Visualizzazione post con etichetta natalie portman. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta natalie portman. Mostra tutti i post

AMICI, AMANTI E...

Los Angeles. Si erano conosciuti da piccoli nel campeggio Adam (Ashton Kutcher)  e Emma (Natalie Portman) e lui, da vero cavaliere, le aveva chiesto delicatamente "Ti posso masturbare?".

Offerta respinta, per la cronaca.

I due si ritrovano di sfuggita e si ripresentano uno, due e tre volte, prima dello scoccare della scintilla, undici anni dopo il primo incontro e diventare compagni di letto: una 'trombamicizia', il termine "tecnico".

Perché Emma non ne vuole proprio sapere di innamorarsi e Adam da parte sua ha una fidanzata molto disinibita da dimenticare, che ha sedotto il suo celebre padre (Kevin Kline)
e lo frequenta sessualmente, con il proposito (labile) di sposarlo.


Decisi a rinunciare a qualsivoglia coinvolgimento sentimentale, Emma e Adam cercano di realizzarsi nelle rispettive carriere e di ‘amarsi' nelle pause, nella ricreazione, negli intervalli delle loro vite a tempo pieno.
Dottoressa tirocinante lei, assistente televisivo con una sceneggiatura nel cassetto lui, gli amanti provano a dimostrare sopra e sotto le lenzuola che un uomo e una donna possono essere amici.

Il minuetto degli amplessi va avanti fino a quando il cuore non prenderà il sopravvento, facendo strike delle regole e delle resistenze.

AMICI, AMANTI E... è una commediola sentimentale diretta da Ivan Reitman che ripropone, almeno negli estenuanti tira e molla dei due indecisi protagonisti, sul versante solare della costa il vecchio dilemma di Harry e Sally: uomini e donne possono realmente essere amici?

Emma e Adam si attraggono e si sfuggono lungo il corso della loro amicizia disseminata in anni di incontri episodici e casuali e poi rafforzata da una frequentazione quotidiana piena di sesso disinvolto e di regole da onorare: niente coccole, niente sguardi languidi, niente appuntamenti, niente luci di candela, niente recapiti da contattare in caso di emergenza. Sesso intenso e un nuovo disordine amoroso sembrano governare e regolare la nuova commedia sentimentale.
La nouvelle vague della commedia romantica americana vuole ragazze refrattarie al legame serio, belloni dal cuore tenero... e lo scontato happy end.

In sintesi però, malgrado il clima di spensierata superficialità, non si ride mai, tutto appare molto telefonato e il film poteva durare anche 20 minuti di meno. 20 sbadigli risparmiati.



HEAT - LA SFIDA

Los Angeles. Il professionista del crimine (specialità della casa: rapine) Neil McCauley (Robert De Niro), che rispetta la competenza delinquente e l'amicizia virile, a capo di una piccola ma selezionata banda, sta arricchendo la lunga carriera con un colpo clamoroso: l'assalto a un furgone blindato ben fornito.

Purtroppo il solito componente folle ammazza, senza motivo plausibile e a sangue freddo, due guardie, obbligando il capo a farlo fuori (una cosa è la rapina, un'altra è l'omicidio).

Allo stesso tempo tempo però il nevrotico tenente Vincent Hanna (Al Pacino) è chiamato a scatenare l'instancabile caccia. Il poliziotto è un uomo logoro, infelice nella vita privata, che rispetta la professionalità, non ammette la sconfitta, è insofferente: “Comprensione? L'abbiamo finita ieri. Oggi non abbiamo tempo”.

Mentre il piedipiatti scarica la terza moglie Justine (Diane Venora), il gangster si innamora della bella grafica Eady (Amy Brenneman). Non intende tornare in prigione mai più e pur se intende compiere un ultimo colpo decisivo prima di ritirarsi dal crimine per andare lontano insieme con la ragazza di cui s'é innamorato, ha un saldo principio: “Non far entrare nella tua vita niente da cui tu non possa sganciarti in trenta secondi netti”

È il confronto tra due professionisti. Il professionista del crimine, è la preda; il poliziotto, professionista nella lotta contro il crimine, è il cacciatore. Per entrambi la professione è una vocazione, quasi un'ossessione. Cacciatore e lepre si incontrano alla tavola calda: ricordati il settimo comandamento. Le ultime parole famose.

Purtroppo il tirapiedi Chris Shiherlis (Val Kilmer) perde la testa per le infedeltà della bionda consorte Charlene (Ashley Judd) e la faccenda , anche per via di uno spione, si complica.

HEAT - LA SFIDA è un poliziesco/action metropolitano (strutturato come un western) ambizioso e struggente, logorroico e romantico, fascinoso e coinvolgente, che circoscrive l'azione (ma la rapina iniziale è fantastica per ritmo e montaggio) per indugiare sulla descrizione dei caratteri dei personaggi e del loro ambiente familiare, che è notevole.

Diretto dal regista Michael Mann, con un cast di lusso, rimane un film assai personale e, nel suo genere, uno dei più intensi del decennio nel suo rischioso equilibrio tra azione e scavo psicologico.
Inevitabile per lo spettatore il confronto tra i grandi istrioni italoamericani, per la seconda volta insieme ( erano stati insieme nel cast del Padrino - Parte II di Francis Ford Coppola, ma senza mai incontrarsi nella stessa scena), un De Niro asciutto, sotto le righe, e Al Pacino, teatrale, sopra le righe.

Tutt'e due, in momenti differenti dei Sessanta, hanno studiato recitazione ai mitici Studios, ricavando dallo stesso maestro insegnamenti opposti: lo stile d'interpretazione di De Niro è tutto interiore, minimalista, profondo; quello di Pacino è tutto esteriore, gridato, furente.

Stabilire quale dei due sia più bravo è questione di gusti: io me li incarto e porto a casa con gusto entrambi.

Stavolta, durante le due ore e tre quarti di Heat, sono uno accanto all'altro unicamente in un paio di scene cruciali: un incontro al caffè (quasi un omaggio alle loro carriere nda) in cui criminale e poliziotto debbono riconoscersi simili nella malinconia di vite perdute e nella contemplazione sfiduciata del mondo, facce differenti d'un analogo destino di morte, paure, violenze, inseguimenti, solitudine; e il duello finale nel quale uno soltanto può restare vivo ed è molto difficile digerire che uno dei due perda.

Molto interessante l'uso del suono nella scena iniziale dell'assalto al furgone: tutto avviene in un silenzio rotto appena da rumori funzionali, senza musiche invadenti, senza parole né dilatazioni sonore.

Questa inconsueta afonia dà alle operazioni criminali e poliziesche il senso d'una efficienza veloce, sicura, e insieme la solennità del rito che più si ripete nelle nostre metropoli (non con la stessa grazia recitativa, purtroppo).

STAR WARS EPISODIO II - L'ATTACCO DEI CLONI

Lassù tra le galassie, vattelapesca dove, in un lontanissimo futuro. La graziosa Amidala (Natalie Portman), ora senatrice (retrocessione?) corre pericolo di vita: ci sono dei ribelli che vogliono toglierla di mezzo, l'intento è naturalmente sovvertire l'ordine costituito.

Scampata a un attentato dei separatisti, ora vegliano su di lei il solito Jedi Obi-Wan-Kenobi (Ewan McGregor) e la new entry Anakin Skywalker (Hayden Christensen) che ormai stracotto, ignora il "divieto d'amare" della sua casta e si innamora di Amidala-Giulietta e, con castissimo scambio di baci, la segue sul tranquillo pianeta Naboo.

Dopo aver invano tentato di salvare la mamma ferita a morte, e non prima di averla sanguinosamente vendicata (il primo passo verso il lato oscuro, un passo deciso e influenzato non dal solito atto di malvagità, quanto da una conseguenza del tutto umana) raggiunge il suo compagno d'armi per dare battaglia al perfido conte Dooku (Christopher Lee), con la Repubblica ormai sull’orlo dei caos politico e un movimento separatista formato da centinaia di pianeti e potenti corporazioni pronti alla guerra.

Fuori le spade laser, miei prodi.

STAR WARS EPISODIO II - L'ATTACCO DEI CLONI è un convulso e fragoroso fumetto galattico di George Lucas, quinto dei sei episodi e secondo dei tre prequel (roba da matematici e calcolatrici) di indubbia spettacolarità ed elefantiaca lentezza.

Il digitale è perfetto, con grande spreco di fantasia, il patinato non è migliorabile, gli intrecci stellari sono stati tutti esplorati. Rimaneva il sentimento, l'amore da inserire nel calderone.
La macchina degli effetti affianca la macchina degli affetti. Il dispositivo visivo prova a non schiacciare le psicologie (il dolore e l’amore offuscano l’animo di Anakin e preludono al suo tragico destino).

Pur con la scenografia naturale del lago di Como inserito come dolce culla di promessi sposi (quel ramo…), è evidente l'incapacità di accendere i cuori.

Come un archeologo digitale, il filmmaker George Lucas porta alla luce i reperti, gli strati geologici, gli utensili (doni, droidi, spade, navicelle, pezzi di ricambio, creature umane e protoumanoidi), i frammenti di una civiltà fantasy, di un’era proiettata nello spazio infinito, di un universo parallelo dove, come al di là di uno specchio e per simmetria, cavalieri erranti, senatori, antichi maestri, principesse bellissime, mercanti e separatisti sono i protagonisti di una lotta tra Repubblica e impero.

Contano il potere e l’egemonia e conta un karma misterioso, tecnologicamente avanzato eppure sentimentalmente arcaico.

Male e Bene. Edipo. Le cose, gli affetti, le emozioni frenate da una saggezza in cui il desiderio è interdetto.

STAR WARS EPISODIO I - LA MINACCIA FANTASMA

Naboo, in un futuro lontano. Parte da una questione di tasse la guerra (molto confusa) che contrappone la giovanissima regina Amidala (Natalie Portman), sovrana dell'idilliaco pianeta, al gruppo di cinici prepotenti della Federazione Commerciale, che controlla i traffici della galassia ignorando i diritti e le proteste dei legittimi governi.

Inoltre hanno invaso il pianeta.

La regina giustamente ribelle si salva con l'aiuto di due coraggiosi Jedi, il maestro Qui-Gon Jinn (Liam Neeson) e l'apprendista Obi-Wan Kenobi (Ewan McGregor), casualmente instradati dal lucertoloide gungan Jar Jar BInks.

Imbarcata la regale fuggitiva sull'astronave, i nostri eroi partono per Corruscant ma sono costretti a fermarsi per un guasto sul sinistro pianeta Tatooine dove si imbattono nel piccolo Anakin Skywalker (Jake Lloyd) (futuro padre di Luke e Leila nonché crudelissimo Lord Dart Vader nda): perbacco che Forza ha questo bambino schiavo. 

Vuoi vedere che da adulto diventerà uno Jedi?

Frattanto sventiamo il complotto del perfido Darth Sidious e le oscure trame del senatore Palpatine (futuro malvagio imperatore).

Sedici anni dopo il primo episodio (che in realtà è il sesto), ecco il capitolo quarto (che sarebbe il primo). Lasciando da parte i conti, e la faccenda del sequel e del prequel, che farebbero impazzire un matematico di quelli bravi, trattasi di western spaziale. 

Intendiamoci subito: STAR WARS EPISODIO I - LA MINACCIA FANTASMA non è uno di quei capolavori che ti lasciano lì a urlare "ohhh... " dall'entusiasmo ma insomma, la sua porca figura la fa, perchè George Lucas ha (ri)fatto le cose in grande, invogliato dai moderni effetti digitali.

Il cui tentativo è abbastanza chiaro: creare per la saga un autentico universo parallelo. Storia, filosofia, politica, perfino una religione s'è inventato. E qui sta il fascino di Star Wars che ormai un impero economico sono diventate.

Almeno per il regista, che sono anni che fa su soldi coi gadget e i libri su Darth Vader, Luke Skywaker, Han Solo e compagnia.

Interessante, poi, l'interpretazione che George Lucas offre della politica vista essenzialmente come corruzione e lotta spietata, in cui gli onesti sono destinati alla perdizione.

V PER VENDETTA

Londra, 2020. “Remember, remember, the 5th of November”… È questo il monito di apertura.

E’ furibondo con l’ispettore capo Finch (Stephen Rea), il fanatico cancelliere supremo Adam Sutler (John Hurt), a capo di un governo che dire totalitario è dire poco, dopo l’esplosione dell’Old Bailey: dovete acciuffare quel maledetto V (Hugo Weaving).

Il misterioso e colto terrorista mascherato, un anarchico radicale, ha dichiarato guerra al governo che manipola l’informazione e discrimina i diversi, perfino dai microfoni dell’emittente nazionale Btn (la solita tv in mano al potere nda), ma è anche capace di uccidere qualsiasi voce contraria al sistema.

Così presto tolgono il disturbo, con rosa annessa, l’arrogante mezzobusto tv Lewis Prothero, il vescovo pedofilo Liliman e il medico legale Delia Surridge, l’unica che dimostra un pentimento, suoi antichi seviziatori in un terribile lager-laboratorio, nonchè carnefici dell’innocua lesbica Valerie.

Nel tragitto da fare per riportare libertà e giustizia recluta come alleata nella guerra al tiranno la coraggiosa Evey Hammond (Natalie Portman), a cui ha salvato la vita all’inizio del racconto.

Diretto dal dotato James McTeigue, assistente alla regia di Lucas e scritto e prodotto dai registi di MATRIX ( gli imprevedibili fratelli Wachowski, per intenderci), “V PER VENDETTA” è uno strampalatissimo, eppure affascinante, fumetto fantastico, un cocktail “esplosivo” che unisce effetti speciali ad un ritmo incalzante non privo di efficacia.

L’inafferrabile giustiziere-spadaccino che si muove sullo sfondo della beffarda sceneggiatura, a mezza strada tra D’Artagnan e Zorro, è interpretato da Hugo Weaving: bisogna credergli sulla parola, dato che non si toglie mai la maschera neanche per lavarsi i denti.

La maschera serve alla pellicola per indicare un retroterra storico: è quella di Guy Fawkes, cattolico, nemico del governo tirannico e persecutore della Chiesa cattolica del re Giacomo I, che il 5 novembre 1605 venne arrestato in un tunnel sotto il Parlamento dove si trovavano 36 barili di polvere da sparo destinati a far saltare in aria l'istituzione. Purtroppo lui e i suoi compagni della «congiura delle polveri» vennero impiccati, sventrati, squartati.

Natalie Portman? Sufficiente.

LEON

New York. Lo spietato poliziotto dell’antidroga Stanfield (Gary Oldman) è in realtà un cinico trafficante. Non perdona lo sgarro a un galoppino che si è tenuta per sè una fetta di eroina e lo fa secco con la moglie e il bambino.

Alla strage (sanguinosa) scampa casualmente la figlia dodicenne Matilda (Natalie Portman), che bussa in preda alla disperazione alla porta del misterioso coinquilino Leon (Jean Reno), apparentemente un insignificante analfabeta dal volto di pietra che vive con l’unica compagnia di una pianta.

La ragazzina, un pò cotta dello strano personaggio, scopre ben presto che in realtà Léon è un killer, un sicario a pagamento della peggior specie, introvabile e indistruttibile, silenzioso, invisibile e mortalmente efficiente.

Lo convince così, una volta entrato pian pianino nel suo universo, ad insegnarle il mestiere per poter vendicare il fratellino.

Però che cuore di panna dietro la corazza ha il nostro (simpatico) sicario.

Ottimo poliziesco dal sapore di fumetto che inverte le parti buono (poliziotto)-cattivo (killer) diretto dal talentuoso regista francese Luc Besson.

La piccola (all'epoca nda) Natalie Portman è la vera rivelazione del film, in una bizzarra, apparentemente perversa e onesta storia d’amore tra una dodicenne e un sicario.

Amore senza sesso, sia chiaro.

Lui, l’adulto bambino, la istruisce a uccidere; lei, la bambina adulta, gli insegna a vivere.

Tecnicamente perfetto, psicologicamente azzeccato (il regista è un manierista, ma il suo è un cinema d’azione che non esclude, però, né una strenua attenzione alla psicologia né la cura puntigliosa dei personaggi), malizioso non oltre il limite, ha nel musone Jean Reno e nella sopracitata aspirante ninfetta due interpreti perfetti.




Notevoli anche Gary Oldman e Danny Aiello.