Oceano Atlantico, 1839. Sulla nave Amistad l'equipaggio di neri in catene, guidato dall'ardimentoso Cinque (Dijmon Hounsou), si ribella trucidando tutti i bianchi.
La nave li stava trasportando da Cuba agli Stati Uniti per venderli come schiavi.
Cosi tengono in vita solo due marinai affinchè li portino in Africa.
I manigoldi li depistano, e i poveretti finiscono di nuovo ai ferri.
Al processo per omicidio plurimo, la regina Isabella reclama i suoi giganti d'ebano, spalleggiata dal Presidente americano (schiavista) Von Buren, mentre gli abolizionisti capeggiati da Theodore Janson (Morgan Freeman) e Lewis Tappan si affidano al giovane avvocato Roger Baldwin (Matthew McConaughey).
Davanti alla Corte Suprema anche l'ex Presidente John Quincy Adams (Anthony Hopkins) dirà la sua.
AMISTAD è un nobile, logorroico e fluviale drammone antirazzista diretto da quel furbone di Steven Spielberg, tanto pedante quanto retorico nel difendere gli oppressi.
Probabilmente il principale merito di AMISTAD è quello di parlare di un episodio poco conosciuto della storia americana.
Episodio che da al regista l'occasione per una veemente critica al sistema schiavista americano ma nel contempo (e non in contraddizione) a fare un elogio al proprio paese che rigettò quello stesso sistema per instaurare (poco dopo) una moderna democrazia.
Benché fatto con passione, il film ha il limite di un'eccessiva verbosità che lo rende lungo e difficile da seguire.
Godetevi i bei costumi d'epoca e le scene di pura azione come la truculenta apertura, cercando di non addormentarvi negli interminabili sproloqui in tribunale.
P.S. Possibile, che gli schiavi dell'Ottocento fossero alti minimo uno e 90?
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FREEJACK - IN FUGA DAL FUTURO
Stati Uniti, 1991. Alex Furlong (Estevez) è un giovane pilota che si prepara a correre il gran premio decisivo per la vittoria del Campionato. E' deciso a vincere, e progetta già il dopo corsa: matrimonio e viaggio di nozze con la sua bella Julie Redlund (Rene Russo), che trepida ai box.Ma uno spaventoso incidente lo attende in pista, e quando riprende conoscenza in una enorme ambulanza Alex si trova circondato da una folla di strani medici argentati che manovrano misteriose e preoccupanti apparecchiature.
Un improvviso attacco al convoglio che lo trasporta consente allo sconcertato giovane di fuggire e di guardarsi attorno: è il 2009, e lui è un "freejack", un corpo prelevato dal passato, al momento della morte, per ospitare qualche riccone che può permettersi il costosissimo trasferimento di personalità in un essere baldo, giovane e sano attraverso il quale continuare a vivere.
Capita l'antifona fugge a gambe levate ma sulle sue tracce l'insegue il cacciatore di taglie Victor Vacendaki (Mick Jagger), incaricato proprio dal cattivaccio boss miliardario McCandless (Anthony Hopkins) nelle cui mire è caduta, per ben altri, intuibili, trastulli, proprio la bella fidanzatona splendida ed affascinante quarantenne.
Occorre aguzzare l'ingegno per salvare la pelle, anzi il corpo.
FREEJACK - IN FUGA DAL FUTURO è una noiosa, malgrado ci sia parecchio movimento e molto bim bum bam, pellicola d'azione mascherata da fantascienza. Sospesa tra giallo e fantascienza, con spreco di effetti speciali e risibili ambizioni di satira sociale, questa pellicola non ha raccolto il successo sperato, malgrado il notevole impegno della produzione.
Il film manca tutte le occasioni di analisi sociale, o almeno di rappresentazione del futuro prossimo, limitandosi schematicamente all'azione, con attori poco incisivi (c'è pure un improbabile pseudocattivo Mick Jagger) e inseguimenti poco credibili.
BAD COMPANY - PROTOCOLLO PRAGA
New York. E' identico al fratello Kevin Pope, non per niente gemello, il dj pragmatico e casinista Jake Hayes (Chris Rock), appena piantato dall'irritata Julie e subito reclutato dal veterano della CIA Gayord Oakes (Anthony Hopkins), equilibrato, non violento (fino a quando è possibile), triste.Ci sono solo nove giorni per addestrare il giovanotto, convinto con le buone (centomila bigliettoni), a fingersi il congiunto, di cui ignorava l'esistenza, stecchito a Praga mentre trattava l'acquisto di una comoda bomba termonucleare portatile proveniente dall'ex URSS.
Con il nome d'arte di Michael Turner, e una gran faccia tosta, il nostro si tuffa nel tentativo di non far cadere nelle cattive mani il terribile ordigno.
Quindi segue prima la scia del trafficante russo Adrik Vas, presto ucciso, poi del suo carnefice, il perfido capoclan serbo Dragan Adjanic.
Che fuochi d'artificio.
BAD COMPANY - PROTOCOLLO PRAGA è un farraginoso mix di azione e humor molto all'insegna del già visto (non eccelle sicuramente per originalità nda) del dispersivo Joel Schumacher, costellato di cadaveri e assurdità, oltre che da una musica fuori controllo e un umorismo di seconda mano.Parte come MISSION:IMPOSSIBLE, ma all’ingresso in scena dello scalmanato Chris Rock la deviazione plana su un timido tentativo di commedia hip hop.
Anthony Hopkins, in evidente trasferta premio, si aggira annoiato con lo stuzzicadenti perennemente incollato alle labbra e sembra voler dire: mi hanno chiamato che avevo appena finito di pranzare...
Il film ha il fiato cortissimo, giusto per uno scatto da centometrista: alla prima curva si affloscia, tediando e copiando.
ORE DISPERATE
Usa. Scappa dal tribunale il gangster Michael Bosworth
(Mickey Rourke) con due complici, il succube fratello minore Wally e il
violento Albert, facendosi scudo della bionda, seducente e non innocente, avvocatessa Nancy Breyers (Kelly Lynch).
Il malavitoso in fuga irrompe poi con i due complici nella villa della benestante famiglia di Tim (Anthony Hopkins) e Nora Cornell (Mimi Rogers), con crisi coniugale in corso e in attesa di divorzio.
Così i genitori più due figli, May e Zac, diventano i terrorizzati ostaggi dei tre poco teneri banditi.
State buoni, altrimenti vi ammazziamo, tuonano i tre malviventi mentre i nervi rischiano di saltare ogni minuto che passa. Intanto l’FBI guidata dalla grintosa agente speciale Brenda Chandler è sulle tracce dell’avvocatessa.
ORE DISPERATE è un dramma poliziesco, rifacimento di un celebre (ma che io non ho visto e quindi non faccio paragoni nda) e vecchio film con Humphrey Bogart.
Michael Cimino porta spesso l'azione in esterni (parco Nazionale dello Utah), puntando sulla grandiosità dei paesaggi (belle le scene del Canyon) alla ricerca di una dialettica tra il chiuso e l'aperto.
Risultato: forte sul piano visivo, con la violenza sbattuta in faccia.
Mickey Rourke, perfido, smodato e tenebroso, è qui al suo apice. Perfettamente a suo agio nel ruolo di villain deciso ma fascinoso, con il suo protagonista che si regala anche qualche battuta libertaria e antiperbenista.
Sicuramente azzeccato anche il resto del cast, su tutti Hopkins, la bionda Kelly Linch e Mimi Rogers, autori di performance intense e superlative.
Il film ha qualche calo solo nei momenti con protagonista l'FBI e nel prevedibile finale, comunque rimane un buon thriller.
BOBBY
Los Angeles, 4 giugno 1968. C'è un gran fermento all'Hotel Ambassador per l'arrivo del candidato democratico alla Casa Bianca, Robert Kennedy.
Nell’albergo che è sede operativa del comitato elettorale dell’uomo politico, si intrecciano le vicende di molti personaggi.
Nell’albergo che è sede operativa del comitato elettorale dell’uomo politico, si intrecciano le vicende di molti personaggi.
Il direttore dell’albergo Paul (William H. Macy) che tradisce la moglie parrucchiera Miriam (Sharon Stone) bella ma non più giovane con la centralinista Angela (Heather Graham), mente il suo predecessore John (Anthony Hopkins) gioca a scacchi con l'amico Nelson (Harry Belafonte).
La cantante in declino e ubriacona Virginia Fallon (Demi Moore) che continua a fare i capricci, due ragazzi (Lindsay Lohan e Elijah Wood) che devono sposarsi perché lui possa evitare la partenza per il Vietnam, ma anche i camerieri messicani, tra cui Josè (Freddy Rodriguez) che freme per una partita di baseball di cui ha i biglietti ma che non potrà utilizzare, vessati da un manager razzista (Christian Slater).
In una manciata di ore si intrecciano drammi personali e passione politica fino allo scoccare dell'ora fatale, il drammatico attentato a Bobby, destinato a spezzare le speranze e lo slancio ideale di una intera nazione.
BOBBY è un passabile dramma corale (nella prima parte un pò noioso nda) che rievoca il celebre assassinio.
In una manciata di ore si intrecciano drammi personali e passione politica fino allo scoccare dell'ora fatale, il drammatico attentato a Bobby, destinato a spezzare le speranze e lo slancio ideale di una intera nazione.
BOBBY è un passabile dramma corale (nella prima parte un pò noioso nda) che rievoca il celebre assassinio.
Diretto da Emilio Estevez (figlio di Martin Sheen e fratello di Charlie), presente anche come attore, compone un inno corale alla memoria del più giovane dei fratelli Kennedy, ucciso il giorno stesso in cui decollava la sua corsa per la presidenza.
Partigianamente visto come un simbolo di un’America diversa, ancora capace di credere in grandi ideali, un’America, secondo il regista, ancora dotata di una coscienza…
Certo, c’è un po’ di ingenuità nel porre sul piedistallo Bobby Kennedy, facendone quasi un santino, utopico salvatore della patria e forse del mondo (sempre meglio della "dittatura del proletariato", ovvio), ma bisogna ammettere che con l’affresco collettivo, quel microcosmo costruito da Estevez imitando lo stile e la tecnica a mosaico del compianto Robert Altman se la cava decentemente.
Perchè si avverte chiaramente l’America di quegli anni, con i suoi drammi piccoli e grandi, con i suoi sogni, con le sue atmosfere irripetibili: la contestazione giovanile, le cariche della polizia, i viaggi con l’acido, la paura di essere spediti al fronte della sporca guerra, i tradimenti, la frivolezza, la voglia di fare carriera, e su tutto scorrono le immagini di repertorio di Bobby che parla alla sua gente, in lingua originale, con sottotitoli in italiano.
A parte il cast all star arruolato dal regista e sceneggiatore (tra cui spicca il sempre bravo William H. Macy nei panni di un direttore dalla morale pubblica meritoria e dalle discutibili infedeltà private) è ammirevole il tessuto generale del racconto, che sa alternare drammi privati e sussulti politico-sociali.
Certo, c’è un po’ di ingenuità nel porre sul piedistallo Bobby Kennedy, facendone quasi un santino, utopico salvatore della patria e forse del mondo (sempre meglio della "dittatura del proletariato", ovvio), ma bisogna ammettere che con l’affresco collettivo, quel microcosmo costruito da Estevez imitando lo stile e la tecnica a mosaico del compianto Robert Altman se la cava decentemente.
Perchè si avverte chiaramente l’America di quegli anni, con i suoi drammi piccoli e grandi, con i suoi sogni, con le sue atmosfere irripetibili: la contestazione giovanile, le cariche della polizia, i viaggi con l’acido, la paura di essere spediti al fronte della sporca guerra, i tradimenti, la frivolezza, la voglia di fare carriera, e su tutto scorrono le immagini di repertorio di Bobby che parla alla sua gente, in lingua originale, con sottotitoli in italiano.
A parte il cast all star arruolato dal regista e sceneggiatore (tra cui spicca il sempre bravo William H. Macy nei panni di un direttore dalla morale pubblica meritoria e dalle discutibili infedeltà private) è ammirevole il tessuto generale del racconto, che sa alternare drammi privati e sussulti politico-sociali.
Le «lotte sindacali» degli ispanici delle cucine e le crisi esistenziali di una moglie da esposizione (Helen Hunt, al fianco di Martin Sheen), le intemperanze lisergiche di due attivisti (Shia Labeouf) poco volonterosi , la crisi professionale di una cantante al crepuscolo (Demi Moore) e i sogni di gloria di un militante di colore (che sembra preso di peso da West Wing, la serie in cui proprio Martin Sheen interpretava un Presidente democratico).
IL CASO THOMAS CRAWFORD
Lo sbirro ha un sussulto: la donna con un foro in testa è proprio la sua giovane amante. Un caso facile, pensa l'ambizioso, giovane e brillante Willy Beachum (Ryan Gosling), assistente del procuratore distrettuale Joe Lobruto (David Straitharn), in flirt con la bella avvocatessa Nikki Gardner (Rosamund Pike) visto che, curiosamente, dopo il delitto, l'autore non solo si è autoaccusato ma ha deciso di difendersi da solo in tribunale.
In procinto di entrare in un famoso studio di avvocati, per il giovane procuratore le cose saranno molto meno semplici di quanto fosse lecito credere…
Avvincente, originalissimo giallo di eccellente fattura, infiorato di dialoghi intelligenti, che sa tenere alta la tensione, compreso il riuscito ed originale colpo di scena conclusivo.
Una storia impreziosita dal duello tra i due mattatori, il suadente veterano Anthony Hopkins, gigione come non mai, e il misurato emergente Ryan Gosling, che conferma di essere un giovane di grande valore.
Proprio la "sfida" tra i due talenti costituisce il piatto forte del film, esaltato a dovere dalla sceneggiatura, che mette in bocca ad Hopkins delle battute di incredibile cinismo e sapido humour noir.
Il regista Gregory Hoblit si mette a servizio dello script e firma una pellicola che, finalmente, non necessita di sofisticate trovate visuali per attrarre l'attenzione dello spettatore ma tiene col fiato sospeso il pubblico ponendogli la classica domanda: come riuscirà il buono, passato da rampante avvocato attratto dai soldi a procuratore che mette in gioco il suo futuro pur di "mettere un paletto nel cuore di un cattivo", a incastrare l'assassino?
Appassionante dal primo all'ultimo minuto malgrado il fatto che di solito l'identità dell'assassino si scopre alla fine del film, al massimo all'inizio ci possono essere dei sospetti.. Il Caso Thomas Crawford è una pellicola da vedere.
LA MASCHERA DI ZORRO
California. Nel 1822, quando la California spagnola sta per diventare provincia messicana, il nobile Diego de la Vega (Anthony Hopkins), invincibile raddrizzatore di ingiustizie e corruzioni con la maschera e la spada di Zorro (“volpe” in spagnolo), è arrestato e messo in galera, per vent'anni, dal governatore spagnolo Don Rafaele Montero (Stuart Wilson) che non solo gli ammazza la moglie Esperanza ma gli rapisce anche la bella figlia Elèna (Catherine Zeta-Jones), convinta che il marrano sia il suo vero padre, portandosela con sé in Spagna.
Nel 1842, evaso dal carcere, l'ormai vecchio spadaccino, per vendicarsi, addestra alla scherma, alle acrobazie e, cosa più difficile, alle buone maniere della nobiltà (“Un gentiluomo è qualcuno che dice una cosa e ne pensa un'altra.”) il giovane bandito proletario Alejandro Murrieta (Antonio Banderas), trasformandolo in un secondo Zorro.
Metti la maschera e vai, figliolo.
Il finto damerino farà scintille a palazzo, conquistando anche la miss.
LA MASCHERA DI ZORRO è un coloratissimo e movimentato kolossal avventuroso, l'antico cappa e spada rispolverato con grande senso dello spettacolo dal regista Martin Campbell.
Fondata sulla figura del doppio (due Zorro, due “cattivi”, due banditi, due vendette), mescola con divertita e divertente sagacia gli ingredienti del romanzo d'appendice ottocentesco, i marchingegni avventurosi di Johnston McCulley, inventore di Zorro (1919) e, a sua volta, debitore verso la Baronessa Orczy e la sua Primula Rossa (1905), le citazioni dei vecchi film di Niblo (1920) e di Mamoulian (1940), gli aggiornamenti pirotecnici alla SUPERMAN alla JAMES BOND.

Ne viene fuori un film scattante e baldanzoso che ha il merito di durare più di due ore senza stancare.
Antonio Banderas salta come un trapezista dai lampadari ai balconi per rovinare la fiesta al cattivo di turno.
Se però in premio c'è la sensuale Catherine Zeta-Jones, il faticoso lavorio è sicuramente ricompensato.
Nel 1842, evaso dal carcere, l'ormai vecchio spadaccino, per vendicarsi, addestra alla scherma, alle acrobazie e, cosa più difficile, alle buone maniere della nobiltà (“Un gentiluomo è qualcuno che dice una cosa e ne pensa un'altra.”) il giovane bandito proletario Alejandro Murrieta (Antonio Banderas), trasformandolo in un secondo Zorro.
Metti la maschera e vai, figliolo.
Il finto damerino farà scintille a palazzo, conquistando anche la miss.
LA MASCHERA DI ZORRO è un coloratissimo e movimentato kolossal avventuroso, l'antico cappa e spada rispolverato con grande senso dello spettacolo dal regista Martin Campbell.
Fondata sulla figura del doppio (due Zorro, due “cattivi”, due banditi, due vendette), mescola con divertita e divertente sagacia gli ingredienti del romanzo d'appendice ottocentesco, i marchingegni avventurosi di Johnston McCulley, inventore di Zorro (1919) e, a sua volta, debitore verso la Baronessa Orczy e la sua Primula Rossa (1905), le citazioni dei vecchi film di Niblo (1920) e di Mamoulian (1940), gli aggiornamenti pirotecnici alla SUPERMAN alla JAMES BOND.

Ne viene fuori un film scattante e baldanzoso che ha il merito di durare più di due ore senza stancare.
Antonio Banderas salta come un trapezista dai lampadari ai balconi per rovinare la fiesta al cattivo di turno.
Se però in premio c'è la sensuale Catherine Zeta-Jones, il faticoso lavorio è sicuramente ricompensato.
VI PRESENTO JOE BLACK
New York. Si stupisce molto la graziosa dottoressa ospedaliera Susan (Claire Forlani) nel vedere alla sua tavola l’affascinante Joe Black (Brad Pitt), incontrato in un bar appena qualche ora prima.
Possibile che non mi riconosca, si chiede, ignara che il bel giovine è morto, ucciso da un camion subito dopo il loro commiato.
E ora, nella gradevole figura esterna ma nella macabra personificazione della Morte, è giunto a ghermire suo padre, ricco magnate dei media, William Parrish (Anthony Hopkins), reduce da un infarto, che rischia di perdere il controllo del suo impero di carta stampata.
Senonchè l’ospite in incognito deve sopportare probabilità ed imprevisti: si innamora, ricambiato, oltre che del burro di noccioline, di sua figlia, trasformandosi in un consulente “diabolico”, bravo a scoprire una truffa dei pescecani della finanza.
Finchè qualcuno ha un sospetto. E così riparte da solo verso l’Infinito.
Nel "Settimo sigillo" Bergman faceva giocare a scacchi un Cavaliere con la Morte. In "Vi presento Joe Black", insulsa e interminabile favola fantastica, nel senso di soprannaturale, di color rosa listata a lutto, il regista Martin Brest sceglie il black gammon: nel senso che la sua partita è infantilmente americana e si fatica a credere nella Morte imbambolata di Brad Pitt.
Tutto può essere racchiuso nel fatto che il new age non si addice al cinema e lo spiritualismo metafisico, con battute che sembrano improvvisate, risulta altisonante, freddo come un marmo funebre.
Il regista qui s'ispira a una riedizione di un film di Mitchell Leisen del '34, "La morte in vacanza" , con il torto maggiore di prolungare questo improbabile ping pong per tre ore, con ripetizioni che fanno sembrare il film girato al rallentatore: ci fosse il telecomando lo si farebbe andare più veloce.
Soprattutto perché, ammirate le bellezze della ricchezza (Kandinsky alle pareti, servitù perfetta, villona con piscina, abiti di alta sartoria) e risentiti 30 secondi finali di swing, restano il budget e le scene gonfiata allo sfinimento da chiacchiere di rara insulsaggine, quasi sempre messe in bocca al ciuffo non casual di Brad Pitt, che espone la sua collezione di sorrisi.
I ritratti di famiglia sono di maniera, la figlia dottoressa, prediletta dalla sceneggiatura, la sorellina in carenza affettiva che organizza il 65o compleanno di papà, scritturando un baritono vestito da cosacco che canta Nelson Eddie: dopodiché si può morire.
Resta il fatto che ci si chiede perché il film non dia emozioni.
Possibile che non mi riconosca, si chiede, ignara che il bel giovine è morto, ucciso da un camion subito dopo il loro commiato.
E ora, nella gradevole figura esterna ma nella macabra personificazione della Morte, è giunto a ghermire suo padre, ricco magnate dei media, William Parrish (Anthony Hopkins), reduce da un infarto, che rischia di perdere il controllo del suo impero di carta stampata.
Senonchè l’ospite in incognito deve sopportare probabilità ed imprevisti: si innamora, ricambiato, oltre che del burro di noccioline, di sua figlia, trasformandosi in un consulente “diabolico”, bravo a scoprire una truffa dei pescecani della finanza.
Finchè qualcuno ha un sospetto. E così riparte da solo verso l’Infinito.
Nel "Settimo sigillo" Bergman faceva giocare a scacchi un Cavaliere con la Morte. In "Vi presento Joe Black", insulsa e interminabile favola fantastica, nel senso di soprannaturale, di color rosa listata a lutto, il regista Martin Brest sceglie il black gammon: nel senso che la sua partita è infantilmente americana e si fatica a credere nella Morte imbambolata di Brad Pitt.
Tutto può essere racchiuso nel fatto che il new age non si addice al cinema e lo spiritualismo metafisico, con battute che sembrano improvvisate, risulta altisonante, freddo come un marmo funebre.
Il regista qui s'ispira a una riedizione di un film di Mitchell Leisen del '34, "La morte in vacanza" , con il torto maggiore di prolungare questo improbabile ping pong per tre ore, con ripetizioni che fanno sembrare il film girato al rallentatore: ci fosse il telecomando lo si farebbe andare più veloce.
Soprattutto perché, ammirate le bellezze della ricchezza (Kandinsky alle pareti, servitù perfetta, villona con piscina, abiti di alta sartoria) e risentiti 30 secondi finali di swing, restano il budget e le scene gonfiata allo sfinimento da chiacchiere di rara insulsaggine, quasi sempre messe in bocca al ciuffo non casual di Brad Pitt, che espone la sua collezione di sorrisi.
I ritratti di famiglia sono di maniera, la figlia dottoressa, prediletta dalla sceneggiatura, la sorellina in carenza affettiva che organizza il 65o compleanno di papà, scritturando un baritono vestito da cosacco che canta Nelson Eddie: dopodiché si può morire.
Resta il fatto che ci si chiede perché il film non dia emozioni.
VENTO DI PASSIONI
Montana (Usa), primo novecento. Si è ritirato in un ranch isolato a fare l'allevatore il ruvido colonnello William Ludlow (Anthony Hopkins), in disaccordo sulla soluzione presa nei confronti dei pellerossa.La moglie se ne torna lesta in città lasciandolo con i tre figli.
Il posato e giudizioso Alfred (Aidan Quinn), l'ardente Tristan (Brad Pitt) e il romantico Samuel (Henry Thomas), la cui bella fidanzata Susannah (Julia Ormond) fa girare la testa anche agli altri due fratelli.
Scoppia la prima guerra mondiale e i tre ragazzi partono per l'Europa dove Samuel ci rimette la ghirba.
Scoppia la prima guerra mondiale e i tre ragazzi partono per l'Europa dove Samuel ci rimette la ghirba.
Tristan diventa folle di dolore autoincolpandosi per non averlo saputo difendere (in maniera ingiusta. Non è facile salvare un fratello in mezzo ad una guerra. Mondiale inoltre nda).
Susannah allora convola a nozze con Alfred, ambizioso e frustrato, che si butta con successo in politica.
C'è da dire che la ragazza è innamorata di Tristan che la molla per ripiegare sulla meticcia Isabel (Karina Lombard) e sul contrabbando di whisky, in quanto poco incline a rispettare la legge di Dio e degli uomini (una testa calda, insomma).
Seguirà amore e morte.
Tratto dal romanzo di Jim Harrison e diretta da Edward Zwick, VENTO DI PASSIONI è una ambiziosa, appassionata e fluviale saga patriarcale dall'andamento tragico e tumultuoso, che cattura la commozione con l'aiuto di musiche malandrine, personaggi particolarmente sfigati e panorami di una bellezza tale da lasciare a bocca spalancata (Oscar per la fotografia).
Ottima prova di attori che piacerà di sicuro più alle signore, anche per la presenza del selvatico Brad Pitt, che tiene testa all'istrionico e fascinoso Anthony Hopkins.
E sentimenti forti tra amicizia fraterna, amore paterno e amore....
Susannah allora convola a nozze con Alfred, ambizioso e frustrato, che si butta con successo in politica.
C'è da dire che la ragazza è innamorata di Tristan che la molla per ripiegare sulla meticcia Isabel (Karina Lombard) e sul contrabbando di whisky, in quanto poco incline a rispettare la legge di Dio e degli uomini (una testa calda, insomma).
Seguirà amore e morte.
Tratto dal romanzo di Jim Harrison e diretta da Edward Zwick, VENTO DI PASSIONI è una ambiziosa, appassionata e fluviale saga patriarcale dall'andamento tragico e tumultuoso, che cattura la commozione con l'aiuto di musiche malandrine, personaggi particolarmente sfigati e panorami di una bellezza tale da lasciare a bocca spalancata (Oscar per la fotografia).
Ottima prova di attori che piacerà di sicuro più alle signore, anche per la presenza del selvatico Brad Pitt, che tiene testa all'istrionico e fascinoso Anthony Hopkins.
E sentimenti forti tra amicizia fraterna, amore paterno e amore....
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