigourney Weaver) nel timore che ritenti di farle la pelle un pericoloso matto tuttora al fresco.

Ma ora che un altro killer sta facendo strage in città, prova ad affiancarla la più giovane, fresca e tosta ispettrice M.J. Monahan (Holly Hunter), tallonata dall'agente innamorato Ruben Goetz (Dermont Mulroney).

Tu che sei un'enciclopedia vivente sui delinquenti in circolazione, aiutami a incastrare questo maledetto assassino, che nei suoi omicidi si ispira ai più efferati delitti del passato.

Va bene, ti darò una mano con il mio fidato assistente Andy: ma sai che il tuo uomo mi piace proprio? Posso farci un giro?

COPYCAT: OMICIDI IN SERIE è un ordinario ma non brutto thriller, tratto da una storia vera (la reltà supera spesso la più truculenta delle fantasie), che regala due ore di godibile intrattenimento soprattutto grazie al buon ritmo e alle discrete interpretazioni di quasi tutto il cast (tolto il serial killer, veramente ai limiti della presentabilità), presentando anche alcuni momenti di tensione.

Pur partendo dalla gustosa e promettente idea iniziale del serial killer che replica famosi omicidi del passato, il regista Jon Amiel (SOMMERSBY, ENTRAPMENT) costruisce però un film solo parzialmente riuscito: interessante il rapporto tra la poliziotta e la psicologa criminale, ma il paragone con Il silenzio degli innocenti, al quale chiaramente la pellicola di Amiel deve qualcosa, ridimensiona il tutto.

Tra le incongruenze battibeccano come due comari l'oggetto volante più sexy di Hollywood, la brava spilungona Sigourney Weaver, che offre anche un innato sex appeal sfoderando nei momenti clou un paio di gambe perfettamente velate e trionfanti in décolleté rosse fuoco, e la sgraziata piccoletta Holly Hunter.

In sintesi gli si può dare uno sguardo a patto di non pretendere troppo.

RED LIGHTS

Chicago. La matura ricercatrice, Margaret Matheson (Sigourney Weaver), e il suo assistente, il giovane fisico Tom Buckley (Cillian Murphy) insegnano al centro di ricerche paranormali dell'università.

Nel tempo libero non disdegnano di verificare personalmente presunti fenomeni segnalati extra-moenia, dando la caccia ai tanti ciarlatani che speculano sui fenomeni paranormali.

Mentre la donna crede nella ragione, il giovane Tom non nega le percezioni extrasensoriali: ragion per cui Simon Silver (Robert De Niro), veggente (ma non vedente) inattivo da anni, deciso al grande rientro, molto apprezzato dai media e solito esibirsi in teatri gremiti, diventa la sua ossessione.

Un ossessione che già rischiò di essere fatale alla matura e razionalista professoressa. Chiunque cerchi di smascherare Silver fa una brutta fine e ora il sedicente medium ha intenzione di portare in scena per l'ultima volta uno dei suoi affollatissimi spettacoli psichici.

RED LIGHTS è un indecente thriller (para)psicologico, che non riesce ad alzare la tensione di un volts, menando il can per l'aia per tutto il tempo.
Il segreto di ogni inganno adeguatamente sofisticato è distrarre lo spettatore, portarlo a guardare o concentrarsi su un elemento in modo che non si accorga del trucco che sta avvenendo da un'altra parte.
Allo stesso modo funziona la struttura di questo film congegnato come uno spettacolo di magia in cui, per tutta la sua noiosa durata, i protagonisti si concentrano e fanno concentrare lo spettatore sui possibili trucchi del loro indiziato mentre il regista Rodrigo Cortés, non visto, apparecchia il colpo di scena finale. Che non salva la baracca.

Tra il continuo fragore di vetri inspiegabilmente infranti, si staglia un Robert De Niro al minimo dei giri, inconsapevole caricatura di un Giucas Casella qualsiasi, cosa che gli fa toccare il punto più basso di una carriera monumentale.

Film facilmente dimenticabile.

I quattro capitoli della saga di Alien


Composta da quattro episodi (in attesa del prequel in 3d, PROMETHEUS), la saga di ALIEN prende avvio nel 1979 con il film di Ridley Scott.

Il primo capitolo racconta dell'astronave Nostromo che, chiamata su un pianeta sconosciuto, viene invasa da creature mostruose quanto difficilmente eliminabili: alieni che si impadroniscono del corpo degli esseri umani.

Protagonista della vicenda è l'icona Ellen Ripley (Sigourney Weaver) e la pellicola segnerà l'immaginario della fantascienza (ma anche degli spettatori, noi compresi nda) per la sua atmosfera cupa e senza speranza.

Nel 1986 è la volta di ALIENS - SCONTRO FINALE di James Cameron in cui, 57 anni dopo, l'unica superstite Ripley guiderà una squadra di marines sul pianeta LB 426 dove i mostri si sono molptiplicati e hanno ucciso tutti gli esseri umani.

Seguiranno altre due pellicole: quella del 1992 di David Fincher (ALIEN 3), a nostro avviso la meno riuscita della serie visto che il regista darà dimostrazione del suo talento solo dopo,  e quella del 1997 di Jean-Pierre Jeunet (ALIEN - LA CLONAZIONE),  che porteranno Ripley, prima in una colonia popolata da fanatici religiosi e, poi, a venir resuscitata 200 anni dopo grazie alla clonazione.

2089, Ridley Scott va alle origini di Alien: Prometheus

33 anni dopo aver diretto il film capostipite, Ridley Scott firma PROMETHEUS, prequel in 3d della saga Alien.

Le indiscrezioni cominciano a rincorrersi: siamo nel 2089 e una spedizione scientifica cerca il pianeta dove si nasconderebbe il mistero sull’origine dell’umanità e parte a bordo della Prometheus.

Tutto parte con il ritrovamento di un disegno rupestre in una grotta su un’isola della Scozia.

Nel disegno un uomo ha indicato una costellazione che non potrebbe conoscere. Testimonianze di altre civiltà terrestri, ma anche qualcosa che si trova dall’altra parte dell’Universo.

 Più che una mappa un vero e proprio invito agli occhi della scienziata religiosa Elizabeth Shaw (Noomi Rapace), l’eroina che dovrebbe raccogliere l’eredità dell’indimenticabile e carismatica Ripley (l’icona Sigourney Weaver).

Addormentati per i due anni del viaggio (come da prassi…) , i membri dell’equipaggio si risvegliano vomitando.

Tutti tranne la gelida ed enigmatica Meredith Vickers (Charlize Theron), rappresentante della Peter-Wayland-Yutani Corporation che finanzia la spedizione: lei modella il proprio corpo con dure flessioni, come avviso ai naviganti.

Sulla nave spaziale, oltre capitan Janek (Idris Elba), Fifield (Sean Harris), Halloway (Logan Marshall-Green) e Milburn (Rafe Spall), anche l’ambiguo ed immancabile androide David interpretato da un biondo Michael Fassbinder.

Sul pianeta remoto, patria della razza aliena degli Space Jockey ( era la gigantesca creatura alta quasi trenta metri con volto umanoide ed elefantino, comparsa solo all’inizio del primo Alien e poi sparita nda) che avrebbe plasmato quella umana, qualcuno riuscirà a trafugare il segreto della tecnologia alla base della vita, scatenando l’ira dei padroni di casa che, per vendicarsi dell’affronto, spediranno sulla Terra ferocissimi predatori, quelli con cui farà i conti la tosta Ripley e l’equipaggio della Nostromo.

Ridley insomma indaga sugli inizi più che della distruzione finale, tema di gran parte dei film di fantascienza.

In uscita in Italia a settembre, è assicurata almeno una scena del film destinata ad essere equivalente di quella divenuta celebre in Alien.

Io non vedo l’ora di gustarmela.

PROSPETTIVE DI UN DELITTO

Salamanca (Spagna). Nella Plaza Major gremita all'inverosimile in occasione di un importante summit sulla guerra globale al terrorismo, la squadra speciale guidata dall'inquieto agente Thomas Barnes (Dennis Quaid), spalleggiato dal giovane collega Kent Taylor (Matthew Fox) vigila.

Il suo incarico è quello di proteggere il Presidente Henry Ashton (William Hurt), che soltanto un anno prima l'agente speciale dei servizi ha schermato da una pallottola.

Durante il discorso presidenziale ecco che un cecchino centra il Capo di Stato americano.

Risuonati i colpi ovviamente tra la folla scoppia il panico ma non è finita: ecco anche una bella bomba!!!

A strage avvenuta, saranno i punti di vista delle vittime scampate e dei spietati elementi della cellula terroristica a ricostruire l'esatto ordine dei fatti.

Niente è quello che sembra. Nessuno è chi dice di essere.

Frenetico ed emozionante (almeno nella prima parte sicuramente originale), PROSPETTIVE DI UN DELITTO è un thriller poliziesco tutt'azione, aggiornato ai tempi della tecnologia, un FINAL DESTINATION che riparte ogni volta da capo per mostrare da otto prospettive diverse altrettante testimonianze di un omicidio. 

Otto punti di vista diventano otto storie differenti, che rilasciano informazioni su tracce ancora aperte mentre ne vengono immesse delle nuove che aprono nuovi enigmi.

Un gioco, con qualche allaccio al ben più famoso MEMENTO nella sua struttura a "riavvolgimento",  che sulle prime affascina e alla lunga stanca, nonostante le sorprese disseminate per la strada. 

Certo il finale è alquanto inverosimile. 

ALIEN - LA CLONAZIONE

In un lontano futuro, duecento anni dopo il suicidio sulla colonia penale Fury 161, il tenente Ellen Ripley (Sigourney Weaver) è risorto, dopo sette tentativi falliti da parte degli scienziati, e ora viaggia sull'astronave Auriga diretta verso la Terra.

Anche se mostra qualche segno dell'età, la signorina è una creatura di nuovo conio nata da un complesso processo genetico, un clone perfetto con annessa asportazione dalle viscere di un feto extraterrestre. Il mostro e i mostri che da lei nasceranno sono anche carne della sua carne. La loro incubazione è assicurata da esseri umani procacciati dall'equipaggio.

A bordo si ritrova con una strana compagnia, un manipolo di pirati guidati dal viscido Vriess (Dominique Pinon) e un gruppo di scienziati che dispongono anche dell'affascinante meccanico Annalee Call (Wynona Rider), un robot con indiscutibili fattezze femminili.

Ma chi sono i buoni e chi i cattivi? A saperlo...

4° episodio di Alien, artificiosa e noiosa puntata di segno femminile: due eroine, entrambe non umane, ma tutt'altro che disumane, e la Regina aliena.

Presente fin dal capostipite Alien di Ridley Scott, dove il computer dell'astronave Nostromo si chiama Mother (madre), il tema della maternità è sviluppato e approfondito in questa puntata diretta dal regista francese Jean-Pierre Jeunet.

Pieno di effettacci speciali, repellenti esseri bavosi, schifosi mostri in libera uscita, ripresi, con compiaciuto gusto del macabro, anche alla moviola.
Almeno due i momenti di cinema fantastico da segnalare: l'abbandono di Ripley che affonda tra i tentacoli della Regina e l'orrore devastante della sequenza in cui distrugge con un lanciafiamme i 7 cloni incompleti che l'avevano preceduta, testimonianza del suo “passato”.

AVATAR

Usa, anno 2154. Anche costretto su una sedia a rotelle l’ex marine Jake Sully (Sam Worthington) si sente ancora un combattente.
Viene quindi reclutato come contractor al posto del fratello morto, per una missione la cui esecuzione richiede il trasferimento sul pianeta Pandora (distante 44 anni luce dalla Terra), dove si estrae un raro ( e prezioso) minerale ma con un atmosfera tossica e un ambiente inospitale per gli umani.

Il fratello era infatti uno degli scienziati cooptati per il programma Avatar, con cui piloti umani controllano dal laboratorio un corpo organico con le fattezze esteriori in tutto e per tutto simili a quelle dei nativi, per poter quindi esplorare il pianeta restando al sicuro dentro la base.
Insomma proiettare la propria coscienza in corpi creati con l'ingegneria genetica.

Pandora e i suoi giacimenti sono di un importanza vitale per gli umani visto che sulla Terra una catastrofe ecologica ha ridotto praticamente a zero le fonti di energia. Uomini d’affari avidi e militari si trovano così uniti nel tentativo di spoliazione del pianeta.

Il problema è che i Na’vi, gli indigeni del pianeta colorati come i puffi ed alti come i watussi, una razza che vive in perfetta simbiosi ed estremo rispetto con e per la natura circostante, non hanno alcuna intenzione di farsi colonizzare e sono così diventati l’ostacolo maggiore. Il compito iniziale di Jake, rinato nel suo corpo di Avatar, sarà quello di infiltrarsi tra gli indigeni, conoscerne usi e costumi e di farsi accettare all’interno delle loro comunità. Sarà così in grado di riferire se sia possibile sottometterli.

Esplora, esplora, esplora Jake conosce Neytiri (Zoe Saldana), una guerriera Na’vi figlia del capo tribù. Da lei impara a divenire un guerriero molto diverso dal marine che è stato e se ne innamora ricambiato. Da quel momento la sua visione dell’impresa cambia. L’amore fa brutti scherzi.

Così il guerriero che si credeva l’avanguardia del bene si ritrova ad essere, questa volta cosciente, al servizio del male.

Diretto dal regista James Cameron, AVATAR, elefantiaco kolossal futuribile, parla ben chiaro del presente e del recente passato degli Stati Uniti. Potremmo anche spingerci a dire che è la prima super produzione di Hollywood a giustificare, anzi auspicare la disfatta di Washington. E questa è il sottinteso, non condivisibile ma chiaro, politico.

Per la parte filmica invece James Cameron è tornato lanciando la sua sfida molto personale al mondo del cinema. Così come in Titanic, snobbato a torto dalla critica più vetero-conservatrice, anche in Avatar decide di basare l’impresa su una sceneggiatura che a un primo sguardo non può non apparire decisamente elementare (guadagnandosi anche facili e ironici riferimenti a Pocahontas).

Cameron si rivela, proprio grazie agli stereotipi narrativi di cui fa ampio uso, un vero autore pescando citazioni a piene mani dalla storia del cinema (non rinunciando, ad esempio, a citarsi richiamando in servizio la Sigourney Weaver, un tempo Ripley, però stavolta sta con gli alieni, offrendole un’entrata in scena provocatoria con sigaretta accesa o attingendo per il personaggio di Tsu’tey al Vento nei Capelli di Balla coi lupi) ma riesce a trasferirle nelle proprie ossessioni narrative. Che sono quelle (tanto per citarne solo alcune) della scoperta di ”nuovi mondi” da Abyss al già citato Titanic o del cosa significhi sentirsi alieno e sul cosa accade quando la prospettiva si rovescia.

Ma è soprattutto il mistero delle dinamiche organiche naturali e del loro rapporto con la Scienza e con i suoi prodotti (siano essi macchine come in Terminator o corpi che sono al contempo un sé e un’ altro da sé come gli avatar) che lo affascina. Non facendogli però mancare al pubblico (al più vasto possibile, indispensabile per riassorbire gli enormi capitali investiti e trarre un profitto) la tecnologia più avanzata (che qui non manca e lascia veramente a bocca aperta, un 3D quasi perfetto).

Anche se nel modo più accessibile è fondamentale suscitare un pensiero. In Titanic ci si immergeva alla ricerca di un tesoro e se ne riportava invece una traccia di memoria (il ritratto) che spingeva poi lo spettatore a interrogarsi su una nave che diveniva, senza superflue sottolineature, il simbolo della divisione in classi di una società.

In AVATAR, pensato 15 anni fa ma realizzato negli ultimi 4, la recente lezione della guerra in Iraq lascia le sue tracce profonde. Ancor più del discorso ecologico che sottende tutto il film (con la sua visione di un’energia da rispettare) è quello sulla facile identificazione nei nemici applicabile a coloro che posseggono le fonti energetiche che abbisognano ai più forti che maggiormente segna la narrazione. È storia di sempre, si dirà, già vista (al cinema) e sentita. Ma ci vogliono registi capaci di osare, consapevoli che tutte le storie sono già state narrate ma che alcune meritano di essere ribadite con tutta la forza della spettacolarità che è possibile mettere in campo.

Ultima considerazione: AVATAR  non è un film da divi: Sam Worthington prima del film era solo un bel ragazzo, anche se Cameron l'ha definito "Un Russell Crowe, ma più giovane".

ALIENS - SCONTRO FINALE

Terra. E' fresca e riposata la bella astronauta tenente Ellen Ripley (Sigourney Weaver) che ha appena battuto il record dei comunisti che ancora rimpiangono il Muro.

Ben cinquantasette anni di sonno ininterrotto (tecnicamente: ibernazione), riempito però da ricorrenti tremendi incubi, visto che è l'unica sopravvissuta alla distruzione, da parte degli alieni, dell'astronave Nostromo sul pianeta LB 426.

E cosa chiede la NASA all'unica sopravvissuta?

Le chiede di tornare lassù!

Così il nostro bel tenente s'imbarca con una squadra di marines armati fino ai molari per sbarcare sul pianeta Acheron, pianeta d'origine dei parassiti alieni, per distruggere ogni forma di vita, prima che la Terra, grazie alla mostruosa Regina Madre, sia invasa da quei mostruosi esseri che si moltiplicano più in fretta dei cinesi.

All'assalto, miei prodi.

Nel raccogliere la difficile eredità di ALIEN di Ridley Scott (autore del primo film della saga), il regista James Cameron se la cava con dignità e una discreta originalità personale.

Il suo viaggio personale vi farà saltare lo stomaco in gola: non per nulla si è guadagnato l'Oscar per gli effetti speciali.

Rispetto all'originale questo ALIENS - SCONTRO FINALE guadagna in ritmo, azione, aggressione visiva, invenzioni sceniche e sonore. Compensando quel che perde in astrazione e interiorità.

Il duello finale, giustamente famoso, dà nel mitico attraverso una grafica che rimanda ai cartoon giapponesi dell' horror.



Rinnovare i complimenti alla brava spilungona Sigourney Weaver (ormai un'icona) è d'obbligo: riesce ad essere sexy anche infilata dentro una tuta pressurizzata.

ALIEN

L'astronave Nostromo con un equipaggio di sette persone (cinque uomini e due donne) capta un misterioso SOS mentre sta viaggiando per fare ritorno verso la Terra dopo una missione stellare.

Cambia prontamente rotta e atterra sul pianeta sconosciuto dal quale arrivava la richiesta di aiuto intergalattica, ma la colonia sembra essere disabitata.
Sembra.

Nel corso di una ricognizione, tre volontari scoprono mostruosi parassiti a forma di ragno, mollicci e tenaci come sanguisughe, da cui riescono a stento a liberarsi e via di corsa, con la navicella già in moto, a tavoletta.

Era una diabolica trappola: i coloni sono stati in realtà sterminati da una razza aliena che ha trasformato la base in una gigantesca covata.

Ma un immondo ospite è riuscito a salire e affiora dal petto di uno dei sette, per poi provare a cucinarsi gli altri sei.

Si salva solo la più bella della nave, il tenente Ellen Ripley (Sigourney Weaver), grazie alla capsula d'emergenza lanciata nello spazio siderale.

ALIEN è un terrificante (in senso buono) e angoscioso thriller spaziale del raffinato Ridley Scott, con tanto di effettacci cruenti.

L’idea della specie aliena che usa il corpo degli esseri umani come ospite per la proliferazione parassitaria non era nuova già nel 1979 , basti pensare a "L’invasione degli Ultracorpi" di Siegel. 

Eppure l’alieno, concepito dalla follia visionaria di H.R. Giger e realizzato da Carlo Rambaldi, è divenuto nel corso degli anni una vera e propria icona, cinematografica e non solo.


E la figura e l'ambientazione hanno scatenato i sociologi in perenne ricerca di metafore da sviscerare.

Esempio sublime di bellezza e malvagità, può essere visto come una versione estrema di “dark lady”, e non a caso, forse, è femmina, nera e sfuggente. Una specie totalmente priva di qualsiasi moralità, che ha come unico scopo la sopravvivenza e la riproduzione, è una trovata geniale nella sua semplicità: gli alieni hanno la stessa psicologia delle mosche, ma in più sono estremamente letali.

Lo stesso titolo, ALIEN, sembra riferirsi tanto all’essere alieno quanto all’ambiente entro cui si svolge la storia: le creature divengono padrone di tutto ciò che serve al loro scopo, tanto dei corpi usati come materia prima organica quanto della base spaziale, nonostante questa sia opera degli uomini.

L’angoscia generata dal film sta proprio nel disperato girovagare dell’equipaggio tra i claustrofobici labirinti della colonia, in cerca di un’impossibile salvezza. Sale progressivamente, nei personaggi e nel pubblico, la consapevolezza che gli alieni braccano gli umani come il gatto fa col topo
.
Un gioco crudele che al topo riserva solo due inquietanti finali: la fuga. o la morte.


Su una cosa dovremmo essere convinti: Sigourney Weaver è senza dubbio l'oggetto volante più sexy di Hoollywood.

UNA DONNA IN CARRIERA

New York. L'altezzosa, potente quanto antipatica manager di successo, Katherine Parker (Sigourney Weaver), si ritrova come segretaria, trasferita da altro ufficio, l'ambiziosa Tess McGill (Melanie Griffith), una modesta ragazzotta diplomata alla scuola serale.

Succede che la bella capessa si rompe una gamba sciando ad Aspen e l'altra  approfitta della sua assenza per renderle la pariglia di una grave scorrettezza.

Ragione per la quale conclude al suo posto una grossa transazione attraverso l'agente di borsa Jack Trainer (Harrison Ford), al quale nasconde la verità, ossia di essere una semplice portaborse. Bionda e piacente, ma pur sempre portaborse.

Guarda caso lui è anche l'amante segreto della manager, ma in un batter d'occhio si infila sotto le coperte con Tess.

Facile immaginarsi la furia del capo che, tolto il gesso, scopre di aver perduto nello stesso tempo scrivania e fidanzato.

UNA DONNA IN CARRIERA è una piacevole commedia degli equivoci, un po' ruffiana, diretta dal regista Mike Nichols, che ironizza con sarcasmo sulla lotta spietata per arrivare alle poltrone più ambite.

Deve il successo al ritmo eccellente, alla cura dei particolari, alla bella fotografia, alla sagace direzione degli interpreti di classe, con le due seducenti vamp (la Griffith anche in topless) che cercano di rubarsi la scena a vicenda.

Cinque nomination e oscar per la canzone "Let the River Run".

ALIEN 3

Anno 2525. Perde i suoi tre compagni nell’atterraggio poco morbido sullo sperduto pianeta Fiorina 161 l’intrepida, combattiva, sexy (calva sicuramente un po’ di meno), e instancabile ufficiale cosmico Ellen Ripley (Sigourney Weaver).

Come se non bastasse lo sperduto pianeta un tempo ospitava una colonia penale ed ora ospita, in espiazione, un gruppetto di venticinque assassini radiati dal mondo, riuniti in una strana confraternita di mistici misogini.

Ripley (rapata a zero essendovi sul posto milioni di pidocchi) deve affrontare i galeotti, ma ha grinta , cinismo e reattività e se la cava.

Però dall’ultima missione la nostra eroina ha guadagnato un ingombrante souvenir, che cova nel ventre: un mostro.

Che diventeranno due: uno in giro negli immensi e tetri sotterranei della colonia, l’altro in via di proliferazione (addirittura una larva regina), destinato a contagiare l’universo interno.

Una volta tanto l’ospite orrendo diventa il benvenuto, visto che il pancione le risparmia gli assalti furibondi della “proteiforme” cosa , che la rispetta, ma in compenso ripiega, divorandoseli, sui poveri galeotti.

Nei sotterranei e nei depositi, tutta o quasi l’antica tecnologia è distrutta o inutilizzabile, le batterie sono scariche e gli uomini devono lottare con le mani e le torcie contro il buio e il mostro. Uno dopo l’altro sono fatti a pezzi, compreso Clemens (il medico della comunità, innamoratosi della donna) e così il negro Dillon, Golic, il governatore Andrews.

Il settimo cavalleggeri spaziale ( la navicella dei soccorritori) arriverà solo dopo una settimana, ma Ripley ha compreso ben presto che la “Compagnia” che tutto sovrasta e domina non pensa affatto di sopprimere i mostri, ma di utilizzarli per scopi scientifici.

Nell’orrore della situazione, rinserrando la bestiaccia nel sottosuolo con la chiusura di alcune porte, la donna, aiutata dai superstiti compagni, riesce ad eliminare il mostro con una colata di piombo fuso accompagnata da cascate d’acqua.

Ma il lavoro non è concluso: per eliminare per sempre la sua prole, che ancora reca nel ventre, Ripley si sacrifica gettandosi nella fornace.

ALIEN 3 e l'apocalittica terza spedizione galattica della bella Sigourney, ascetica nella sua testa pelata, che tocca il punto più basso della saga.

Una regia sgangherata è miscelata, in un mare magnum di effetti speciali, con un debuttante regista (David Fincher) che mostrerà il suo talento solo più avanti con il bellissimo SEVEN (1995).

In un clima claustrofobico e penitenziale, tra colori tenebrosi e immonde creature, si vola basso.