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L'AMORE BUGIARDO - GONE GIRL

Amy (Rosamund Pike)  e Nick (Ben Affleck) sono sposati da cinque anni. Belli, colti e ammirati ma la crisi economica ha messo in ginocchio il loro rapporto e interrotto le loro carriere, costringendoli al trasloco.

Da New York, si trasferiscono in provincia, nel Missouri, dove lei si trasforma in una casalinga annoiata e lui nel proprietario di un bar chiamato The Bar, gestito con la sorella gemella.

La relazione languisce e l'ostilità cresce.

Il giorno dell'anniversario del matrimonio, Amy scompare senza lasciare tracce, se non il suo sangue versato e ripulito in cucina, messaggi di una caccia al tesoro e un diario che potrebbe contenere la soluzione del caso.

Intanto, per tutti, i vicini, i media, la polizia e tutti quelli che lo stanno a guardare è stato Nick ad ucciderla, anche se il corpo, ancora, non si trova.

L'AMORE BUGIARDO - GONE GIRL è un thriller coniugale, meticoloso e cinico, che spiazza. David Fincher prende per mano lo spettatore, lo illude di aver intuito tutto e poi lo stordisce con colpi di scena sferrati sotto la cintura, inaspettati e azzeccati nei tempi.

Senza farsi mancare anche un attacco al matrimonio borghese (fondato sulla bugia) e una denuncia alla manipolazione dell'opinione pubblica da parte di certi media che sono pronti a trasformarti in un mostro, con ribalte televisive pressapochiste e pettegole, calpestando ogni tua dignità sull'altare dell'audience.

Ben Affleck, che continua ad azzeccare le pellicole giuste, è perfetto e naturale nella parte del marito bamboccio e anonimo che si trova ad affrontare qualcosa di troppo grande per lui. E che sarebbe inaspettato, per la verità, per molti.

La stupenda Rosamund Pike, bella e glaciale, sembra uscita da un film di Hitchcock.

Intrattenimento di gran classe.

JACK REACHER - LA PROVA DECISIVA

Pittsburgh. Sei chirurgici colpi di fucile ed un killer uccide cinque persone, un uomo e quattro donne, apparentemente a caso, sulla banchina di un fiume, mentre conducono la vita di tutti i giorni.

Sembra non esserci dubbio, le prove sono schiaccianti e incastrano un ex militare, James Barr, un tiratore addestrato.
Pestato brutalmente durante l'interrogatorio, prima di cadere in coma, il cecchino accusato fa un solo nome: quello dell'ex commilitone Jeack Reacher (Tom Cruise).

La bionda avvocatessa dalla scollatura generosa Helen Rodin (Rosamund Pike), figlia del procuratore capo (Richard Jenkins), non sa come soddisfare la richiesta del suo assistito, visto che Reacher sembra non esistere, ma ecco che è lui stesso a presentarsi.

Ex ufficiale della polizia militare dell'esercito americano, mosso soltanto dagli imperativi morali di giustizia e verità, ci mette poco a capire e la sua teoria è a dir poco spiazzante: il militare è colpevole, ma non di quell'eccidio.

Per trovare il vero omicida, però, l'indagine si ribalta. E se tra le vittime ce ne fosse una uccisa non a caso?

JACK REACHER - LA PROVA DECISIVA ci regala un nuovo ruolo da "corri e spara" per Tom Cruise, ma con una variante decisiva: il protagonista non è un agente speciale al servizio del governo, ma un vagabondo e un fuggitivo, che si ritrova l'intera polizia alle calcagna.

Insomma neanche gli eroi sono quelli di una volta e l'action deve restare al passo con i tempi, con qualche vago richiamo a Jason Bourne e una piccola dose di soprannaturale.

Tutto sommato comunque un film, senza troppo pretendere, godibile e consigliabile.

Merito anche dei tre grandi vecchi che nobilitano il cast: Richard Jenkins, Robert Duvall ed il superbo "cattivo" Werner Herzog: con la faccia che si ritrova non ha neanche bisogno di parlare.

007- LA MORTE PUO' ATTENDERE

Catapultato in Corea del Nord per stroncare un traffico di "conflict diamonds",  James Bond (Pierce Brosnan) viene catturato.

Appena liberato dopo quattordici mesi di carcere duro, finalmente scambiato con il terrorista Zao, dopo la fallita missione si vede ritirare la licenza in quanto sospettato di aver rivelato ai carcerieri i nomi dei componenti della propria rete spionistica.

Fuggito dalla nave che doveva trasportarlo alle Falkland, l'agente si reca al sole di Cuba dove incontra l'affascinante morettona statunitense Jinx (Halle Berry) e con lei si reca nell'isola di Los Organos, dove scopre quanto sia facile cambiare identità col rinnovo del dna.

Quindi di corsa a Londra dove il misterioso ed arrogante miliardario Gustav Graves (Toby Stephens), afflitto da insonnia perenne, sembra tirare le fila del gioco, aiutata dal suo fascinoso ed algido addetto stampa Miranda Frost (Rosamund Pike).

Accoglie al volo l'invito in Islanda, nel palazzo di ghiaccio del riccone, voglioso di giocare a chi ce l'ha più forte (il satellite): il suo Icarus è capace di incenerire il mondo concentrando la luce solare!

Ed ora diamo il via alle danze con un bel conflitto Corea del Nord e del Sud.

007 - LA MORTE PUO' ATTENDERE è la scoppiettante ventesima puntata ufficiale delle avventure di Bond, il solito guazzabuglio spionistico-avventuroso, questa volta con continui ammiccamenti erotici e una dose di ironia più abbondante del solito.

Tra le solite diavolerie ipertecnologiche (qualcosa che sa di già visto), la title track techno di Madonna (presente anche in una particina) ed effetti speciali sempre più sofisticati, spunta Halle Berry in bikini arancio su pelle oliva: non sarà Ursula Andress, però... è spettacolare.

E anche la bionda Rosamund Pike non sfigura nel ricco albo delle Bond Girl.

LA VERSIONE DI BARNEY

Montreal, 1974. Rimasto presto vedovo dopo il suo primo matrimonio con una pittrice esistenzialista e suicida,  il produttore ebreo di soap opera Barney Panofsky (Paul Giamatti) si risposa con la ricca e ciarliera P (Minnie Driver), ma già al party nuziale s'innamora follemente dell'algida Miriam (Rosamund Pike), speaker garbata (di radio).

La tampinerà a lungo, prima che la ragazza alzi bandiera bianca e diventi la sua terza moglie e madre dei suoi due figli.

Figlio affettuoso di un poliziotto in pensione col vizio del sesso e degli aneddoti cafoni (Dustin Hoffman), Barney è stato incalzato a lungo dalle ambizioni e dalle calunnie del detective O’Hearne, convinto da anni del suo coinvolgimento nella scomparsa di Boogie, amico licenzioso e scrittore dotato.

Proprio dopo l’uscita del libro di O’Hearne, che lo accusa di omicidio e di ogni genere di bassezza, Barney si decide a dare la sua personale versione dei fatti, realmente accaduti, ripercorrendo la sua (mal)educazione sentimentale e la sua vita fuori misura, consumata nell’Italia degli anni Sessanta e perseverata in Canada, tra una boccata di sigari Montecristo e scolando whiskey al Grumpy's Bar.

LA VERSIONE DI BARNEY è un avvincente mix di commedia e dramma, la storia, bizzarra e semiseria, di un uomo ansioso (di fatto un uomo come tanti) di rincorrere i sogni proibiti.

Paul Giamatti, diretto da Richard J. Lewis, rosso da giovane e brizzolato da anziano, attraversa da grande attore quarant'anni di corna, sigari, whisky, tra due continenti e tre mogli.

Dustin Hoffman è una spalla notevole e magnifica, Rosamund Pike graziosa.

IL CASO THOMAS CRAWFORD

Los Angeles. Confessa seduta stante, il ricco ingegnere aeronautico Thomas Crawford (Anthony Hopkins) al tenente Rob Nunally (Billy Burke): ho sparato a mia moglie Jennifer che aveva un amante.

Lo sbirro ha un sussulto: la donna con un foro in testa è proprio la sua giovane amante. Un caso facile, pensa l'ambizioso, giovane e brillante Willy Beachum (Ryan Gosling), assistente del procuratore distrettuale Joe Lobruto (David Straitharn), in flirt con la bella avvocatessa Nikki Gardner (Rosamund Pike) visto che, curiosamente, dopo il delitto, l'autore non solo si è autoaccusato ma ha deciso di difendersi da solo in tribunale.
In procinto di entrare in un famoso studio di avvocati, per il giovane procuratore le cose saranno molto meno semplici di quanto fosse lecito credere…

Avvincente, originalissimo giallo di eccellente fattura, infiorato di dialoghi intelligenti, che sa tenere alta la tensione, compreso il riuscito ed originale colpo di scena conclusivo.
Una storia impreziosita dal duello tra i due mattatori, il suadente veterano Anthony Hopkins, gigione come non mai, e il misurato emergente Ryan Gosling, che conferma di essere un giovane di grande valore.

Proprio la "sfida" tra i due talenti costituisce il piatto forte del film, esaltato a dovere dalla sceneggiatura, che mette in bocca ad Hopkins delle battute di incredibile cinismo e sapido humour noir.

Il regista Gregory Hoblit si mette a servizio dello script e firma una pellicola che, finalmente, non necessita di sofisticate trovate visuali per attrarre l'attenzione dello spettatore ma tiene col fiato sospeso il pubblico ponendogli la classica domanda: come riuscirà il buono, passato da rampante avvocato attratto dai soldi a procuratore che mette in gioco il suo futuro pur di "mettere un paletto nel cuore di un cattivo", a incastrare l'assassino?

Appassionante dal primo all'ultimo minuto malgrado il fatto che di solito l'identità dell'assassino si scopre alla fine del film, al massimo all'inizio ci possono essere dei sospetti..

Il Caso Thomas Crawford è una pellicola da vedere.

IL MONDO DEI REPLICANTI

2054, Boston. L'agente Greer (Bruce Willis) e l'agente Peters (Radha Mitchell) sono chiamati a investigare sull'uccisione del figlio del dottor Lionel Canter. In realtà nessuno dei tre è umano. Né Greer, né la sua collega né tantomeno il figlio di Canter.

Costui è l'inventore dei ‘Surrogati', simulacri robotici, sempre giovani e in forma, che assumono l'aspetto che ogni umano desidera e a cui, connessi neuralmente al proprietario, gli umani hanno lasciato il vivere ed interagire quotidiano, lasciando il proprio ‘originale' in carne ed ossa chiuso al sicuro nella propria casa.

Nella nuova società perfetta tutto sembra funzionare in modo ottimale. Sono sparite la bruttezza e la vecchiaia (riservate agli umani sdraiati sulle poltrone dei loro appartamenti, quasi agli arresti domiciliari) e soprattutto è stata cancellata ogni forma di crimine.

I replicanti lavorano, amano, fanno sesso e addirittura si drogano (ma con l'elettricità!) per conto dei loro proprietari umani.

Fino a quando non spunta qualcosa di molto strano e pericoloso per loro: sembra esserci un'arma che, uccidendo il simulacro di cavi e acciaio, frigge anche il cervello dell'umano a lui collegato.

Faccia da duro e sguardo malinconico, anche l'agente Greer ha abdicato alla vita vera e ha il suo bravo avatar telecomandato (un Willis con uno spiazzante parrucchino biondo platino, mentre il vero Greer è pelato e chiuso in casa a fare con i conti con un brutto trauma).

Tutto si complicherà quando il simulacro dell'agente verrà ucciso: solo allora il poliziotto "duro a morire", deciso a vederci chiaro, dovrà rompere il suo isolamento e tornare a vivere in carne ed ossa nel mondo reale.

Quale verità si nasconde dietro la morte dei surrogati?

IL MONDO DEI REPLICANTI è un  bel thriller fantascientifico, e a sfondo sociopolitico, diretto da Jonathan Mostow e ispirato alla graphic novel "Surrogates" di Robert Venditti e Brett Weldele.
Sviluppando, dall'acuto spunto, due percorsi che procedono narrativamente in modo fluido riesce a tenere viva l'attenzione sia di chi ama il thriller ambientato nel prossimo futuro sia di chi non disdegna riflessioni sociopolitiche.

Perché per un verso abbiamo l'ormai ‘solito' Bruce Willis (questa volta mal rasato, grasso e sciatto come ogni abitante di Boston, che invecchia sedentario), poliziotto pronto ad andare oltre le regole pur di raggiungere l'obiettivo, di cui seguire l'azione (in coppia con una donna questa volta).

Dall'altro però possiamo seguire un'azione (che può far riflettere) che si dipana all'interno di un interrogativo che, come sempre accade quando la fantascienza è di qualità, non è poi così distante dalla tematiche della realtà sociopolitica attuale.

Cosa insegna? Che la vita va vissuta fino in fondo.