Ochopee (Florida). Difenderebbe mio nipote, ingiustamente accusato perchè nero?
La vecchina è tosta e determinata, ma è la bella avvocatessa Laurie (Kate Capshaw) a convincere il marito Paul Armstrong (Sean Connery), stimato ed austero docente di diritto penale laureato ad Harvard.
La missione disperata si chiama Bobby Earl Ferguson, giovane laureato nero in cella da otto anni con l'accusa infamante di aver violentato e strangolato una bimba bianca.
In attesa della pena di morte: sedia elettrica.
La signora, che ha conosciuto l'imputato in un altro processo, si è convinta della sua innocenza: è stato il poliziotto di colore Tanny Brown (Laurence Fishburne) a incastrarlo, estorcendo una confessione a suon di botte.
Il professore incontra il detenuto che gli bisbiglia: un compagno di prigionia, il luciferino Blair Sullivan (Ed Harris), mi ha confessato il delitto.
Atroce sorpresa tra le paludi.
LA GIUSTA CAUSA è un ingarbugliato thriller anni '90 con ambizioni sociali, che nella prima parte batte il tamburo dei pregiudizi razziali, schierandosi contro il dente per dente, ovvero la pena di morte.
In effetti come inizio non male, con un efficace ambientazione in una torrida florida non balneare profondamente razzista.
Peccato che la sceneggiatura, messe da parte le diatribe morali, si perda per strada, adottando soluzioni improbabili fino ad un "colpo di scena" finale, rozzo e sanguinario, in realtà piuttosto prevedibile.
Anche Sean Connery, nelle vesti di avvocato-investigatore, sembra alquanto spaesato. Ed Harris interpreta il Lecter di turno con licenza di andare sopra le righe (forse troppo).
Alla fine il migliore risulta Fishburne e non è una sorpresa.
"IL CINEMA E' IL MODO PIU' DIRETTO PER ENTRARE IN COMPETIZIONE CON DIO"
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THE COLONY
Terra, 2045, qualche anno dopo l'alba del giorno dopo. Una glaciazione planetaria ha decimato il genere umano: l'umanità aveva costruito torri meteorologiche che controllavano il clima per evitare il surriscaldamento globale.Un giorno queste macchine hanno smesso di funzionare, ha cominciato a nevicare e da quel giorno la Terra è diventato un pianeta freddo e senza vita. Ciò che rimane dell'umanità vive rintanata in bunker sotterranei per fuggire dal freddo estremo che c'è fuori, cercando di sopravvivere alle malattie e di produrre cibo sufficiente.
ASSAULT ON PRECINCT 13
Detroit. È la vigilia del nuovo anno mentre l'autobus che deve effettuare un trasferimento di delinquenti di mezza tacca, a parte uno, tale Marion Bishop (Laurence Fishburne), arranca e sbuffa nella tormenta di neve.Niente da fare, il maltempo aumenta e dovranno fermarsi al Distretto 13, un posto di polizia in disarmo i cui inquilini si preparano al trasloco, per una sosta.
Nell'ultima notte a presidiare il Distretto in dismissione c'è il sergente capo Jake Roenick (Ethan Hawke), un buon poliziotto con un passato da dimenticare.
Si troverà a dover fronteggiare una vera e propria battaglia, una serie di attacchi, che mettono a dura prova la resistenza di tutti i presenti, costringendo lo sbirro ritrovato a collaborare con i detenuti.
Ce la farà il gruppo-non gruppo a sopravvivere?
Fare il remake di un film come "Distretto 13 le brigate della morte" di John Carpenter, mitico cult di frontiera tra il classico western e le nuove paure metropolitane (a sua volta ispiratosi al capolavoro di Howard Hawks , UN DOLLARO D'ONORE), poteva sembrare a priori la classica impresa buona per presuntuosi, o per incoscienti.
E invece il francese Jean-Francois Richet, senza mettersi in testa di far concorrenza all’originale, ha realizzato una serie B archetipica efficace e rigorosa, che non supera di certo il modello ma non lo fa neppure rimpiangere.
Infatti ASSAULT ON PRECINCT 13 garantisce due ore scarse di azione e alta tensione, senza il frastuono da videogame degli effetti speciali.
In pratica il regista priva la pellicola di tutte le implicazioni socio-politiche e la trasforma in un'onesto film d'azione che dirige in maniera pratica e funzionale, garantendo un buon ritmo e sfruttando al massimo le doti attoriali e di presenza scenica dei bravi protagonisti (Fishburne su tutti).
Alcune sequenze ben girate e il generale affiatamento tra gli attori fanno il resto.
Resta il mistero sul perchè, in questo caso, non si sia tradotto il titolo del film in italiano.
CONTAGION
Minneapolis (Usa). Appena tornata da Hong Kong, la manager Beth Emhoff (Gwyneth Paltrow) tossisce e ha la febbre alta. Inutilmente il marito Mitch (Matt Damon) tenta di aiutarla. Ricoverata d’urgenza, la donna muore, seguita dal suo bambino.Al vedovo non resta che disperarsi e pensare alla figlia più grande, Jory, che per fortuna era via.
Nelle stesse ore e giorni, da San Francisco a Hong Kong, da Londra a Tokyo molti altri hanno i suoi sintomi.
Da qualche parte «il pipistrello sbagliato ha incontrato il maiale sbagliato», suppone non a torto Erin Mears (Kate Winslet), del Centro americano per il controllo e la prevenzione delle malattie, e ne è nato un virus violento e mortale che aggredisce l’umanità.
Mentre si evidenzino le ragioni (ma anche la paranoia) del fustigatore mediatico (Jude Law) di qualsiasi complotto (vero o presunto), l'immunologo Ellis Cheever (Laurence Fishburne) corre contro il tempo nella ricerca di una cura e il controllo del panico che si diffonde progressivamente ovunque.
CONTAGION del discontinuo regista Steven Soderbergh è un angoscioso, ben confezionato thriller pandemico, che immagina un mondo nel panico per un morbo misterioso ed invincibile.
Però dopo l'ottimo inizio la storia si affloscia e lo scorrere (lento) del film, non lascia mai spazio ad episodi avvincenti o a colpi di scena o perlomeno a qualcosa che non sia scontato.
Più che ad una sceneggiatura, sembra seguire il resoconto giornalistico di un fatto di cronaca: la scoperta del virus, il diffondersi dello stesso, i tanti morti, la scoperta del vaccino e la distribuzione dello stesso. Con la trovata (non disprezzabile) di far partire la storia dal giorno numero 2.
Il principio della fine verrà reso noto solo all'ultimo fotogramma.
Alla fine, dopo tanta tosse, la domanda rimane: qual'è il messaggio che mi doveva arrivare? A cosa serviva un cast cosi ricco?
Da stomaci forti l'autopsia a cranio scoperto.
21
Boston. Per entrare a Harvard ci vogliono trecentomila dollari, così il giovane povero, tanto sfigato nella vita sociale quanto brillante studente Ben Campbell (Jim Sturgess), dopo il primo no, accetta l'invito del prof di matematica, il geniale e ben poco ortodosso Micky Rosa (Kevin Spacey)Sarà solo per raggranellare i soldi necessari a pagarmi l'Università, promette.
Visto che sei un genio dei numeri, mi aiuterai a sbancare un casinò a Las Vegas.
Contando le carte del blackjack, grazie a conteggi matematico-probabilistici e ai segnali dei tuoi quattro colleghi cervelloni, tra cui la bella bionda Jill Taylor (Kate Boosworth), metteremo insieme un bel malloppo: metà a me, metà a voi.
Le fiches si accumulano, il ragazzo riesce presto a racimolare i soldi per l'università. Le iniziali fortune fanno montare la testa a Ben che, invaghito della bella compagna di avventure, si spinge sempre più in là, fino ad arrivare a superare il punto di rottura, rappresentato da Cole Williams (Laurence Fishburne), smaliziato consulente della security del casinò che mangia la foglia...
Che botte, quella notte.
21, diretto dal regista australiano Robert Luketic, che l'ha tratto da un vendutissimo romanzo, ispirato ad una storia vera (sembra incredibile, eppure è così), è un dramma con l'andamento del giallo, probabilmente poco eccitante anche a causa di uno script altamente prevedibile.
Il vero spettacolo però si ha quando nell'arena scendono i sempre amabili Kevin Spacey (che si diverte come un matto) e Lawrence Fishburne che danno lezioni di stile e dimostrazione di consumato talento.
Ma poi, per raggiungere il traguardo finale dei suoi inutili 125 minuti, il film si spezza, ansima, entra in affanno, gira su se stesso. Insomma normale intrattenimento.
Chi non conosce il blackjack (il 21 del titolo originale) farà fatica a capire.
Ma la domanda è un'altra: anche in Italia se sei fortunato e vinci tanto ti picchiano a sangue?
BOBBY
Los Angeles, 4 giugno 1968. C'è un gran fermento all'Hotel Ambassador per l'arrivo del candidato democratico alla Casa Bianca, Robert Kennedy.
Nell’albergo che è sede operativa del comitato elettorale dell’uomo politico, si intrecciano le vicende di molti personaggi.
Nell’albergo che è sede operativa del comitato elettorale dell’uomo politico, si intrecciano le vicende di molti personaggi.
Il direttore dell’albergo Paul (William H. Macy) che tradisce la moglie parrucchiera Miriam (Sharon Stone) bella ma non più giovane con la centralinista Angela (Heather Graham), mente il suo predecessore John (Anthony Hopkins) gioca a scacchi con l'amico Nelson (Harry Belafonte).
La cantante in declino e ubriacona Virginia Fallon (Demi Moore) che continua a fare i capricci, due ragazzi (Lindsay Lohan e Elijah Wood) che devono sposarsi perché lui possa evitare la partenza per il Vietnam, ma anche i camerieri messicani, tra cui Josè (Freddy Rodriguez) che freme per una partita di baseball di cui ha i biglietti ma che non potrà utilizzare, vessati da un manager razzista (Christian Slater).
In una manciata di ore si intrecciano drammi personali e passione politica fino allo scoccare dell'ora fatale, il drammatico attentato a Bobby, destinato a spezzare le speranze e lo slancio ideale di una intera nazione.
BOBBY è un passabile dramma corale (nella prima parte un pò noioso nda) che rievoca il celebre assassinio.
In una manciata di ore si intrecciano drammi personali e passione politica fino allo scoccare dell'ora fatale, il drammatico attentato a Bobby, destinato a spezzare le speranze e lo slancio ideale di una intera nazione.
BOBBY è un passabile dramma corale (nella prima parte un pò noioso nda) che rievoca il celebre assassinio.
Diretto da Emilio Estevez (figlio di Martin Sheen e fratello di Charlie), presente anche come attore, compone un inno corale alla memoria del più giovane dei fratelli Kennedy, ucciso il giorno stesso in cui decollava la sua corsa per la presidenza.
Partigianamente visto come un simbolo di un’America diversa, ancora capace di credere in grandi ideali, un’America, secondo il regista, ancora dotata di una coscienza…
Certo, c’è un po’ di ingenuità nel porre sul piedistallo Bobby Kennedy, facendone quasi un santino, utopico salvatore della patria e forse del mondo (sempre meglio della "dittatura del proletariato", ovvio), ma bisogna ammettere che con l’affresco collettivo, quel microcosmo costruito da Estevez imitando lo stile e la tecnica a mosaico del compianto Robert Altman se la cava decentemente.
Perchè si avverte chiaramente l’America di quegli anni, con i suoi drammi piccoli e grandi, con i suoi sogni, con le sue atmosfere irripetibili: la contestazione giovanile, le cariche della polizia, i viaggi con l’acido, la paura di essere spediti al fronte della sporca guerra, i tradimenti, la frivolezza, la voglia di fare carriera, e su tutto scorrono le immagini di repertorio di Bobby che parla alla sua gente, in lingua originale, con sottotitoli in italiano.
A parte il cast all star arruolato dal regista e sceneggiatore (tra cui spicca il sempre bravo William H. Macy nei panni di un direttore dalla morale pubblica meritoria e dalle discutibili infedeltà private) è ammirevole il tessuto generale del racconto, che sa alternare drammi privati e sussulti politico-sociali.
Certo, c’è un po’ di ingenuità nel porre sul piedistallo Bobby Kennedy, facendone quasi un santino, utopico salvatore della patria e forse del mondo (sempre meglio della "dittatura del proletariato", ovvio), ma bisogna ammettere che con l’affresco collettivo, quel microcosmo costruito da Estevez imitando lo stile e la tecnica a mosaico del compianto Robert Altman se la cava decentemente.
Perchè si avverte chiaramente l’America di quegli anni, con i suoi drammi piccoli e grandi, con i suoi sogni, con le sue atmosfere irripetibili: la contestazione giovanile, le cariche della polizia, i viaggi con l’acido, la paura di essere spediti al fronte della sporca guerra, i tradimenti, la frivolezza, la voglia di fare carriera, e su tutto scorrono le immagini di repertorio di Bobby che parla alla sua gente, in lingua originale, con sottotitoli in italiano.
A parte il cast all star arruolato dal regista e sceneggiatore (tra cui spicca il sempre bravo William H. Macy nei panni di un direttore dalla morale pubblica meritoria e dalle discutibili infedeltà private) è ammirevole il tessuto generale del racconto, che sa alternare drammi privati e sussulti politico-sociali.
Le «lotte sindacali» degli ispanici delle cucine e le crisi esistenziali di una moglie da esposizione (Helen Hunt, al fianco di Martin Sheen), le intemperanze lisergiche di due attivisti (Shia Labeouf) poco volonterosi , la crisi professionale di una cantante al crepuscolo (Demi Moore) e i sogni di gloria di un militante di colore (che sembra preso di peso da West Wing, la serie in cui proprio Martin Sheen interpretava un Presidente democratico).
PREDATORS
Chissadove, chissaquando. Otto sconosciuti tra loro sono paracadutati su un misterioso pianeta. In quella che sembra una specie di giungla dell'Amazzonia si ritrovano, senza memoria, l'atletico mercenario Royce (Adrien Brody), l'effervescente Isabelle (Alice Braga), un manovale del narcotraffico messicano, un esponente della Yakuza giapponese, un ribelle della Sierra Leone, un soldato delle truppe speciali russe, un supericercato dall'Fbi condannato morte e il dottorino Edwin (Tropher Grace).
Chi ci ha trascinato qui? E soprattutto perchè??
Scopriranno presto che su quel pianeta lontano la razza dei Predator ha creato il suo Colosseo senza pubblico. Raccolgono e ammassano esemplari di altre razze (per quanto ne sappiamo più che altro umani), li gettano nella foresta senza spiegazioni e gli danno la caccia apprendendo da loro tecniche e strategie.
Si salvi chi può.
PREDATORS è un avvincente fumetto, un minestrone di fantascienza d'azione intinto nel giallo e nell'horror, che rappresenta il quinto film della saga di Predator, diventata tale solo negli ultimi anni in virtù di una serie di sequel non autorizzati ma che con questo episodio sembra ritrovare lo smalto originale. Infatti lo sviluppo della storia segue praticamente gli stessi canoni dettati dal primo capitolo tanto che, ad un certo punto del film, sembra di guardare non un sequel ma un vero e proprio remake...
Dopo un sequel urbano e due altri film in cui addirittura si tentava il crossover con un'altra saga di carattere alieno ora, grazie alla coerenza di Robert Rodriguez, che molla la cinepresa a favore di Nimròd Antal, che dirige senza tempi morti e con gran ritmo, si torna al vero senso della storia: raccontare una storia sulla caccia e sulle dinamiche del gruppo di prede (prede che sanno come difendersi), di umanità e nemici nell'ombra.
Rimarrà deluso chi si aspetta uno sviluppo della serie e delle risposte, su chi siano i predators o perchè lo fanno o da dove vengono ma il finale lascia la strada aperta a un sequel.
Meglio la prima parte della seconda, quando lo scontro diventa frontale ed eccessivamente fracassone.
INSEGUITI
Il detenuto comune Charles Piper (Laurence Fishburne) si ritrova quindi incollato sulla strada verso Atlanta al pirata telematico Luke Dodge (Stephen Baldwin), che grazie alla rete ha ripulito una multinazionale di 25 milioni di dollari (tenendosene per sè solo cinque. Bontà sua), ora reclamati da una incazzatissima gang di cubani dal grilletto facile.
Così lo strano tandem di fuggiaschi si ritrova alle calcagna sia i poliziotti, sia la pben più temibile compagine di mafiosi, ansiosi di recuperare il denaro rubato e un floppy disk che scotta.
Giunti finalmente in città, riescono a farsi ospitare dalla seducente finta tonda ma vera messicana Cora (Salma Hayek).
Sorpresa doppia. Col botto.
INSEGUITI (Fled) è un violento e rumoroso poliziesco dallo stile televisivo, senza alcuno scatto di fantasia che vada al di là della confezione professionale di un lungo videoclip.
Il regista Kevin Hooks resta coi piedi per terra e quindi l'introspezione psicologica lascia tutto lo spazio all'azione. Si tratta di uno di quei film che impediscono di cambiare canale solo per il ritmo travolgente dell'azione: sparatorie, inseguimenti, intermezzi più o meno erotici, personaggi che vengono e che vanno.
Per il resto la storia è ampiamente prevedibile e i personaggi sono poco più che degli abbozzi.
Attori in una prova mediocre (Baldwin soprattutto).
Vietato agli stomaci delicati, che potrebbero andare in subbuglio già alla carnefina quasi iniziale.
MYSTIC RIVER
Boston, anni Sessanta. Un bambino viene prelevato da un uomo molto autoritario e portato via con un'auto. Verra' violentato e poi riuscira' a fuggire. Due suoi compagni scampano alla stessa sorte.
Oggi.
E' il comprensivo Sean Devine (Kevin Bacon), uno dei due bambini scampati al lurido e laido orco, a indagare col sergente Whitney Powers (Laurence Fishburne) sulla morte di Katie, diciannove anni, figlia dell'altro (fortunato) amico di infanzia, il negoziante pregiudicato Jimmy Markum (Sean Penn), che non ha mai smesso le frequentazioni pericolose.
Chi l'ha uccisa?
Nel mirino del poliziotto entra subito il fidanzatino della ragazza, Brendan Harris, ma poi, piano piano, i sospetti si addensano proprio sul tormentato ex compagno di giochi Dave Boyle (Tim Robbins), segnato nell'animo dall'abuso sessuale subito trent'anni prima da quei due falsi agenti.
Sicuramente è lui l'assassino, se persino la trepidante moglie Celeste (Marcia Gay Harden) lo guarda con sospetto.
Atroce sorpresa.
Con MYSTIC RIVER Clint Eastwood, ispirato e senza fronzoli, confeziona un crudele, aspro, doloroso e appassionante dramma social-familiare, parente stretto del thriller poliziesco, che cerca il proprio equilibrio sugli stati d'animo interiori lasciando totalmente da parte i colpi di scena classici.
Un film che emoziona, angoscia e sconvolge per la sua terribile violenza, lasciata intuire e mai esibita e che commuove quando esalta l'amicizia.
Trova nei tre magnifici protagonisti Kevin Bacon, Sean Penn e Tim Robbins tre interpreti ideali. Con il secondo che riesce a conferire al personaggio del padre dilaniato dal lutto una profondita' e una complessita' di accenti ormai rare anche nel cinema americano e un Tim Robbins desolato ed umano.
Oggi.
E' il comprensivo Sean Devine (Kevin Bacon), uno dei due bambini scampati al lurido e laido orco, a indagare col sergente Whitney Powers (Laurence Fishburne) sulla morte di Katie, diciannove anni, figlia dell'altro (fortunato) amico di infanzia, il negoziante pregiudicato Jimmy Markum (Sean Penn), che non ha mai smesso le frequentazioni pericolose.
Chi l'ha uccisa?
Nel mirino del poliziotto entra subito il fidanzatino della ragazza, Brendan Harris, ma poi, piano piano, i sospetti si addensano proprio sul tormentato ex compagno di giochi Dave Boyle (Tim Robbins), segnato nell'animo dall'abuso sessuale subito trent'anni prima da quei due falsi agenti.
Sicuramente è lui l'assassino, se persino la trepidante moglie Celeste (Marcia Gay Harden) lo guarda con sospetto.
Atroce sorpresa.
Con MYSTIC RIVER Clint Eastwood, ispirato e senza fronzoli, confeziona un crudele, aspro, doloroso e appassionante dramma social-familiare, parente stretto del thriller poliziesco, che cerca il proprio equilibrio sugli stati d'animo interiori lasciando totalmente da parte i colpi di scena classici.
Un film che emoziona, angoscia e sconvolge per la sua terribile violenza, lasciata intuire e mai esibita e che commuove quando esalta l'amicizia.
Trova nei tre magnifici protagonisti Kevin Bacon, Sean Penn e Tim Robbins tre interpreti ideali. Con il secondo che riesce a conferire al personaggio del padre dilaniato dal lutto una profondita' e una complessita' di accenti ormai rare anche nel cinema americano e un Tim Robbins desolato ed umano.
MATRIX REVOLUTIONS
Chissadove, in un lontano futuro. Dunque, dove eravamo rimasti… Ah, si! La città di Zion continua ad essere nel mirino delle macchine, che avanzano inesorabili, sul binario dello scontro definitivo.L'eletto Neo (Keanu Reeves) si sveglia finalmente dal coma (è in coma dall'episodio precedente) ma è stato intrappolato dal Merovingio in una sorta di terra di mezzo tra la matrice e il mondo reale e Trinity (Carrie-Ann Moss) e Morpheus (Laurence Fishburne) non riescono a ritrovarlo.
Smith impazza dentro e fuori la Matrice a suo piacimento.
Ora il nostro eroe intende salpare con una delle due navi spaziali a disposizione e giocarsi l'ultima carta: andare a colpire il nemico nella sua tana, la città delle macchine.
Inutile dire che trattasi di impresa da compiere al costo della vita stessa...
MATRIX REVOLUTIONS, seguito dei due episodi sempre diretti dai visionari fratelli Andy e Larry Wachowski, dimostra una volta di più come un buon, anzi, ottimo (e parlo del primo episodio) concept possa svilirsi a forza di ripetizioni non richieste, giustificate solo dalla voglia di guadagnare il proverbiale dollaro in più.
Non che manchino meraviglie della visione (la seconda parte del film è un autentico trionfo degli effetti speciali).
Il problema è che la serie non ha davvero più nulla da dire, e si risolve in un mero susseguirsi di dialoghi filosofici imbarazzanti per pochezza (una sola battuta decente: "Ho la tua parola?", "Scusa , ma per chi mi hai preso per un umano?") e di sequenze d'azione (i poliponi sentinella, per esempio) mutuate da una qualunque obsoleta puntata di Guerre Stellari.
In una delle prime scene Monica Bellucci esibisce la fenomenale scollatura di cui è provvista, sorride (bellissima) e se ne va.
Viva l'italica Monica Bellucci.
MATRIX
Anno 2199. Il pallido pirata informatico Thomas Anderson, nome d'arte Neo (Keanu Reeves), resta affascinato da un coniglio bianco tatuato sulla spalla della seducente Trinity (Carrie Ann Moss).Per seguire la misteriosa e seducente straniera, penetra nel mondo di Matrix, scoprendo che il mondo che sembra reale è invece solo un paravento per nascondere la realtà vera.
Nello specifico seguendo quello che a prima vista è solo un misterioso tatuaggio l'hacker Neo scopre l'amara verità: la cosiddetta 'realtà' è precisamente un impulso elettrico fornito al cervello degli umani da un'intelligenza artificiale, una realtà immaginaria manovrata da un gruppo di macchine cattive.
La Terra era sopravvissuta alla catastrofe ma l'umanità ha avuto bisogno delle macchine per sopravvivere. E queste hanno vinto.
Però le macchine necessitano degli uomini e della loro energia e quindi ha fatto schiavi tutti gli esseri umani. L'illusione in cui li fanno vivere è finalizzata a 'coltivarli' meglio.
Nessuno è a conoscenza del tempo che è passato da quando il neurosimulatore ha assegnato una data fittizia al tempo.
Alle macchine tentano di opporsi alcuni prodi resistenti, capeggiati dal robusto nero Morpheus (Laucerence Fishburne), che nel giovane hacker scorgono il nuovo messia, l'Eletto in grado di salvare la Terra.
Ce la farà il nostro eroe a raggiungere il difficile compito?
MATRIX è un fumetto fantascientifico (vincitore di ben quattro Oscar tecnologici), secondo lungometraggio dei visionari fratelli Wachowski, in pieno delirio cibernetico, che hanno fatto centro al box office (solo nelle prime due settimane di programmazione 73 milioni di dollari negli Usa) e dividono i fruitori di questo film in due fasce nettamente distinte, due lontanissime correnti di pensiero.
Chi ha più di trent'anni fatica ad entrare nella 'logica' cibernetica del film. Chi ne ha meno replica: è la logica del computer.
Inserita in un mixer abilmente shakerato di filosofia orientale e arti marziali, di mitologia e di science fiction in cui il percorso che condurrà 'oltre lo specchio' vede in Neo (vistoso anagramma di One) la neo-Alice travestita da Ulisse.

Chi non ama gli effetti speciali ne trova troppi in questo film, con figure che si squagliano e si ricompongono, indifferenti alle sventagliate di piombo nella pancia che gli fanno buchi come crateri, mentre sparano brani di filosofia spicciola.
Cinema patchwork quello dei Wachowski? Forse.
Ma anche cinema capace di rappresentare un futuro che è già presente nella sua mescolanza (che non è amalgama) di dati, di esperienza e di cultura lontanissimi tra loro.
Un film unico. Assolutamente da vedere.
PUNTO DI NON RITORNO
Addì 2047. La nave interstellare "Lewis and Clark", comandata dal capitano Miller (Laurence Fishburne) viene inviata come missione di soccorso nello spazio per scoprire qualcosa sul destino della nave scomparsa sette anni prima (e riapparsa dal nulla) "Event Horizon", progettata dallo scienziato William Weir (Sam Neill), presente nella spedizione, come profondo conoscitore del mezzo.
È come se l'equipaggio, dopo 56 giorni di ibernamento statico, andasse oltre le colonne d'Ercole, perché poco alla volta ci si accorge che accade qualcosa d'inesplicabile, al di là delle leggi del tempo e dello spazio.
Come se la nave vivesse di vita propria.
Il più a rischio allucinativo è lo scienziato, che aveva nascosto tutta la verità sulla nave progettata, che riesce a curvare il tempo-spazio, che sconta il complesso di colpa per il suicidio della moglie, ma tutti tremano di fronte alla visione allucinata delle proprie paure, materializzate negli spiriti tornati dagli inferi.
Deve pensarci il buon capitano, con i nervi saldi, a cercare di riportare tutti, non solo metaforicamente, coi piedi per terra.
E possibilmente sani e salvi a casa.
Cosa molto più difficile perchè alla fine si salvano in tre, tra cui la bella Tenente Starck (Joely Richardson).
Manierismo spaziale in questo PUNTO DI NON RITORNO, un film diretto da Paul Anderson (ex Mortal kombat) che unisce, con la complicità di qualche decibel di troppo, la fantascienza e l'horror.
Anche se un tema di questa portata spirituale viene poi risolto con qualche effetto digitale (sanguinolento) e una cascatona rosso sangue (citazione da Shining). Ma il film non sopporta pesi morali né ideologici, è un visivo ( e noioso) viaggio tra modellini planetari oltre Nettuno e dintorni.
Viene tirato in ballo molto dello scibile umano e disumano, la nave che va più veloce della luce, che curva a proprio piacimento tempo e spazio, la forza vitale intrinseca nelle cose, mentre gli attori pronunciano, con scarsa emozione, una serie infinita di battute da film di genere: come "lo scanner è uscito fuori scala", in uno slang che comprende l'"avvicinamento ottimale" e il "trasferitore gravitazionale" ed imperativi come "attiviamo le unità termiche", "abbiamo aria sufficiente per 20 ore".
Film interessante nelle premesse (intellettuali), mediocre nel risultato.
È come se l'equipaggio, dopo 56 giorni di ibernamento statico, andasse oltre le colonne d'Ercole, perché poco alla volta ci si accorge che accade qualcosa d'inesplicabile, al di là delle leggi del tempo e dello spazio.
Come se la nave vivesse di vita propria.
Il più a rischio allucinativo è lo scienziato, che aveva nascosto tutta la verità sulla nave progettata, che riesce a curvare il tempo-spazio, che sconta il complesso di colpa per il suicidio della moglie, ma tutti tremano di fronte alla visione allucinata delle proprie paure, materializzate negli spiriti tornati dagli inferi.
Deve pensarci il buon capitano, con i nervi saldi, a cercare di riportare tutti, non solo metaforicamente, coi piedi per terra.
E possibilmente sani e salvi a casa.
Cosa molto più difficile perchè alla fine si salvano in tre, tra cui la bella Tenente Starck (Joely Richardson).
Manierismo spaziale in questo PUNTO DI NON RITORNO, un film diretto da Paul Anderson (ex Mortal kombat) che unisce, con la complicità di qualche decibel di troppo, la fantascienza e l'horror.
Anche se un tema di questa portata spirituale viene poi risolto con qualche effetto digitale (sanguinolento) e una cascatona rosso sangue (citazione da Shining). Ma il film non sopporta pesi morali né ideologici, è un visivo ( e noioso) viaggio tra modellini planetari oltre Nettuno e dintorni.
Viene tirato in ballo molto dello scibile umano e disumano, la nave che va più veloce della luce, che curva a proprio piacimento tempo e spazio, la forza vitale intrinseca nelle cose, mentre gli attori pronunciano, con scarsa emozione, una serie infinita di battute da film di genere: come "lo scanner è uscito fuori scala", in uno slang che comprende l'"avvicinamento ottimale" e il "trasferitore gravitazionale" ed imperativi come "attiviamo le unità termiche", "abbiamo aria sufficiente per 20 ore".
Film interessante nelle premesse (intellettuali), mediocre nel risultato.
MATRIX RELOADED
Vattelapesca dove nel cyber-spazio, XXII secolo.La città delle città, Zion, è in pericolo, tuona il prode e possente Morpheus (Laurence Fishburne): ma le Macchine che ci combattono non l'avranno mai vinta e non distruggeranno Zion.
E intanto il popolo bue festante nell'enorme caverna inganna il tempo che lo divide dall'apocalisse millenaristica finale con una sana e robusta orgia collettiva.
Sommerso dagli incubi solo l'Eletto Neo (Keanu Reeves) sembra preoccupato, fasciato nelle sue tuniche nere di taglio alto-sartoriale, e si imbarca sulla nave spaziale Nabucodonosor con l'amore di sempre, la sua modaiola e minimalista Trinity (Carrie Ann Moss) per salvare Zion e quello che resta del loro mondo.
Intramezzando il tutto con un bel bacio alla bella e fascinosa Phersephone (Monica Bellucci, serve dire altro?). Voto alla recitazione: Ci avvaliamo della facoltà di non rispondere. Per il resto, invece...
MATRIX RELOADED è la seconda tappa del nostro Neo, creato dalla fantasia rutilante dei fratelli Wachowski, che non coglie nel centro come nel primo film, ma è sempre difficile ripetersi.
La Matrice rimane comunque difficile da superare. E l'attesa viene spesso tradita.
Troverete i soliti dialoghi ad effetto, anche difficili da interpretare appieno essendo un fritto misto di tesi filosofiche, religiose e psicologiche.
Oltre che calci e pugni di un elegante e plastica fluidità, e corpi che viaggiano di quà e di là della linea tra la vita e la morte (del mondo reale? Dell'universo creato dalla Matrice?).
Bellissima la scena d'azione che vede Trinity scorazzare sull'autostrada a cavallo di una luccicante Ducati (un bel marchettone per il mercato americano dove Ducati sta alle moto come Ferrari sta alle macchine sportive nda).
Totale: intrattenimento di altissimo livello, stilisticamente confezionato al meglio ma la Matrice.....
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