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FIREWALL - ACCESSO NEGATO

Seattle (USA). Irrompono in cinque nella splendida villa sull'oceano del maturo Jack Stanfield (Harrison Ford), capo della sicurezza informatica di una grande banca.

Li guida il gelido, crudele pirata informatico Bill Cox (Paul Bettany). Che, per far capire che non scherza, fa prigionieri la bionda Beth (Virginia Madsen), la moglie architetto del funzionario, e i due figli della coppia, Sarah ed Andy.

Il capobanda ha proprio un piano ambizioso. Sottraendo diecimila dollarai a ciascuno dei diecimila correntisti più ricchi riceverà al volo cento milioni di dollari. Su un conto offshore, ovviamente.

Lo sgomento padre di famiglia non può che stare al gioco del ricattatore e, monitorato da casa, si reca al lavoro come se niente fosse.

Riuscirà il cervellone informatico a salvare capra (i tre amatissimi ostaggi) e cavoli (i tanti quattrini)?

FIREWALL - ACCESSO NEGATO è un deludente poliziesco ipertecnologcio, di una assurdità quasi commovente, che ricicla, con i dovuti aggiornamenti, ORE DISPERATE.

Paul Bettany, il cattivone di turno, è ancora più sadico dei celebri predecessori (Humphrey Bogart, mezzo secolo prima, e Mickey Rourke), ma riceverà la giusta punizione.

Naturalmente da Harrison Ford, impareggiabile mago del computer e ridicolo supereroe, nel ruolo ormai a lui più che consono: il padre di famiglia tutto casa e lavoro.

Purtroppo FIREWALL - ACCESSO NEGATO fallisce proprio nel suo obiettivo principale: creare la tensione.

ALEX L'ARIETE


Come soffre l'esuberante brigadiere del Gis, Alessandro Corso (Alberto Tomba).

Per salvare un neonato in pericolo, piombato nel bel mezzo di una azione, non è stato in grado di evitare la morte di un collega.

Trasferito sull'Appennino per punizione, come missione gli tocca trasferire a Roma la bionda Antaleva (Michelle Hunziker).

La ragazza è accusata d'aver ucciso l'amica Giada.

In realtà la ragazza è inseguita dai killer di un insospettabile, il "Grande Maiale" (Orso Maria Guerrini).

Il porcellone è solito tenere festini hard e sadomaso sul suo yacht. Insomma tanto sesso condito con sberle.
Pronto a far fuori le belle fanciulle che hanno rallegrato i festini ma provano a spifferare tutto.

Mi fido solo di te, gli confida la bionda presunta assassina, mentre il baldo carabiniere la trascina da un rifugio di fortuna all'altro.

Tentando di scansare guai e pallottole.Riusciranno i nostri eroi, eccetera e eccetera?

ALEX L'ARIETE è una deprimente e pedestre commedia parapoliziesca, un vero e proprio (s)cult, indimenticabile esempio di ridicolaggine ed involontario kitsch cinematografico.

Una storia ai limiti dell'indecenza, con tanto di spot all'Arma (alla quale del resto l'Albertone delle nevi apparteneva davvero).

Rappresenta inoltre il primo (e fortunatamente ultimo) tentativo di portare l'ex campionissimo degli sci AlbertoTomba, rigido come (e peggio) di un baccalà, sullo schermo cinematografico, sicuro di contare sulla sua strafottente inflessione bolognese.

Inutile dire che sarebbe stato rifiutato da qualsiasi filodrammatica degna di questo nome. Il risultato finale, montaggio e fotografia al limite dell'amatoriale, dialoghi da sala giochi e musiche stile Atari, offende la memoria dei fratelli Lumière.

Rimane il mistero del perché un regista serio come Damiano Damiani si sia fatto coinvolgere in un'operazione così ardita.

La futura signora Ramazzotti e poi Trussardi, la vistosa e graziosa svizzerotta Michelle Hunziker, squittisce senza sosta sfoderando curve sensazionali.

Probabilmente con due bravi doppiatori, avrebbero risolto il 50% delle magagne di ALEX L'ARIETE, ma tant'è.

Va visto almeno una volta nella vita.

IL CINICO, L'INFAME, IL VIOLENTO

Milano. Il ruvido commissario Leonardo Tanzi (Maurizio Merli) si è dimesso sbattendo la porta.

I suoi superiori, che disapprovano i suoi metodi un po' troppo sbrigativo, gli suggeriscono di nascondersi in Svizzera.

Anche per evitare che la banda di Luigi Maletto, meglio noto come il cinese (Tomas Milan), finito dentro per la sua testimonianza, faccia il bis dell'attentato in cui il ruvido piedipiatti è già stato ferito.

Ma questi ha già un suo piano.

Così corre a Roma dove ha saputo che il bandito si è alleato con lo spietato italo-americano Frank Di Maggio (John Saxon), temibile boss del racket delle protezioni.

Ora devo riuscire a mettere l'uno contro l'altro i due delinquenti che si contendono la città.

IL CINICO, L'INFAME, IL VIOLENTO è un violento (probabilmente meno di NAPOLI VIOLENTA nda) ma non certo noioso poliziottesco tutt'azione dello specialista Umberto Lenzi. Sicuramente accettabile al di là dell'appartenenza alla tipica produzione italiana di genere targata anni '70. Malgrado la trama non originalissima.

Il regista sposa la causa, allora di gran moda, dei giustizieri solitari. Cittadini senza macchia e senza paura, puntualmente sommersi di critiche negative dai critici di sinistra e di applausi a scena aperta dal pubblico in sala.

Il povero Maurizio Merli fa diligentemente il suo solito ruolo. La maschera impenetrabile di chi è abituato a non chiedere mai, né alle donne (a letto) né agli (ex) colleghi, spara con la stessa disinvoltura pistolettate e pugni a destra e a manca.

IL CINICO, L'INFAME, IL VIOLENTO può contare inoltre sulla la partecipazione di un ottimo Tomas Milian nei panni del romanissimo delinquente spietato e dal turpiloquio facile. Memorabili i coloriti annunci mortuari che lascia presso la vittima prima di mandarla al Creatore.

John Saxon fa il suo dovere contrattuale, ma nulla più.

Incredibile a dirsi: nemmeno un inseguimento in tutto il film.

LA LEGGE DI MURPHY

Los Angeles. Il più che maturo detective Jack Murphy (Charles Bronson) è l'ennesimo poliziotto del grande schermo mal sopportato dai colleghi per i modi troppo spicci.

Quando la moglie, che l'ha piantato per il gestore di un night club in cui fa la spogliarellista, viene ammazzata assieme al nuovo spasimante da un misterioso killer, l'agente di granito è subito ammanettato.

Ovviamente non c'entra nulla col delitto.

Furibondo, fugge dal commissariato, trascinandosi dietro la petulante ladruncola Arabella (Kathleen Wilhoite).

Appena arrestata ora è indissolubilmente legata a lui da un paio di robuste manette di cui si è persa la chiave.

Pedinato da mafiosi e piedipiatti, vaga alla ricerca del figlio di buona donna che vuole incastrarlo.

Peggio per lui, poichè il richiamo della fondina è forte.

LA LEGGE DI MURPHY è poliziesco abbastanza caotico e violento, con nonno Charles Bronson, solita faccia di carta vetrata, due feritoie al posto degli occhi, chioma brizzolata e dieci chili di troppo.

Condannato ad interpretare (con poche varianti) sempre il ruolo del giustiziere (questa volta da ricercato) impegnato a vendicare i torti subiti da persone a lui care.

Anche questa pellicola non fa eccezione alla regola.

LA LEGGE DI MURPHY in se non sarebbe male (non è disprezzabile nelle scene d'azione) ma soffre di una certa ripetitività anche legata al suo protagonista ormai invecchiato.

Ridotto ormai alla stracca parodia di se stesso, avrebbe avuto diritto a una scrivania.

Meglio: un comodo divano.

L'accoppiata poliziotto duro/ladruncola, ricorda un po' quella fra Nick Nolte e Eddie Murphy in 48 ORE e funziona sufficientemente bene anche qui, grazie ai dialoghi al vetriolo.

Ma la legge di Murphy non era un'altra cosa?

NAPOLI VIOLENTA

Napoli. Ha una squadra speciale ai propri ordini, il manesco e risoluto commissario Betti (Maurizio Merli).

Spedito laggiù proprio per frenare la criminalità organizzata, che vede ai vertici O'Generale (Barry Sullivan), che non tarda a dare il benvenuto, a modo suo, allo sbirro appena sceso dal treno.

Il boss ha notevoli protezioni tra gli insospettabili dei quartieri alti e anche il placido questore (Guido Alberti) nulla può contro un universo criminale privo di scrupoli.

Anche perchè la polizia è costretta a battersi contro l'omertà delle vittime del racket.

Come il dottor Gervasi (Silvano Tranquilli), ostinatamente reticente e terrorizzato, nonostante conosca bene i nomi e i volti dei mascalzoni che hanno seviziato la sua bella ed elegante moglie (Maria Grazia Spina).

Il grimaldello per scardinare la gang? Il commissario stringerà nel cerchio l'ignaro Ing. Capuano (John Saxon), in affari proprio con il capo della cosca.

NAPOLI VIOLENTA è un superviolento poliziesco diretto da Umberto Lenzi, nel suo giro d'Italia violenta del crimine a basso costo. Bisogna dire che punta unicamente su una serie di atti, correlati l'uno all'altro da un labile senso logico, cagionati dal trasferimento del commissario in quel di Napoli.

Comunque ci troviamo di fronte ad uno dei più grandi poliziotteschi di sempre, forse il migliore. Un ritmo elevatissimo, morti cruente e ed inseguimenti ad alta velocità per quasi tutta la durata del film con qualche caduta qua e là.

Cioè quando si indugia nel lacrima movie e con la nota di "napoletanità" fornita dal personaggio di Gennarino.

Stranamente assente la pubblicità occulta, cosa rara per l'epoca!

Il piedipiatti tutto d'un pezzo Maurizio Merli ha una sola espressione (da incazzato nero nda) e un solo motto: svuotiamo le carceri, riempiamo i cimiteri.

Ai giorni d'oggi, come dargli torto?

LA POLIZIA ACCUSA:IL SERVIZIO SEGRETO UCCIDE

Roma. Il risoluto commissario Giorgio Solmi (Luc Merenda) è certo: c'è sicuramente un filo (nero) che lega le morti apparentemente accidentali di tre ufficiali.

Quindi pancia a terra ad indagare a destra (soprattutto) e a manca. Anche se i suoi metodi sbrigativi non raccolgono l'approvazione del giudice istruttore Michele Mannino (Mel Ferrer): l'avverto commissario, io applico solo la Legge.

Quando bussa alla porta dei servizi segreti, il piedipiatti sembra trovare un supporto nel capitano Mario Sperlì (Tomas Milian): anche noi siamo sulle tracce dell'avvocato Giulio Rienzi, quello che sembra il dominus di tutto.

Le indagini chiariscono sempre di più le idee al coraggioso commissario, tra sparatorie ed inseguimenti, fino a lambire una macchinazione enorme, fino ai massimi livelli.

Trame eversive per destabilizzare la FALSA democrazia e rovesciare lo Stato.

E le sorprese non sono finite.

LA POLIZIA ACCUSA: IL SERVIZIO SEGRETO UCCIDE è un solido e teso poliziottesco a forte connotazione politica (de' sinistra) con cui il regista Sergio Martino sfrutta il momento e mette sotto accusa i (soliti) Servizi Segreti (deviati), lo stragismo di Stato e le collusioni ai più alti livelli: grandi imprenditori, avvocati, ufficiali dell'esercito.

Naturalmente la violenza non manca, accompagnata da qualche caduta, come i golpisti al telefono che ripetono ossessivamente nomi veri e gergali, un killer che deve eliminare tre persone e ne fa fuori solo una (ma permette un inseguimento!), la Polizia in elicottero che attacca un campo di addestramento lanciando granate come se fosse un reparto d'assalto...

Comunque un film che non sfigura al cospetto di altri prodotti similari degli anni '70.

Finale amaro e pessimista.

Da segnalare la pettinatura di Tomas Milian: agghiacciante!!!

NAPOLI SPARA!

Napoli. Fa il bello e il cattivo tempo il camorrista Santoro (Henry Silva), forte delle giuste protezioni e di scagnozzi fidati e senza scrupoli, taglieggiando la città.

Il commissario Belli (Leonard Mann), che combatte strenuamente contro la criminalità organizzata, è il suo nemico giurato.

La lunga e complessa battuta di caccia al bandito, intervallata nei ritagli di tempo dal tentativo di educare all'onestà lo scugnizzo zoppo Gennarino, alla fine si conclude con la cattura del malvivente.

Le mura della prigione non bastano e il temuto Santoro è di nuovo uccel di bosco.

Stavolta non serviranno le manette, piuttosto il piombo: la trappola è scattata.

NAPOLI SPARA! è un tardo poliziottesco non troppo riuscito che cerca di sfruttare, come si capisce sin dal titolo, l'enorme successo che ebbe NAPOLI VIOLENTA di Umberto Lenzi.

Come da tradizione, l'azione c'è, la violenza pure (sanguinose sparatorie, una decapitazione, un'evirazione...), ma in quanto a spessore, ci siamo poco, senza dimenticare l'evidente povertà di mezzi, con squallide location secondarie.

Inoltre si ha la sensazione di assistere ad una sorta di collage di sequenze slegatissime tra loro. Alcune di queste sono molto violente, giusto per pungolare gli spettatori, mentre altre si rifanno al folklore della sceneggiata napoletana.

Il granitico Henry Silva svolge il compitino in ruolo (monocorde) cucito su misura per lui, mentre lo sbiadito Leonard Mann non ha la faccia giusta per interpretare il poliziotto dai metodi spicci.

Il finale, quasi da lacrima-movie, appare alquanto fuori posto. Comunque come film di genere si lascia vedere.

LA VENDETTA DI CARTER

Seattle (Usa). Torna a casa dopo quattro anni per il funerale del fratello, morto in un misterioso incidente d'auto, il muscolare Jack Carter (Sylvester Stallone).

L'uomo è un "aggiustatore finanziario", ovvero si guadagna da vivere come tirapiedi di uno strozzino di Las Vegas.

Non ci credo, mormora alla vedova Gloria (Miranda Richardson) e alla problematica nipote Doreen (Rachel Leigh Cook), certe che sia stato realmente un incidente.

Deciso a scoprire la verità, cerca lumi dall'antico conoscente di gioventù Cyrus Paice (Mickey Rourke), viscidamente coinvolto in un trucido giro di film porno in combutta con l'esperto e danaroso informatico Jeremy Kinnear .

Dopo aver pestato molti calli è tutto chiaro.

Oh, yes, qualcuno l'ha ucciso dopo che il poveraccio aveva fatto una sconvolgente scoperta.

E ora vi ammazzo tutti.

LA VENDETTA DI CARTER è un convenzionale e violento poliziesco, con molta azione, facce truci e poche idee.

Rifacimento, forse in peggio, di un film inglese con Michael Caine di trent'anni prima. Non ci si annoia e le numerose scene d'azione sono ben realizzate, ma il primo film rimane inimitabile.

Proprio l'attore è reclutato per una fulminea comparsata che regala grinta e classe.

Sylvester Stallone, muscoli apparentemente d'acciaio e volto pietrificato, è sublime nell'inespressività. Infatti mantiene più o meno la stessa espressione per tutto il tempo e non è chiaro se stia facendo il duro o recitando per inerzia.

LONELY HEARTS

Contea di Nassau (New York), 1948. Lo spavaldo truffatore di donne sole Raymond Fernandez (Jared Leto) depreda le agiate dame scovate nelle rubriche dei cuori solitari.

Fino a quando non cade nella stesso tipo di rete tesa dalla prosperosa Martha Beck (Salma Hayek): siamo fatti uno per l'altra!

Dopo essersi messi in combutta con lui, si procede ad adescare a tutta randa, illudendo e depredando donne sole.

Fino a quando la donna, bella, pazza e cattivissima, spinta da una morbosa gelosia, lo incita ad uccidere.

Scatenando la caccia del depresso detective Elmer Robinson (John Travolta) e del suo sanguigno collega Charlie Hilrbrandt (James Gandolfini), poliziotti della sezione omicidi.

LONELY HEARTS è un eccellente poliziesco, solido e squadrato, ispirato a una truce storia vera, la caccia a una coppia di killer conosciuta come "Lonely Hearts Killers" (assassini dei cuori solitari), accaduta negli anni '40.

I due trovavano le loro vittime grazie agli annuncia personali e prendevano di mira vedove di guerra colpendo con inusitata ferocia, mentre tra di loro manifestano sempre affetto e passione.

LONELY HEARTS è molto elegante nella ricostruzione ambientale d'epoca, ma crudo in alcune scene.

In cast molto ricco, spicca la fascinosa Salma Hayek, diabolico angelo del male. Purtroppo il film non il pregio di mostrare un suo nudo, che ci sarebbe stato benissimo

LA MALA ORDINA

New York. Nel grande ufficio della Grande Mela il boss Corso, grande capo dell'Organizzazione, ordina ai suoi sicari David Catania (Henry Silva) e Frank Weston (Woody Strode) : andate a Milano ed ammazzate Luca Canali (Mario Adorf).

Secondo le voci della strada il Canali, un pappone milanese un pò sbruffone ma di piccolo cabotaggio, si è impossessato di una partita d’eroina dal valore di tre miliardi di lire.

L’omicidio dovrà essere il più plateale possibile, in modo che si sappia che i due professionisti sono arrivati appositamente dall'America per il lavoro.

I due partono ma qualcosa non quadra: Canali non sembra essere un pezzo grosso, né tantomeno pericoloso.

E' piuttosto un modesto sfruttatore, molto affezionato a sua figlia Rita, che la ex-moglie Lucia (Sylva Koscina) gli tiene lontano a causa del modo di procurarsi da vivere.

Don Vito Tressoldi (Adolfo Celi), che realmente ha incassato i quattrini derivanti dalla partita di droga e ha usato l'uomo come capro espiatorio, mette subito a disposizione degli ospiti due killer nostrani, che però vengono uccisi.

Il padrino italico, per mettere fine alla pericolosa vicenda, ammazza moglie e figlia della mancata vittima.

Vendetta, cieca e tremenda dell'omuncolo dalla lingua lunga.

LA MALA ORDINA è un ottimo esempio di noir, crudo e violento, ed è anche una delle opere migliori del regista Fernando Di Leo. Girato con grande ritmo non appare mai patinato e artefatto, ma sempre efficacemente realista, con sequenze d'azione che, sebbene a volte siano un po' "forzate", appaiono sempre efficacissime.

Ottima la prova del cast, specie del bravo Mario Adorf, tenero con la famiglia ma spietato con gli avversari, che supera se stesso di MILANO CALIBRO 9.

Il film no, per snodi di trama assai meno logici rispetto a MILANO CALIBRO 9, che si perdonano perché Adorf è fantastico, la fotografia è un gioiello, così come la colonna sonora.

Bella l'idea della coppia di granitici gangsters (ripresa da Scerbanenco), le scene in discoteca, il finale e tutto il milieu milanese di Parco Lambro. Brutti gli hippies, soprattutto un'incredibile Francesca Romana Coluzzi.

Rapido cameo di un giovane Renato Zero.

RUSH HOUR - DUE MINE VAGANTI

Hong Kong. il detective Lee (Jackie Chan), amico intimo del console Han Solon (Tzi Ma), riesce ad impedire che alcuni preziosissimi manufatti cinesi vengano portati fuori dal paese da alcuni contrabbandieri.

Due anni dopo, mentre il console si è trasferito a Los Angeles con la sua famiglia, il boss malavitoso Juntao (Tom Wilkinson) si vendica dell'azione di due anni prima rapendo la figlia undicenne Soo Yung (Julia Hsu).

Non fidandosi dell'FBI, Han chiede aiuto al detective Lee.

L'intruso non è gradito all'FBI, che gli affianca l'agente nero e casinista Carter (Chris Tucker).

Dopo gli immancabili abbagli, i due litigiosi poliziotti imboccano la pista giusta.

RUSH HOUR - DUE MINE VAGANTI è uno scorrevole, frenetico ed insulso parapoliziesco made in USA diretta senza alcun brio nè inventiva personale da Brett Ratner, che recluta l'hongkonghese Jackie Chan, avvezzo a girare senza controfigura anche le scene a rischio collo.

Ovviamente il modello di riferimento è la serie di ARMA LETALE con i due poliziotti diversissimi per carattere e comportamento che fanno però faville in coppia.

Peccato che i due attori non siano per nulla carismatici (specie Chris Tucker, una brutta copia di Eddie Murphy) e la vicenda di una sconcertante banalità.

Pessimo ma efficace al botteghino (nel mondo, oltre 200 milioni di incasso).


THE PUNISHER

Usa. Lo prometto, è la mia ultima missione, poi starò sempre con voi, mormora l'agente speciale Fbi, prossimo alla pensione (a meno di 40 anni!) Frank Castle (Thomas Jane) alla moglie Maria e al piccolo Will.

Ma il diavolo ci mette lo zampino e nella rischiosa impresa ci lascia le penne il figlio del potente uomo d'affari Howard Saint (John Travolta), ammanicato con la malavita.

Figurarsi la vendetta: finisce all'obitorio l'intera famiglia del federale, genitori compresi.

Per sfortuna dello spettatore, il piedipiatti si salva, si infila una t-shirt con teschio, arruola tre improbabili complici, Dave, Bumpo e la sexy Joan (Rebecca Romiin-Stamos), e va al feroce contrattacco.

Non basterà la calcolatrice per sommare i morti ammazzati.

Questo episodio "ufficiale" ispirato alle avventure del più atipico degli eroi Marvel, THE PUNISHER è uno dei più violenti e deliranti polizieschi dell'ultima generazione, una sadica, mostruosa infilata di omicidi e torture.

Inoltre non appare riuscito principalmente per la scelta di un protagonista privo di spessore e carisma, il poco convincente Tom Jane. Un po' meglio se la cava nella parte del cattivo John Travolta che ricorre al suo repertorio per rendere quantomeno simpatico (pur nella cattiveria) il suo personaggio.

L'esagerazione della violenza nelle scene d'azione corrisponde proprio alle radici da graphic novel, riuscendo però una volta sola (nella feroce lotta con il gigante che sbriciola i muri come grissini e sembra non sentire i colpi) a offrire il valore aggiunto di una pallida ironia.

Da museo degli orrori i due piercing, al labbro e al sopracciglio, strappati di netto a un testimone reticente. Un contrappasso che spetterebbe di diritto agli autori di questa vergognosa boiata.

Insomma questo THE PUNISHER sembra una solida dose di trash. Assolutamente mediocre.

MIAMI BLUES

Miami, USA. Appena il tempo di mettere il piede giù dall'aereo che il gioviale balordo Frederick J. Frenger (Alec Baldwin), appena uscito di prigione, spezza la mano a un povero hare krishna.

Il pacifista settario arancione ci rimane secco (forse per lo shock?!?).

Arraffata una valigia e arrivato in albergo conosce, spedita dal solito portiere che conosce come va il mondo, l'innocente Susie Waggoner (Jennifer Jason Leigh) . 

La biondina arrotonda, bene ed esentasse, con il mestiere più antico del mondo.

L'unione delle due solitudini e i risvolti passionali li portano all'illusione di una vita di coppia.

Nella quale piomba, facendo indagini sull'omicidio dell'aeroporto, il malandato sergente Hoke Mosley (Fred Ward).

Proprio allo sbirro che gli sta alle calcagna il giovanotto tira un brutto tiro: lo assale, lo pesta a dovere e gli ruba pistola, distintivo e dentiera.

Grazie ai quali si sostituisce al poliziotto, imperversando per la città, tra furti e sparatorie.

Riuscirà lo sdentato sergente a riprendersi il distintivo e la dentiera e a salvarsi dal ridicolo?


MIAMI BLUES
è una divertente commedia d'azione, pop e con un tocco di pulp, ironica, veloce, moderna. A cui aggiunge un sottofondo amaro e disilluso, forse troppo avanti per essere apprezzata al tempo.

Incredibilmente e stranamente dimenticata, la pellicola riesce ancora a dire qualcosa di nuovo in uno dei generi più sfruttati qual è il poliziesco.

La storia è strana, diversa, vivace, girata in una Miami inusuale e, solitamente, nascosta alle cineprese.

Il poco profilo regista George Armitage (ma produce Demme) è aiutato da un gran bel trio di protagonisti ottimamente caratterizzati ed adeguatamente in parte.

MIAMI BLUES scorre via che è un piacere, tra violenza, ironia e azione. Degna di nota anche l'utilizzo di "Spirit in the sky" di Norman Greenbaum (ma più volte ripresa da altri interpreti).

Inoltre da segnalare:

1) la protagonista piomba in scena con un'attillata canottiera strizzatette con in bella mostra il marchio Alfa Romeo.

2) Nel mezzo di una rapina appare una fiammante ALFA ROMEO 75 rossa.

I TRASGRESSORI

Fort Smith, Arkansas (USA). Drizzano di colpo le antenne i pompieri (bianchi) Vince (Bill Paxton) e Don (William Sadler) davanti agli ultimi bisbigli del moribondo ustionato: c'è un tesoro in oro nascosto laggiù nell'Illinois.

I due partono all'istante e armati di piccone si precipitano nella fabbrica abbandonata.

E' un gioco da ragazzi legare come un salame il vecchio barbone nero Bradlee (ArtEvans) con dimora fissa proprio lì.

Un pò meno facile è fronteggiare gli spacciatori di droga portoricani James (Ice T) e Savon (Ice Cube) con relativa gang al seguito: quello è il loro quartier generale.

Accerchiati non possono che ripromettersi: venderemo cara la pelle!!!

Il giovane drogato Lucky è l'ostaggio che ci vuole. Anche se l'aiuto decisivo per salvarsi dall'assedio degli spacciatori armati fino ai denti arriverà dalla provvidenziale canna fumaria.

I TRASGRESSORI è un violento e rumoroso action poliziesco diretto da una mano importante. Trattasi di un film minore dell'invecchiato Walter Hill (I GUERRIERI DELLA NOTTE), che stavolta, rispetto ai capolavori delle decadi precedenti, vende fumo per arrosto, gettando troppi personaggi inutili nel pentolone in continua ebollizione, nel vano tentativo di rendere più pepata una zuppa inesorabilmente sciapa.

Nonostante le discrete premesse, l'ambientazione suggestiva, le facce giuste (specie il trio di assediati Evans-Paxton-Sadler) e un buon finale, si tratta di un assedio al fortino come se ne sono visti tanti e di migliori.

Un film inconcludente, inerte e per lunghi tratti statico, dove volano poche idee pochissime pallottole e moltissime parolacce.

Inoltre risulta penalizzato dall'ordinarietà di certi personaggi, soprattutto nel settore "cattivi" (si fa per dire, "buoni" non ce ne sono).

Proprio l'antipatia che accomuna tutti gli attori (nel cast ben due cantanti rap nda) evita allo spettatore la fatica di parteggiare per gli uni o per gli altri.

Tuttavia è un Hill al 100%: azione spiccia, dialoghi e ritmo sostenuti.

ANCORA 48 ORE

San Francisco. Finirà in galera per omicidio il manesco poliziotto Jack Castes (Nick Nolte), noto per i suoi modi sbrigativi, se entro due giorni non avrà acciuffato la primula rossa della droga, l'arrogante boss Iceman.

Nella caccia a una banda di spacciatori di droga, ne aveva ucciso uno. Il gangster ha sparato per primo, ma il poliziotto non è riuscito a provarlo ed è stato sospeso dal servizio.

L'unica via di salvezza per scagionarsi dall'accusa di omicidio è chiedere ancora una volta aiuto al furfante nero Reggie Hammond (Eddie Murphy), immancabilmente dentro, farlo uscire per le fatidiche quarantotto ore e mettersi in caccia insieme con lui.

Il mariuolo sulle prime manda a quel paese l'ex alleato, procacciatore di indimenticabili guai, poi è costretto dagli eventi a cambiare idea.

Che finimondo prima di riuscire a stanare l'anguillesco obbiettivo e a provare di aver agito secondo la legge.

ANCORA 48 ORE è lo stanco e rumorosissimo sequel di un film di successo. Nonostante ci sia ancora il bravo Walter Hill dietro la macchina da presa, il regista non poteva fare il secondo miracolo.

Troppo divertente, scanzonato e originale il primo.

Mentre è troppo palese il tentativo di replicare i canoni ed il successo del primo film, tanto che questo viene quasi pedissequamente riproposto mancando però della verve e dell'originalità dei caratteri.

Ne deriva un film mediocre e stereotipato da consigliare solo agli accaniti ammiratori del genere. Abbassare in anticipo il volume è la prima, indispensabile precauzione.

Eddie Murphy, che ride come un deficiente dall'inizio alla fine, è diventato caricaturale, oltre che insopportabile.

IL CASO THOMAS CROWN

Boston. Non corrisponde certo all'identikit del rapinatore tipo l'annoiato milionario (in dollari) Thomas Crown (Steve McQueen). Infatti ruba solo per l'ebbrezza del rischio visto che è ricchissimo di suo.

L'ultimo sensazionale colpo in banca, commissionato con geniale intuizione a complici tra loro sconosciuti, gli frutta la bellezza di due milioni e mezzo di dollari.

Prontamente depositati in un caveau a Ginevra, Svizzera.

Mentre il tenente Eddie Malone (Paul Burke) annaspa senza lo straccio di una prova, la bionda Vicki Anderson (Faye Dunaway), scaltra, elegantissima e seducente detective delle assicurazioni, lo inquadra subito: è stato lui!

Peccato che lo spregiudicato rapinatore, oltre che ricco, ha anche un discreto fascino.

IL CASO THOMAS CROWN è un gioiellino sixties fra sophisticated comedy, thriller investigativo e melò elegante.


Raffinatissimo e tecnicamente inventivo, di grande accuratezza formale, con uno Steve Mc Queen più cool che mai (corse in macchina e Persol d'ordinanza compresi) e una Faye Dunaway veramente bella.

Oltre che due attori di gran classe.

Divertenti gli effetti visivi dovuti all'uso degli split screen, anche se inevitabilmente invecchiati.

Pur abbastanza lento nella parte finale, rimane prezioso come un vino d'annata, la quintessenza del "lounge" cinematografico.

Da notare la Ferrari spider.

Ne è stato realizzato un discreto remake, GIOCO A DUE. Preferisco l'originale.

COP LAND

Garrison, New Jersey. Non ha proprio di che preoccuparsi il panzuto sceriffo Freddy Heflin (Sylvester Stallone), dimesso, sfatto dall'alcol e sordo da un orecchio.

La pace e l'ordine regnano sovrani nella cittadina ai confini di New York, proprio appena oltre il ponte sull'Hudson. I criminali se ne stanno alla larga, mamme e bambini possono circolare senza paure.

Perchè?

Perchè i suoi 1.280 abitanti sono quasi tutti "uomini in blu", poliziotti che vi si stabilirono negli anni Settanta per tenere al riparo le proprie famiglie dal clima di violenza e brutalità della Grande Mela.

Nella cruda realtà quei poliziotti sono proprio i più corrotti del mazzo. Pronti a tutto, dal traffico di droga all'omicidio.

Tutto diretto da Ray Donlan (Harvey Keitel), disposto a tutto per mantenere lo status quo.

Dopo qualche morto di troppo però viene mandato ad indagare l'incazzato Tenente Moe Tilden (Robert De Niro) .

Sceriffo, sei ancora un uomo della Legge?

COP LAND è un poliziesco sorprendente, dolente e disilluso, ben fatto e che probabilmente non ha avuto il successo di pubblico che meritava. Inutile dire che il regista James Mangold poteva disporre di un cast strepitoso, di primissimo ordine, quasi esagerato, con 2 mostri sacri e mezzo.

Sylvester Stallone (abbondantemente ingrassato e quasi irriconoscibile) con COP LAND voleva dimostrare di essere un bravo attore, cercando di scrollarsi di dosso la sua immagine di supereroe tutto muscoli e coraggio.

E la vera sorpresa del film è proprio un Sylvester Stallone inedito ed efficace in una recitazione asciutta e senza sbavature di un perdente  con un animo pieno di rimpianti e voglia di rivalsa e di giustizia. Applausi.

Per gli amanti di RAMBO lo Sly di sempre tornerà comunque più agguerrito che mai nel fuoco incrociato della grandiosa e sorda vendetta finale. Peccato per la fotografia non memorabile.

 Da vedere almeno una volta.

SICARIO

El Paso. Un'operazione dell'FBI rivela molto piu' di quanto era previsto: lo spettacolo orripilante di decine di cadaveri nascosti nei muri e con la testa sigillata in sacchetti di plastica.

La giovane agente Kate Nacer (Emily Blunt), addetta alla squadra antisequestri, è spedita in una squadraccia della CIA che va a caccia dei mandanti di quel massacro, facendo la guerra ai pericolosi narcotrafficanti messicani.

Tra i nuovi colleghi spicca per cinismo il capo pattuglia Matt Graver (Josh Brolin), legato a doppio filo con l'ambiguo informatore colombiano Alejandro (Benicio Del Toro).

Che viaggio infernale per riportare negli USA uno spietato boss in galera a Juarez.

 SICARIO è un eccitante, teso e vibrante poliziesco, dove la giustizia deve cedere il passo a personaggi disposti a trasgredire ogni regola in una guerra spietata e senza esclusione di colpi. 

La guerra sporca tra le agenzie di sicurezza Usa e i cartelli messicani della droga visti dalla prospettiva di un'agente FBI moralmente integra (ingenua?) imbarcata in un'operazione più grande di lei e dai motivi oscuri.

In SICARIO tutto è grigio e indefinito, con angoscia e sgomento della protagonista femminile.

La casa dalle pareti tappezzate di cadaveri e l'agguato alla carovana con il detenuto sul confine tra Messico e Stati Uniti sono scene da cineteca.

Un film duro e crudo, che parte in sordina ma cresce prepotentemente verso un finale potente che non lascia posto alla redenzione.

UNA BIONDA TUTTA D'ORO

Atlanta. la regina delle casseforti (altrui) Karen McCoy (Kim Basinger), colta sul fatto, si è beccata sei anni e ora deve adattarsi alla libertà vigilata.

Ha giurato di non ricascarci, di appendere gli arnesi da scasso al chiodo e di costruirsi una vita normale per amore del suo figlioletto, che ha tanto bisogno di una mamma presente.

Ma il ladruncolo innamorato J.T. Barker (Val Kilmer) avverte ingenuamente l'ex complice dell'abile ed affascinante ladra, Jack Schmidt (Terence Stamp): guarda che la tua bella è fuori.

E il boss, che già ha in mente un colpo da diciotto milioni di dollari, rapisce Patrick, il bambino della superbionda, per convincerla a fare l'ultimo colpo.

UNA BIONDA TUTTA D'ORO è un modestissimo thriller poliziesco giallorosa dal sapore di già visto, tranne una Kim Basinger sorprendentemente casta.

Il problema che la bella attrice esce da sei anni di carcere perfettamente in forma come se fosse stata in una clinica della salute, e da quel momento gli stereotipi e le incongruenze abbondano.

I patiti del poliziesco si annoieranno a morte, magari seccati per l'assoluta mancanza di violenza e le scene d'azione risibili.

Insomma film fiacco e prevedibile.

GETAWAY

Messico. Quando l'audace rapinatore Doc McCoy (Alec Baldwin) finisce al fresco, l'inseparabile, anche nei colpi, moglie Carol (Kim Basinger) freme per liberarlo.

Così accetta senza scomporsi la proposta del viscido faccendiere Jack Benyon (James Wood): se lo faccio uscire, sarai carina con me?

GETAWAY è un modesto e stereotipato action poliziesco, indegno remake di un film di Peckinpah (che pure non era uno dei suoi capolavori nda) che lascia ancor più l'amaro in bocca poiché a sceneggiare c'è nientemeno che un certo Walter Hill.

Inutile dire che ricalca il film del '72 nell'andamento forsennato, non certo nel disegno dei caratteri.

Molta azione, con qualche sequenza ad alta tensione e qualche spruzzatina di sesso.

Interpretato da due star tanto affascinanti quanto poco carismatiche (almeno in questo caso) come Alec Baldwin e la biondissima e conturbante Kim Basinger (allora anche coppia nella vita), che non si toglie mai i tacchi, ma gonna e camicetta si.

Un po' migliore la prova di James Woods e Michael Madsen, duro a morire, ma nel complesso il film è piuttosto banale e assai poco riuscito.