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IL CASO THOMAS CRAWFORD

Los Angeles. Confessa seduta stante, il ricco ingegnere aeronautico Thomas Crawford (Anthony Hopkins) al tenente Rob Nunally (Billy Burke): ho sparato a mia moglie Jennifer che aveva un amante.

Lo sbirro ha un sussulto: la donna con un foro in testa è proprio la sua giovane amante. Un caso facile, pensa l'ambizioso, giovane e brillante Willy Beachum (Ryan Gosling), assistente del procuratore distrettuale Joe Lobruto (David Straitharn), in flirt con la bella avvocatessa Nikki Gardner (Rosamund Pike) visto che, curiosamente, dopo il delitto, l'autore non solo si è autoaccusato ma ha deciso di difendersi da solo in tribunale.
In procinto di entrare in un famoso studio di avvocati, per il giovane procuratore le cose saranno molto meno semplici di quanto fosse lecito credere…

Avvincente, originalissimo giallo di eccellente fattura, infiorato di dialoghi intelligenti, che sa tenere alta la tensione, compreso il riuscito ed originale colpo di scena conclusivo.
Una storia impreziosita dal duello tra i due mattatori, il suadente veterano Anthony Hopkins, gigione come non mai, e il misurato emergente Ryan Gosling, che conferma di essere un giovane di grande valore.

Proprio la "sfida" tra i due talenti costituisce il piatto forte del film, esaltato a dovere dalla sceneggiatura, che mette in bocca ad Hopkins delle battute di incredibile cinismo e sapido humour noir.

Il regista Gregory Hoblit si mette a servizio dello script e firma una pellicola che, finalmente, non necessita di sofisticate trovate visuali per attrarre l'attenzione dello spettatore ma tiene col fiato sospeso il pubblico ponendogli la classica domanda: come riuscirà il buono, passato da rampante avvocato attratto dai soldi a procuratore che mette in gioco il suo futuro pur di "mettere un paletto nel cuore di un cattivo", a incastrare l'assassino?

Appassionante dal primo all'ultimo minuto malgrado il fatto che di solito l'identità dell'assassino si scopre alla fine del film, al massimo all'inizio ci possono essere dei sospetti..

Il Caso Thomas Crawford è una pellicola da vedere.

NELLA RETE DEL SERIAL KILLER

Portland, Oregon. La giovane vedova Jennifer Marsh (Diane Lane), che vive con la madre e la piccola Annie, combatte il crimine armata di tastiera, mouse e monitor. Tutte le notti, col genio del computer Griffin Dowd (Colin Hanks) naviga su Internet per stanare truffatori e maniaci informatici.

Dopo la morte di una gattina, uccisa in diretta sul web, la cosa diventa seria: un tale si diverte a rapire chi capita, per mostrarlo sul sito killwhitme (uccidi con me).

La sua vita familiare finisce così inevitabilmente con l'intrecciarsi con il suo lavoro. Anche perché il killer mediatico, passato come detto dagli animali agli uomini, mette in atto un gioco estremamente perverso: più collegamenti ci saranno al suo sito e più velocemente le sue vittime, che provvede a torturare in diretta, andranno incontro alla morte. In pratica ogni visitatore accelera l'atroce morte del sequestrato.

Il tempo ovviamente stringe anche perché il sito non è riconducibile al suo titolare; è cioè (come vuole il titolo originale) 'untraceable'. Riuscirà la poliziotta a incastrarlo?

Quasi passabile thriller iper tecnologico diretto da Gregory Hoblit (Schegge di paura), che pur imbottito di un linguaggio per addetti ai lavori e smodato nell' utilizzo di diavolerie online sa far lievitare la suspense. Se siete appassionati di internet da vedere! Se non avete mai sentito parlare di forum, thread, ip, chat ecc... probabilmente farete fatica a capire alcune parti del film.

Il film unisce l'esasperato sadismo di certe scene raccapriccianti con la vita privata di un'amorevole mamma vedova in carriera.

E non si può negare che la sceneggiatura è alquanto originale: a differenza dei classici poliziesco-scientifico, dove si indaga su gocce di sangue o rimasugli di pelle sotto le unghie si indaga su server, indirizzi ip e l'anzidetto abuso di terminologie specifiche del mondo del web.

Finale in parte scontato, prevedibile che i cacciatori diventino la preda, e con una contorta deduzione che porta alla risoluzione finale del caso.


diane lane

Da condannare solo la pretesa falsomoralistica di metterci sull'avviso sui pericoli provenienti dalla rete, che rivela la propria strumentalità proprio nell'utilizzo delle scene più voyeuristiche.

SCHEGGE DI PAURA

Chicago. E’ stato ucciso con la bellezza di 79 coltellate l’arcivescovo Rushman e la polizia non tarda ad incastrare Aaron Stampler (Edward Norton), un ragazzo del coro, spaurito come un pulcino e balbuziente, visto fuggire in tutta fretta dalla casa dell’alto prelato.

Insomma quelli che si chiamano “indizi schiaccianti”.

L’ambizioso (il più pagato della città) e cinico principe del foro Martin Vail (Richard Gere), appena assunta la difesa gratuita (pubblicità?) del giovane (povero), scopre che la vittima era un gran sporcaccione, grande fan di filminio porno gay da lui stesso interpretati con accondiscendenti (??) minorenni.

L’azzeccagarbugli extralusso dà subito battaglia in aula, arciconvinto di smontare pezzo per pezzo la montagna di indizi accumulati contro il suo cliente dalla sua ex Janet Venable (Laura Linney), piacente assistente del procuratore capo.

Epilogo a sorpresa, grossa sorpresa.

SCHEGGE DI PAURA è un astuto legal thriller, sottogenere di moda negli anni ‘90 a Hollywood, tratto da un romanzo di William Diehl e diretto da Gregory Hoblit (un regista che ha alle spalle molti premi Emmy televisivi per Hill Street giorno e notte e Avvocati a Los Angeles), che con un efficiente congegno di indagine ricco di tutti gli ingredienti regolamentari (sentimenti, sesso, perversioni), riesce a tenere avvinto alla corda dell’incertezza lo spettatore fino alla fine, tra manfrine legali e spiegazioni psicoanalitiche (magari non proprio attendibilissime).

Richard Gere è, come spesso gli capita, molto charmeur anche se questo non gli basta per togliere la medaglia di migliore in campo all’allucinato Edward Norton, qui all’esordio sulla scena.

Un vero fuoriclasse in erba.