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IL COLORE DELLA NOTTE

Los Angeles. Si è rifugiato in California dal collega ed amico Bob Moore, lo psicanalista newyorkese Bill Capa (Bruce Willis), in crisi nerissima e diventato daltonico dopo aver visto suicidarsi una paziente sotto propri occhi a New York.

Appena il tempo di presentargli i bizzarri partecipanti alla terapia di gruppo e il collega, malgrado la villa bunker, muore trafitto da trenta coltellate.

Rimasto solo in quella gabbia di matti, il dottore prosegue la cura per comitive, tampinato dal sospettoso tenente di polizia Martinez (Ruben Blades) e rallegrato dalla disinvolta, giovanissima Rose (Jane March).

Tutti i pazienti mostrano delle sindromi allarmanti e lo psicanalista sospetta uno di loro.

Chi mai sarà il maniaco omicida?

IL COLORE DELLA NOTTE è un pretenzioso e sconclusionato thriller erotico, morbosamente basato su un copione che è eufemistico definire gruviera, tanto è pieno di buchi. Un miscuglio di giallo con forti dosi di sesso, masochismo, travestimenti e violenza.

Bruce Willis, decisamente fuori parte  in una delle interpretazioni più focose della sua carriera, mostra anche lo zizì nella lunga scena di amore subacqueo con la bollente Jane March (L'AMANTE), brutalmente tagliata nell'edizione italiana.

ANCORA VIVO

Jericho (Texas), 1931. Il pavido sceriffo Ed Galt (Bruce Dern) assiste senza muovere un dito e ben retribuito alla faida infinita tra le gang dell'irlandese Doyle e dell'italiano Strozzi.

I due sono in acerrima e sanguinosa lotta per il ricco e profittevole contrabbando di whisky, proprio nell'epoca del proibizionismo.

Ed ecco che appare dalla polvere il taciturno e pistolero forestiero John Smith (Bruce Willis), che s'infila tra le due bande per mettere zizzania e guadagnare un pò di quattrini.

Nel frattempo salva la malcapitata donna del boss e fa strage di gangsters.

ANCORA VIVO è un cupo e violento poliziesco del veterano Walter Hill, avvincente rifacimento in versione gangster di PER UN PUGNO DI DOLLARI.

Nonostante gli abiti novecenteschi è chiaramente un western, assolato e polveroso.

La vicenda dello straniero taciturno e pistolero, impersonato da un Bruce Willis più accigliato che mai, non tralascia niente dalla sceneggiatura del capolavoro western sopracitato, compresa la torchiatura a sangue di cui rimane vittima.

Il nostro, che racconta la storia in prima persona, cerca di contrastare con l'ironia il devastante mitra del grande gigione bastardo Christopher Walken.

Piombo a volontà!

FIRE WITH FIRE

Jeremy Coleman (Josh Duhamel) è un vigile del fuoco con l'animo della crocerossina. Senza famiglia ma con due grandi amici e colleghi da sempre al fianco. Ha finito il lungo turno insieme a loro quando si ferma in uno spaccio per qualche birra e assiste all'ingresso di Neil Hagan (Vincent D'Onofrio), fuhrer di una gang che inneggia alla supremazia ariana.

Il nazistoide uccide a sangue freddo il gestore del negozio e suo figlio, un ragazzino.

Jeremy riesce a mettersi in salvo ma la sua sicurezza è compromessa: il sociopatico neonazista vuole vedere morto lo scomodo testimone.

Ragion per cui viene inserito in un programma di protezione dei testimoni mentre il tenente della polizia Mike Cella (Bruce Willis) prende in carico le indagini.

Trasferito da Long Beach a New Orleans, in attesa del processo al sadico boss, s'innamora della caliente sceriffa Talia (Rosario Dawson), ma viene raggiunto dagli uomini del boss.

Per proteggere la sua donna, Jeremy rinuncia all'ennesimo trasferimento sotto copertura e si mette sulle tracce di Hagan, per eliminarlo definitivamente.

FIRE WITH FIRE è un frenetico e convenzionale nella sua goffa pretenziosità, poliziesco d'azione, che affastella cadaveri e atrocità, con un positivo inizo spietato da brividi. Le chicche: revolverate nel cranio e dita spezzate a martellate.

Nella violenza esibita fanno differenza le intenzioni, naturalmente: da una parte la follia omicida e dall'altra l'aspirazione ad una vita libera da quella minaccia, ma il FIRE WITH FIRE del titolo suona abbastanza esplicitamente come un programmatico "occhio per occhio".

La pellicola paga anzitutto il basso livello della scrittura, specie nella seconda parte del film (la prima è un pò più accettabile), penalizzata da "svarioni" narrativi e buchi di sceneggiatura.

Azzecca invece i volti di Vincent D'Onofrio, che sembra lo schizzato Palla di Lardo di FULL METAL JACKET sopravvissuto ed incattivito, per il demoniaco Hagan e di Bruce Willis per il tenente Mike Cella, poliziotto che attende di saldare il conto da tanto, troppo tempo.

Mentre il protagonista è in parte ma francamente interscambiabile e la Dawson incredibilmente anonima e poco affascinante .

Coproduce Curtis "50 Cent" Jackson, che figura anche come attore nelle vesti di Lamar, leader della gang rivale di Hagan. Non lascia il segno.

EXTRACTION

Usa. Non è più lo stesso da quando sua moglie è stata uccisa l'ex agente veterano della CIA Leonard Turner (Bruce Willis).

Quando un gruppo terrorista rapisce l'invecchiato agente e si impadronisce di Condor, una super arma, il figlio Harry (Kellan Lutz), che ha seguito le orme del genitore ma lavora per la stessa agenzia da dietro una scrivania, visto che è stato ripetutamente scartato per il lavoro sul campo, si lancia in una solitaria operazione di salvataggio non autorizzata.

Mentre si muove contro il volere dei suoi stessi superiori, tra mortali assassini, agenti super efficienti e terroristi internazionali, riceve il gradito aiuto di Victoria (Gina Carano), ex fiamma al servizio della stessa CIA.

Il ragazzo dovrà mettere alla prova tutto il suo addestramento al combattimento in una missione dalla posta in gioco molto alta: la vita del padre e il destino del mondo.

EXTRACTION è un action senza pretese, abbastanza risaputo e dall'evidente budget ridotto, con un accettabile ritmo e una discreta coreografia delle scene di lotta.

Purtroppo la trama, elementare, è ridotta all'osso e così alla fine non rimane molto della visione.

Lutz se la cava senza particolari acuti come protagonista action, Gina Carano ha un suo perché se si parla di carrozzeria e Bruce Willis si avvia verso il pensionamento accettando un ruolo di secondo piano, limitandosi svogliatamente a comparire.

Guardabile, visto che dura appena 83 minuti, ma anche no.

F.B.I. PROTEZIONE TESTIMONI

Montreal, Canada. Si trasferisce proprio vicino al frustrato dentista Nicholas Oseransky (Matthew Perry), detestato anche dalla perfida moglie (che cerca di farlo uccidere), l'ex killer professionista al soldo della mafia di Chicago, Jimmy "Tulipano" Todesky (Bruce Willis).

Il problema che adesso l'ex assassino prezzolato ha tradito i suoi capi ed è divenuto informatore e testimone del Fbi.

 Inutile dire che è stato costretto alla fuga dai vecchi compari decisi a farlo fuori per vendicarsi dell'affronto.

Viste le circostanze, si alleano.
F.B.I. PROTEZIONE TESTIMONI è una vivace e disimpegnata commedia utile per una serata tranquilla.

Certo il film non brilla per inventiva né slanci registici, ma si lascia vedere senza incappare in molteplici sbadigli.

Ci si avvicina e lo si guarda per la presenza di Bruce Willis. Poi si scopre un film dalla trama prevedibile, con il cast più che la storia a fare la differenza.

Amanda Peet (ignuda) e Natasha Henstridege fanno la gara a chi è più bella.

Inutile dire che la statuaria biondona vince per distacco.

L'OMBRA DEL TESTIMONE

New Jersey (Usa). Si gratta dubbioso il testone il detective John Woods (Harvey Keitel) davanti alla deposizione spontanea della piacente parrucchiera Cinthia Kellogg (Demi Moore).

La mia amica Joyce Urbanski, riferisce tra le lacrime e i singhiozzi, ha ucciso a rasoiate il suo violento marito James (Bruce Willis): la picchiava tutti i giorni, ha fatto benissimo, ci tiene a sottolineare.

E io l'ho aiutata a nascondere il corpo.

Ma lo sbirro è sempre più perplesso: e del suo di marito, Arthur, che ne è stato?

E la teste di granito barcolla.

L'OMBRA DEL TESTIMONE è un thriller psicologico discretamente costruito, forse un pò troppo intricato, non sempre plausibile, con un gioco ad incastri chiarito da una valanga di flashback.

Se siete alla ricerca di un film dai ritmi vertiginosi è meglio che passiate oltre. Se invece vi accontentate potreste anche dargli uno sguardo, vista anche la presenza di una giovane Demi Moore che recita bene.

Anche senza spogliarsi.

UNBREAKABLE- IL PREDESTINATO

Filadelfia. E' un ecatombe. Nel violentissimo incidente del treno muoiono tutti i 126 passeggeri, tranne il depresso David Dunne (Bruce Willis), guardia giurata allo stadio, in viaggio di rientro da New York, dove si era recato per un colloquio di lavoro (ed nuova vita da solo).

Non ho neppure un graffio, mormora al figlio Joseph e alla moglie Megan (Robin Wright), con la quale vive separato in casa.

Il misterioso collezionista di fumetti Elijah Price (Samuel L. Jackson), anche accanito collezionista di fratture (54), soprannominato "L'uomo di vetro" per la fragilità delle ossa dovuta ad un difetto genetico, incomincia ad interessarsi a lui.

Quando sei stato malato l'ultima volta?

Il bizzarro personaggio, nero di pelle e ancor più d'animo, capisce il suo protetto oltre ad essere indistruttibile ha anche la capacità telematica di prevedere il male.

Si tratta di prenderne coscienza. Alla fine i nodi si sciolgono, il sipario si apre e la verità, insospettabile, emerge.

UNBREAKABLE - IL PREDESTINATO  è un appassionante (nella prima parte) thriller psicologico del dotato regista indiano M. Night Shyalaman che prova a non distaccarsi da un filone che lo vede legato al paranormale come nel fortunato e clamoroso primo successo (IL SESTO SENSO).

Essendo chiaro che non si può ripetere facilmente un successo, il film, pur rimanendo molto originale, è penalizzato da un ritmo troppo lento.

Alla fine bisogna accontentarsi della suspense anche se il finale, in crescendo, è particolarmente efficace.

LOOPER - IN FUGA DAL PASSATO

Kansas, 2044. Un uomo in piedi, solo, in mezzo alla campagna sconfinata. Vicino a lui, le prime spighe di un immenso campo di grano. Di fronte a lui, un lenzuolo bianco.

L'uomo è ben vestito, pettinato, distinto. In una mano ha un orologio che consulta spesso e con impazienza. Nell'altra una spingarda.

Joe (Joseph Gordon-Levitt) è un Looper, ovvero un killer che lavora per la mafia dell’ulteriore futuro. Elimina persone mandate indietro nel tempo dal 2074, anno in cui il viaggio nel tempo è stato scoperto ma subito vietato per legge. Ora è appannaggio della mafia che, come si sa, non si preoccupa dei divieti.

Le vittime vengono clandestinamente mandate nel passato, ove c'è un boss di fiducia che coordina le operazioni, per poi essere uccise così da non lasciare tracce del corpo nel futuro, in cui è diventato impossibile far sparire qualcuno per via di dispositivi traccianti.

Siccome però i looper stanno in costante contatto con la criminalità, e dunque arrivano a conoscere troppe cose, arriva anche per loro il momento di "farsi da parte". Per tale motivo dopo anni di onorato servizio, la mafia nel 2074 cattura il looper "vecchio" e lo rispedisce nel passato (carico d'oro come pagamento) per farlo uccidere dal se stesso giovane.

Questo auto-eliminare il futuro se stesso si chiama chiudere un loop. Chiuso un loop, il looper se la spassa per gli anni che gli restano con l’oro ricevuto dalla sua auto-esecuzione. Rifiutarsi di chiudere il loop comporta la morte.

Un giorno Joe si trova a dover chiudere il suo loop, ma si trova davanti il se stesso del futuro (Bruce Willis) non incappucciato e legato come al solito, e tutta la vicenda diventerà molto complicata.

LOOPER è un eccellente sci-fi, intenso ed emotivamente devastante, che parla di viaggi nel tempo e telecinesi, un action nel quale si contano decine di cadaveri  e un noir postmoderno con un occhio al western.

Il regista Rian Johnson sembra aver attinto a piene mani anche a TERMINATOR e a Philip K. Dick, miscelando il tutto con un bel ritmo, senza eccessiva frenesia ma anzi dosando bene i tempi tra scene d'azione e scene di dialogo.

Se Bruce Willis, in un ruolo che rimanda a quello di L'ESERCITO DELLE 12 SCIMMIE, è come sempre carismatico, non da meno è Joseph Gordon-Levitt, che è stato pesantemente truccato in volto (niente effetti speciali quindi ma solo vecchio e caro make-up) per avere i connotati più simili possibile ad un giovane Willis, creando questa situazione un po’ straniante (e anche un po' grottesca).

Nel cast anche una brava (e bella) Emily Blunt, abbronzatissima e biondo miele.


Notevole pure il lato B di Piper Perabo, mostrato in un paio di sequenze.

RED

Kansas City. (Usa) Frank Moses (Bruce Willis) è un ex agente della CIA in pensione, che vive in una villetta uguale alle altre cercando di fare una vita uguale alle altre. Mimetizzarsi, insomma.

Purtroppo per lui e per Sarah, la ragazza ingenua e sognatrice che ha conosciuto al telefono, i segreti di stato in possesso di Frank lo hanno trasformato da strumento di morte a bersaglio: chi vuole fargli la pelle?

L'ex agente in ansia per la poco gradita e probabile soppressione definitiva così riunisce l'antica squadra.

Strappa dalla casa di riposo l'arzillo Joe Matheson (Morgan Freeman), dal rifugio sotterraneo il folle e sospettoso Marvin Boggs (John Malkovic), dalla bella casa l'ancora fascinosa Victoria (Helen Mirren).

Ispirato a una graphic novel realizzata da Ellis & Hammer (Magic Press) RED, che sta non per rosso ma per «Retired: extremely Dangerous», è un divertente e fragoroso film d'azione, esasperata e divertita parodia degli stessi, che non si prende mai sul serio, mentre corre a tutta birra, in una narrazione incalzante e variopinta.

Non penso che l'assurdità della trama interessi a qualcuno.

Buon divertimento quindi, con le tante, spassose smargiassate.

PERFECT STRANGER

New York. La bella reporter Rowena Price (Halle Berry), in perpetua caccia di scoop, è sconvolta dalla morte dell'amica Gloria, che l'aveva contattata poco prima dopo anni: chi l'ha uccisa?

La ragazza è certa che ci sia lo zampino del famoso e potente capo di un'agenzia di pubblicità, Harrison Hill (Bruce Willis).

Con il falso nome di Katherine si fa assumere dalla mega ditta del sospettato e con l'aiuto del maghetto informatico Miles Hailey (Giovanni Ribisi) lo titilla su un sito internet per cuori solitari, stavolta facendosi chiamare Veronica.

Investigare sui segreti delle persone, oltre che essere un gioco pericoloso, spesso porta a incredibili verità.

PERFECT STRANGER è uno zoppicante ed aggrovigliato thriller ipertecnologico diretto da James Foley, condito da una minidose di suspance.

Se infatti la prima ora ha un ritmo sostenuto e una credibile concatenazione dei fatti (la messa in scena è sempre di buon livello), come accade sempre più spesso, il finale vive sull'attesa spasmodica dei colpi di scena.



L'occhio (soprattutto maschile), comunque, ha le sue soddisfazioni, perchè la sensuale Halle Berry, pur aggirandosi con aria smarrita, buca lo schermo grazie alla sua bellezza, e uno svogliato Bruce Willis, sfodera il suo sorriso ironico ed ammaliante.

L'incontro tra loro due, in un locale di New York, rimane uno dei momenti più belli di un thriller scontato, che vive soprattutto sulla decente interpretazione di Giovanni Ribisi.

DIE HARD - UN BUON GIORNO PER MORIRE

Mosca. John jr., detto Jack, McClane (Jai Courtney) finisce in galera per omicidio.

Il Muro di Berlino è caduto, il comunismo è crollato ma papà John McClane, però, si sente ancora benissimo.

Il tempo di qualche minuto, dopo i saluti alla figlia, ed eccolo piombare in terra russa per aiutare il figlio, agente Cia, che, invece, non ha nessuna intenzione di farsi dare una mano.

Suo unico scopo è quello di mettere in salvo un pentito e recuperare un file importante, a sua volta appetito anche dal solito miliardario malavitoso avido e spietato.

ALPHA DOG

Claremont (California), 1999. Inutilmente il balordo fuori controllo Jake Mazursky (Ben Foster) chiede a papà e a mamma Olivia (Sharon Stone) gli ottocento dollari per saldare il debito che ha con lo spacciatore Johnny Truelove (Emile Hirsch), il capo branco (gli animali alfa sono capi indiscussi di un branco, hanno il privilegio di mangiare per primi e di accoppiarsi con le femmine nda), figlio del boss che tende i fili dall'esterno, Sonny (Bruce Willis).

A farne le spese è Zack (Anton Yelchin), il fratello quindicenne del debitore, rapito, improvvisando, dagli scagnozzi del capobanda e portato a Palm Springs: tranquillo, ti terremo qui in casa un paio di giorni, non di più, lo consola il ruvido guardiano Frankie Ballenbacher (Justin Timberlake).

L'ostaggio si lascia volentieri contagiare dalle zingarate degli allegri sequestratori, che però presto cominciano a fremere, la tensione cresce e Johnny e il suo gruppo oltrepassano il limite.

E anche la polizia non ha voglia di scherzare.

ALPHA DOG è un crudo e logorroico poliziesco ispirato a una tragica storia vera, la vicenda di Jesse James Hollywood (nel 2010 è stato condannato all'ergastolo) che sconvolse la California, diretto dal figlio d'arte Nick Cassavetes, che la tira troppo in lungo prima di arrivare al dunque.

Non si può negare che la tensione salga nel finale (infatti probabilmente il film ha ragione d'essere solo per l'ultima parte), ma il problema è che per un’ora abbondante i protagonisti fanno sempre le stesse cose (donne, droga, feste, insulti). Certo, trattandosi di pupazzi tatuati quasi sempre fatti non ci si può aspettare chissà cosa, ma a un certo punto sembra di ascoltare un disco rotto (Bello vieni al sodo!).

A proposito, se si togliessero i vaf e affini, il film, anziché due ore, durerebbe sì e no venti minuti.
Bisogna dire che il dramma esiste in Alpha Dog. Si annusa dal primo secondo (vedi i continui: testimone n. 1, n. 2 ecc.. a fianco dei personaggi che via via entrano in scena).
E la società (e la famiglia, primo nucleo della stessa) senza ideali, tangibile, confusa, ne esce distrutta.

Alpha Dog ha sicuramente un pregio.

È un film che racconta la piccola malavita losangelina di quartiere (delinquentelli più che malavitosi) senza obbligatoriamente parlare degli afroamericani, delle automobili che corrono a ritmo di Rap e delle armi spianate. Qui la musica Rap è presente, ma è utilizzata dai "Dogs" per emulare la cultura hip hop nativa, e il branco di ragazzi di origine Wasp, in cerca di dollari facili e con la testa piena di droga, è il risultato di capricci di famiglie benestanti o di padri irresponsabili.

Il fatto reale è utilizzato da Nick Cassavetes come pretesto per tentare un'analisi sociale utilizzando brevissime inserzioni di pseudo-interviste ai protagonisti: trucco velleitario che vorrebbe trasformare, con un studiato meccanismo ad orologeria, il classico film d'azione spettacolare e giovanilista in una cronaca-verità a sfondo sociologico. Ma il trucco da film impegnato non regge, e in effetti quel che si vede è solo una storia ben raccontata ma patinata, dove manca un senso etico profondo.

olivia wilde nakedIl regista sconfina poi nel divertimento facile e in una parvenza di ostentazione, con il tutto che chiaramente crea appeal verso il pubblico giovane, rinforzato dalla presenza di Justin Timberlake, idolo bianco dell' R'n'B, che non si comporta male, pur senza candidarlo all'Oscar.

Il vero pugno nello stomaco è Sharon Stone imbottita e imbruttita. Che spreco!

Olivia Wide invece ci regala un'unica scena nuda.

THE SIXTH SENSE - IL SESTO SENSO

Filadelfia. Nella sua bella casa Malcolm Crowe (Bruce Willis), psichiatra infantile, sta festeggiando con la moglie Anna il prestigioso riconoscimento che la città di Philadelphia ha testé tributato "ad uno dei suoi figli" per l'encomiabile opera svolta ad aiutare bambini malati e relative famiglie.

Tutto molto bello: i coniugi persi a contemplare l'elegante cornice da duecento dollari, tra i fumi dell'alcool, quasi un annuncio dell'inevitabile prosieguo erotico dei festeggiamenti, in camera da letto, ovviamente.

Accade invece qualcosa che segna irrimediabilmente le vite dei coniugi, strappando al buon dottore la fiducia nella bontà delle proprie terapie.

Un anno dopo. La giovane mamma Lynn Sear (Toni Collette) è preoccupata (a dir poco): il suo bambino, Cole (Haley Joel Osment), nove anni, è chiuso in un muro di silenzio che nessuno specialista è finora riuscito a scalfire.
Sulle prime il bambino fa scena muta anche davanti a Malcom.

Poi il medico, preso a cuore il caso del piccolo amico, riesce a entrarvi in confidenza e a scoprire che è disturbato da visioni: sai io vedo la gente morta, sia quando sono in casa, sia fuori.
Anzi, soltanto con loro riesco a comunicare.

THE SIXTH SENSE - IL SESTO SENSO è un sensazionale, supercoinvolgente thriller-orrorifico, una pellicola dai toni cupi e dai risvolti inquietanti del debuttante regista indiano M. Night Shyamalan, che se lo è scritto e sceneggiato.

Proprio quando tutto sembrerebbe avviarsi verso l'inevitabile happy ending il film comincia di nuovo, stavolta sul serio, con un incredibile e inattesa sorpresa finale, obbligandovi a rileggere la storia attraverso un'ottica inaspettata, dall'inizio alla fine, correre indietro, mettere insieme i tasselli e scoprire il trucco. Un gioco di prestigio da lasciar sbalorditi.

Ha un attacco fuorviante ed ingannevole "The sixth sense", che comincia come film drammatico, prosegue in ambito thriller-orrorifico, per terminare cavalcando apertamente il registro del fantastico, con una serie di manifestazioni paranormali di quelle che lasciano il segno, particolarmente in edizione 'notturna'.

Brividi che il regista assicura allo spettatore senza il bisogno di ricorrere a esagerazioni sceniche, giocando con maestria sul filo della suggestione.
Il ritmo, prevalentemente piatto, da slancio ed efficacia ai momenti di maggior tensione.

Sorprende in particolare la prova di talento del piccolo Haley Joel Osment, un vero mostro.
Di bravura.

Il film merita sicuramente la visione.

IL MONDO DEI REPLICANTI

2054, Boston. L'agente Greer (Bruce Willis) e l'agente Peters (Radha Mitchell) sono chiamati a investigare sull'uccisione del figlio del dottor Lionel Canter. In realtà nessuno dei tre è umano. Né Greer, né la sua collega né tantomeno il figlio di Canter.

Costui è l'inventore dei ‘Surrogati', simulacri robotici, sempre giovani e in forma, che assumono l'aspetto che ogni umano desidera e a cui, connessi neuralmente al proprietario, gli umani hanno lasciato il vivere ed interagire quotidiano, lasciando il proprio ‘originale' in carne ed ossa chiuso al sicuro nella propria casa.

Nella nuova società perfetta tutto sembra funzionare in modo ottimale. Sono sparite la bruttezza e la vecchiaia (riservate agli umani sdraiati sulle poltrone dei loro appartamenti, quasi agli arresti domiciliari) e soprattutto è stata cancellata ogni forma di crimine.

I replicanti lavorano, amano, fanno sesso e addirittura si drogano (ma con l'elettricità!) per conto dei loro proprietari umani.

Fino a quando non spunta qualcosa di molto strano e pericoloso per loro: sembra esserci un'arma che, uccidendo il simulacro di cavi e acciaio, frigge anche il cervello dell'umano a lui collegato.

Faccia da duro e sguardo malinconico, anche l'agente Greer ha abdicato alla vita vera e ha il suo bravo avatar telecomandato (un Willis con uno spiazzante parrucchino biondo platino, mentre il vero Greer è pelato e chiuso in casa a fare con i conti con un brutto trauma).

Tutto si complicherà quando il simulacro dell'agente verrà ucciso: solo allora il poliziotto "duro a morire", deciso a vederci chiaro, dovrà rompere il suo isolamento e tornare a vivere in carne ed ossa nel mondo reale.

Quale verità si nasconde dietro la morte dei surrogati?

IL MONDO DEI REPLICANTI è un  bel thriller fantascientifico, e a sfondo sociopolitico, diretto da Jonathan Mostow e ispirato alla graphic novel "Surrogates" di Robert Venditti e Brett Weldele.
Sviluppando, dall'acuto spunto, due percorsi che procedono narrativamente in modo fluido riesce a tenere viva l'attenzione sia di chi ama il thriller ambientato nel prossimo futuro sia di chi non disdegna riflessioni sociopolitiche.

Perché per un verso abbiamo l'ormai ‘solito' Bruce Willis (questa volta mal rasato, grasso e sciatto come ogni abitante di Boston, che invecchia sedentario), poliziotto pronto ad andare oltre le regole pur di raggiungere l'obiettivo, di cui seguire l'azione (in coppia con una donna questa volta).

Dall'altro però possiamo seguire un'azione (che può far riflettere) che si dipana all'interno di un interrogativo che, come sempre accade quando la fantascienza è di qualità, non è poi così distante dalla tematiche della realtà sociopolitica attuale.

Cosa insegna? Che la vita va vissuta fino in fondo.

SLEVIN - PATTO CRIMINALE

New York. Io non sono Nick Fisher, grida invano il giovane Slevin (alla lettera “cane rabbioso”) Kelevra (Josh Hartnett), sfortunato e sprovveduto ragazzo, che ha appena perso in un colpo solo il lavoro, la fidanzata e il portafoglio al Boss (Morgan Freeman), che l'ha fatto prelevare, in assenza dell'amico, in accappatoio da un paio di robusti e maneschi tirapiedi.

Ti abbonerò i 96 mila dollari che mi devi, tuona il capo clan, ma tu dovrai ammazzare la Fatina, il rampollo gay del mio dirimpettaio di grattacielo, il Rabbino (Ben Kingsley), che ha ucciso mio figlio.

Toh, anche l'altro capoccia convoca con la forza lo spaurito ragazzotto: sono in credito di 33 mila bigliettoni, come pensi di saldare?

In che guaio mi sono cacciato, mormora Slevin, apparentemente imperturbabile (soffre di atarassia), alla dolcissima vicina di casa con gli occhi a mandorla, la bella dottoressa dell'obitorio Lindsey (Lucy Liu).

E oltre che dai tirapiedi dei due gruppi mafiosi, il ragazzo è tallonato anche dal cinico killer Goodkat (Bruce Willis) e dal detective Brikowski (Stanley Tucci), convinto che il suo comportamento nasconda del marcio.

Ma l'inganno è dietro l'angolo e non tutto è quel che sembra, grazie alla "mossa Kansas City". Che cos'è la "mossa Kansas City"? È quella per cui qualcuno ti fa guardare da una parte mentre ti sta ingannando dall'altra. Lo spiega Mr. Smith (Bruce Willis) su sedia a rotelle, nel vorticoso incipit.

SLEVIN - PATTO CRIMINALE è un violento, ingarbugliato, incalzante e teso poliziesco, elegante nello stile e nella forma attentissima ai dettagli, del regista Paul McGuigan che prende tutte le regole del gangster-movie e le ribalta condendo trama e dialoghi con un irresistibile tono ironico.

Niente appare verosimile, ma per scelta precisa: i personaggi si muovono all'interno di un oliato gioco a incastro, gonfio di flashback e di cadaveri che richiama le atmosfere pulp di Tarantino, a partire dal prologo, dove Mr. Goodkat spiega con una storiella crudele come sia facile, nella vita, ritrovarsi a essere pedine del caso nel momento e nel luogo sbagliato.

Il risultato è più che godibile, con babyface Hartnett, novella icona della giovane Hollywood, al centro di un grande cast (dal vendicativo Freeman e il serafico britannico Kinglsey, che si fronteggiano nella memorabile sequenza finale, all'imperturbabile spietato Willis e all'insolitamente sbarazzina Lucy Liu), e sfodera la faccia giusta per interpretare il piccolo Golia che si destreggia tra i giganti dei crimine.

E alla fine quadra perfettamente il cerchio, con una soluzione che non ci saremmo aspettati. Perché ci aveva fatto guardare da un'altra parte, con una perfetta "mossa Kansas City".

DIE HARD - VIVERE O MORIRE

New York, 4 luglio 2004. Sobbalza sulla poltrona il direttore della Cia, Bowmann quando un gruppo di cyber-terroristi stacca la spina degli U.S.A., mandando in tilt i sistemi di sicurezza e gettando l'intero paese nel panico.
Senza contare che trasporti e uffici rischiano il collasso per gli improvvisi blackout di energia elettrica.

Le autorità federali e l'esercito brancolano letteralmente nel buio e inoltre una consistente porzione di piedipiatti è a casa per il dì di festa: per fortuna c'è su piazza il veterano detective John McClane (Bruce Willis), ancora una volta nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Il poliziotto, per affrontare la minaccia globale da parte dei propri storici nemici giurati, terroristi e tecnologia, dovrà reclutare, anche con la forza, il giovane mago del computer Matt Farrell (Justin Long) e scortarlo fino a Washington.

L'agente di polizia più coriaceo in circolazione, avvalendosi dell'aiuto proprio del giovane pirata informatico, dovrà, come è sua abitudine, prendere di petto le situazioni, e raddrizzare le cose nel solo modo che conosce: di prepotenza.

Anche se il compito non sarà facile, visto che il pazzo in libertà Thomas Gabriel, cervello del diabolico piano, intende svuotare tutti i conti (bancari) d'America.

Fragoroso, inverosimile e francamente noioso, anche per la durata inutilmente extralong, fumetto poliziesco, che per la quarta, e si spera ultima, volta si aggrappa ai bicipiti del simpatico protagonista in pista dal lontano 1988.

Certo, il tipo di film non si presta ad analisi dettagliate, non si esige il realismo e la veridicità degli avvenimenti, non si tiene conto della balistica e della gravità...ma certe scene sono veramente inverosimili!!
I combattimenti corpo a corpo sono degni di Terminator 3 (che fatica per uccidere la donna del capo) e le scene di "guerra" sono degne di Transformers (aereo che non riesce a distruggere un camion, Bruce che distrugge un elicottero con un auto...)e pensare che nel film anzidetto i protagonisti sono i robot! Oltre all'assurdità di alcune scene, quello che non mi ha convinto sono le fasi di stanca del film, sembra che abbiano girato prima le 5-6 scene action per poi collegarle alla trama principale con espedienti sempre più raffazzonati, e parla qualcuno che ha apprezzato i primi film della serie.


Sotto la regia del regista Len Wiseman, Bruce Willis con l'aiuto di 120 stunt, distrugge auto, capannoni e grattacieli. Con il volume sempre al massimo.

SOLO 2 ORE

New York. E' una mattina come tante per l'ispettore Jack Mosley (Bruce Willis), divorziato, depresso, zoppo e, come ciliegina sulla torta, dedito all'alcool.

Sta per smontare dal suo turno quando viene incaricato di portare un criminale di infimo cabotaggio, Eddie Bunker (Mos Def) dal distretto di Polizia al Tribunale, sedici isolati (o, in linguaggio corrente, blocks) di distanza da percorrere in due ore, dove questi vorrebbe testimoniare davanti al Grand Jury.

Jack pensa che sia un incarico di routine, ma ben presto si troverà prima a dover salvare il testimone da un killer e poi scoprirà che la persona contro cui Eddie deve testimoniare è proprio un poliziotto, in combutta con altri poliziotti, moralmente corrotti, che vogliono insabbiare le indagini.

L'ispettore della omicidi Frank Nugent (David Morse) spiega la situazione a Jack cercando di convincerlo a far finta di essere stato preso in ostaggio da Eddie, ma Jack decide di fare la "cosa giusta", difendere il testimone, scappando con quei poliziotti alle calcagna, decisamente poco propensi a farsi distruggere la carriera. Scatta un’incessante caccia all’uomo, inseguimenti e sparatorie, crimini e misfatti, attraverso strade trafficate, vie degradate, autobus e case popolari e innescando tutta una serie di eventi che cambieranno la sua vita e quella dei presenti...

Tecnicamente ineccepibile film d'azione, un poliziesco adrenalico concentrato in pochi chilometri quadrati del veterano Richard Donner, nome che rappresenta una garanzia nel genere, anche grazie all'ottima interpretazione di un inusuale Bruce Willis, zoppo e con qualche chilo di troppo, insomma un vinto dalla vita, impagabile nella parte del poliziotto alla deriva che si redime per la giusta causa.

L’unità temporale e spaziale è mantenuta, utilizzando la sincronia tra tempo reale e rappresentato per enfatizzare il senso di precarietà della vicenda. La camera a mano segue sempre le prede e il risoluto inseguitore David Morse, ma nasconde furbamente i trucchi dei due poliziotti rivali per commettere o sfuggire a un’imboscata

Malgrado il film sia ricco di clichè e luoghi comuni, con il messaggio trito e ritrito che i buoni non stanno da una parte sola ed anche i cattivi possono rigare dritto, compreso un finale improntato ad un mieloso (ma non disturbante) happy end, la confezione è impeccabile, ci sono dei bei momenti di cinema (le sequenze all'interno dell'autobus; i duetti verbali tra il protagonista e il ciarliero Mos Def, vera rivelazione del film) e Donner aggiunge il suo innegabile talento e mestiere.

Insomma anche se non brilla per originalità SOLO 2 ORE conferma che quanto già risaputo, ovvero quanto il cinema americano sappia ancora, se non stupire, quantomeno intrattenere e, grazie all'infinito serbatoio di caratteristi e seconde linee di pregio da cui attingere, qui Mos Def e David Morse, stupendi comprimari, offrire al pubblico spettacoli che valgano il prezzo del biglietto.

IMPATTO IMMINENTE

Pittsburgh (Usa). Poliziotto da cinque generazioni, l'irrequieto, turbolento e un pò troppo curioso Tom Hardy (Bruce Willis), per aver messo il becco nel marciume della centrale è retrocesso dalla squadra omicidi alla sorveglianza fluviale.

Sconvolto dalla tragica e sospetta morte del papà, come già detto poliziotto anche lui, viene accoppiato alla spaurita collega Jo (Sarah Jessica Parker) e dà la caccia a un inafferrabile serial killer.

Il sadico misterioso sequestra le bionde, ne trasmette telefonicamente i gemiti sotto tortura, le massacra e le butta in uno dei tre fiumi della città: Allegheny, Ohio e Monongahela.

Finché l’agente della squadra omicidi Bruce Willis scopre di essere proprio lui il bersaglio della catena di delitti, che colpiscono l’una dopo l’altra le sue ex fidanzate, con l'impudenza di fargli ascoltare via telefono l'ultimo disperato lamento delle poverette.

Poliziesco, non eccelso a dire il vero, di ordinaria violenza urbana con l'impianto del thriller classico, abbastanza sconclusionato e con la suspense posticcia, che ha uno scatto di reni quando mostra le acrobatiche sequenze di inseguimento, ma precipita quando deve fare i conti con la credibilità della trama.

Senza contare che il colpevole è abbastanza chiaro fin dall'inizio.

Una giovanissima Sarah Jessica Parker a far coppia con il trasandato Bruce Willis, con un livello di simpatia nettamente inferiore alla sua media, che ha comunque il suo bel faccione simpatico: basterà per giustificare l'incredibile barca di dollari che si becca ad ogni film?

CODICE MERCURY

Chicago. L’agente in crisi esistenziale Art Jeffries (Bruce Willis), inviato dall’Fbi, ritrova nascosto nell’armadio il piccolo e terrorizzato Simon (Miko Hughes). I suoi genitori sono stati ammazzati da un killer della Cia, spedito dal cinico capo dipartimento Nicholas Kudrow (Alec Baldwin), tanto risoluto quanto senza scrupoli di sorta, che ha mancato il vero bersaglio.

Il bambino di nove anni, autistico che ha speciali doti matematico-enigmistiche, ha infatti decifrato un codice segretissimo dell’Agenzia per la Sicurezza Nazionale, fondamentale per proteggere gli agenti USA infiltrati in tutto il mondo, che due crittografi del governo avevano fatto pubblicare su una rivista di enigmistica, per collaudarne l’impenetrabilità.

Telefonando al numero civetta del giornale, attirato dall’esca di un falso viaggio premio, il bambino si era praticamente suicidato con tutta la famiglia.

Il poliziotto in crisi decide di proteggerlo. E ora fuggiamo insieme.

CODICE MERCURY (Mercury Rising) è un coinvolgente poliziesco, stretto parente dei film di spionaggio, in cui il regista Harold Becker, a un pugno di WITNESS unisce una spolveratina dei TRE GIORNI DEL CONDOR, dando alla storia un ritmo forsennato.

Il supercattivo Alec Baldwin sfiorando il comico involontario non fa fare certo una bella figura alla CIA tenuta in scacco da un bambino, pur se protetto da un marcantonio come Bruce Willis, sprovvisto del senso dell’ironia che altrove l’ha salvato in situazioni analoghe.

LA MORTE TI FA BELLA

Beverly Hills. Sono rivali anche in amore le non più verdi Madeleine (Meryl Streep), attrice, e Helen (Goldie Hawn), scrittrice.

L’aitante oggetto del loro desiderio è il chirurgo plastico e ubriacone Ernest (Bruce Willis) che ha sposato la prima dopo aver piantato la seconda.

Ossessionate dalla paura di invecchiare, ahiloro, nemmeno il bisturi dell’amato può fermare i segni devastanti del tempo sul volto e sul corpo delle due bisbetiche signore alle quali resta una sola via d’uscita: l’elisir di lunga vita, una pozione magica della fattucchiera Lisle (Isabella Rossellini) che rende praticamente immortali.

Aiuto, siamo diventate due zombi.

LA MORTE TI FA BELLA è una macabra commedia nera confezionata con classe da Robert Zemeckis (due anni dopo firmerà FORREST GUMP, per dire) che compiacendosi del proprio Kitsch funereo sparge veleno sul mito hollywoodiano dell’eterna giovinezza.

Divertente e graffiante nella prima parte, grazie al brio degli interpreti, rischia lo scivolone quando trasloca nell’horror, nonostante i mirabolanti effetti speciali (da Oscar) dell’Industrial Light & Magic di Lucas, sfarzo di scenografie e una temporalesca colonna sonora.

Delle tre assatanate e smorfiose donzelle che ruotano le teste come se fossero trottole, pavoneggiandosi col simpatico marcantonio Bruce Willis, spicca Isabella Rossellini.

La più brava? No, la meno vestita.