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LA GUERRA DEI MONDI

New York. L'ex moglie gli ha affidato i ragazzi, il rabbioso adolescente Robbie (Justin Chatwin) e la piccola Rachel (Dakota Fanning) per il week end.

Ma lo scorbutico quanto disorientato (dal logorio della vita moderna, la società che cambia ect. ect.) operaio specializzato in movimentazione container Ray Ferrier (Tom Cruise) non ha il tempo per realizzare : le strade si squarciano, le auto volano via come foglie sbattute dal vento e le case crollano.

Terroristi? Peggio, alieni spremiumani in attesa da decenni.

LA GUERRA DEI MONDI è un travolgente (nella prima parte) kolossal fantascientifico a tinte cupe di Steven Spielberg  che assimila l'attacco alieno al fatidico 11 settembre o a Perl Harbour.

Tutta robetta emotiva utile per ricompattare lo stato famigliare, riconsegnare il senso della vita, fino a trovare nel proprio inconscio, ormai depurato, l'antidoto per combattere con successo chiunque attenti all'esistenza e all'orgoglio di un popolo.

Scene visivamente di alto livello: la bambina che vede i corpi trascinati dalla corrente del fiume, l'assalto alla macchina, il passaggio a livello.

Convincente Tom Cruise nel ruolo principale. Più leziosa l'isterica Dakota Fanning (da cui gli alieni se ne terrebbero alla larga).

Bravo Tim Robbins, come sempre.

ARLINGTON ROAD - L'inganno

Washington. Il tranquillo professore universitario di Storia Michael Faraday (Jeff Bridges) vive solo col figlioletto Grant, che odia la nuova donna del padre, da quando la moglie, un agente federale in gonnella, è rimasta uccisa in azione.

Un giorno soccorre un ragazzo ferito da un petardo. Ma guarda un pò, è Brady, il figlio dei nuovi vicini di casa, l'affabile ingegnere edile Oliver Lang (Tim Robbins) e la moglie Cheryl (Joan Cusack).

La conoscenza diviene progressivamente più stretta e, in particolare, il figlio di Faraday è sempre più attratto dalla vita dei vicini.Indagando però il docente scopre che il taciturno professionista non si è laureato nel Missouri, ma in Pennsylvania.

Perchè quella bugia?

Per soddisfare la curiosità sulla stranezza Faraday si improvvisa detective, nonostante la sua compagna Brooke (Hope Davis) minimizzi sulla portata dell'incongruenza. Fino a scoprire il passato da bombarolo in un gruppo terroristico nella vita dell'apparente innocuo ingegnere, che invece è ricco di misteri violenti e minacciosi.

Sorpresa col botto.

ARLINGTON ROAD - L'INGANNO è un emozionante e ben congegnato giallo del regista semisconosciuto Mark Pellington che maneggia con grande brio fantapolitica e terrorismo, capovolgendo il luogo comune molto caro alla narrativa americana: il buon vicino di casa diventa il terrorista della porta accanto.

Da ricordare che il film , che è del 1998, rispecchiava la già profonda inquietudine per gli attentati terroristici, divenuta acuta negli Stati Uniti da quando, nel 1993, una bomba esplose nel garage sotterraneo del World Trade Center di New York provocando morti e feriti. Faccio notare che il peggio doveva ancora arrivare con il sanguinoso attacco alle Torri Gemelle.

All'epoca nel mirino c'era soprattutto la paura per il pericolo "interno", dinamitardi solitari mossi da frustrazioni e follia personali (sul genere di UnaBomber) e gruppi organizzati della destra eversiva.

Il regista insinua a poco a poco il dubbio negli spettatori e anche i più smaliziati alla fine verranno sorpresi. Se Jeff Bridges è la solita sicurezza, Tim Robbins è perfetto nel ruolo ingrato dell'ambiguo sospettato.

MYSTIC RIVER

Boston, anni Sessanta. Un bambino viene prelevato da un uomo molto autoritario e portato via con un'auto. Verra' violentato e poi riuscira' a fuggire. Due suoi compagni scampano alla stessa sorte.

Oggi.

E' il comprensivo Sean Devine (Kevin Bacon), uno dei due bambini scampati al lurido e laido orco, a indagare col sergente Whitney Powers (Laurence Fishburne) sulla morte di Katie, diciannove anni, figlia dell'altro (fortunato) amico di infanzia, il negoziante pregiudicato Jimmy Markum (Sean Penn), che non ha mai smesso le frequentazioni pericolose.

Chi l'ha uccisa?

Nel mirino del poliziotto entra subito il fidanzatino della ragazza, Brendan Harris, ma poi, piano piano, i sospetti si addensano proprio sul tormentato ex compagno di giochi Dave Boyle (Tim Robbins), segnato nell'animo dall'abuso sessuale subito trent'anni prima da quei due falsi agenti.

Sicuramente è lui l'assassino, se persino la trepidante moglie Celeste (Marcia Gay Harden) lo guarda con sospetto.

Atroce sorpresa.

Con MYSTIC RIVER Clint Eastwood, ispirato e senza fronzoli, confeziona un crudele, aspro, doloroso e appassionante dramma social-familiare, parente stretto del thriller poliziesco, che cerca il proprio equilibrio sugli stati d'animo interiori lasciando totalmente da parte i colpi di scena classici.
Un film che emoziona, angoscia e sconvolge per la sua terribile violenza, lasciata intuire e mai esibita e che commuove quando esalta l'amicizia.

Trova nei tre magnifici protagonisti Kevin Bacon, Sean Penn e Tim Robbins tre interpreti ideali. Con il secondo che riesce a conferire al personaggio del padre dilaniato dal lutto una profondita' e una complessita' di accenti ormai rare anche nel cinema americano e un Tim Robbins desolato ed umano.

MISSION TO MARS


Marte, 2020. Il messaggio che arriva sulla Terra è agghiacciante: i miei tre compagni sono stati inghiottiti dalla montagna che il gruppo voleva esplorare alla ricerca di acqua, mormora nel terribile filmato Luke Graham (Don Cheadle), il capo della spedizione partita l’anno prima, tra i festeggiamenti per la partenza del primo terzetto di astronauti diretto a Marte.

In soccorso si muove la missione bis con i piloti Woody Blake (Tim Robbins) e Jim McConnell (Gary Sinise), il fisico Phil Ohlmeyer (Jerry O’Connell) e la dottoressa Terry Fisher (Connie Nielsen), moglie di Blake.

Poveretta, non può far nulla per salvare il marito disperso nelle galassie subito dopo lo sbarco (una serie di piccole falle ha condotto all’abbandono dell’astronave e al sacrificio di Woddy).

Su Marte i sopravvissuti trovano uno scarmigliato Luke che li conduce dinanzi a un’enorme scultura di un volto.
Segno inequivocabile della presenza di un’altra civiltà (umana?).

Torniamo o restiamo?

Estenuante e monotono dramma fantascientifico del genio a corrente alternata Brian De Palma (questa volta ha mancato l’obiettivo nda), che basandosi su soggetto alquanto bizzarro, azzarda l’ipotesi che siano stati i marziani (mai materializzatisi nel film) i precursori dell’uomo.

Se infatti ha realizzato un film che ‘tiene’ sul piano degli effetti speciali, non altrettanto è riuscito a fare per quanto riguarda la storia.

Qualcuno ha azzardato di paragone di MISSION TO MARS  con l’Odissea spaziale di Kubrick.

Fermiamoci qua.

LE ALI DELLA LIBERTA'

Shawshank, Maine (Usa), 1946. Il bancario Andy Dufresne (Tim Robbins) accusato di aver ucciso moglie ed amante, pur se innocente, è stato condannato all'ergastolo.

Nella galera diretta con rigore bigotto dal disonesto Norton (Bob Gunton), che fa il tifo per la Bibbia ma accoglie i suoi "ospiti" con l'incisiva frase "L'anima è del Signore ma il vostro culo appartiene a me", giusto per mettere subito in chiaro le cose,lega solo con il saggio ergastolano nero Red (Morgan Freeman) e l'anziano bibliotecario Brooks (James Whitmore), cercando di ribellarsi ai soprusi dei detenuti più violenti ed arroganti (passaggi sodomitici compresi) e alle punizioni del sadico capo dei secondini Hadley (Clancy Brown).

Il tempo scorre e passano gli anni mentre l'imperturbabile recluso entra nelle grazie del Gran Capo grazie alle sua estrema competenza fiscale, utile per intrallazzi vari.

Cose che lo aiutano a sopravvivere fino all'inimmaginabile rivalsa finale.

LE ALI DELLA LIBERTA' è uno splendido dramma carcerario diretto con finezza (cosa difficile vista l'ambientazione, con relativo linguaggio non da convento) del regista Frank Darabont, con bei chiaroscuri psicologici e la suspense dell'ultima mezz'ora.

Tratto da un romanzo di Stephen King, è certamente il più intelligente e (forse) sottovalutato dramma carcerario in linea con la migliore tradizione hollywoodiana (claustrofobico, violento, garantista, liberale) con due novità: il tema della durata (il tempo che passa) e i connotati sociali del protagonista, direttore di banca, vittima di un errore giudiziario.

Oltre ai due giganteschi protagonisti, che si fanno amare senza difficoltà, si staglia la figura del grande caratterista James Whitmore.


CODICE 46

Non c'è.
Niente.
Nessun messaggio millenaristico.
Non ci siamo autodistrutti.
Non abbiamo distrutto la migliore civiltà che il Sole abbia potuto illuminare (quella occidentale nda).

Dopo il gradevole GATTACA, CODICE 46 è un altro film di fantascienza fuori dai canoni classici, con la mancanza totale dell'eroe, dell'uomo della provvidenza.

Non c'è la selezione umana geneticamente modificata del film anzidetto.
C'è invece la divisione della popolazione mondiale tra coloro che vivono nella città, che posseggono un "pass" (papelles), cioè la copertura a tempo per una zona, per un continente, che permette loro di spostarsi, e chi esiste nel resto del mondo, cioè un rosso deserto.

In futuro prossimo vige un codice giuridico, il Codice 46, che classifica gli esseri umani in base al loro codice genetico e decide le relazioni interpersonali: l'accoppiamento è controllato in modo da non permettere unioni tra persone con una media o alta percentuale di dna condiviso. In altre parole prevenire "l'incesto" ( tra virgolette perchè non bisogna immaginarlo nel senso classico odierno, visto che parliamo di fecondazione in vitro) o qualsiasi altra sovrapposizione.

In questo futuro ipertecnologico l'ispettore William (Tim Robbins), grigio funzionario che lavora per la società di assicurazioni Sphinx, che possiede l'empaty virus, un virus che gli permette, con semplici ed apparentemente innocue domande, di leggere nella mente dei sospettati, viene inviato a Shangai per investigare su alcuni pass falsi. Durante le indagini incontra Maria, (Samantha Morton, la Precoc di MINORITY REPORT) una giovane operaia, che lo insospettisce. Inutile dire che è lei l'autrice delle frodi (vendeva i pass contraffatti).

Frattanto il bolso William si rende conto di essersi perdutamente innamorato di Maria. Tra i due pare esserci attrazione a prima vista ma poi, si scoprirà, esserci una sorta di richiamo tra i dna di entrambi, dna molto simili. Comunque William non la denuncia ed incomincia una classica disperata storia d'amore. I due, dopo un amplesso non memorabile, prendono la decisione di fuggire dal Sistema. Se ne vanno in una città (mediorentale?) dove il codice non ha più potere.

Ma il Sistema (stranamente nessuna divisa si vede nel film, come se l'oppressione fosse percepita sullo sfondo) li trova anche lì.

A William viene fatto il lavaggio del cervello e se ne ritorna alla sua vita borghese con la moglie borghese. Maria, invece, viene lasciata a vivere nella zone dei "senza", con lo struggente ricordo del suo grande amore.
Lento. E scavando scavando, grattando grattando, lucidando lucidando trattasi di tempesta amorosa.
Una teorizzazione rivista e corretta. Ma pur sempre tempesta amorosa.

Resta però tutta l'atmosfera creata da un'ottima fotografia.E le strutture che vediamo come grattacieli, aereoporti ma anche autostrade sono superifici lisce, rettilinee, pulitissime, riflettenti, insomma una goduria per l'occhio matematico che cerca la perfezione di incastri leggeri e invisibili. 

Un' atmosfera blandamente simile a BLADE RUNNER, con alcune visioni notturne di Shangai, una città futuristica ed ipertecnologica, molto simile a Hong Kong. Per non dire che si fa un uso abbondante di fanta-linguistica: si, nel senso che Winterbottom, il regista, pur di rendere l'idea di un mondo futuro di culture fuse strafuse tra loro, inserisce nei dialoghi (e lo fa ripetutamente) parole di varie lingue. E questo non mi dispiace.

Come le immagini del deserto, con le striscie di asfalto perfettamente marcate, che fanno da netto contrasto alle immagini, anche claustrofobiche della città, degli appartamenti, degli aeroporti, della spaventosa selva di grattacieli.

CODICE 46 è un film lento dicevo. Di cui non apprezzo la scarsa illustrazione dei caratteri dei personaggi, appena sfiorati, in superficie.

Talmente impalpabili da sembrare anime, più che corpi. Manca il lancio della sfida titanica al mondo ipercontrollato. 
E il solito messaggio no global: corporation che controllano tutto, uomini come prodotti, gli esclusi nelle periferie, il richiamo terzomondista e mediorientale.

Sapete che vi dito? Non guardatelo!!!!