Visualizzazione post con etichetta tom sizemore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta tom sizemore. Mostra tutti i post

PIANETA ROSSO

2050. La Terra è ormai agli ultimi giri visto che l'inquinamento e lo sfruttamento massivo delle risorse da parte dell'uomo cattivo sta per renderla invivibile.

Sull'orlo del disastro ecologico, gli scienziati cercano un'altra "casa".

Con alcuni esperimenti, allora provano a rendere abitabile Marte, in modo che una colonia di terrestri possa iniziare una nuova civiltà.

Il progetto sul pianeta relativamente vicino, dopo un promettente avvio, fallisce.

Per capirne i motivi viene inviato nell'orbita marziana un equipaggio composto da Kate Bowman (Carrie-Anne Moss), che ne ha il comando, cinque uomini e un robot.

Quando l'astronauta Robby Gallagher (Val Kilmer) e gli scienziati Quinn Burchenal (Tom Sizemore) e Bud Chantillas (Terrence Stamp), provano a toccare il suolo marziano, si schiantano rovinosamente contro il pianeta rosso .

L'equipaggio è arenato in un ambiente inospitale, senza possibilità di comunicare, mentre la donna lotta disperatamente per trovare un modo per riportarli a casa.

A peggiorare le cose, il robot che è stato progettato per servirli e proteggerli è andato in tilt, e ora sta cercando di cacciarli come prede.

Riusciranno a salvarsi dal'ambiente ostile e dal mortale nemico?

PIANETA ROSSO (Red Planet), quasi contemporaneo a MISSION TO MARS, (certo uno dei film meno riusciti di Brian De Palma), affronta in pratica lo stesso argomento in un film che è più francamente d'evasione rispetto al precedente.

Discreto per quanto riguarda gli effetti speciali (soprattutto l'incendio in assenza di gravità nda) e i credibili paesaggi marziani, il film di Anthony Hoffman si basa però su una storia decisamente troppo scontata, senz’anima, senza poesia, con dialoghi ultramediocri.

Purtroppo la sola fotogenia della bella Carrie-Ann Moss in canottiera non basta a dare linfa a un tipo di storia che risulta poco originale.

A dir poco.

Trattasi di fantascienza apparentemente di seria A, a cominciare dal cast di rilievo e l'alto budget, ma PIANETA ROSSO è solo un'occasione sprecata.

STRANGE DAYS

Los Angeles, 30 dicembre 1999. È il penultimo giorno del penultimo anno del millennio, gli ultimi momenti del 20° secolo, e in città la gente aspetta il ventunesimo secolo soltanto come un altro spettacolo: qualcosa di nuovo e scottante da seguire subito in tv.

La fine di un millennio di un mondo in rovina, in preda all'anarchia, duramente repressa dalle forze dell'ordine in perenne assetto antisommossa.

Intanto il ruvidissimo ex poliziotto Lenny Reno (Ralph Fiennes), anche se turbato per l'abbandono dell'amata rockettara Faith (Juliette Lewis), traffico con lo squid, una nuova droga prelevata dalla corteccia cerebrale e che permette di vivere in prima persona esperienze altrui, con un effetto di assoluta sostituzione dell'io.
L'affare diventa rischioso quando trova la registrazione dell'assassinio del cantante di successo di colore Jeriko One: incredibile, sono stati due agenti a sparare a sangue freddo.

Diffondo la notizia, con le devastanti conseguenze di guerra civile interrazziale, o me lo tengo stretto?

In ogni caso sono nei guai. Mi posso fidare solo di due persone: la bella nera Mace (Angela Bassett), micidiale guardiaspalle dei vip, e il cinico ex agente Max Peltier (Tom Sizemore).

STRANGE DAYS  della dotatissima (e futura premio Oscar) regista Kathryn Bigelow, è un thriller fantascientifico, astratto e realistico, scritto e sceneggiato dal suo ex marito, il mitico James Cameron, traendo spunto dai tumulti razziali scoppiati nel 1992 negli Stati Uniti, seguiti al pestaggio di Rodney King da parte di 4 poliziotti.

La meta-visione del pubblico crea un corto circuito percettivo spiazzante e disorientante: chi guarda cosa con gli occhi di chi? Questa estremizzazione del vouyerismo raggiunge l'acme nell'episodio dello stupro di una prostituta (la Bigelow è la prima regista donna a filmare una violenza sessuale).
Nel cast anche la solita "ragazza sballata" Juliette Lewis.

JULIETTE LEWIS
C'è pure spazio per qualche sentimentalismo qua e là, che non guasta ma il futuro è il solito: buio, corrotto e sballato. C'è lo stereotipo della polizia colpevole, ma con singoli funzionari tutti di un pezzo che restituiscono fiducia alla gente (ma che gente).

Certo a guardarlo oggi l'atmosfera ha perso un po' di fascino: il 2000 è arrivato e, nonostante la presenza di Mario Monti e Pierluigi Bersani, il futuro descritto con così cupo pessimismo, da un pezzo è diventato già ieri senza eccessivi traumi.

INCONTRIAMOCI A LAS VEGAS

Las Vegas. Sono nei guai gli organizzatori della serata del match per il mondiale di Tyson: cercano disperatamente un sottoclou visto che i designati si sono spalmati: uno per la coca in eccesso, l'altro su un palo.

50 mila dollari a cranio è l'offerta dei ricchi proprietari di Hotel-Casinò. E i due pugili disoccupati di Los Angeles, gli amici Cesar Dominguez (Antonio Banderas) e Vince Boudreau (Woody Harrelson) accettano di corsa.

Quindi, imbarcata la disinvolta Grace (Lolita Davidovich), fidanzata del primo ed ex del secondo, si mettono in viaggio nel deserto, dove tra un amarcord e una litigata raccolgono la sboccata Lia (Lucy Liu).

INCONTRIAMOCI A LAS VEGAS è una passabile quanto poco conosciuta commedia, che racconta in modo incisivo la rude amicizia tra i due protagonisti.

Peccato per il linguaggio (anche se sono pugili mica scolaretti), eccessivamente sguaiato, tra battute e doppi sensi a sfondo sessuale, di cui si fanno portavoce anche le due voluttuose signorine, fino al finale forse troppo caramelloso.

Meglio la prima parte, che sembra quasi un road movie.

Da segnalare la sfilata di divi attorno al ring del Mandala Bay.

HEAT - LA SFIDA

Los Angeles. Il professionista del crimine (specialità della casa: rapine) Neil McCauley (Robert De Niro), che rispetta la competenza delinquente e l'amicizia virile, a capo di una piccola ma selezionata banda, sta arricchendo la lunga carriera con un colpo clamoroso: l'assalto a un furgone blindato ben fornito.

Purtroppo il solito componente folle ammazza, senza motivo plausibile e a sangue freddo, due guardie, obbligando il capo a farlo fuori (una cosa è la rapina, un'altra è l'omicidio).

Allo stesso tempo tempo però il nevrotico tenente Vincent Hanna (Al Pacino) è chiamato a scatenare l'instancabile caccia. Il poliziotto è un uomo logoro, infelice nella vita privata, che rispetta la professionalità, non ammette la sconfitta, è insofferente: “Comprensione? L'abbiamo finita ieri. Oggi non abbiamo tempo”.

Mentre il piedipiatti scarica la terza moglie Justine (Diane Venora), il gangster si innamora della bella grafica Eady (Amy Brenneman). Non intende tornare in prigione mai più e pur se intende compiere un ultimo colpo decisivo prima di ritirarsi dal crimine per andare lontano insieme con la ragazza di cui s'é innamorato, ha un saldo principio: “Non far entrare nella tua vita niente da cui tu non possa sganciarti in trenta secondi netti”

È il confronto tra due professionisti. Il professionista del crimine, è la preda; il poliziotto, professionista nella lotta contro il crimine, è il cacciatore. Per entrambi la professione è una vocazione, quasi un'ossessione. Cacciatore e lepre si incontrano alla tavola calda: ricordati il settimo comandamento. Le ultime parole famose.

Purtroppo il tirapiedi Chris Shiherlis (Val Kilmer) perde la testa per le infedeltà della bionda consorte Charlene (Ashley Judd) e la faccenda , anche per via di uno spione, si complica.

HEAT - LA SFIDA è un poliziesco/action metropolitano (strutturato come un western) ambizioso e struggente, logorroico e romantico, fascinoso e coinvolgente, che circoscrive l'azione (ma la rapina iniziale è fantastica per ritmo e montaggio) per indugiare sulla descrizione dei caratteri dei personaggi e del loro ambiente familiare, che è notevole.

Diretto dal regista Michael Mann, con un cast di lusso, rimane un film assai personale e, nel suo genere, uno dei più intensi del decennio nel suo rischioso equilibrio tra azione e scavo psicologico.
Inevitabile per lo spettatore il confronto tra i grandi istrioni italoamericani, per la seconda volta insieme ( erano stati insieme nel cast del Padrino - Parte II di Francis Ford Coppola, ma senza mai incontrarsi nella stessa scena), un De Niro asciutto, sotto le righe, e Al Pacino, teatrale, sopra le righe.

Tutt'e due, in momenti differenti dei Sessanta, hanno studiato recitazione ai mitici Studios, ricavando dallo stesso maestro insegnamenti opposti: lo stile d'interpretazione di De Niro è tutto interiore, minimalista, profondo; quello di Pacino è tutto esteriore, gridato, furente.

Stabilire quale dei due sia più bravo è questione di gusti: io me li incarto e porto a casa con gusto entrambi.

Stavolta, durante le due ore e tre quarti di Heat, sono uno accanto all'altro unicamente in un paio di scene cruciali: un incontro al caffè (quasi un omaggio alle loro carriere nda) in cui criminale e poliziotto debbono riconoscersi simili nella malinconia di vite perdute e nella contemplazione sfiduciata del mondo, facce differenti d'un analogo destino di morte, paure, violenze, inseguimenti, solitudine; e il duello finale nel quale uno soltanto può restare vivo ed è molto difficile digerire che uno dei due perda.

Molto interessante l'uso del suono nella scena iniziale dell'assalto al furgone: tutto avviene in un silenzio rotto appena da rumori funzionali, senza musiche invadenti, senza parole né dilatazioni sonore.

Questa inconsueta afonia dà alle operazioni criminali e poliziesche il senso d'una efficienza veloce, sicura, e insieme la solennità del rito che più si ripete nelle nostre metropoli (non con la stessa grazia recitativa, purtroppo).

Passenger 57 - Terrore ad alta quota

New York. In un anno, lo spietato e astutissimo dinamitardo psicopatico, aristocratico ed inglese Charles Rane (Bruce Payne) ha compiuto quattro attentati ad altrettanti aerei.

Ora che l'Fbi l'ha finalmente arrestato, bisogna portarlo a Los Angeles per il giusto processo: visti i precedenti dell'imputato sarebbe meglio il bus o, al massimo, il treno, pazienza se ci metteremo un pò di più.

Macchè, gli prenotano un posto sul primo volo.

Casualmente qualche fila più indietro è seduto il miglior specialista della sicurezza in circolazione, il possente nero John Cutter (Wesley Snipes), addestrato per bene e con coraggio da vendere, come suol dirsi.

Che spavento quando il glaciale cattivo, con l'aiuto dei suoi complici, si libera dalle manette, ammazza i suoi carcerieri e qualche passeggero, e si mette alla cloche, che manco un pilota dell'Alitalia.

PASSENGER 57 - TERRORE AD ALTA QUOTA è uno scorrevole ma tipico action anni '90, un dramma/poliziesco spettacolare e fragoroso, strettamente imparentato con il filone catastrofico degli aerei di linea, di cui conserva l'intelaiatura, amplificandone, se possibile, il tasso già stratosferico di improbabilità.

Diretto da Kevin Hooks e ampiamente farcito di tutti gli espedienti più visti del genere, è comunque prodotto, data la brevità e la buona dose di autoironia, più che commestibile.

I momenti più riusciti sono le varie colluttazioni in cui un simpatico ed atletico Wesley Snipes d'annata mostra la sua destrezza nelle arti marziali.

Per il resto tra situazioni già viste (ostaggi uccisi a sangue freddo) e qualche riempitivo (la hostess) la pellicola, lunga solo 84 minuti, scorre in fretta.

BLACK HAWK DOWN

Il sole continua a splendere ignorando i disastri della guerra, la notte continua a scendere nel tempo della fame.

Se non è mai facile distinguere le ragioni dal torto, questa volta, almeno per me, non è così. Questo film prende spunto da un pezzo di Storia recente. Storia il cui ricordo degli accadimenti e del relativo significato è stato letteralmente vaporizzato, o meglio, vista l’ambientazione, polverizzato. Come se non fosse mai successo. Probabilmente travolto, surclassato, annichilito da avvenimenti più importanti. Siamo stati spettatori, attraverso la televisione, di quelle sequenze da video-game proposto con le ombre che si muovono su di un fondale verdino, con illuminanti e sinistri squarci di bianco sul teleschermo. La guerra in Iraq ai raggi infrarossi. I bombardamenti nella notte colorata di “verde”.

Qualcuno, forse pochissimi tra l’occidentale medio, si ricorda della guerra in Somalia. Ma, a dire il vero, anche, come canta Manu Chao nella sua ultima “Rainin in paradize”, della Monrovia, Congo o Zaire, Sudan (meglio dire Darfur) e delle molte guerre di Serie B, soprattutto dell’Africa. 

Della missione umanitaria iniziata dall’ONU all’inizio degli anni novanta per salvare il paese da una tremenda carestia e che ben presto si è trasformata in una vera e propria guerra. Da una parte le forze militari ONU impegnate in missione umanitaria (Restore Hope), dall’altra le bande armate somale. L’escalation militare che comportò l’invio da parte degli Stati Uniti di truppe scelte quali i Rangers (badate bene, non Marines) e la Delta Force per cercare di riportare ordine all’interno di un paese allo sbando. Dai sacchi di derrate alimentari con la bandiera azzurro stellata si passò ben presto a proiettili ed elicotteri recanti la figura a stelle e strisce. Dai servizi televisivi che mostravano in diretta un fittizio ed imbarazzante sbarco di soldati, perfettamente attrezzati e splendidamente vestiti ton sur ton, sulle coste somale agli scontri veri e propri. 

Fino alla cosiddetta “Battaglia di Mogadiscio”. Iniziata per impedire che le derrate alimentari finissero nelle mani sbagliate. Quelle dei feroci “Signori della guerra” e delle loro milizie. Una ferita ancora aperta ma ormai passata nell’oblio. Così come tutta l’operazione somala.

Si, perchè il film in questione, del regista Ridley Scott (presentazioni inutili, nevvero?) è tratto dal libro che ripercorre la vera storia della “Battaglia di Mogadiscio”,  con l’impegno americano (Presidente Bill Clinton, passato alla storia per i sigari e le stagiste, rigorosamente serviti insieme) in una terra senza petrolio (ricordi, anima bella?) e analizza sotto la lente di ingrandimento, come già ampiamente detto, un singolo episodio della “guerriglia” somala. 

E il titolo nasce dal rafforzamento dell’uso della simbologia racchiusa nell’abbattimento dell’affidabile macchina da guerra volante, potente simbolo della superiorità tecnologica che protegge dal cielo la missione dei soldati, simbolo anche cinematografico della onnipotenza militare statunitense (come non ricordarsi della cavalleria volante di APOCALYPSE NOW), e poi di un’altro, cosa che fa dire al Gen. Garrison (Sam Shepard), dalla sua saletta di regia: “Abbiamo perso l’iniziativa”. Costretti alla difensiva. Trascinati allo scontro sul terreno.

Somalia, 3 ottobre 1993. Elmetto ben calzato, giubetto antischegge e controllare la dotazione. E’ un war-movie. Formazione di copertura. Occhi aperti. In marcia.

Dopo i 15 minuti iniziali, utili per godere della visione di un Oceano Indiano bello e pericoloso, inizia il tutto. Lo sbarco dei Rangers comincia male per il Sergente Eversmann (Josh Hartnett): il soldato Todd Blackburn cade dall’elicottero mancando la corda (il pilota dell’elicottero è costretto a virare bruscamente per evitare un razzo di un RPG, un lanciagranate a spalla di fabbricazione sovietica nda). 

”Uomo a terra. Uomo a terra”. Ed è solo l’inizio. Il sottufficiale al comando è costretto a portare subito il ferito all’edificio obiettivo e poi ritornare in postazione. Ma le cose si mettono male quando il Black Hawk di Wolkott viene abbattuto. Eversmann e i suoi devono andare sul luogo dell’impatto per soccorrere i caduti lasciando due uomini in posizione in attesa delle Jeep, che non arriveranno mai. Costringendo i due soldati, una volta accortisi di essere stati “dimenticati”, ad attraversare la città da soli, per ricongiungersi agli altri. 

Tutti i Rangers dovranno confluire sul luogo d’impatto.

Purtroppo le Jeep dovrebbero andare ancora a riprendere i feriti del Black Hawk ma la città è ormai in stato di guerra ed è fallito l’effetto sorpresa. 

Il cap. Steele e gli altri invece sono in difficoltà e non riusciranno ad arrivare al luogo dell'impatto. Anche la colonna di jeep guidati dal colonello dei Rangers McNight (Tom Sizemore) dopo vari tentativi, effettuati sotto la pressione nemica mentre attraversa i vicoli, non riesce a raggiungere il luogo d’impatto e, per i troppi feriti, deve rientrare alla base. Anche il Black Hawk di Durant viene abbattuto ed egli è l’unico a sopravvivere alla caduta. Dal loro elicottero due tiratori scelti della Delta, Shughart e Gordon, si prestano volontari e scendono a terra per coprire il Black Hawk. Moriranno nell’azione disperata e, probabilmente, persa in partenza, mentre il pilota superstite sarà catturato.

I Rangers e i Delta sono costretti così a passare la notte asserragliati nella capitale disastrata da fame e bombe.Il comando dovrà chiedere , tra gli imbarazzi comprensibili e facilmente immaginabili, aiuto ai pakistani che dispongono di mezzi blindati. Alla fine, verranno portati via.

L’azione che doveva durare trenta minuti durerà quindici ore e costerà la vita a 19 soldati americani e più di mille somali (compresi, si immagina, civili). I Sergenti della Delta Force Gary Gordon e Randy Shughart saranno i primi soldati americani a ricevere la medaglia d’onore dopo la fine della guerra del Vietnam. Michael Durant verrà rilasciato undici giorni dopo la cattura.

Dialoghi da semiologia spicciola, come da genere (filmico), anche perchè i soldati non conoscono il mito di Edipo o l’Orestiade di Eschilo. Ma acuminate come rostro. Molto rumore. Ma se volete dormire vi posso consigliare, a gratis, “Aprile” di Nan(n)i Moretti. Con me ha funzionato meglio di una intramuscolo di valeriana. Ma con questo film eviterete l’imbarazzante situazione di trovarvi costretti a mendicare, per tirarvi su, una striscia di cocaina ai vicini di casa. Non si fa. Mendicare, dico.

Black Hawk Down non racconta, non spiega, nè tenta di farlo, nulla. E’ solo la rappresentazione della guerra moderna.

La guerra rappresentata nel puro agire delle cose e degli uomini, nel movimento caotico degli stessi, con gli ordini urlati nel fragore delle armi automatiche. Con azione e reazione, onda e risacca. Con le gerarchie tenute in piedi a fatica nell’incalzare caotico della battaglia. Con la lucidità che si sbriciola sotto il peso della paura. Che tutti i soldati provano, perchè tesa alla conservazione fisica. Il coraggio è teso alla conservazione morale (Von Clausewitz nda).

Con la sulmafide a debellare le infezioni. Il plasma a salvare vite. La morfina a smorzare le urla.

Non cercate contenuto, dicevo, nel film. Troverete invece, una ammirazione estetica dell’azione di guerra, un solido cameratismo (”Nessuno resterà indietro”, neanche i caduti. E’ il motto dei Rangers) e una blanda condanna del dolore provocato da tutte le guerre. Impalpabile. Eterea. Che rende meglio visibili tutta una serie di contrasti che il film pone in fila indiana, senza parlarne. 

Con la politica, che dispone, e i militari, che operano con il bisturi nel corpo malato della realtà del campo; la lotta dei ricchi (tonnellate di viveri e attrezzature, fortini in mezzo al nulla) contro i poveri, dei bianchi contro i neri, dell’asettico e tecnologico mondo (post)moderno che si scontra con il barbaro e sanguigno mondo (pre)medioevale dell’Africa nera.

La differenza tra guerra come scontro tra eserciti regolari e guerriglia come lotta tra irregolari e gruppi scelti; lo scontro razziale tra un esercito di elite formato quasi esclusivamente da bianchi e un gruppo di uomini neri male addestrati, circondati dalla fame ma armati sino ai denti, di quelle micidiali armi inventate dal caro compagno Mikhail Timofeevich Kalashnikov e proprie di ogni esercito di straccioni. Un arma che fa dell’affidabilità il suo pregio principale. Talmente affidabile che può trasformare un bambino, o una scimmia, in un combattente. 

Non un “soldato”. Vi chiedo di fare attenzione alle parole : combattente.

Contrapposti alla figura del “Soldato”. Quell’uomo, quel cittadino, che ha il compito di saper usare, gestire e dominare la violenza. Il soldato non è un selvaggio. Ed è frutto della superiorità di una civiltà che non solo sa che la violenza è inevitabile, ma pure ha coscienza del fatto che essa deve essere usata, misurata, controllata e infine spenta in modo ordinato quando di essa non si abbia più bisogno. Una società che non sappia più l’arte del soldato, che non sappia entrare in contatto con la violenza e dominarla, rischia di essere impotente, cioè di essere spazzata via dalla Storia. E la Storia, ci piaccia o no, continua a tingere la sua tela con i colori della violenza. Che rimane, ad ardere nella vita degli uomini, anche se facciamo finta di non vederla. Trasformarla in un semplice tabù non ci salverà.

I francesi dicono: à la guerre comme à la guerre. E vuol dire che non si può andare in guerra preparati come ad una passeggiata di primavera. Da tempo, invece, noi occidentali nascondiamo le nostre guerre sotto la sabbia ipocrita degli ideali umanitari, della pace. Facendo apparire il soldato con le vesti azzurre del poliziotto Onu o con la maglietta multicolore del portatore di pace. Con la pretesa di vincere senza sparare un colpo. Con micidiali bordate di aria fritta. In Italia, con fenomenale esercizio di trombonismo sociopolitico veltronian-sinistrese. Popolo di eroi, non di eserciti.

Alcuni hanno paragonato BLACK HAWK DOWN al britannico ZULU DAWN (1979, Burt Lancaster e Peter O’Toole, tra gli altri) , paragone dettato dalla similitudine delle sconfitte (la cocente sconfitta del “moderno” esercito britannico contro la massa Zulu ad Isandlwana. 22 gennaio 1879). Anche qui il nemico è un branco senza individualità (magari qualcuno, quando scende dalle “tecniche”, le jeep armate tipiche di quell’area del Corno d’Africa, sembra più un esponente delle gangs di Los Angeles), motivato soltanto a uccidere ; i soldati bianchi si asserragliano in un fortino e, alla fine, arrivano i nostri. 

La perizia registica di Ridley Scott, che racconta in uno stile asciutto e pure concitato una drammatica storia vera che segnò una clamorosa disfatta per gli USA, è fuori discussione; la suspense che s’instaura nella prima parte, è efficace.

Anche se qui e là, il film sparge pillole di umanitarismo, è un war-movie da capo a fondo: senza un solo personaggio femminile, non un melodramma d’amore travestito da storia bellica quale era, per esempio, ‘Pearl Harbour’”.

Per stomaci forti. Per chi, come me, cerca di evitare le esaltazioni mistiche del bellicismo senza cadere nelle illusioni delle anime belle.

“….cavalli e cavalieri a combattere in un vortice di polvere tra alberi frondosi, sotto cieli screziati di nuvole dorate….”

Altri tempi. Buona visione.