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A.I. - INTELLIGENZA ARTIFICIALE

In un lontano futuro. Dopo lo scioglimento della calotta polare gli oceani hanno sommerso il mondo e decimato la popolazione.

Il robot bambino David (Haley Joel Osment), ultimo modello ideato dal dottor Hobby (William Kurt), è adottato dai ricchi umani Monica (Frances O' Connor) e Henry per rimpiazzare il figlioletto in coma Martin.

L'ospite è felice nella nuova casa, dove chiede solo di essere amato, ma dopo la guarigione del fratellino, la "mamma" l'abbandona nel bosco.

Vagando con l'orsetto giocattolo (parlante) Teddy, incontra il gigolò meccanico Joe (Jude Law), che gli evita la rottamazione e lo porta nell'arena, dove il pubblico impietosito lo salva da una fine orrenda.

L'incontro con la Fata Turchina è il preludio, duemila anni dopo, al ritorno a casa.

A.I. - INTELLIGENZA ARTIFICIALE è un originale e affascinante, ma anche fluviale e dispersivo kolossal tecnologico di mastro Steven Spielberg, che stilisticamente e tecnicamente non si discute, già interminabile progetto del maestro Stanley Kubrick.

Una favola triste, addirittura angosciosa ed angosciante, che mescola E.T., Pinocchio e BLADE RUNNER, dando vita a un film complesso e commerciale allo stesso tempo.

Insomma filosofia e fantascienza, merce caldamente sconsigliabile ai bambini.

Con quesiti sulle questioni etiche della scienza, sul futuro della specie umana e delle intelligenze artificiali, sulle responsabilità morali degli uomini verso gli esseri da loro creati, con la presunzione umana, la presunzione di sostituirsi a Dio.

Haley Joel Osment faceva già intravedere di essere un mostro. Di talento, si intende.

Non un capolavoro, infatti a tratti affascina ed emoziona, a tratti infastidisce e annoia.

Comunque da vedere.

AMISTAD

Oceano Atlantico, 1839. Sulla nave Amistad l'equipaggio di neri in catene, guidato dall'ardimentoso Cinque (Dijmon Hounsou), si ribella trucidando tutti i bianchi.

La nave li stava trasportando da Cuba agli Stati Uniti per venderli come schiavi.

Cosi tengono in vita solo due marinai affinchè li portino in Africa.

I manigoldi li depistano, e i poveretti finiscono di nuovo ai ferri.

Al processo per omicidio plurimo, la regina Isabella reclama i suoi giganti d'ebano, spalleggiata dal Presidente americano (schiavista) Von Buren, mentre gli abolizionisti capeggiati da Theodore Janson (Morgan Freeman) e Lewis Tappan si affidano al giovane avvocato Roger Baldwin (Matthew McConaughey).

Davanti alla Corte Suprema anche l'ex Presidente John Quincy Adams (Anthony Hopkins) dirà la sua.

AMISTAD è un nobile, logorroico e fluviale drammone antirazzista diretto da quel furbone di Steven Spielberg, tanto pedante quanto retorico nel difendere gli oppressi.

Probabilmente il principale merito di AMISTAD è quello di parlare di un episodio poco conosciuto della storia americana.

Episodio che da al regista l'occasione per una veemente critica al sistema schiavista americano ma nel contempo (e non in contraddizione) a fare un elogio al proprio paese che rigettò quello stesso sistema per instaurare (poco dopo) una moderna democrazia.

Benché fatto con passione, il film ha il limite di un'eccessiva verbosità che lo rende lungo e difficile da seguire.

Godetevi i bei costumi d'epoca e le scene di pura azione come la truculenta apertura, cercando di non addormentarvi negli interminabili sproloqui in tribunale.

P.S. Possibile, che gli schiavi dell'Ottocento fossero alti minimo uno e 90?

LO SQUALO

Amity, New England (Usa). Arriva finalmente l'estate e nell'isola si attendono vagonate di bagnanti e, ovviamente, di soldi.

Non è nulla, interviene prontissimo il sindaco quando uno squalo più vorace di un sindaco del Partito Democratico si mangia l'emisfero sud di una tranquiIla forestiera in cerca di refrigerio.

Il coscienzioso poliziotto Brody (Roy Scheider) lancia invano l'esseoesse, avvertendo del colossale pericolo lungo sette metri e mezzo e pesante almeno tre tonnellate.

Niente da fare: le spiagge restano aperte.

Quasi come le fauci del pescecane, che si mettono all'opera facendo strage di gambe e dintorni.

Altro che turisti, è il panico generale.

All'agente si uniscono l'esoso pescatore Quint (Robert Shaw) e il giovane ittiologo Hooper (Richard Dreyfuss). E ora tutti a caccia..

LO SQUALO è certamente il capolavoro di un grande cineasta, un film d'azione che va diritto al sodo senza troppi preamboli. Infatti Steven Spielberg, non per niente miliardario grazie al cinema, non lancia messaggi e riduce all'osso l'introspezione psicologica. Esattamente come fa lo squalo assassino con i polpacci delle sue svariate vittime

LO SQUALO, un titolo che ha influenzato, per anni, le future produzioni cinematografiche, non è solo un film su un terribile predatore che terrorizza la popolazione di un'isola ma la rappresentazione della paura atavica dell'ignoto che viene dalle profondità marine e che rappresenta la metafora di tutte le nostre paure.



Tripudio di inquadrature dal basso, in cui il solo "vederci" osservati da qualcosa di misterioso ci terrorizza.

Splendidamente girato, LO SQUALO è un film dove tutto funziona alla perfezione: dalla sceneggiatura agli effetti speciali sorprendentemente reali, agli attori, tutti in stato di grazia (da Roy Scheider a Richard Dreyfuss, vero alter ego del regista per alcuni anni).

Suspense a fiotti, magistrale senso dello spettacolo e un pescecane finto così ben fatto da sembrar vero. Effetti speciali estremamente realistici ancor'oggi, ad oltre quarant'anni di distanza dalla realizzazione.

1941 - ALLARME A HOLLYWOOD

Los Angeles, 13 dicembre 1941. Sono passati soltanto sei giorni dall'attacco giapponese a Pearl Harbor e una voce terribile scuote la città: i musi gialli stanno per invadere l'America.

E infatti un sottomarino nemico si presenta davanti a Hollywood: ai comandi di un ammiraglio pasticcione (Toshiro Mifune) assistito da un gerarca nazista (Christopher Lee), con l'obbiettivo dichiarato di radere al suolo Disneyland, scelta come simbolo della civiltà americana, a colpi di siluro (???).

Compito non facile dato che la bussola è andata in tilt .

A fermarlo ci prova un aviatore strampalato ed ubriaco (John Belushi), che fa rifornimento di benzina sull'autostrada. Intanto il generalissimo statunitense (Robert Stack), corre al cinema a vedere Dumbo.

E via di questo passo.

1941 - ALLARME A HOLLYWOOD è una indimenticabile epopea distorta comico/bellica, fantapolitica ed anarcoide, un autentico antipasto del filone demenziale che prenderà piede negli anni 80.

Bisogna ammettere che rappresenta anche un dei pochissimi insuccessi commerciali del (quasi sempre) geniale Steven Spielberg.

La guerra in caricatura a tempo di nonsense. Una sorta di Hellzapoppin al fronte, una sfilza di citazioni per cinefili dotti, in cui il regista ha riversato materia grigia, grandi attori e miliardi, lui che con l'umorismo ha un rapporto evidentemente conflittuale.

Ricorda molto la follia di pellicole come THE BLUE BROTHERS.

La sceneggiatura si ispira a un fatto realmente accaduto (nel '42 a causa di un falso allarme la contraerea di Los Angeles iniziò a sparare, causando enorme allarme nella popolazione).

Film forse un po' troppo lungo nella durata ma comunque godibilissimo, nel suo tripudio di immagini e azioni demenziali.

I PREDATORI DELL'ARCA PERDUTA

Usa, 1936. Appena saputo che quel cattivone di Adolf Hitler vuole sgraffignare lo scrigno con Ie tavole dei dieci comandamenti, racchiuse nella biblica Arca dell'alleanza, Washington convoca d'urgenza l'archeologo Indiana Jones (Harrison Ford).

"Devi arrivare prima tu", è l'ordine perentorio.

Il giovane non batte ciglio e s'imbarca per il lontano Nepal e da qui, seguendo le dritte di un antico medaglione, si catapulta in Egitto, scontrandosi ripetutamente con i nazisti che hanno ingaggiato un suo collega, il francese Belloq (Paul Freeman).

Ecco l'Arca, sepolta nel deserto. Ora è un continuo tiramolla con i cattivi.

Chi la dura la vince.

I PREDATORI DELL'ARCA PERDUTA è un appassionante e ironica riscoperta dell'avventura, una girandola infinita di strepitose trovate e di stupefacenti invenzioni sceniche (quadruplice Oscar), che diedero nuovo lustro all'esplosivo talento e all'inimmaginabile fantasia narrativa e visionaria di mastro Steven Spielberg.

Indubbiamente della fortunatissima saga, uno dei migliori. Pellicola visivamente notevole: Indiana Jones salta, corre, insegue ed è inseguito in memorabili scontri con nazisti  al pari di un personaggio dei fumetti.

Tra serpenti velenosi, micidiali trabocchetti e pericoli di ogni specie, l'impavido Harrison Ford s'arrampica con baldanza sull'Olimpo di Hollywood, divertendosi, e si vede, nella leggerezza e naturalezza della sua recitazione.

Da non perdere lo scoppiettante prologo: c'è il meglio del cinema.

Cinema d’avventura destinato all’intrattenimento più puro e senza pretese autoriali.

Travolgente.

MUNICH

Monaco, 5 settembre del 1972. Un commando di terroristi palestinesi facente capo all'organizzazione Settembre nero fa irruzione nella palazzina che ospita gli atleti israeliani al villaggio olimpico.

E' un massacro: due di loro sono uccisi subito, gli altri, presi in ostaggio, muoiono all'aeroporto dopo un tentato blitz della polizia tedesca.

Il primo ministro israeliano Golda Meir indice una riunione coi capi politici e militari e ordina l'uccisione dei responsabili, non dopo una sofferta dialettica. Dice "in casi estremi lo stato deve rompere i limiti morali". Cristallino. Sacrosanto, direi.

L' Operazione Ira di Dio ha inizio.

Così gli efficienti e letali servizi segreti israeliani vengono sguinzagliati alla ricerca dei terroristi palestinesi da uccidere. Il gruppo eterogeneo organizzato ha a capo Avner Kauffman (Eric Bana), agente del Mossad. Il gruppo elimina sette degli undici responsabili, rispondendo al sangue col sangue.

Avner, una volta tornato nella quiete familiare, non sarà mai più l'uomo di prima.

MUNICH, di Steven Spielberg (ebreo, nda), non è la storia di un massacro ma quella di una vendetta lucidamente e giustamente perseguita, forse uno dei migliori film del sorprendente (per la sua duttilità) maestro americano.

Il suo film maggiormente impegnato politicamente ma che si vede come un thriller grazie ad alcune sequenze mozzafiato che non fanno mai dimenticare il (reale) contesto dei fatti.

Grande cast in cui spiccano un ottimo Eric Bana (assolutamente convincente) e Geoffrey Rush.

MUNICH (titolo fuorviante, visto che il nodo non è la strage di Monaco nda) vale per una considerazione generale sull'eterna questione palestinese e sulle differenze:  gli agenti israeliani uccidono, ma non sparano mai nel mucchio. Quando si accorgono che una bambina morirebbe insieme al padre, uno dei terroristi, fermano tutto.

Quando uno del gruppo (Daniel Craig, l'attuale sciccossissimo James Bond) dice "io sono l'unico che vuole davvero uccidere i palestinesi" un altro gli risponde, " per questo cerchiamo di non fartelo fare".

Un film magistrale e bellissimo, senza retorica né moralismo.

IL MONDO PERDUTO - JURASSIC PARK

Isola di Sorna (Costa Rica). John Hammond (Richard Attenborough), l'imprenditore di Jurassic Park, ha contribuito fortemente a popolare quel pezzo di terra con dinosauri costruiti in laboratorio. Gli animali preistorici sono cresciuti in libertà, senza controlli.

Per impedire all'avido nipote Howard di catturare alcuni bestioni per esporli nello zoo di San Diego (California), ovviamente a pagamento, il vecchio paperone invia sul luogo una spedizione scientifica condotta dalla bella paleontologa Sarah Harding (Julianne Moore) e dall'ex fidanzato scienziato, Ian Malcom (Jeff Goldblum), subito seguita e schiacciata da una grossa spedizione di cacciatori.

Catastrofe annunciata, fino in città.

Tratto ancora dal romanzo di Michael Crichton, seguito di JURASSIC PARK (916 milioni di dollari di incassi in tutto il mondo nda),  diretto ancora da Steven Spielberg, il film paga il fatto che qui non c'è più la sorpresa di dinosauri splendidamente realizzati.

Riesce a galleggiare spostando l'attenzione da un lato alle vicende umane (la presenza di Julianne Moore è un valore aggiunto) mentre dall'altro si portano i Tirannosaurus Rex in un contesto metropolitano, dove seminano allegramente distruzione, morte e feriti.

Tutto è comunque molto spettacolare (gli effetti sono un portento), anche se il valore tecnico-artistico del primo film rimane lontano.

Non manca la morale a basso costo: la denuncia ecologica sul controllo del progresso tecnologico e contro la predatrice avidità della speculazione imperial-capitalistica. Diminuisce la dimensione e cresce quella dell'avventura, del brivido, della catastrofe. Politicamente corretto anche verso i dinosauri.

INDIANA JONES E IL TEMPIO MALEDETTO

Shanghai, 1935. L'archeologo americano Indiana Jones (Harrison Ford) al posto dei diamanti pattuiti quale ricompensa per il recupero di un prezioso cimelio riceve un bicchiere di cicuta, ossia un avvelenamento in piena regola.

Trovata miracolosamente la pozione, non senza sparatorie ed inseguimenti, per evitare ulteriori guai scappa con la sexy cantante Willie Scott (Kate Capshaw), promuovendo a guida il cinesino Short Round.

E via verso l'Himalaya e l'India lussureggiante e misteriosa alla ricerca di una rara e sacra pietra preziosa, pietra magica che vale una miniera. D'oro.

INDIANA JONES E IL TEMPIO MALEDETTO, a cura di quel fantasioso inventore di cinema che è Steven Spielberg, è il prequel di "I predatori dell'arca perduta" (1981) con qualche punta di sadismo in più, più tenebroso e cupo.

Un vero e proprio collage di citazioni del cinema avventuroso di serie degli anni '30 e '40, riscattato da un allegro e pimpante senso dello spettacolo.

Ogni sequenza una trovata, una sarabanda di avvenimenti da togliere il fiato e un senso molto fisico dell'avventura.

Insomma si corre a perdifiato sull'ottovolante dell'immaginazione tra mirabolanti avventure, incontri mostruosi e pericoli da brivido.

Molto bella la Capshaw.

LA GUERRA DEI MONDI

New York. L'ex moglie gli ha affidato i ragazzi, il rabbioso adolescente Robbie (Justin Chatwin) e la piccola Rachel (Dakota Fanning) per il week end.

Ma lo scorbutico quanto disorientato (dal logorio della vita moderna, la società che cambia ect. ect.) operaio specializzato in movimentazione container Ray Ferrier (Tom Cruise) non ha il tempo per realizzare : le strade si squarciano, le auto volano via come foglie sbattute dal vento e le case crollano.

Terroristi? Peggio, alieni spremiumani in attesa da decenni.

LA GUERRA DEI MONDI è un travolgente (nella prima parte) kolossal fantascientifico a tinte cupe di Steven Spielberg  che assimila l'attacco alieno al fatidico 11 settembre o a Perl Harbour.

Tutta robetta emotiva utile per ricompattare lo stato famigliare, riconsegnare il senso della vita, fino a trovare nel proprio inconscio, ormai depurato, l'antidoto per combattere con successo chiunque attenti all'esistenza e all'orgoglio di un popolo.

Scene visivamente di alto livello: la bambina che vede i corpi trascinati dalla corrente del fiume, l'assalto alla macchina, il passaggio a livello.

Convincente Tom Cruise nel ruolo principale. Più leziosa l'isterica Dakota Fanning (da cui gli alieni se ne terrebbero alla larga).

Bravo Tim Robbins, come sempre.

ALWAYS - PER SEMPRE

Stati Uniti. Dalla torre di controllo Dorinda (Holly Hunter) segue l'intrepido fidanzato Pete (Richard Dreyfuss), pilota di aerei antincendio, che va su e giù a spegnere le fiamme nei boschi fino a che nell'ennesima missione non ci lascia le penne.

In Paradiso il trasparente cherubino Hap (Audrey Hepburn) lo rispedisce sulla Terra tra i viventi a far da invisibile angelo custode a Ted Braker (Brad Johnson), il collega novellino che fa il filo alla sua ex, destinato a sostituirlo nel lavoro e nell'amore.

Gradevole, ma lunga commedia rosa (davvero pallido) di Steven Spielberg, aggiornato rifacimento di "Joe il pilota", celebre melodramma del 1943 con Spencer Tracy, che fa segnare l'ultima apparizione di Audrey Hepburn.

Quello moriva in guerra, questo si immola sulla via dell'ecologia.

La prima parte, che si occupa dei vivi, è spiritosa e funziona (con riprese dal vero dell'incendio che nel 1988 devastò il parco di Yellowstone); la seconda, alle prese con l'aldilà, è più zuccherosa di un marshmallow.

La pietosa bugia che ci ripetiamo per lenire i dolori più atroci - ovvero che l’amore possa vincere anche la morte -qui ci sembra divenire, per una volta, vera.

JURASSIC PARK

Isola di Nublar (Centro America). Ha realizzato il suo sogno l'eccentrico miliardario John Hammond (Richard Attenborough): in un immenso parco naturale tematico ha radunato un esercito di dinosauri clonati partendo dal DNA trovato nel sangue all'interno di una zanzara preistorica. Rischi per i visitatori? Nessunissimo.

E per dimostrarlo, prima di aprirlo al pubblico, invita a fare un bel giro turistico i suoi due nipotini, più alcune persone selezionate a dare un'occhiata: il paleontologo Alan Grant (Sam Neill), la botanica Ellie Sattler (Laura Dern) e il matematico Ian Malcom (Jeff Goldblum).

Solo che un losco affare è in corso e l’esperto di computer del parco (Wayne Knight) disabilita i sistemi di sicurezza per scappare con degli embrioni da vendere a caro prezzo. Ma così facendo i dinosauri hanno campo libero.

Si salvi chi può.

JURASSIC PARK è un eccitante e astutissimo giocattolone fantastico, costruito dal sublime giocattolaio Mastro Spielberg sezionando il best seller futuribile di Michael Cricthon, con l'unico intento di divertire. Oltre che di moltiplicare la caterva di milioni di dollari spesi per effetti speciali molto efficaci e realistici che portano per la prima volta sullo schermo dei dinosauri che sembrano veri.

Ok, il prezzo è giusto, visti l'enorme successo commerciale e gli oltre 900 milioni di dollari incassati e i tre Oscar, anche se minori.

La storia parte da una premessa ingegnosa e suggestiva e poi si incanala su un terreno molto conosciuto e un pò telefonato, ma non ha importanza: lo spettacolo è assicurato dalle fauci spalancate dei dinosauri!

Gli spaventi non mancano, specialmente nella parte finale.

Location fantastica (Hawaii).

PROVA A PRENDERMI

New York, 1963. Frank W. Abagnale Jr. (Leonardo Di Caprio) è il tipico quindicenne americano di buona famiglia degli anni '60. Ma l'improvviso dissesto finanziario del padre e il divorzio dei genitori piombano nella sua vita all'improvviso. Scosso soprattutto dalla separazione dei genitori scappa di casa.

Ma come sbarcare il lunario? Irrompe, pur non avendo nessun requisito, a cominciare dall'età, come co-pilota alla Pan Am, grazie ad una divisa da pilota della stessa compagnia.

Nel suo dna ci sono evidentemente tracce degli imbrogli di papà Frank senior (Christopher Walken), se grazie alla stessa divisa e ad una macchina marcatrice per alterare i numeri, comincia a cambiare assegni fasulli in quantità industriale, tanto da entrare presto nel mirino dell'Fbi, che gli sguinzaglia dietro l'agente scelto Carl Hanratty (Tom Hanks), esperto in frodi bancarie e come il suo antagonista solo al mondo.

Una faccia tosta da non credere e un'abilità diabolica nei travestimenti rischiano di far impazzire l'ostinato segugio.

Ci vorranno anni per stanarlo ma tra i due finirà per crearsi un insolito rapporto filiale.

PROVA A PRENDERMI è una scorrevole, nonostante la durata consistente, e spigliata commedia poliziesca che Steven Spielberg, che dirige con ironico brio (vuole divertirsi e si vede nda), ha tratto dalle autocelebrative memorie di un leggendario ex truffatore.

Cast superlativo, regia impeccabile memore tanto della commedia di costume quanto della suspence hitchcockiana, un tono leggero mantenuto per due ore.

Tanto di cappello alla magnifica ricostruzione d'epoca (con tanto di titoli di testa in stile anni '60, musiche alla Henry Mancini, scelta dei colori e tutto il resto) e ai due misurati protagonisti, il volutamente grigio Tom Hanks e il viso d'angelo (e da schiaffi) Leonardo Di Caprio, per un ottimo esempio di cinema di entertainment.

INDIANA JONES E L'ULTIMA CROCIATA

New York, 1938. Il celebre e muscolare archeologo Indiana Jones (Harrison Ford) è in ansia per l'anziano papà Henry (Sean Connery) più serio e studioso archeologo, scomparso improvvisamente mentre era impegnato in una missione leggendaria, la stessa perseguita nei secoli dai Crociati, dai Cavalieri della Tavola Rotonda: la ricerca e la conquista del Santo Graal, il leggendario calice di Gesù nell'ultima cena.

Ritrovare la coppa da cui Cristo bevve durante l’ultima cena conservata da Giuseppe d’Arimatea, ricercata per quasi duemila anni, non è soltanto un’impresa archeologica ma anche un imperativo etico: “E la lotta contro il male: se i Graal cadesse nelle mani dei nazisti, l’esercito del male dilagherebbe”.

Le tracce portano l'archeologo, accompagnato dall'avvenente studiosa Elsa Schneider (Alison Doody), a Venezia.

La bellona lo tampina e lui si convince che ci stia. Ma quella sta giocando su due tavoli, al soldo di Hitler e, infatti, il vecchio genitore e rinchiuso proprio in un castello in Germania.

La terza impresa del personaggio creato da Spielberg e Lucas è un esemplare esempio di cinema per il cinema, senza nessun altra lettura o sottinteso al di fuori del divertimento di chi guarda.

Il film è molto dinamico, una girandola continua di strabilianti trovate e di avventure a rotta di collo, ricco di allusioni cinematografiche e di riferimenti storici, tecnicamente perfetto nell’uso sapiente dei trucchi e l’interpretazione di Sean Connery dà alla storia una secchiata di ironia, un gran contributo di bravura e simpatia.

Il deserto, Venezia, l’Austria, Berlino dove Indiana Jones assiste al rogo nazista dei libri e si trova faccia a faccia con Hitler (gli porge un libro, e il dittatore gli concede pomposamente un autografo). A cavallo, a piedi, in treno, a dorso di cammello, in grotte secolari o nelle fogne veneziane popolate da una moltitudine di schifosi ratti grigi, sul side-car militare nazista, in aereo o in dirigibile, di corsa sul tetto dei treni, ogni mezzo è buono per sfuggire ai cattivi e lasciar sfogare la fantasia.

Viene anche mostrato un Indiana Jones, ragazzo, boy-scout quindicenne impersonato da River Phoenix, illustrandone la vocazione archeologica e la formazione umana.

Grande Spielberg, come (quasi) sempre.

MINORITY REPORT

Washington, anno 2054. Funzionano meglio di Giucas Casella, Wanna Marchi e Silvan assommati i tre veggenti immersi nel lattice.

Niente di particolarmente tecnologico: semplicemente tre umani dotati di capacità paranormali. Si chiamano pre-cog, da precognitives.
I loro nomi sono un inno al "giallo", Agatha come Christie, Dashiell come Hammett e Arthur come Conan Doyle.
Vivono in una piscina e hanno visioni che poi trasmettono a un secondo livello, a un'unità di pronto intervento, la squadra anticrimine guidata dall'agente scelto John Anderton (Tom Cruise).

Tra un'ora avverrà un delitto nel tal posto, avvertono i precog, e il baldo poliziotto si precipita sul luogo, in tempo per fermare la mano omicida.

Che maraviglia!!, da sei anni non c'è un omicidio, gongola il gran capo Lamar Burgess (Max Von Sydow), che però rivela preoccupato al suo subalterno: lo zelante funzionario del dipartimento di giustizia Ed Witwer (Colin Farrell) è qui per sabotarci.

E i guai arrivano quando i veggenti a un certo punto indicano proprio John come futuro omicida di un tale che non conosce.
Dunque il detective comincia la caccia a se stesso, naturalmente c'è la possibilità di qualche trucco, qualcuno per esempio potrebbe fabbricare non false prove, ma false visioni. Da qui una corsa contro il tempo, che è breve.

MINORITY REPORT è un originale e inquietante thriller futuribile che il regista Steven Spielber ha tratto da un racconto del re della fantascienza Philip K. Dick, scrittore-culto del genere (ha firmato BLADE RUNNER e ATTO DI FORZA, fra gli altri, e scusate se è poco).

L'azione prevale (ritroviamo il Cruise delle Missioni impossibili e non è necessariamente un male) e giù il cappello davanti agli effetti speciali.
Cose che fanno capire che Spielberg ha fatto prevalere la ricerca del successo di pubblico rispetto ai significati letterari.

Il film comunque c'è.

Rimane solo l'atroce dilemma per il gentil sesso: è più fascinoso il collaudato Tom Cruise o Colin Farrell?

L'IMPERO DEL SOLE

Shanghai, 1941. Jim Graham (Christian Bale) ha undici anni: canta nel coro della chiesa, colleziona modellini di aerei, sogna di fare il pilota, partecipa a feste mascherate.

La fanciullezza dorata finisce all’alba della guerra cino-giapponese e il piccolo, figlio di un ricco diplomatico inglese si trova nel bel mezzo dei furori guerreschi.

Mentre i giapponesi bombardano a tutta randa e occupano la città, il ragazzino non ritrova più i genitori, dispersi chissà dove nella confusione del fuggi-fuggi generale, nel trionfo più totale del panico.

La sua casa è requisita e saccheggiata e lui, rimasto solo, deve arrangiarsi.

Fa lega con due soldatacci americani, Basie (John Malkovic) e Frank (Joe Pantoliano) che lo istruiscono e così impara a sopravvivere nella città preda del caos e nel campo di internamento, ormai scuola di vita, in cui assiste a penosissime scene.

Si ciba di vermi per vincere la fame e si salva a stento dalle rappresaglie nipponiche, ma non cessa dall'entusiasmarsi per le imprese aviatorie. Addirittura in visibilio lo mandano i cerimoniali recitati dai kamikaze prima di partire per le loro azioni suicide.

Si arriva così al 1945, quando Jim un giorno d'agosto vede un lampo accecante di luce bianca (è l'atomica su Nagasaki), poi perde un coetaneo con cui ha fraternizzato, ed esulta per l'arrivo dei parà americani. Fuori di senno per quanto ha visto e patito, il ragazzo finisce col ritrovare i genitori, ma il suo abbraccio alla mamma è senza sorrisi benché la città sia in festa per la liberazione.

Chissà da quante cicatrici è rimasto segnato...

L'IMPERO DEL SOLE è un appassionato e interminabile dramma di Steven Spielberg, fino ad allora maestro del fantastico, che dimostra di aver anche talento psicologico.

La prima mezz’ora è davvero grande cinema e alcune sequenze d’azione (il tragico distacco in mezzo alla folla tra madre e figlio) sono memorabili.

Il giovanissimo protagonista, Christian Bale, è uno dei rari bimbi prodigio che, crescendo, ha saputo mantenere uno standard interpretativo di alto livello.

SCHINDLER'S LIST

Cracovia, 1939. L'industriale tedesco Oskar Schindler (Liam Neeson), sposato con la mite e cornutissima Emilie (Caroline Goodall) , è tutto pappa e ciccia con i gerarchi nazisti, non tanto per convinzione quanto per la possibilità di ottimi affari e relativi guadagni.

Convince con facilità, vista anche la situazione senza sbocchi, gli ebrei confinati nel ghetto ad affidargli i loro ormai inutili risparmi da investire in una fabbrica di pentolame, dove si sgobba per molte ore al giorno sotto lo sguardo vigile del contabile Isaac Stern (Ben Kingsley). Insomma forza lavoro e capitali a buon mercato, la strada in discesa per arricchirsi.

Fino a che rimane improvvisamente scosso dalle deportazioni di massa e, pur continuando nei suoi intrallazzi, diventa il salvatore di molti suoi "dipendenti", riuscendone a sottrarre più di 1100 (la famosa "lista") dalle grinfie del sadico comandante Amon Goeth (Ralph Fiennes), impiegandoli a costruire granate. Volutamente difettose.

Quando finirà questa maledetta guerra?

Da una storia vera, opportunamente romanzata, è tratto il film, forse non il migliore, ma sicuramente quello più moralmente ambizioso, superbo e sconvolgente di Steven Spielberg: un film sulle atrocità dell'Olocausto, un bianco e nero stilisticamente affascinante, prodigo di emozioni forti, che colpisce nei sentimenti, ricco di tensione, sapiente nei passaggi dal documento al romanzesco, dai momenti epici a quelli psicologici. Con il minimo tasso di ruffianeria, come la partenza finale di Schindler, che è l'unica vera caduta del film, un cedimento alla drammaturgia hollywoodiana, alla sua retorica sentimentale e buonista.

Liam Neeson rende con grande efficacia le contraddizioni del personaggio e la sua trasformazione da freddo capitalista intrallazzone a salvatore di vite umane. L'inglese Ralph Fiennes interpreta in maniera perfetta il paranoico e mortale comandante del campo Plaszow. Memorabile Ben Kingsley nella parte dell'ebreo polacco, contabile, suggeritore e un po' eminenza grigia di Schindler. Il tizio che rimane calmo in mezzo al tragedia.

Giustamente e meritatamente coperto con una valanga di Oscar, ben sette: film, regia, fotografia di Janusz Kaminski (in bianconero,come suddetto, tranne prologo ed epilogo), musica di John Williams, montaggio, scenografia e sceneggiatura. Quel rosso del cappottino della bambina, che domina sul bianco e nero, che cerca di sfuggire al rastrellamento è una piccola invenzione poetica, un esempio del modo con cui gli effetti speciali possano colpire senza fracasso.

In silenzio.

Al cuore.