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COPYCAT: OMICIDI IN SERIE

San Francisco.Vive segregata in casa l'isterica psicologa criminale Helen Hudson (Sigourney Weaver) nel timore che ritenti di farle la pelle un pericoloso matto tuttora al fresco.

Ma ora che un altro killer sta facendo strage in città, prova ad affiancarla la più giovane, fresca e tosta ispettrice M.J. Monahan (Holly Hunter), tallonata dall'agente innamorato Ruben Goetz (Dermont Mulroney).

Tu che sei un'enciclopedia vivente sui delinquenti in circolazione, aiutami a incastrare questo maledetto assassino, che nei suoi omicidi si ispira ai più efferati delitti del passato.

Va bene, ti darò una mano con il mio fidato assistente Andy: ma sai che il tuo uomo mi piace proprio? Posso farci un giro?

COPYCAT: OMICIDI IN SERIE è un ordinario ma non brutto thriller, tratto da una storia vera (la reltà supera spesso la più truculenta delle fantasie), che regala due ore di godibile intrattenimento soprattutto grazie al buon ritmo e alle discrete interpretazioni di quasi tutto il cast (tolto il serial killer, veramente ai limiti della presentabilità), presentando anche alcuni momenti di tensione.

Pur partendo dalla gustosa e promettente idea iniziale del serial killer che replica famosi omicidi del passato, il regista Jon Amiel (SOMMERSBY, ENTRAPMENT) costruisce però un film solo parzialmente riuscito: interessante il rapporto tra la poliziotta e la psicologa criminale, ma il paragone con Il silenzio degli innocenti, al quale chiaramente la pellicola di Amiel deve qualcosa, ridimensiona il tutto.

Tra le incongruenze battibeccano come due comari l'oggetto volante più sexy di Hollywood, la brava spilungona Sigourney Weaver, che offre anche un innato sex appeal sfoderando nei momenti clou un paio di gambe perfettamente velate e trionfanti in décolleté rosse fuoco, e la sgraziata piccoletta Holly Hunter.

In sintesi gli si può dare uno sguardo a patto di non pretendere troppo.

SOMMERSBY

SOMMERSBY
Vine Hill (Tennessee), 1867. Due anni dopo la fine della guerra civile torna in paese tra gli sbalorditi paesani il reduce sudista Jack Sommersby (Richard Gere), proprietario terriero dato per morto proprio nella guerra di secessione appena finita.

Il cane gli abbaia contro e la quasi vedova Laurel (Jodie Foster) già promessa al timido Orin Beecham (Bill Pullman), non sa che pensare visto che il marito (???) sembra molto cambiato (in meglio): fa rifiorire la situazione economica della comunità, è diventato gentile con i neri, ama la moglie.

E' lui o non è lui?

Mentre lo si sospetta di essere un impostore, salta fuori un omicidio commesso anni prima.

Processo: se è lui, è colpevole; se è un impostore, è innocente.

Ispirato a un celebre caso avvenuto in Francia nel 1561, diretto dall'inglese J. Amiel che l'ha trasferito di luogo e di epoca, fotografato con competenza da Philippe Rousselot, SOMMERSBY è un dramma agreste-giudiziario di impeccabile qualità, per il bello stile e i dolci paesaggi, che cerca di mescolare il filone delle grandi saghe americane alla Via col vento e il dramma giudiziario, con suggestive venature pirandelliane,  con il tempo per una patinata love story.

Ma alla fine tutto rimane in superficie, affogando nel melenso le insinuanti domande sull’identità. Peccato perchè l'idea di fondo è potenzialmente forte.

L'appassionata Jodie Foster meglio di Richard Gere, forse non proprio giusto per la parte

Domanda finale: quante le probabilità che un nero potesse presiedere un processo a un bianco nel Sud degli Stati Uniti in quegli anni?

ENTRAPMENT

Londra. Solo il maturo, inafferrabile e solitario asso nel furto di opere d'arte Robert "Mac" Dougal (Sean Connery) può aver sgraffignato quel sorvegliatissimo Rembrandt a New York.

La seducente agente delle assicurazioni Virginia "Gin" Baker incontra il marpione prossimo alla pensione con il proposito di incastrarlo.

Ma lo stagionato e fascinoso Arsenio Lupin la convince a mettersi in combutta con lui e, per allenarla all'arte del furto con destrezza, la porta nel suo castello in Scozia.

La nuova coppia ruba un'antica maschera cinese al museo di Bedford, poi mette a punto il colpo del millennio che sta per finire: l'obbiettivo da otto milioni di dollari è nelle inaccessibili Torri Gemelle di Kuala Lumpur.

Rocambolesche avventure eurasiatiche dirette da Jon Amiel in un film aggrovigliato nell'intreccio, zavorrato dalle continue manfrine sentimentali, che mescola il vecchio romanticismo delle commedie giallo-rosa su coppie in conflitto (Tracy-Hepburn, Bogart-Bacall), la strepitosa e acrobatica inverosimiglianza di James Bond e il dispiego della tecnologia digitale negli effetti speciali, utilizzate specialmente nelle scene d'azione.

Governa con sagacia, come dice il titolo (“Intrappolamento”), il tema dell'ambiguità (chi dei due manipola, imbroglia, tradisce l'altro?) e amministra con pudore la latente dimensione erotica e la stoica senilità dell'eroe.

Sean Connery ha il buon gusto di frenare gli assalti alla florida Catherine Zeta-Jones,ex ballerina e cantante, che non è soltanto bella, fingendosi un gattone innamorato ormai in pace coi sensi.