Visualizzazione post con etichetta john travolta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta john travolta. Mostra tutti i post

LONELY HEARTS

Contea di Nassau (New York), 1948. Lo spavaldo truffatore di donne sole Raymond Fernandez (Jared Leto) depreda le agiate dame scovate nelle rubriche dei cuori solitari.

Fino a quando non cade nella stesso tipo di rete tesa dalla prosperosa Martha Beck (Salma Hayek): siamo fatti uno per l'altra!

Dopo essersi messi in combutta con lui, si procede ad adescare a tutta randa, illudendo e depredando donne sole.

Fino a quando la donna, bella, pazza e cattivissima, spinta da una morbosa gelosia, lo incita ad uccidere.

Scatenando la caccia del depresso detective Elmer Robinson (John Travolta) e del suo sanguigno collega Charlie Hilrbrandt (James Gandolfini), poliziotti della sezione omicidi.

LONELY HEARTS è un eccellente poliziesco, solido e squadrato, ispirato a una truce storia vera, la caccia a una coppia di killer conosciuta come "Lonely Hearts Killers" (assassini dei cuori solitari), accaduta negli anni '40.

I due trovavano le loro vittime grazie agli annuncia personali e prendevano di mira vedove di guerra colpendo con inusitata ferocia, mentre tra di loro manifestano sempre affetto e passione.

LONELY HEARTS è molto elegante nella ricostruzione ambientale d'epoca, ma crudo in alcune scene.

In cast molto ricco, spicca la fascinosa Salma Hayek, diabolico angelo del male. Purtroppo il film non il pregio di mostrare un suo nudo, che ci sarebbe stato benissimo

THE PUNISHER

Usa. Lo prometto, è la mia ultima missione, poi starò sempre con voi, mormora l'agente speciale Fbi, prossimo alla pensione (a meno di 40 anni!) Frank Castle (Thomas Jane) alla moglie Maria e al piccolo Will.

Ma il diavolo ci mette lo zampino e nella rischiosa impresa ci lascia le penne il figlio del potente uomo d'affari Howard Saint (John Travolta), ammanicato con la malavita.

Figurarsi la vendetta: finisce all'obitorio l'intera famiglia del federale, genitori compresi.

Per sfortuna dello spettatore, il piedipiatti si salva, si infila una t-shirt con teschio, arruola tre improbabili complici, Dave, Bumpo e la sexy Joan (Rebecca Romiin-Stamos), e va al feroce contrattacco.

Non basterà la calcolatrice per sommare i morti ammazzati.

Questo episodio "ufficiale" ispirato alle avventure del più atipico degli eroi Marvel, THE PUNISHER è uno dei più violenti e deliranti polizieschi dell'ultima generazione, una sadica, mostruosa infilata di omicidi e torture.

Inoltre non appare riuscito principalmente per la scelta di un protagonista privo di spessore e carisma, il poco convincente Tom Jane. Un po' meglio se la cava nella parte del cattivo John Travolta che ricorre al suo repertorio per rendere quantomeno simpatico (pur nella cattiveria) il suo personaggio.

L'esagerazione della violenza nelle scene d'azione corrisponde proprio alle radici da graphic novel, riuscendo però una volta sola (nella feroce lotta con il gigante che sbriciola i muri come grissini e sembra non sentire i colpi) a offrire il valore aggiunto di una pallida ironia.

Da museo degli orrori i due piercing, al labbro e al sopracciglio, strappati di netto a un testimone reticente. Un contrappasso che spetterebbe di diritto agli autori di questa vergognosa boiata.

Insomma questo THE PUNISHER sembra una solida dose di trash. Assolutamente mediocre.

LA SOTTILE LINEA ROSSA

Guadalcanal, Sud Pacifico, novembre 1942. Il ruvido colonnello Tall (Nick Nolte) è perplesso: come mai i giapponesi non hanno sparato neanche un colpo durante lo sbarco delle truppe a stelle e strisce?

Semplice, i musi gialli si sono asserragliati in cima alla collina.

Venite a prenderci, sembrano dire, mentre osservano i nemici che avanzano con cautela.

Nel plotone di marines guidato dal cinico sergente Welsh (Seahn Penn) si è infiltrato il disertore pentito Witt (Jim Caviezel), ma è un suicidio arrampicarsi lassù per conquistare la postazione, come fa notare il prudente capitano Staros (Elias Koteas) all'ambizioso superiore, vista la natura del terreno.

Si ritenga destituito, e ora all'assalto, miei prodi.

LA SOTTILE LINEA ROSSA è un crudele e prolisso dramma militar pacifista del redivivo Terrence Malick (ha girato il film dopo una sosta di vent'anni esatti nda), che mette i brividi con gli orrori della guerra.

Inutile ricordare che Guadalcanal fu la battaglia più difficile e cruenta della guerra nel Pacifico, per la natura del terreno, per l'importanza strategica attribuita a quella piccola isola, per la resistenza suicida dei soldati del Sol Levante.

Purtroppo si disperde cercando di star dietro ai troppi personaggi e riesce ad irritare nella pedante lezione di morale impartita dalla voce fuori campo.

Il regista, che dirige con uno stile personalissimo, traduce il pensiero dei soldati, ed ecco discorsi astratti sul bene e sul male, sull'amore, sul destino, tutto questo in mezzo alle battaglie.

Il cast, straricco, funziona benissimo, con interpretazioni che, quando non sono strepitose, mai sono meno di ottime.

Pellicola, infatti, di facce straordinarie, di sguardi intrisi di paura e smarrimento, di urla straziate di dolore profondo, di gesti piccoli e esagitati perfettamente inseriti nel momento e nel contesto.

John Travolta e George Clooney fanno una comparsata lasciando le rogne al magnifico Sean Penn e al sorprendente John Caviezel.

GREASE - BRILLANTINA

California, fine anni Cinquanta. Lo strafottente Danny Zuko (John Travolta), idolo delle studentesse della Rydell High School, si da arie da duro e sciupafemmine, anche se da "duro" ha solo il giubotto di pelle.

Come quando rivede l'ultimo flirt estivo, la bionda e dolce australiana Sandy (Olivia Newton-John), appena trasferita.

Fedele al ruolo non batte ciglio, come prevedeva la (finta) cinica Betty Rizzo, leader incontrastata delle Pink, mentre il cuore batte forte al finto macho.

Ha inizio così un tira e molla tra i due. Lei, per ripicca, fa la civetta con gli altri, lui la lascia a piedi nella gara di ballo della scuola, ripresa in tv.

Tutto inutile, l'amore farà il suo corso.

Correva l'anno 1978 e John Travolta usciva dal successo planetario di LA FEBBRE DEL SABATO SERAe questo GREASE - BRILLANTINA, spigliata commedia dell'esordiente Randal Kleiser baciata da uno spropositato successo, con dialoghi sfrontati di teenager in fregola che s'interrompono di botto per qualche canzone (fortunatamente non doppiata), infiniti numeri di danza e rock a tutto volume, costituì la conferma di una nuova star proveniente dal pianeta Hollywood.

John Travolta, all'apice della forma, affiancato da una partner bella e brava ma che non gli fa ombra ed un solido cast di caratteristi, non era certo Marlon Brando.

Però aveva fascino, tanta simpatia, ballava benissimo e consumava brillantina in quantità industriale.



Il musical non era una novità assoluta in quanto derivazione (con gli opportuni cambiamenti) dello show che già aveva ottenuto un buon successo sul palcoscenico.

Per il pubblico non anglofono però restava comunque uno spettacolo solo parzialmente fruibile visto che i teenager della fine Anni Settanta, con frequenza quasi cronometrica, vedevano Olivia Newton-John, Travolta e compagni smettere di parlare in italiano e continuare ad esprimere i loro sentimenti in una lingua incomprensibile in un tripudio e colorito sfoggio di stereotipi.

Per nostalgici: il lieto fine è assicurato e i 'favolosi Fifties' vengono rappresentati come un tempo in cui i pensieri 'seri' all'American Graffiti erano ancora di là da venire.

Ci sono film destinati a rimanere nell'immaginario collettivo fissandosi come icone che resistono al di là dello scorrere del tempo.

Non è necessario che siano capolavori. Basta che funzionino.

Questo GREASE, simpatico ma evanescente nella sostanza, è sicuramente uno di questi.

LA FEBBRE DEL SABATO SERA

New York. L'esuberante, scatenato e cinico, italo-americano Tony Manero (John Travolta), commesso in un negozio di vernici a Brooklyn (dove guadagna pochi spiccioli), sogna di diventare il re della disco-music e vive in funzione del sabato sera.

Ogni sabato sera si specchia per mezz'ora: ha una cura maniacale in ogni dettaglio sui passi, ha talento, carattere, balla i Bee Gees.

Un chilo di brillantina, l'abito della festa e via con la musica nella sua vera "casa", la discoteca "Odissea 2001", dove mostra tutto il suo fascino alle persone.

Trasformandosi, sotto le luci della sala da ballo, mentre fuori è buio e fa molto freddo, da ordinario sfigato a semidio.

Al di là del ponte c'è Manhattan, la terra promessa.

Non saranno solo rose e fiori.

LA FEBBRE DEL SABATO SERA, punteggiato da una strepitosa colonna sonora dei Bee Gees (che è ancora oggi conosciuta anche in Papuasia nda) è un coinvolgente melodramma giovanile, amaro e rabbioso sotto la scorza spensierata di commedia musicale.

L'enorme successo di pubblico ha concentrato l'attenzione sulla musica disco e le acrobazie di Tony Manero (un agile e schizzatissimo Travolta) sulla pista da ballo, ma ciò che differenzia il film da altre pellicole di quel periodo è il suo inaspettato contenuto sociale, accompagnato da un linguaggio davvero spregiudicato e sorprendente per l'epoca.

I protagonisti fanno parte di una generazione disagiata e disillusa, senza ideali né prospettive (se non quella del ballo come trampolino di lancio e di evasione) il cui diffuso malessere è raccontato con una certa sincerità.

L'ancheggiante John Travolta, tamarro di periferia, è indisponente e irresistibile (farà della sana ironia sul suo personaggio in PULP FICTION).

Un film certamente epocale, nel senso che ha segnato un'epoca.

BLOW OUT

Washington. Il giovane fonico cinematografico Jack Terry (John Travolta) è alla ricerca di un particolare effetto speciale (il raccapricciante urlo di terrore e spavento di una donna) per una produzione a metà strada tra il porno e il giallo.

Sulle sponde di un fiume, il suo ultrasensibile microfono direzionale capta casualmente il rumore di un pneumatico che scoppia, l'auto che sbanda e fa splash.
Il coraggioso ragazzone, nonchè testimone, si getta in acqua e salva Sally (Nancy Allen), la bella ragazza a bordo, di cui prontamente si innamora, ma non il governatore, candidato alla presidenza degli Stati Uniti, McRyan.

Riascoltando con attenzione la registrazione sente anche uno sparo e scopre che la poco virtuosa fanciulla ricattava il pezzo grozzo con foto osè, come un Marrazzo qualsiasi.

Capendo che si trova in seri guai e respinto dalla polizia decide di fare tutto da solo, ma scoprirà insospettabili congiure.

BLOW OUT è un thriller di grande qualità firmato da un De Palma in gran forma da un punto di vista tecnico, che cita a più non posso Hitchcock e ci mette un po'di Coppola ("La conversazione") per questo suo film dal sicuro impatto e dalla trama ingarbugliata ma più che soddisfacente.

Il regista italo americano gioca con i suoni e le immagini intersecando una spy story ad un thriller di alta classe. Di certo non mancano cadute di tono e stile ma nel complesso si può definire un ottimo intrattenimento, grazie all'innegabile suspence e al ritmo serrato, anche se la bravura di De Palma va colta nelle singole sequenze, nel virtuosismo della cinepresa, nell'efficacia degli effetti e nell'amaro finale.

PELHAM 1 2 3: UN OSTAGGIO AL MINUTO

New York. Irrompono in quattro armati di mitra su un vagone della metropolitana partito da Pelham Bay. Il capobanda, Ryder (John Travolta), nome "d'arte" che nasconde identità e storia di un criminale raffinato, stacca subito la prima carrozza, il locomotore, dal resto del convoglio. Poi si mette in contatto con il centro di controllo, dove è di turno Walter Garber (Denzel Washington), alto funzionario declassato in attesa del giudizio per presunte mazzette e impiegato allo smistamento dei treni sulla linea di Lexington Avenue.

Voglio dieci milioni di dollari entro un'ora o comincerò ad uccidere i diciotto ostaggi. Ryder trova nella voce e nella persona di Walter il suo negoziatore ideale, preferito allo spocchioso negoziatore della polizia (John Turturro) che cerca invano di far ragionare il folle sequestratore, mentre il placido sindaco (James Gandolfini) salta sulla poltrona alla richiesta. Comunque tutti, negoziatore, sindaco e polizia avranno un'ora esatta per raccogliere la cifra e salvaguardare i passeggeri "in carrozza".

Borsa (con la maiuscola) ci cova.

PELHAM 1 2 3 : UN OSTAGGIO AL MINUTO è un prevedibile ma tutto sommato emozionante poliziesco a tutta birra, diretto dallo specialista dei film d'azione di altissimo budget e qualità, Tony Scott, che conosce bene i meccanismi della suspence, ma lascia sempre appena accennato lo scavo psicologico dei personaggi.

Il film è il rifacimento, aggiornamento tecnologico e narrativo compreso, del notevole  COLPO DELLA METROPOLITANA (UN OSTAGGIO AL MINUTO) (1974) di Joseph Sargent ove il cattivo di turno al treno era Mister Blue, un ex mercenario (auto)folgorato sulla via di fuga.

Dal buco nero della metropolitana di New York, riemergono i fantasmi e si liberano le paure di tutto ciò che oggi destabilizza la società occidentale: le guerre, il terrorismo, la crisi economica, gli squali di Wall Street. Senza metterlo in scena, il fratello del più celebre Scott, ripensa ossessivamente al 9/11 gettando un ex trader di Wall Street dentro una voragine che permette l'espressione della voce in assenza del corpo.

A corollario il dramma di un gruppo di newyorkesi, uno studente che non conosce le parole dell'amore, un ex paracadutista, una mamma vedova di guerra e il suo bambino orfano, impediti nel ventre della città, sotto tonnellate di cavi, acciaio e cemento.
Ancora una volta il buio claustrofobico e il cratere aperto di Ground Zero.

Con il solito stile ipercinetico e prospettive vertiginose e impossibili, Scott riporta a galla dal "vuoto" e dal rimosso della città i crimini finanziari di Ryder, quelli morali di Garber e quelli sentimentali del sindaco. L'(anti)eroe di Denzel Washington si prefigge "a fine corsa" di riparare i torti rimasti impuniti, senza riuscire però a impedire la morte di persone innocenti e un clima di paura, che trovano nella galleria della metropolitana il loro luogo d'espressione.

Dolorosamente consapevole di non essere più esente da "colpe" (ha accettato una tangente da una compagnia ferroviaria nipponica), Garber è alle prese con Ryder che mescola cattiveria e ironia, pratica la banalità del male e il sadismo gratuito. Voce a voce e corpo a corpo, Garber e Ryder si parlano, si ascoltano, si osservano e infine si affrontano per stabilire la vittoria di un mondo sull'altro, in virtù di un ritorno alla normalità rassicurante e di un tragitto di redenzione. Una "corsa" alla redenzione, che finisce anche per annoiare.

Gli ingrassati e imbruttiti Denzel Washington e John Travolta rischiano davvero grosso. Con le residue ammiratrici.

La battuta più bella? Quella del sindaco/James Gandolfini: "Il costume da Rudy Giuliani l'ho lasciato a casa".

SVALVOLATI ON THE ROAD

Cincinnati. Con il formicolio dell'avventura e decisi a rompere la routine, quattro amiconi borghesi e attempatelli di città e di mezza età (sui cinquanta), ognuno con i suoi problemi, si prendono, su idea e spinta dell'imprenditore in rosso Woody (John Travolta) qualche giorno di libertà dagli impegni, familiari e di lavoro,insomma una lunga galoppata on the road con entusiasmo e sotterfugi.

Così balzano sulle loro rombanti Harley Davidson, che non sempre sembrano gestire con disinvoltura, e via verso la California.

Corrono felici il dentista a dieta forzata Doug (Tim Allen), l'idraulico frustrato Bobby (Martin Lawrence), il suddetto Woody, uomo apparentemente di successo, a patto di non indagare oltre, e il programmatore di computer ma fallimentare con le donne Dudley (William H. Macy).

Naturalmente sono maldestri. Quanti guai per la via, dal disastro con le tende, all'ardente poliziotto gay, al toro permaloso, fino allo scontro in New Mexico con la banda dei Del Fuegos, una gang di teppisti in moto capitanati dal prepotente e non più giovane Jack (Ray Liotta).

Li metteranno in riga, spalleggiati dalla dolce padrona del bar Maggie (Marisa Tomei).

Imbarazzante commedia umoristica (soltanto nelle intenzioni) che ricicla temi ampiamente sfruttati (Scappo dalla città), celebrando l'elogio della campagna, con situazioni pierinesche, battute logore e interpreti fastidiosamente su di giri. Eppure, soprattutto nelle sale statunitensi, ha incassato cifre di tutto rispetto. Mah!

Probabilmente il tam tam deve avere funzionato proprio sulla generazione dei cinquantenni che hanno individuato in questo film un ritratto non troppo lontano dal vero della loro frustrazione.

Cresciuti all'ombra del mito di Easy Rider (piacevole il cameo di Fonda alla fine) hanno visto pian piano il miraggio dell'on the road sgretolarsi (fino a finire nell'imbuto senza via di uscita di quello che viene considerato il migliore film del genere: THELMA & LOUISE).

Eccoli allora con tutti i loro pregiudizi (l'omofobia nel film non è sottaciuta anzi…), con bandane e occhiali scuri contro un vento che vorrebbe essere tardivamente di libertà. Di fronte si trovano un branco di motociclisti guidati anch'essi da un non giovane.

In attesa di recupero critico tra vent'anni come i Vanzina (!!!) è difficile dire se è più irritante il titolo tradotto o una colonna sonora così assordante.

NOME IN CODICE: BROKEN ARROW

Utah (Usa). Che incubo per il giovane capitano Riley Hale (Christian Slater) il segretissimo volo di addestramento con il nuovo bombardiere nucleare partito da una base aeronautica vicina alle Montagne Rocciose.

Improvvisamente il più alto in grado compagno di viaggio, il maggiore Vic Deakins (John Travolta) lo catapulta fuori dall’aereo sganciando le due bombe atomiche trasportate a bordo.

Mentre il carapultato, raccolto nel deserto dalla graziosa guardia forestale Terry Carmichael (Samantha Mathis), prepara la prevedibile riscossa, il collega ladro nucleare depista il Pentagono e va all’appuntamento con il ricco affarista Pritchett (Bob Gunton), che gli ha commissionato il furto per ricattare il governo: non una bazzecola, ma ben 250 milioni di dollari.

NOME IN CODICE:BROKEN ARROW è uno scoppiettante (in tutti i sensi) e movimentatissimo thriller di azione violenta allo stato puro, costato 60 milioni di dollari: la Fox dovette produrlo senza la cooperazione dell’aviazione militare.

Tagliato come un poliziesco dal talentuoso John Woo, regista punta di diamante del cinema di Hong Kong, hollywoodiano per importazione e più ancora per indole.

Il ritmo sbalorditivo, la tensione senza pause e il pirotecnico dispiego di effetti speciali riescono a far passare in secondo piano l’assurdità atomica della trama.

PULP FICTION

Quattro episodi (intrecciati) a Los Angeles. Quattro storie di violenza che s'intersecano in una struttura apparentemente circolare che va avanti e indietro nel tempo: si chiude 1) il tandem di balordi di infimo calibro Pumpkin (Tim Roth) e Honey (Amanda Plummer) si accinge a fare una rapina in una tavola calda;

2) i due sicari Vincent (John Travolta) e Jules (Samuel L. Jackson) uccidono due uomini per recuperare una preziosa valigetta e gli rimane di troppo un ostaggio che per sbaglio ammazzano. 

Dovranno ripulire la loro auto, insozzata dal sangue e dal cervello dell’uomo uomo ucciso per sbaglio, con l'aiuto e sotto la direzione che non ammette repliche di Mr. Wolf (Harvey Keitel), l'uomo che risolve problemi, e vanno a mangiare proprio nella tavola calda della rapina;

3) uno dei due sicari (Travolta) deve portare a ballare la disinvolta Mia (Uma Thurman), moglie del boss Marsellus (Ving Rhames), che, scambiata eroina per cocaina, va in overdose;

4) il mediocre pugile Butch (Bruce Willis) contravviene ai patti, vince un incontro invece di andare al tappeto e scappa con la borsa.

Chi sopravvive si ritroverà con i protagonisti della altre storie.

PULP FICTION è una irresistibile commedia nera ispirata da quella narrativa popolare di ambiente criminale che, dagli anni '30 e '40, era pubblicata dai pulp magazines.

Secondo film di Quentin Tarantino, procede sul filo di un'irridente ironia, di un efferato e macabro umorismo nero, di una dialettica tra buffonesco e tragico (tra fun e funesto) che mettono azioni, gesti e personaggi come tra parentesi, in corsivo, anche quando, come nel torvo episodio della sodomizzazione, questo film divertente e caustico dai dialoghi irresistibili penetra nell'abominio del male.

Quentin Tarantino è sicuramente geniale ed il regista che ha modificato il modo di raccontare le storie, come fa in questo esplosivo girotondo grottesco, con avvenimenti e personaggi buoni per almeno tre film, punteggiato da un rock che ti rimane dentro.


Tra i bulli riemerge lo strepitoso e sorprendente John Travolta, improvvisamente rinato dopo molti film sbagliati, tra le pupe la sensuale Uma Thurman.

Vietato in Italia ai minori di 18 anni.

Palma d'oro a Cannes e Oscar per la sceneggiatura (Tarantino, Roger Avary).

Carrie lo sguardo di Satana

Provincia statunitense. La timida e complessata Carrie White (Sissy Spacek) a casa è angariata da una madre (Piper Laurie) bigotta e puritana mentre a scuola è sbeffeggiata da tutti, essendo il bersaglio preferito di compagni inconsciamente crudeli.

La perfida collettiva raggiunge il massimo della scala della crudeltà al grande ballo di fine corso, quando il riccioluto Tommy (William Katt), finge un improvviso sentimento amoroso per la povera ragazzina, elevata a propria dama.

Sul palco che la proclama la reginetta della festa, la ragazza, mentre è all'apice dell'improvvisa felicità, è sommersa da una secchiata di sangue di maiale.

Si vendicherà a suo modo: diabolicamente e sanguinosamente, scatenando le proprie forze latenti (la telecinesi, cioè la possibilità di muovere gli oggetti a distanza).

Ne segue una catastrofe dove tutti trovano la morte, ma qualcosa dell’indomabile energia giovanile sopravvive.

Da un romanzo di Stephen King e diretto da Brian De Palma, il film è un raccapricciante thriller gotico annaffiato di salsa horror, che si spinge ben oltre i confini del paranormale.

Un film ampiamente sinistro, un pò morboso (l’inizio, morbidamente condotto al rallentatore, fra le ragazze che si spogliano dopo la partita di pallavolo, finché Carrie sotto la doccia ha la sua prima mestruazione: questo trascorrere della scena da una specie di estatica felicità alla visione del sangue) ma certamente trascinante, con un finale da Everest del terrore, luttuosamente mirabolante.

Sissy Spacek, forse un pò grande per la parte, è bravissima e si segnala un John Travolta all'esordio.

LA FIGLIA DEL GENERALE

Savannah, Georgia (Usa). Mentre indaga sotto copertura per smascherare un oscuro traffico d'armi, il detective con le stellette Paul Brenner (John Travolta) si trova tra le mani una rogna ben più grossa: il Capitano Elizabeth Campbell, incontrata per caso e risultatagli subito simpatica, viene trovata morta, nuda e legata a dei paletti da campeggio, in uno spiazzo della base militare.

Il fatto è che è la bella figlia del generale (James Cromwell), il comandante della base, ormai dimissionario perché intenzionato ad entrare in politica.

L'ufficialone avverte subito il subalterno: prima il buon nome dell'esercito.

L'investigatore, spalleggiato dalla bella psicologa Sarah (Madeleine Stowe), ha fretta, tra poco arrivano quei rompiscatole dell'Fbi.

E via con le domande. Come mai la vittima teneva in casa filmini porno? E perchè quei due colonnelli, Moore (James Woods) e Kent (Timothy Hutton) sono così reticenti?

La verità, sconvolgente, in uno stupro collettivo.

Un giallo avvincente e ben congegnato di indagini in ambito militare (sulla falsariga di CODICE D'ONORE uno dei suoi maggiori successi del genere), magari montato su una storia altamente improbabile, diretto da Simon West.

John Travolta, con qualche chilo di troppo, sembra più un orsacchiotto che un mastino, ma rimane credibile nella duplice funzione del 'nordista' un pò gradasso che dileggia la gente del sud (soprattutto la "malfamata" polizia locale, quella del profondo sud) ma al contempo ha il rigore morale necessario per non guardare in faccia a nessuno,sentendosi di poter credibilmente indossare con grande dignità la divisa di ordinanza al momento della resa dei conti.

Le implicazioni freudiane aggiungono ulteriore elemento di interesse in un film che investe con un mare di fango le divise dei soldati, cosa che piace a certi sceneggiatori hollywoodiani molto simili ai radical-chic di casa nostra: ipocrisia a palate.

Il film è stato girato a Savannah, in Georgia, dove il 95% della popolazione è composta da militari.

Per molte scene ambientate a Fort Collum è stata utilizzata la Savannah State University.