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ALL'ULTIMO RESPIRO

Los Angeles. Lo strafottente Jesse (Richard Gere), ladro di lussuose decapottabili, freme per Monica (Valerie Kaprinsky), studentessa d'architettura.

Anche lei brucia subito di passione per quel giovinastro spavaldo, infatuato di rock e fumetti e, a quanto pare, di buona disponibilità finanziaria.

 E che ha ucciso un poliziotto.

ALL'ULTIMO RESPIRO (Breathless) è un dramma socialpoliziesco vagamente erotico, rifacimento della celebrata, quasi omonima, opera diretta ventitrè anni prima da Jean-Luc Godard (la storia è identica ma con ambientazione americana nda).

Incentrato principalmente sul carattere ribelle del protagonista e su una storia provinciale, ai limiti.

L'erotismo è carnale come passionali le sequenze tra i due, il finale è tronco ma volutamente, il regista vuole dirci che conta l'attimo, il presente.

Richard Gere sembra tarantolato, ancheggia e si dimena, togliendosi di continuo maglietta e jeans.

Imitato dalla bella Valerie Kaprinsky, sensuale ma artisticamente debole, nemica giurata delle mutandine, che fa la bambolina verginella ma nelle numerose scene di sesso è un bel vedere.

Patinato e ritmato con discrete musiche, volenti o nolenti è certamente uno dei tre film che hanno fatto di Richard Gere un mito.

SOMMERSBY

SOMMERSBY
Vine Hill (Tennessee), 1867. Due anni dopo la fine della guerra civile torna in paese tra gli sbalorditi paesani il reduce sudista Jack Sommersby (Richard Gere), proprietario terriero dato per morto proprio nella guerra di secessione appena finita.

Il cane gli abbaia contro e la quasi vedova Laurel (Jodie Foster) già promessa al timido Orin Beecham (Bill Pullman), non sa che pensare visto che il marito (???) sembra molto cambiato (in meglio): fa rifiorire la situazione economica della comunità, è diventato gentile con i neri, ama la moglie.

E' lui o non è lui?

Mentre lo si sospetta di essere un impostore, salta fuori un omicidio commesso anni prima.

Processo: se è lui, è colpevole; se è un impostore, è innocente.

Ispirato a un celebre caso avvenuto in Francia nel 1561, diretto dall'inglese J. Amiel che l'ha trasferito di luogo e di epoca, fotografato con competenza da Philippe Rousselot, SOMMERSBY è un dramma agreste-giudiziario di impeccabile qualità, per il bello stile e i dolci paesaggi, che cerca di mescolare il filone delle grandi saghe americane alla Via col vento e il dramma giudiziario, con suggestive venature pirandelliane,  con il tempo per una patinata love story.

Ma alla fine tutto rimane in superficie, affogando nel melenso le insinuanti domande sull’identità. Peccato perchè l'idea di fondo è potenzialmente forte.

L'appassionata Jodie Foster meglio di Richard Gere, forse non proprio giusto per la parte

Domanda finale: quante le probabilità che un nero potesse presiedere un processo a un bianco nel Sud degli Stati Uniti in quegli anni?

THE HUNTING PARTY

Sarajevo, autunno 2000. Si ritrovano dopo cinque anni lo spregiudicato reporter tv Simon Hunt (Richard Gere) e il cameraman Duck (Terrence Howard), che insieme hanno lavorato nelle zone calde di guerra, fra le trincee di mezzo mondo.
Ma il conflitto jugoslavo aveva travolto le loro vite.

Sconvolto dalle atrocità a cui ha assistito e dalla morte della donna che amava, trucidata nel suo villaggio bosniaco, il reporter aveva perso il controllo in diretta tv giocandosi la carriera.

Il giornalista è convincente: io so dov'è la Volpe, la primula rossa massacratore dei musulmani.

Il folle progetto è presto illustrato:  catturare il criminale di guerra bosniaco che né Nato né Onu sembrano avere interesse a stanare.

Ispirato a un fatto di cronaca (tre reporter americani che si misero sulle tracce del criminale di guerra Karadzic nel 2000, cinque anni dopo la fine del conflitto), THE HUNTING PARTY è un fiacco filmone hollywodiano, un misto di azione/spionaggio/denuncia  che riscopre una guerra dimenticata, cercando di provocare qualche emozione sotto le bombe.
La morale giustizialista, la solita morale hollywoodiana che utilizza il cinema per propagandare un unico punto di vista, incorporata ai film a stelle e strisce, risulta irritante anche se gli sbeffeggi all'atteggiamento di ONU, CIA e in generale dell'Europa verso questa guerra e i suoi criminali  sono abbastanza condivisibili, vista la pericolosa inutilità di certe organizzazioni.

I cattivi sono ben definiti e, come di consueto, restii ad accettare l'imposizione. Inoltre nel caso il rancore privato del protagonista banalizza le motivazioni dell'impresa trasformandola nell'ennesima vendetta personale anziché nel colpo di coda di un reporter che non sa vivere in altro modo.
Ma va detto che la psicologia contorta dell'inviato di guerra, quel miscuglio di adrenalina, incoscienza e folle razionalità, emerge con una limpidezza che non ci si aspetterebbe da un prodotto così spettacolare.

Il peggior Richard Gere della carriera, (dal punto di vista estetico nda) volutamente dimesso, aria sporca e barba incolta, vaga come in trance tra cattivi più fessi di sempre, mostrando a chi lo ha licenziato un culetto ancora sodo, infondendo al suo personaggio disillusione e ribalderia.

ANALISI FINALE

San Francisco. Il fatto che sia un tenebroso psicanalista non salva il dottor Isaac Barr (Richard Gere) dal non capirci un acca riguardo alle turbe della bionda e palesemente confusa Diana (Uma Thurman).

Per vederci più chiaro convoca sul lettino l'avvenente sorella della paziente, l'altrettanto bionda Heather (Kim Basinger), innamorandosene seduta (analitica) stante e con la voglia di passare dal lettino al lettone.

Sicchè quando la signora, affetta da ebbrezza patologica, ammazza il marito faccendiere, grazie alla deposizione dello strizzacervelli stracotto se la cava con qualche mese in clinica, quasi come in un'aula di tribunale italiano.

Un sogno rivelatore farà capire all'ingenuo discepolo di Freud di essere rimasto vittima di un complotto macchinato dalle due attraenti sorelle.

E il traguardo è una grossa eredità.

Elettrizzante thriller (il primo film che ha la parola “analisi” nel titolo), realizzato intorno al tema del doppio (molti personaggi non sono quello che inizialmente appaiono con identità sovrapposte) che è pesantemente in debito (a partire dal luogo di svolgimento e dal tema centrale) con il cinema di Alfred Hitchcock ma che è girato con una certa perizia e con numerosi colpi si scena che assicurano uno spettacolo godibile, diabolicamente intricato anche se eccessivamente diluito.

Stilisticamente impeccabile, centrifuga passione e suspance, macchiavello ed erotismo, puntando inevitabilmente tanto sulla sensualità dei tre protagonisti, il supersexy Richard Gere, l'acqua cheta Uma Thurman e la bomba bionda Kim Basinger.

Peccato che nella scena di nudo ci sia soltanto una (ottima) controfigura.

SE SCAPPI, TI SPOSO

New York. Ike Graham (Richard Gere) è un popolare giornalista newyorchese che prende spunto anche al bar: redige un'apprezzata e seguitissima rubrica di costume su “Usa Today”, anche se non sa mai cosa scrivere fino all'ultimo minuto.
Proprio sorseggiando il caffè fa la conoscenza di un uomo sconsolato che gli racconta di una giovane commerciante di ferramenta del Maryland, tale Maggie Carpenter (Julia Roberts), che, colta da improvviso panico, ha sistematicamente abbandonato all'altare ogni suo promesso sposo nel giorno delle nozze. Una sposa che scappa, insomma.

E l'articolo sulla “sposa in fuga” riceve un grosso richiamo e fa infuriare la ragazza, che per pronta risposta scrive una lettera di protesta in cui denuncia le bugie e lo sciovinismo di Ike.

Licenziato dalla sua editrice nonché ex moglie, Ike decide così di vendicarsi a suo modo, indagando sulle precedenti relazioni di Maggie e trasferendosi nel villaggio di Hale dove lei vive in attesa di sposarsi per la quarta volta, cercando di impalmare l'ottuso allenatore di football Bob.

Chissà come andrà a finire.

Dieci anni dopo "Pretty woman" lo scafato regista Garry Marshall, in questa mediocre commedia sentimentale, rimette insieme l'affiatata coppia Julia Roberts e Richard Gere (con partecipazione collaterale di Hector Helizondo), e stavolta mette da parte Cenerentole e Pigmalioni, prostitute e My Fair Lady.

La distanza sociale fra il mondo sotterraneo della prostituzione dell'Hollywood Boulevard e quello superattico dei finanzieri diviene distanza culturale fra cittadini newyorkesi e abitanti della campagna, mentre in primo piano assistiamo all'instaurarsi di una guerra dei sessi fra un cinico giornalista newyorkese e una country girl goffa e piena di insicurezze, ma capace di far breccia nel cuore di ogni uomo.

Quel che Marshall purtroppo dimentica nel passaggio da un sottogenere rom-com all'altro, sono i principi della comicità: né il conflitto culturale, né quello amoroso hanno abbastanza verve e freschezza per uscire dai luoghi comuni della farsa, ed entrambi calano visibilmente man mano che le schermaglie lasciano il posto ai sentimenti.

Ciò che funzionava in PRETTY WOMAN è dunque esattamente quello che non funziona in SE SCAPPI, TI SPOSO: la sofisticata leggerezza del primo, capace di rendere ironica e sognante anche la situazione più scabrosa, diviene sciatta faciloneria nel secondo, con il risultato che non c'è scena del film che non sia scontata e le battute divertenti sono meno dei capelli di Kojak.

I melensi Julia Roberts e Richard Gere sorridono beati per tutto il film: probabilmente lo farei anch'io se fossi bello e mi pagassero un ricco cachet.

Unfaithful - L'amore infedele

New York. Edward (Richard Gere) e Connie Sumner (Diane Lane) sono una coppia borghese da manuale. Bella casa in campagna alla periferia di New York, un figlio di otto anni e un benessere più che raggiunto. Insomma una vita agiata e perbene, senza colpi di scena, condita da tanta routine.

Fino al giorno in cui Connie, che è andata in città per fare acquisti, per colpa di una galeotta raffica di vento, crolla letteralmente tra le braccia dell'affascinante commerciante di libri Paul Martel (Olivier Martnez), bello, focoso e parecchio più giovane dell'abitudinario e affettuoso marito.

Salga da me, signora: le metto un cerotto sul ginocchio sbucciato. E la titubante madre di famiglia capisce ben presto di essersi cacciata nell'anticamera dei tormenti erotici. L'inferno, insomma.

Nella splendida villa fuori città, comincia a mentire al marito e al piccolo Charlie, per correre a Soho dall'inesauribile stallone.

Finchè l'ennesima bugia (vado dall'estetista) mette sul chi va là il consorte, che, scoperto il tradimento, dopo il tormento iniziale, tace in casa e passa al contrattacco.

Che assume toni drammatici quando la rabbia devastante si traduce in due colpi secchi al giovane rivale. Da quel momento la partita, sia interna che esterna alla coppia, si complica terribilmente…

diane lane naked



Scricchiolante thriller, con ampie concessioni alle sequenze erotiche, diretto dal regista Adrian Lyne (9 settimane e mezzo, ATTRAZIONE FATALE), che nel torbido ha sempre sguazzato con voluttà.

Il film conferma una volta di più i pochi pregi e i molti difetti del regista che ci offre il consueto repertorio di erotismo laccato e dilemmi morali da rotocalco, con l’aggravante di una sceneggiatura che non sa in che modo e quando “chiudere”.


Anche i miti invecchiano: per la prima volta l'ex American gigolò Richard Gere porta sui capelli tinti (male) le corna. Bene la bionda Diane Lane, attrice non di prima grandezza ma di buon livello e di gradevole seno (insomma un topless sventolato).

E siccome qualcuno ha notato la disinvoltura della Lane nel girare le scene erotiche (topless incluso), l'attrice ha cosi' commentato: "Con il tempo, le cose si fanno meglio!".

SCHEGGE DI PAURA

Chicago. E’ stato ucciso con la bellezza di 79 coltellate l’arcivescovo Rushman e la polizia non tarda ad incastrare Aaron Stampler (Edward Norton), un ragazzo del coro, spaurito come un pulcino e balbuziente, visto fuggire in tutta fretta dalla casa dell’alto prelato.

Insomma quelli che si chiamano “indizi schiaccianti”.

L’ambizioso (il più pagato della città) e cinico principe del foro Martin Vail (Richard Gere), appena assunta la difesa gratuita (pubblicità?) del giovane (povero), scopre che la vittima era un gran sporcaccione, grande fan di filminio porno gay da lui stesso interpretati con accondiscendenti (??) minorenni.

L’azzeccagarbugli extralusso dà subito battaglia in aula, arciconvinto di smontare pezzo per pezzo la montagna di indizi accumulati contro il suo cliente dalla sua ex Janet Venable (Laura Linney), piacente assistente del procuratore capo.

Epilogo a sorpresa, grossa sorpresa.

SCHEGGE DI PAURA è un astuto legal thriller, sottogenere di moda negli anni ‘90 a Hollywood, tratto da un romanzo di William Diehl e diretto da Gregory Hoblit (un regista che ha alle spalle molti premi Emmy televisivi per Hill Street giorno e notte e Avvocati a Los Angeles), che con un efficiente congegno di indagine ricco di tutti gli ingredienti regolamentari (sentimenti, sesso, perversioni), riesce a tenere avvinto alla corda dell’incertezza lo spettatore fino alla fine, tra manfrine legali e spiegazioni psicoanalitiche (magari non proprio attendibilissime).

Richard Gere è, come spesso gli capita, molto charmeur anche se questo non gli basta per togliere la medaglia di migliore in campo all’allucinato Edward Norton, qui all’esordio sulla scena.

Un vero fuoriclasse in erba.

IL PRIMO CAVALIERE

Bretagna, VI secolo. Portata la pace a Camelot, re Artù (Sean Connery) intende sposare la principessa Ginevra (Julia Ormond), che accetta l'offerta.

L'irruento cavaliere rinnegato Malagant (Ben Cross), desideroso di appropriarsi delle terre di Ginevra, cerca di catturarla, ma coraggiosamente interviene il prode Lancillotto (Richard Gere), vagabondo abilissimo con la spada, che toglie le castagne dal fuoco ovvero la seducente dama dalle grinfie del bramoso sequestratore, meritandosi la promozione a cavaliere.

Ora che ha l'onore di sedere alla Tavola Rotonda il giovane, complice un bacio galeotto, si sente infiammare per la signora, ma la scelta tra il maturo sovrano e il giovane eroe è difficile e nel frattempo la bella è diventata la consorte del Re.

Quando il sovrano li becca in flagrante è subito processo pubblico.

Quando tutto sembra perduto, è il destino a risolvere la situazione.

IL PRIMO CAVALIERE è un movimentato, sgargiante e ultrafantasioso fumettone in costume diretto da Jerry Zucker, che rivisita a modo suo la leggendaria saga medioevale, il leggendario mito arturiano.
Sean Connery è grande anche solo quando muove un sopracciglio, Richard Gere è un inedito Lancillotto segnato da traumi infantili e Julia Ormond sgrana gli occhi davanti allo stesso.

Che volesse approfittare sessualmente dello stesso?

PRETTY WOMAN

Los Angeles. Il fascinoso uomo d'affari Edward Lewis (Richard Gere) con boscaglie di pelo sullo stomaco, giunto da New York in trasferta a Hollywood per comprare un'azienda in profondo rosso e rivenderla facendoci ovviamente un bel guadagno, conosce, sull'Hollywood Boulevard, la simpatica squillo Vivian (Julia Roberts) che ha tutta l'aria d'essere una professionista sbrigativa, come lui attentissima al soldo e la ingaggia per la notte.

Senonchè la ragazza lo ammalia, quasi non si direbbe una di quelle: vuoi stare con me tutta la settimana?

E per quattromila dollari la veste come una gran signora, la ospita in albergo pluristellato e l'invita a una supercena d'affari con il riottoso venditore, il vecchio James Morse (Ralph Bellamy),insegnandole a vivere nell'alta società.

Naturalmente sarà proprio lui a rimanere folgorato, perchè lei gli fa riscoprire i sentimenti.

Fiori d'arancio.

Una favola moderna, tenera e spiritosa, romantica e spigliata, con una colonna sonora che si ricorda.

Tutto come se il regista Garry Marshall avesse messo nel frullatore da Cenerentola a "My Fair Lady" passando per "Pigmalione" e qualche mezza dozzina di altre storie, cavandone una nuova costituita solo di citazioni.

Richard Gere risulta affascinante e simpatico mentre Julia Roberts, una sorpresa all'epoca, è semplicemente deliziosa: sex-appeal da vendere, classe e temperamento duro sotto uno strato di dolcezza.

AFFARI SPORCHI

Los Angeles. Ha l'arroganza e l'influenza di un boss, il sottufficiale della narcotici Dennis Peck (Richard Gere) corrotto e degenerato, che arrotonda lo stipendio con speculazioni immobiliari e traffici misti sottobanco con i delinquenti.

Deve però rallentare di colpo i rischiosi maneggi quando viene aggregato al dipartimento degli Internal Affairs (commissione disciplinare) il cocciuto sergente latinos Raymond Avila (Andy Garcia).

Questi indaga sulla mela marcia con la collega Amy Wallace (Laurie Metcalf) tentando di metterlo con le spalle al muro fino a trasformare il caso in una missione personale di vendetta.

Infatti il farabutto gioca d'astuzia per mandare in tilt il bravo sergente e ci riesce perfettamente facendogli credere di essersela spassata con sua moglie Kathleen (Nancy Travis).

Al suo esordio hollywoodiano il regista britannico Mike Figgis con AFFARI SPORCHI mette in scena un poliziesco teso ed avvincente, che non dice nulla di particolarmente nuovo svelando gli squallidi altarini degli sbirri metropolitani ( senza sparare nel mucchio, chiaramente), ma lo fa con vigore e senso dello spettacolo in un cocktail di violenza ed erotismo.

Ottima squadra di attori con un Richard Gere che pur improvvisamente brizzolato, esibisce il proprio sex appeal come un'arma in un ruolo da mascalzone che gli calza a pennello.

THE JACKAL

Washington. Un costoso killer, nome in codice the jackal (lo sciacallo) (Bruce Willis) è stato assoldato da un capo della mafia russa per assassinare un pezzo da novanta della politica statunitense, al prezzo di settanta milioni di dollari.

Chi? Nientemeno che la First Lady.

Il vicecapo dell'Fbi, Preston (Sidney Poitier), in collaborazione con Valentina Koslova (Diane Venora) agente dei servizi segreti di Mosca, decide di reclutare contro l'ineffabile sicario, specialista in travestimenti, un suo omologo, nello specifico Declan Mulqueen (Richard Gere), ex terrorista dell'IRA in carcere che ha i suoi motivi per odiare Jackal: se lo fermi sarai libero.

Caccia difficile.

Come prima cosa il galeotto dall'animo sensibile corre a trovare l'antica compagna dell'Eta, Isabella (Mathilda May), poi si butta alla caccia del rivale.

Il fucile ad alta precisione è pronto, l'assassino anche, ma dove diavolo si nasconde?

THE JACKAL è un poliziesco sotto la media diretto dal regista Michael Caton-Jones, tanto movimentato quanto assurdo, che butta in pentola un sacco di ingredienti.

La sceneggiatura è liberamente ispirata a quella che Kenneth Ross cavò per Zinnemann dal romanzo "Il giorno dello sciacallo" di Forsyth, ma gli rimane nettamente inferiore, più convenzionale, privo della sua fredda concisione, anche per demerito dell'eccessiva lunghezza e delle inutili disgressioni sentimentali.

Alla fine il match è pari tra il grintoso ed ironico Bruce Willis e l'idealista Richard Gere.

UFFICIALE E GENTILUOMO

Virginia (USA). Il bel giovine Zack Mayo (Richard Gere), povero, ambizioso e complessato (vorrei vedere: mamma suicida, papà alcolista e puttaniere), per compiere il suo salto di qualità, la sua arrampicata sulla scala sociale, si iscrive alla prestigiosa e selettiva Accademia aeronautica, per diventare ufficiale ed ottenere quindi brevetto di volo e quattrini.

Fa amicizia con il fragile commilitone Sid (David Keith) e soffre da morire quando questi si ammazza per il peso di una gravidanza indesiderata capitata (ad arte) con una ragazza del posto che sogna di arrampicarsi sulla medesima scala sociale suddetta e abbandonare il posto dove è nata.

L'ingravidamento da parte di un ufficiale come via di fuga dalla trista realtà.

Inoltre il buon Mayo si deve scontrare con i metodi duri del sergente di ferro, il nero Foley (Lou Gossett jr.)che non lo vede di buon occhio, vista la provenienza, e intanto mette in piedi anche una storia con la tenera operaia Paula (Debra Winger).

Ne uscirà, da tutto, uomo.

Il film non è nè reazionario, nè maschilista, nè guerrafondaio come è stato dipinto da tutte le sinistre di ogni paese. UFFICIALE E GENTILUOMO , diretto da Taylor Hackford è piuttosto la storia, un avvincente miscela di azione e sentimento, magari un pò banale, di un ragazzo che riesce a farcela, con tutte le sue forze.

All'inizio piangendosi un pò addosso, cercando qualche scorciatoia, ma alla fine riuscendoci con il petto in fuori.

Posto dove vengono appuntate le agognate ali da ufficiale e pilota. E gentiluomo.

Richard Gere è nel pieno del suo fulgore, Debra Winger è carina (nulla più), Lou Gossett è credibile nella parte del duro ma giusto sergente istruttore.

Infatti viene premiato con l'Oscar (insieme a quello per la miglior canzone “Up Where We Belong” di Jack Nitzsche, Buffy Sainte-Marie e Will Jennings).

AUTUMN IN NEW YORK

New York, autunno (come da titolo). A quasi cinquant'anni, l'affascinante ristoratore dai capelli argentati Will Keane (Richard Gere), separato e prossimo nonno, coltiva ancora l'hobby della conquista a "breve".

Finchè nel suo locale incontra la dolce e fragile Charlotte Fielding (Winona Ryder), 22 anni, figlia di una defunta ex.
La ragazza, appassionata di poesia classica, decisamente più giovane di lui, potrebbe essere una delle tante che colpisce con il suo fascino.

Ma non è così.

La giovane donna lo costringe a rivedere il suo passato (compreso quello che l'ha visto tra i corteggiatori di sua madre).

Insomma fa breccia nel cuore del playboy, spiazzato per la prima volta davanti a una donna: innamorato. Cotto.

Mentre lui medita di cambiare vita durante le continue passeggiate nel parco appare un, a rompere l'idillio, un 'ma': lei soffre di una forma tumorale che ostacola gravemente il lavoro del cuore.

Ha poco da vivere.

E' Natale, come mi piacerebbe pattinare sul ghiaccio.

Tra abbandoni romantici e improvvise incapacità di responsabilizzarsi da parte di lui, si giunge all'epilogo che non è dei più lieti. Tranne che per un'appendice di paternità accettata.



Melenso melodramma sentimentale della regista cinese Joan Chen, che rinverdisce la "Love Story" di Ryan O'Neal e una Ali MacGraw quasi sconosciuti.
Storia abbastanza ruffiana, singhiozzi e foglie morte, che punta decisa a far piangere.

Non il miglior Richard Gere. Tranne che per femmine e cantanti, ovvio.

AMERICAN GIGOLO'

La pioggia disturba la mia vista riempiendo il parabrezza di piccole sacche di distorsione visiva, che io spazzo via con un colpo di tergicristallo. Scalo in seconda ed esco dalla curva in accelerazione e anche per oggi fanculo al proposito di guidare piano. Ultimamente la guida sta diventando un problema serio. Il pensare troppo no, quello è sempre stato un problema serio. 

Come rimanere colpiti, mentre sbircio con occhio distratto il cinegiornale del Regime, dal fatto che i professori dell’Università di Fisica della Sapienza non abbiano ancora scoperto lo shampoo. Potevano chiedere a quelli della ricerca scientifica. Bah!

Paul Schraeder. 1980. Se Dio avesse una videoteca ce l’avrebbe.

“Tutto quello che mi serve sono IO!”. Lo ammetto a vent’anni avevo una voglia di prendere a morsi la scala sociale e chiunque mi si parasse davanti. E allora ero stronzo per davvero, non come adesso, rammollito dal tempo e dall’indolenza .

Camicie sempre botton-down. Tinta unita, raramente a piccole righe (ma piccole).

L’ascesa e la caduta di un gigolo’ nell’America rampante del 1980, perfetta apertura del decennio a noi tanto caro, quello dell’edonismo reganiano, non poteva non piacermi.

Trama a parte di questa godibile miscela di giallo e denuncia, che affonda il bisturi nella fetida Los Angeles dei quartieri alti, AMERICAN GIGOLO' e’ un film cult che non può essere racchiuso e confuso nella radicalizzazione della semplificazione , veramente troppo semplicistica (scusa la ripetizione), dell’estetica nuda, cruda e fantocciana dello stile di vita che predomina in questo tempo dannato: il culto della bellezza fisica e della cura di se’, necessarie a diventare famosi, anche senza sapere e/o avere niente da dire. Meno che meno materia presente nella scatola cranica.

No! Nel personaggio di Julian Kaye, aitante gigolò attivo nell’alta borghesia di Los Angeles, faccia da schiaffi, uomo in vendita dai panni lussuosi, c’è molto di più. C’è il lato TURGIDO del riscatto sociale attraverso gli strumenti che si hanno a disposizione, migliorandoli, affinandoli , senza essere scalfito da idealismi piagnucolosi. Almeno fino all’inconveniente. Quando il destino smazza la carta sbagliata. E quando abbassi la guardia. E l’amore fa breccia. Che avviene quando Kaye conosce Michelle ( l’ex modella, ormai sessantenne, Lauren Hutton), affascinante moglie di un importante politico. E siccome i guai non bussano mai da soli alla porta, Julian è accomunato ad un omicidio di una signora bene, del quale risulta il primo indiziato, complice anche una falsa testimonianza. L’uomo un tempo ricercato, adulato, il prestante adone ricoperto di denaro e attenzioni da un gran numero di donne attempate, clienti insoddisfatte dei propri mariti e della routine esistenziale, diventa all’improvviso un personaggio scomodo, da evitare.

Il Nostro si ritrova così solo, senza la possibilità di sostenere un alibi: chi ammetterebbe di essere stato con lui al momento del delitto? La salvezza si presenterà sotto le spoglie gradevoli proprio della suddetta Michelle, donna innamorata e coraggiosa, pronta a sacrificare la propria reputazione e quella del marito, aspirante governatore, per un uomo che ha imparato ad amare.

Ok,ok il finale è leggermente smielato, soprattutto per me. Ma fatemi il favore di non confondere le cose con lo spettacolo osceno dei grandi fratelli o tronisti odierni, trattasi di un concetto molto più serio.

Le scene che sono entrate nell’ immaginario collettivo sono quelle di Gere che studia lo svedese mentre fa ginnastica appeso al soffitto con delle cavigliere e quella (veramente mitica) in cui sceglie il look per la serata cercando di abbinare camicia e cravatta a completi buttati sul letto di tutte le sfumature: tutti abiti di sartoria italiana. Quell’ italian style che vedra’ sorgere la sua stella con Armani e Versace proprio in quegli anni. Cura dei particolari, classe, charme, formalismo estetico, stile. Una splendida polaroid. Dai colori freddi. E precisi.

Anche gli ambienti in cui si muove Julian Kay lanceranno una moda: i grandi alberghi, le ville signorili dove svolge il suo lavoro e il suo appartamento: un loft minimalista, con attrezzature hi-tech e attrezzi ginnici. Probabilmente molti presunti architetti italiani hanno preso spunto da queste scene. Non mi direte che al vostro occhio aggrada di più il grigiolino tristanzuolo delle case del popolo? Oddio, veramente mi aspetto di tutto visto che qualcuno ha addirittura affermato che l’Unione Sovietica era il paradiso dei lavoratori.

Cravatte regimental o tinta unita. Mai fantasie floreali. Dico mai! Ho detto mai!!

L’estetica ed etica si fondono e al personaggio io non ho mai assegnato nessuna valenza negativa: e’ un ragazzo che si arrangia, che fa quello che gli piace sfruttando le sue frecce migliori per fare carriera. Contrassegnato però da un continuo tentativo di migliorarsi e da uno charme che non può essere confuso (ai miei occhi) con una semplice e rozza vendita del proprio corpo. Lui sceglie. Ben vestito, battuta pronta. Cinico in un mondo cinico. Non adatto a chi rimane attaccato ai sogni di bambino. Nelle nuvole di certi sogni vediamo solo quello che ci fa piacere. E i sogni finiscono all’alba. Meglio prepararsi per tempo.

La colonna sonora è di Giorgio Moroder, la tra cui la famosa “Call me” di Blondie che molte di voi avranno ascoltato puntando l’occhietto voglioso (con annessa bavetta alla bocca) sulle chiappe nude di Richard. Mi corre l’obbligo precisare che non sono geloso.

Sayonara,adieu, bye bye e quant’altro.


NESSUNA PIETA'

Chicago. L'agente Eddie Jillette (Richard Gere), separato dalla moglie, giura vendetta sul cadavere del suo più caro collega-amico.

Le indagini lo portano a New Orleans e incontra tra i Cajun (discendenti dei coloni francesi) una bella bionda, la fulgida Michelle Duvall (Kim Basinger) fasciata da un abito di seta rossa ancheggiare sui tacchi a spillo: quella sa tutto.

La seducente donzella scompare e il nostro piedipiatti le va dietro e la scova in un night e per non riperderla la ammanetta e se la trascina dietro nelle paludi intorno al Mississippi.


Mentre la coppia si ferma per riprendere fiato da tanta fuga, il gangster paranoico Losado (Jeroen Krabbe), legittimo proprietario della biondona, vendutagli tredicenne da una madre snaturata, si avvicina sempre di più con i suoi "dipendenti".

I sex-symbol degli anni Ottanta (lui, per la verità, anche Novanta ed oltre) attraversano in tandem una bella fetta d'America in un poliziesco improbabile e convenzionale, con pochi lampi e ancor meno suspance, diretto dallo sconosciuto Richard Pearce.

Come sono belli, anche se non c'è molta sintonia erotica nella coppia Gere-Basinger, ma nella 2ª parte l'azione violenta ha un bel ritmo e l'ambientazione nella regione fluviale è suggestiva.

E Kim Basinger è da vedere.