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007 SKYFALL

Istanbul. Mentre fa a cazzotti con un killer sul tetto di un treno in corsa, l'agente speciale James Bond (Daniel Craig), in missione per conto della Regina, della Patria e di M (Judi Dench)  è colpito da una pallottola amica.

L'agente con licenza di uccidere doveva recuperare un file prezioso che conteneva i nomi degli agenti infiltrati del MI6.

Precipitato e disperso dentro una cascata, Bond viene dichiarato morto e compianto in un formale necrologio. A redigerlo è M, che lo ha sacrificato senza riuscire a recuperare il maltolto. Pubblicate su internet le identità degli agenti operativi, M è chiamata a rispondere della questione e della sua gestione davanti al governo britannico che vorrebbe le sue dimissioni.

Bond, intanto, anche se un po' ammaccato, è sopravvissuto alla ‘caduta’ e alla inoperosità, ed è richiamato a Londra e al dovere da un attentato gravissimo alla sede del MI6. L’obiettivo è M, il criminale è Silva (Javier Bardem), un ex agente ‘venduto’ e torturato che ha coltivato la vendetta e adesso chiede il conto al suo ex direttore dell'antico risentimento.

Figli putativi della stessa M(amma), Bond e Silva si confronteranno a colpi di pistola, fino a esplodere o a implodere il loro passato.

SKYFALL, il ventitreesimo lunghissimo episodio della saga bondiana, è uno spettacolo magnifico, con un Daniel Craig in gran forma, a cui è stata aggiunta filosofia e una manciata di chiacchiere. Uno svecchiamento non indifferente quello operato con questa pellicola, che riesce a scrollarsi da dosso, in un batter d'occhio, 50 anni di polvere

Della lunga carrellata di cattivi che ostacolano le missioni della celebre spia britannica, il platinato Silva di Javier Bardem è senz'altro uno dei più melliflui e raccapriccianti.

Belle (come al solito) le location.

Due (eccessivi)  Oscar e un record di incassi internazionali. Nel suo genere un film riuscito.

STRANGE DAYS

Los Angeles, 30 dicembre 1999. È il penultimo giorno del penultimo anno del millennio, gli ultimi momenti del 20° secolo, e in città la gente aspetta il ventunesimo secolo soltanto come un altro spettacolo: qualcosa di nuovo e scottante da seguire subito in tv.

La fine di un millennio di un mondo in rovina, in preda all'anarchia, duramente repressa dalle forze dell'ordine in perenne assetto antisommossa.

Intanto il ruvidissimo ex poliziotto Lenny Reno (Ralph Fiennes), anche se turbato per l'abbandono dell'amata rockettara Faith (Juliette Lewis), traffico con lo squid, una nuova droga prelevata dalla corteccia cerebrale e che permette di vivere in prima persona esperienze altrui, con un effetto di assoluta sostituzione dell'io.
L'affare diventa rischioso quando trova la registrazione dell'assassinio del cantante di successo di colore Jeriko One: incredibile, sono stati due agenti a sparare a sangue freddo.

Diffondo la notizia, con le devastanti conseguenze di guerra civile interrazziale, o me lo tengo stretto?

In ogni caso sono nei guai. Mi posso fidare solo di due persone: la bella nera Mace (Angela Bassett), micidiale guardiaspalle dei vip, e il cinico ex agente Max Peltier (Tom Sizemore).

STRANGE DAYS  della dotatissima (e futura premio Oscar) regista Kathryn Bigelow, è un thriller fantascientifico, astratto e realistico, scritto e sceneggiato dal suo ex marito, il mitico James Cameron, traendo spunto dai tumulti razziali scoppiati nel 1992 negli Stati Uniti, seguiti al pestaggio di Rodney King da parte di 4 poliziotti.

La meta-visione del pubblico crea un corto circuito percettivo spiazzante e disorientante: chi guarda cosa con gli occhi di chi? Questa estremizzazione del vouyerismo raggiunge l'acme nell'episodio dello stupro di una prostituta (la Bigelow è la prima regista donna a filmare una violenza sessuale).
Nel cast anche la solita "ragazza sballata" Juliette Lewis.

JULIETTE LEWIS
C'è pure spazio per qualche sentimentalismo qua e là, che non guasta ma il futuro è il solito: buio, corrotto e sballato. C'è lo stereotipo della polizia colpevole, ma con singoli funzionari tutti di un pezzo che restituiscono fiducia alla gente (ma che gente).

Certo a guardarlo oggi l'atmosfera ha perso un po' di fascino: il 2000 è arrivato e, nonostante la presenza di Mario Monti e Pierluigi Bersani, il futuro descritto con così cupo pessimismo, da un pezzo è diventato già ieri senza eccessivi traumi.

UN AMORE A CINQUE STELLE

New York. La formosa ragazza madre Marisa Ventura (Jennifer Lopez) vive nel Bronx con il figlio, ma sgobba come cameriera in un albergo a 5 stelle di Manhattan, il Beresford Hotel. Marisa aspira a una condizione migliore, ma la vita gli ha insegnato a contare solo su stessa e a restare con i piedi piantati per terra.

Un giorno al Beresford capita Christopher Hall (Ralph Fiennes), l'affascinante rampollo di una dinastia di politici, che adesso corre nientemeno che per un seggio al Senato. Per un divertente equivoco, conosce Marisa erroneamente ritenuta una facoltosa cliente dell'albergo.

La sbigottita fanciullona sta al gioco, complice una serata di gala dall'ingenuo paperone. I due si innamorano e la giovane assapora per un attimo il gusto della celebrità prima che le cose tornino al loro giusto posto... Ma che sarà mai una differenza di qualche milione, se due cuori battono in sintonia?

UN AMORE A CINQUE STELLE è una fiacca commediola sentimentale, che tenta spudoratamente di ripetere gli esiti artistici (e soprattutto commerciali) di PRETTY WOMAN e che corrobora il traballante sogno americano. All'evidente mancanza di originalità unisce un'irrimediabile avversione per le battute decenti. Risultato al di sotto della sufficienza per l'eccessivo uso di luoghi comuni e stereotipi che rendono tutto terribilmente già visto e sentito.



Neanche dimenando il più bello e vistoso popò di Hollywood (e non solo), Jennifer Lopez, a proprio agio, riesce a scuotere dal torpore l'inebetito Ralph Fiennes, che mette in evidenza le difficoltà con i ruoli brillanti e si fa rubare la scena da un trio di magnifici caratteristi.

SCHINDLER'S LIST

Cracovia, 1939. L'industriale tedesco Oskar Schindler (Liam Neeson), sposato con la mite e cornutissima Emilie (Caroline Goodall) , è tutto pappa e ciccia con i gerarchi nazisti, non tanto per convinzione quanto per la possibilità di ottimi affari e relativi guadagni.

Convince con facilità, vista anche la situazione senza sbocchi, gli ebrei confinati nel ghetto ad affidargli i loro ormai inutili risparmi da investire in una fabbrica di pentolame, dove si sgobba per molte ore al giorno sotto lo sguardo vigile del contabile Isaac Stern (Ben Kingsley). Insomma forza lavoro e capitali a buon mercato, la strada in discesa per arricchirsi.

Fino a che rimane improvvisamente scosso dalle deportazioni di massa e, pur continuando nei suoi intrallazzi, diventa il salvatore di molti suoi "dipendenti", riuscendone a sottrarre più di 1100 (la famosa "lista") dalle grinfie del sadico comandante Amon Goeth (Ralph Fiennes), impiegandoli a costruire granate. Volutamente difettose.

Quando finirà questa maledetta guerra?

Da una storia vera, opportunamente romanzata, è tratto il film, forse non il migliore, ma sicuramente quello più moralmente ambizioso, superbo e sconvolgente di Steven Spielberg: un film sulle atrocità dell'Olocausto, un bianco e nero stilisticamente affascinante, prodigo di emozioni forti, che colpisce nei sentimenti, ricco di tensione, sapiente nei passaggi dal documento al romanzesco, dai momenti epici a quelli psicologici. Con il minimo tasso di ruffianeria, come la partenza finale di Schindler, che è l'unica vera caduta del film, un cedimento alla drammaturgia hollywoodiana, alla sua retorica sentimentale e buonista.

Liam Neeson rende con grande efficacia le contraddizioni del personaggio e la sua trasformazione da freddo capitalista intrallazzone a salvatore di vite umane. L'inglese Ralph Fiennes interpreta in maniera perfetta il paranoico e mortale comandante del campo Plaszow. Memorabile Ben Kingsley nella parte dell'ebreo polacco, contabile, suggeritore e un po' eminenza grigia di Schindler. Il tizio che rimane calmo in mezzo al tragedia.

Giustamente e meritatamente coperto con una valanga di Oscar, ben sette: film, regia, fotografia di Janusz Kaminski (in bianconero,come suddetto, tranne prologo ed epilogo), musica di John Williams, montaggio, scenografia e sceneggiatura. Quel rosso del cappottino della bambina, che domina sul bianco e nero, che cerca di sfuggire al rastrellamento è una piccola invenzione poetica, un esempio del modo con cui gli effetti speciali possano colpire senza fracasso.

In silenzio.

Al cuore.