Francia. Percorre l'autostrada il tranquillo borghese Paul Varlin (Jean Louis Trintignant) con moglie e figlia. La famigliola, fermata la Volvo, mangia un boccone all'Autogrill.
All'uscita un piccolo screzio con tre motociclisti da il via al tragico susseguirsi degli eventi.
Inseguito ed aggredito, sviene.
Quando torna in sé trova moglie e figlia violentate e uccise.
È assetato di giustizia privata, e coinvolge la cognata Sarah (Catherine Deneuve) nella ricerca della verità (con annessa love story), ma rischia di sbagliare il colpevole.
APPUNTAMENTO CON L'ASSASSINO è un bel film giallo d'oltralpe, ben costruito, ricco d'azione e di colpi di scena.
Ben descritto l'ambiente della provincia francese ed impeccabili le scene motociclistiche e gli inseguimenti a folle velocità anche per le stradine di montagna.
Completa il tutto il cast di tutto rispetto (di massimo splendore Catherine Deneuve, sensualissima e di fulgida bellezza).
Nel caso in cui doveste decidere di vederlo, vi sfido a scoprire il colpevole prima della conclusione.
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THE INTERPRETER
New York. Ha un sussulto di paura la bionda interprete dell'Onu Silvia Broome (Nicole Kidman): nella sua cabina buia ed insonorizzata, fuori orario, ascolta per caso una voce che parla un raro idioma africano, un bisbiglio nel microfono lasciato aperto.
E la voce minaccia di morte il leader di uno Stato africano, chiarissimo nella sua sintesi: "Il maestro non lascerà vivo questa sala".
Evidente il riferimento a Edmund Zuwanie, il dittatore africano dell'immaginario paese africano del Matobo, in arrivo al Palazzo di vetro per difendersi davanti all'Assemblea (e quindi al mondo intero) dalla terribile accusa di genocidio.
Da quel momento la vita di Silvia è sconvolta. I servizi segreti, subito allertati dall'impaurita ragazza, dapprima non le credono, poi, convinti anche dalla macchina della verità, l'affidano a due agenti speciali, il malinconico neovedovo Tonbin Keller (Sean Penn) e la grintosa Dot Woods (Catherine Keener).
Braccata dai killer e con tanti scheletri nell'armadio.
Elegante giallo parapolitico, diretto da Sidney Pollack, un grande del cinema civile sposato con le leggi dell'intrattenimento, sospeso tra New York e i corridoi delle Nazioni Unite, capace fino a tre quarti di tenere alta la tensione e poi di dare sfogo al dolore indicibile dei due protagonisti: Silvia, una Kidman dalla bellezza esagerata anche quando costretta in abbigliamenti rigorosi e senza eccessi, e Tobin, un Sean Penn impareggiabile e livido dentro la normalità della divisa federale.
Nell'unica, fulminea parentesi rosa, i due protagonisti si scambiano una carezza.
Purtroppo alla fine il film resta prigioniero del groviglio di colpi di scena, dei personaggi superflui e della retorica che si spande dappertutto, dalle riprese ai dialoghi alla morale politicamente (e pietosamente) corretta... Molto rumore per nulla.
E la voce minaccia di morte il leader di uno Stato africano, chiarissimo nella sua sintesi: "Il maestro non lascerà vivo questa sala".
Evidente il riferimento a Edmund Zuwanie, il dittatore africano dell'immaginario paese africano del Matobo, in arrivo al Palazzo di vetro per difendersi davanti all'Assemblea (e quindi al mondo intero) dalla terribile accusa di genocidio.
Da quel momento la vita di Silvia è sconvolta. I servizi segreti, subito allertati dall'impaurita ragazza, dapprima non le credono, poi, convinti anche dalla macchina della verità, l'affidano a due agenti speciali, il malinconico neovedovo Tonbin Keller (Sean Penn) e la grintosa Dot Woods (Catherine Keener).
Braccata dai killer e con tanti scheletri nell'armadio.
Elegante giallo parapolitico, diretto da Sidney Pollack, un grande del cinema civile sposato con le leggi dell'intrattenimento, sospeso tra New York e i corridoi delle Nazioni Unite, capace fino a tre quarti di tenere alta la tensione e poi di dare sfogo al dolore indicibile dei due protagonisti: Silvia, una Kidman dalla bellezza esagerata anche quando costretta in abbigliamenti rigorosi e senza eccessi, e Tobin, un Sean Penn impareggiabile e livido dentro la normalità della divisa federale.
Nell'unica, fulminea parentesi rosa, i due protagonisti si scambiano una carezza.
Purtroppo alla fine il film resta prigioniero del groviglio di colpi di scena, dei personaggi superflui e della retorica che si spande dappertutto, dalle riprese ai dialoghi alla morale politicamente (e pietosamente) corretta... Molto rumore per nulla.
LA RAGAZZA DEL LAGO
Udine. E'stato il matto del villaggio a trovarlo per primo adagiato sulla sponda del lago: il corpo nudo di una ragazza annegata.
Sulla misteriosa morte di Anna Nadal, studentessa e giocatrice di hockey, una ragazza bella, energica, solare, illibata, di buona famiglia, niente precedenti penali, si trova ad indagare, nascondendo l'angoscia per la moglie malata, il commissario Giovanni Sanzio (Toni Servillo), padre ruvido e introverso di Francesca (Giulia Michelini).
Affetto da una dermatite atipica e dimenticato dalla consorte che soffre di una malattia degenerativa del sistema nervoso, Sanzio ricerca con passione metodica le ragioni pubbliche del delitto e quelle private della vita.
Forse il fidanzato della vittima, l'operaio Roberto, ha qualche scheletro nell'armadio. Così come il ricco Corrado Canali (Fabrizio Gifuni), sposato all'antiquaria Chiara (Valeria Golino), che aveva assunto la defunta come babysitter
Procedendo in un'indagine investigativa ed esistenziale scoverà l'assassino e il principio dell'ordine nel perverso sconvolgimento dell'omicidio.
La ragazza del lago, l'opera prima del regista Andrea Molaioli, tratto dal romanzo della norvegese Karin Fossum (il film di Molaioli mutua i fiordi nei laghi della Carnia nda) è un film grigio e malinconico, intimista, in cui l'elemento "giallo" è assolutamente trascurabile a favore di una bella ambientazione dai toni del grigio, tra montagne e nuvole, e della ricostruzione della vita di provincia, omologata tanto a nord quanto a sud, un ambiente "torbido", ricco di misteri quasi racchiusi in una cornice naturale montana.
Parte splendidamente. I primi quindici minuti, pur giocando a nascondino, ricordano molto le torbide atmosfere Lynchiane.
Sceneggiatura ben scritta, con cura dei dettagli e con buona caratterizzazione dei personaggi, ciascuno dei quali (anche quelli apparentemente forti) presenta una propria debolezza, un dolore profondo che sembra pervadere tutti i protagonisti, i cui disagi non sono quelli classici (della filmatografia) della classe media-borghese (adulterio, crisi di mezza età, ambizioni economiche).
Cast all'altezza, anche se Servillo è decisamente una spanna sopra gli altri. Da vedere.
Sulla misteriosa morte di Anna Nadal, studentessa e giocatrice di hockey, una ragazza bella, energica, solare, illibata, di buona famiglia, niente precedenti penali, si trova ad indagare, nascondendo l'angoscia per la moglie malata, il commissario Giovanni Sanzio (Toni Servillo), padre ruvido e introverso di Francesca (Giulia Michelini).
Affetto da una dermatite atipica e dimenticato dalla consorte che soffre di una malattia degenerativa del sistema nervoso, Sanzio ricerca con passione metodica le ragioni pubbliche del delitto e quelle private della vita.
Forse il fidanzato della vittima, l'operaio Roberto, ha qualche scheletro nell'armadio. Così come il ricco Corrado Canali (Fabrizio Gifuni), sposato all'antiquaria Chiara (Valeria Golino), che aveva assunto la defunta come babysitter
Procedendo in un'indagine investigativa ed esistenziale scoverà l'assassino e il principio dell'ordine nel perverso sconvolgimento dell'omicidio.
La ragazza del lago, l'opera prima del regista Andrea Molaioli, tratto dal romanzo della norvegese Karin Fossum (il film di Molaioli mutua i fiordi nei laghi della Carnia nda) è un film grigio e malinconico, intimista, in cui l'elemento "giallo" è assolutamente trascurabile a favore di una bella ambientazione dai toni del grigio, tra montagne e nuvole, e della ricostruzione della vita di provincia, omologata tanto a nord quanto a sud, un ambiente "torbido", ricco di misteri quasi racchiusi in una cornice naturale montana.
Parte splendidamente. I primi quindici minuti, pur giocando a nascondino, ricordano molto le torbide atmosfere Lynchiane.
Sceneggiatura ben scritta, con cura dei dettagli e con buona caratterizzazione dei personaggi, ciascuno dei quali (anche quelli apparentemente forti) presenta una propria debolezza, un dolore profondo che sembra pervadere tutti i protagonisti, i cui disagi non sono quelli classici (della filmatografia) della classe media-borghese (adulterio, crisi di mezza età, ambizioni economiche).
Cast all'altezza, anche se Servillo è decisamente una spanna sopra gli altri. Da vedere.
IL CASO THOMAS CRAWFORD
Lo sbirro ha un sussulto: la donna con un foro in testa è proprio la sua giovane amante. Un caso facile, pensa l'ambizioso, giovane e brillante Willy Beachum (Ryan Gosling), assistente del procuratore distrettuale Joe Lobruto (David Straitharn), in flirt con la bella avvocatessa Nikki Gardner (Rosamund Pike) visto che, curiosamente, dopo il delitto, l'autore non solo si è autoaccusato ma ha deciso di difendersi da solo in tribunale.
In procinto di entrare in un famoso studio di avvocati, per il giovane procuratore le cose saranno molto meno semplici di quanto fosse lecito credere…
Avvincente, originalissimo giallo di eccellente fattura, infiorato di dialoghi intelligenti, che sa tenere alta la tensione, compreso il riuscito ed originale colpo di scena conclusivo.
Una storia impreziosita dal duello tra i due mattatori, il suadente veterano Anthony Hopkins, gigione come non mai, e il misurato emergente Ryan Gosling, che conferma di essere un giovane di grande valore.
Proprio la "sfida" tra i due talenti costituisce il piatto forte del film, esaltato a dovere dalla sceneggiatura, che mette in bocca ad Hopkins delle battute di incredibile cinismo e sapido humour noir.
Il regista Gregory Hoblit si mette a servizio dello script e firma una pellicola che, finalmente, non necessita di sofisticate trovate visuali per attrarre l'attenzione dello spettatore ma tiene col fiato sospeso il pubblico ponendogli la classica domanda: come riuscirà il buono, passato da rampante avvocato attratto dai soldi a procuratore che mette in gioco il suo futuro pur di "mettere un paletto nel cuore di un cattivo", a incastrare l'assassino?
Appassionante dal primo all'ultimo minuto malgrado il fatto che di solito l'identità dell'assassino si scopre alla fine del film, al massimo all'inizio ci possono essere dei sospetti.. Il Caso Thomas Crawford è una pellicola da vedere.
ORIGINAL SIN
Santiago di Cuba, fine Ottocento. L'esuberante Luis Vargas (Antonio Banderas), proprietario con altri di un'avviata piantagione di caffé, ha deciso di sposarsi con un'americana e si reca al porto per accogliere a braccia spalancate la timida Julia Russell (Angelina Jolie), conosciuta per corrispondenza, e giunta dal Delaware per sposarlo.Non m'importa se la foto che mi hai mandato non è la tua, io ti amo già, risponde deciso il ricco proprietario terriero alla donna quando gli rivela di avergli spedito una fotografia falsa. Si celebra il matrimonio lampo e i due, dopo qualche giorno di attesa, vengono travolti dalla reciproca passione.
Passione tanto travolgente che il maritino concede alla signora libero accesso ai suoi conti bancari.
Anche se non capisce perchè la fresca mogliettina tardi a rispondere alle lettere della sorella Emily, tanto ansiosa da inviare sull'isola il detective Walter Downs (Thomas Jane).
E dopo troppi inspiegabili misteri scatta la trappola. Doppio finale.
Pruriginoso giallo in costume questo ORIGINAL SIGN , ricco di colpi di scena ma povero di reale suspense, del regista Michael Cristofer, incline alla pornografia sentimentale e sceneggiatore che preferisce l'illustrazione alla reinvenzione.
In definitiva ne ricava una soap opera tropicale che tracima di perversioni da teleschermo e di roventi congressi carnali (di rigore quello in piedi) tra i due divi protagonisti, con i labbroni tumidi e le tette volentieri sfoderate di Angelina Jolie che fanno artigianale pendant con le vampate di rabbia dell'agitato macho Antonio Banderas in una recitazione filodrammatica sopra le righe.
LA REGOLA DEL SOSPETTO
Langley (Virginia). E’ stato reclutato dal navigato e cinico Walter Burke (Al Pacino), maestro delle giovani reclute nel centro di addestramento della Cia, il vispo neolaureato, intelligentissimo, abilissimo coi computer e barman a tempo perso, James Clayton (Colin Farrell).
Conoscevo tuo padre Edward, morto in Perù nel ‘90: vuoi diventare anche tu una spia?
Ed ecco il giovane a fare così la severa selezione e l’ancor più duro tirocinio per entrare nella Cia.
Tra i molti aspiranti si innamora della graziosa Layla Moore (Bridget Moynahan) e fa amicizia con il taciturno Zack.
Ecco la regola numero uno, sibila lo scostante maestro: «Ragazzo, ricordati che nulla, mai, è quel che sembra». Alla quale aggiunge: non fatevi mai beccare. Ma la dura realtà è che alcuni di voi non sopravviveranno a quella specie di lager chiamato “la fattoria”.
Ma chi è la talpa che si annida nella classe degli aspiranti? La posta in palio è spaventosa, un virus elettronico che potrebbe mandare al tappeto il sistema difensivo degli Stati Uniti.
LA REGOLA DEL SOSPETTO è un prevedibile e poco emozionante thriller tecno-spionistico dell’australiano Roger Donaldson (Senza via di scampo) che fa tanto baccano e cambia di continuo le carte in tavola, riuscendo raramente a sollevare una tensione a basso voltaggio.
Dopo una prima parte di interessanti simulazioni, lo spettacolo si adegua alle regole del film d’azione (ma una scena d’inseguimento nella metropolitana è proprio ben girata) e affida la sua morale nuovamente al luciferino Al Pacino, al minimo dei giri: «Questo mestiere è uno schifo».
Colin Farrell: strepita e corre per tutto il film con la barba di due giorni.
Conoscevo tuo padre Edward, morto in Perù nel ‘90: vuoi diventare anche tu una spia?
Ed ecco il giovane a fare così la severa selezione e l’ancor più duro tirocinio per entrare nella Cia.
Tra i molti aspiranti si innamora della graziosa Layla Moore (Bridget Moynahan) e fa amicizia con il taciturno Zack.
Ecco la regola numero uno, sibila lo scostante maestro: «Ragazzo, ricordati che nulla, mai, è quel che sembra». Alla quale aggiunge: non fatevi mai beccare. Ma la dura realtà è che alcuni di voi non sopravviveranno a quella specie di lager chiamato “la fattoria”.
Ma chi è la talpa che si annida nella classe degli aspiranti? La posta in palio è spaventosa, un virus elettronico che potrebbe mandare al tappeto il sistema difensivo degli Stati Uniti.
LA REGOLA DEL SOSPETTO è un prevedibile e poco emozionante thriller tecno-spionistico dell’australiano Roger Donaldson (Senza via di scampo) che fa tanto baccano e cambia di continuo le carte in tavola, riuscendo raramente a sollevare una tensione a basso voltaggio.
Dopo una prima parte di interessanti simulazioni, lo spettacolo si adegua alle regole del film d’azione (ma una scena d’inseguimento nella metropolitana è proprio ben girata) e affida la sua morale nuovamente al luciferino Al Pacino, al minimo dei giri: «Questo mestiere è uno schifo».
Colin Farrell: strepita e corre per tutto il film con la barba di due giorni.
LA GIURIA
New Orleans. Per la morte del marito la vedova Celeste Wood fa causa al potentie consorzio di produttori d'armi che ha venduto la micidiale pistola omicida. Una causa sicuramente difficile da vincere.
A battersi per lei, convinto di farcela, c'è il famoso e probo avvocato Wendell Rohr (Dustin Hoffman) che deve vedersela con l'arrogante collega, nonchè instancabile corruttore, Rankin Fitch (Gene Hackman), rappresentato in aula, attraverso l'auricolare che neanche Ambra Angioli ai tempi di "Non è la Rai", dallo scendiletto Durwood Cable (Bruce Davison).
Tanto per capirci, teorizza il cinico e dai modi poco ortodossi Gene Hackman, con la voce tonante di Sergio Fiorentini: «I processi sono troppo importanti per lasciarli in mano alle giurie» e si capisce subito da che parte andrà il film.
Appare cristallino che è fondamentale la scelta della giuria, o meglio selezionare la giuria perfetta frugando negli angoli più nascosti della vita dei potenziali giurati.
Giuria in cui brama inspiegabilmente di entrare l'impiegatino Nicholas Easter (John Cusack), apparentemente innocuo, spalleggiato dalla graziosa fidanzata Marlee (Rachel Weisz).
Adesso vi faccio vedere io come si pilota un verdetto.
LA GIURIA è un emozionante giallo processuale tratto dall'omonimo best-seller di John Grisham, ricco di suspance, tensione e ritmo.
Un cast prestigioso con il duello Hackman – Hoffman, nobili padroni decaduti di Hollywood (ma quanta classe!) riuniti per la prima volta sullo schermo, presenti per tutto il film ma con un solo scambio di battute insieme nel bagno degli uomini (ma ragazzi che scena!)
Dei personaggi né buoni né cattivi con una sfumatura di natura umana: Fitch spregiudicato ed inquietante ma che riesce a mettere il pubblico nella sua ottica, Rohr un avvocato del vecchio stampo con un forte senso morale però messo alla prova, e John Cusack, vendicativo mascalzone con la maschera del bravo ragazzo.
Un solo neo: John Grisham, con armamento forse troppo moralista, spara con veemenza sul cinismo dei mercanti d'armi.
Storia abbastanza originale visto che invece di mettere in scena il classico duello, armati di codice, tra due avvocati, con questo film Hollywood ha volentieri raccontato le dinamiche psicologiche che si sviluppano all’interno di quei delicati consessi di cittadini chiamati a caricarsi della pesante responsabilità di assolvere o condannare.
La giuria, insomma, come metafora della società, come specchio di una nazione, come termometro dell’integrazione possibile: perché è la composizione sociale che può determinare il verdetto, specie quando le prove sono evanescenti o preminente è la forza degli interessi economici.
A battersi per lei, convinto di farcela, c'è il famoso e probo avvocato Wendell Rohr (Dustin Hoffman) che deve vedersela con l'arrogante collega, nonchè instancabile corruttore, Rankin Fitch (Gene Hackman), rappresentato in aula, attraverso l'auricolare che neanche Ambra Angioli ai tempi di "Non è la Rai", dallo scendiletto Durwood Cable (Bruce Davison).
Tanto per capirci, teorizza il cinico e dai modi poco ortodossi Gene Hackman, con la voce tonante di Sergio Fiorentini: «I processi sono troppo importanti per lasciarli in mano alle giurie» e si capisce subito da che parte andrà il film.
Appare cristallino che è fondamentale la scelta della giuria, o meglio selezionare la giuria perfetta frugando negli angoli più nascosti della vita dei potenziali giurati.
Giuria in cui brama inspiegabilmente di entrare l'impiegatino Nicholas Easter (John Cusack), apparentemente innocuo, spalleggiato dalla graziosa fidanzata Marlee (Rachel Weisz).
Adesso vi faccio vedere io come si pilota un verdetto.
LA GIURIA è un emozionante giallo processuale tratto dall'omonimo best-seller di John Grisham, ricco di suspance, tensione e ritmo.
Un cast prestigioso con il duello Hackman – Hoffman, nobili padroni decaduti di Hollywood (ma quanta classe!) riuniti per la prima volta sullo schermo, presenti per tutto il film ma con un solo scambio di battute insieme nel bagno degli uomini (ma ragazzi che scena!)
Dei personaggi né buoni né cattivi con una sfumatura di natura umana: Fitch spregiudicato ed inquietante ma che riesce a mettere il pubblico nella sua ottica, Rohr un avvocato del vecchio stampo con un forte senso morale però messo alla prova, e John Cusack, vendicativo mascalzone con la maschera del bravo ragazzo.
Un solo neo: John Grisham, con armamento forse troppo moralista, spara con veemenza sul cinismo dei mercanti d'armi.
Storia abbastanza originale visto che invece di mettere in scena il classico duello, armati di codice, tra due avvocati, con questo film Hollywood ha volentieri raccontato le dinamiche psicologiche che si sviluppano all’interno di quei delicati consessi di cittadini chiamati a caricarsi della pesante responsabilità di assolvere o condannare.
La giuria, insomma, come metafora della società, come specchio di una nazione, come termometro dell’integrazione possibile: perché è la composizione sociale che può determinare il verdetto, specie quando le prove sono evanescenti o preminente è la forza degli interessi economici.
CHI PROTEGGE IL TESTIMONE

New York. La seducente appartenente all'upper class Claire Gregory (Mimi Rogers) durante un ricevimento vede senza dubbio alcuno il padrone di casa che viene accoltellato a morte dal suo ex socio, Joey Venza (Andrea Katsulas), che poi se la da a gambe, non senza averle gettato uno sguardo carico di minacce.
Nell’inevitabile duello, l’assassino svelto di coltello non ha nessuna intenzione di farsi inchiodare dalla scomoda testimone, né lei di finire accoltellata.
Così la ricca bellona ottiene con una certa facilità una guardia del corpo, e il prescelto, l’aitante detective Mike Keegan (Tom Berenger), un poliziotto che vive nel quartiere a rischio di Queens con la moglie e il figlioletto che ama, spinge l’assillante marcamento ad uomo....a donna, diciamo, oltre la soglia della camera da letto. Peggio, se ne innamora.
Tutta la situazione non garba, oltre, ovviamente, all’omicida, alla grintosa moglie del poliziotto, Ellie (Lorraine Bracco) : adesso scegli, o me o quella tremolante prugna secca.
Thriller che scorre sul binario del convenzionale, ricordando il plot di altri film, eppure sufficientemente eccitante, cosparso di zone buie e sequenze di erotismo soft, ma confezionato con stile ricercato dal regista Ridley Scott (si, proprio lo stesso di Blade Runner ed Alien).
Solo che Ridley rimescola le carte. Mette a confronto (come classicità vuole) la mora (non ricca e moglie) e la bionda (ricca e amante) ma non fa dell'una la vittima passiva e dell'altra la mantide divoratrice. Sono invece due donne che vedono messa in pericolo la loro quotidianità ormai acquisita. L'una per la minaccia di un killer, l'altra per la possibile frantumazione del proprio nucleo familiare. Tra questi due poli si muove un Berenger utilizzato per un ruolo differente rispetto a quelli fino ad allora affidatigli.
Inoltre Scott aggiunge un protagonista in più: il décor.
È lo spazio (per lui fantascientifico) in cui si muove Keegan dal momento in cui entra 'a palazzo'. La musica classica sottolinea questa dimensione di stupore sottolineando la distanza di classe sociale di 'mondi', l'"alienità" che raggiunge il suo apice nella scena girata al museo Guggenheim.
Probabilmente il film è un prodotto di alta bigiotteria confezionata talmente bene che può essere scambiato anche per una gemma preziosa.
DELITTO SOTTO IL SOLE
Il lussuoso albergo di un'isola del Mediterraneo, anni Trenta. Una comitiva di turisti inglesi è ospite nell'albero, che è di proprietà dell'ex ballerina Daphne Castle (Maggie Smith). Tra di loro c'è il celebre detective Hercule Poirot (Peter Ustinov).La giovane attrice di teatro Arlena Marshall (Diana Rigg) che viaggia con baule, marito ed amante al seguito, un bel mattino è ritrovata morta sulla spiaggia.
Chi sarà l'assassino?
Sir Horace Blatt (Colin Blakely) che le ha regalato invano un gioiello?
O il gagà Patrick Redfern (Nicholas Clay) accompagnato dalla graziosa moglie Christine (Jane Birkin)?
Oppure l'impresario Odell Gardner (James Mason) con consorte chiacchierona Myra Gardner (Silvia Miles)?
O forse il giornalista impiccione Rex Brewster (Roddy McDowall)?
DELITTO SOTTO IL SOLE è un elegante commedia gialla diretta da Guy Hamilton e tratta da uno dei 33 romanzi di Agatha Christie con l'investigatore belga, un film d'evasione con una giusta suspense interminabile che rende ancor più gradevole l'intreccio.
Probabilmente la confezione è meglio del contenuto, che rimane comunque di buon livello.
Peter Ustinov, flemmatico e annoiato, impersona Poirot con padronanza notevole.
E alla fine arriva alla soluzione.
Girato a Maiorca.
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