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GRINDHOUSE - A PROVA DI MORTE

Austin (Texas). Un pò di chiacchiere di prammatica e si fa agganciare al pub la bionda Pam (Rose McGowan).

La ragazza accetta il passaggio sulla nera muscle car del misterioso stuntman Mike (Kurt Russell).

Non ci mette molto a scoprire, con stupore, che il sedile del passeggero, semplicemente, non esiste.

E il bolide è lanciato al frontale notturno con altre tre allegre squinzie che poco prima popolavano il locale.

Dalla strage si salva solo lui, con svariate fratture.

Quattordici mesi dopo lo troviamo in Tennessee, dove il folle maniaco assassino è pronto al bis.

Stavolta le vittime designate sono Abbey (Rosario Dawson) e le toste Kim e Zoe.

GRINDHOUSE - A PROVA DI MORTE è un esplosivo e cruento dramma parapoliziesco di Quentin Tarantino, che delizia i fan sfegatati e lascia sbalorditi in senso negativo gli occasionali spettatori. 

Io sto placidamente nel mezzo.


Il genio (a corrente alternata, come tutti i geni) mette in scena una storia insensata gravida di chiacchiere (a tratti stucchevoli) e atrocità. In pratica realizza un film omaggio al vecchio B movie e ai serial tv anni '70 reinterpretato con il gusto odierno.

Chiaramente resta pacifico che Tarantino sappia usare la macchina da presa. Inoltre la fotografia (sgranata) è ottima e la colonna sonora azzeccatissima. Anche se probabilmente siamo lontani dalla vette di PULP FICTION.

Azzeccatissimo nel ruolo il vecchio ma sempre grintoso Kurt Russell. Tutte piacevoli  le scosciate e scatenate protagoniste. E gradevoli piedi femminili dalle dita smaltate, musica che più giusta non si può, nachos, hamburger, birra. Un overdose di cibo american-style.

Il culmine è la lunga corsa in auto finale su ben note arie di poliziesco italiano (ITALIA A MANO ARMATA), seguita dalla catartica vendetta, ferocissima ed inaspettata seppur stemperata da una vena goliardica e fumettistica.

Insomma con questo GRINDHOUSE - A PROVA DI MORTE vintage... a tutto gas.

KILL BILL VOL.2

El Paso (Texas). Il perfido Bill (David Carradine) fa uccidere tutti durante le nozze della sua ex Beatrix (Uma Thurman).

Però la donna, creduta morta, rimane in coma per quattro anni, poi si arma e comincia la vendetta.

Fatti fuori (nel primo episodio) due dei quattro sicari di Bill, restano sul libro nero dell’implacabile guerriera Bud (Michael Madsen) e Elle Driver (Daryl Hannah).

Dal primo si becca una fucilata in pieno petto, quindi viene sepolta viva.

Miracolosamente riemersa, aspetta che sia la biondona monocola a regolare i conti con l’incauto collega, con tanto di mamba assassino.

Poi, armata di spadone made in Japan, va all’assalto della killeressa. Il poker di sangue è servito.

E ora, mio caro Bill, tocca a te. Preparati la bara.

KILL BILL VOL.2 è la seconda ed ultima kilometrica puntata della vendetta più estenuante della storia.

Chiaramente messa in scena con il consueto, stupefacente virtuosismo tecnico dal genio Quentin Tarantino. Qui si ha di nuovo un omaggio al cinema orientale, però subentra anche un altro genere: lo spaghetti western.

Anche se questa volta il frullato di generi cinematografici si riduce a un noir, anche se sempre intinto nel grottesco ed emozionante nelle scene d’azione. Insomma un film meno pazzo e più canonico del precedente.

Probabilmente con meno ritmo ed un filino più noioso, soprattutto quando lascia spazio alle chiacchiere e all’introspezione.

Che piaccia o meno, non si può negare a Quentin Tarantino di essere uno dei pochi registi in attività a cercare di seguire una propria “poetica”.

Perfetti Uma Thurman e David Carradine, ma la mia preferenza non può che andare alla cattivissima antieroe Elle Driver, una nuova icona del male su pellicola interpretata da una splendida Daryl Hannah.

Ottimo il doppiaggio e frenetico il ritmo, che raggiunge il suo massimo splendore nel “duello tra le miciadiali bionde”, assai violento ed eccitante.


KILL BILL VOL.1

El Paso (Texas). Che carneficina quando la gang di Bill (David Carradine), boss della mala, fa irruzione nella chiesa dove si sta celebrando il matrimonio.

Sopravvive la Sposa (Uma Thurman), nonostante la pallottola in fronte, però perde la creatura che portava in grembo.

Vegeta in ospedale, dove subisce le attenzioni di un immondo infermiere.

Dopo quattro anni di coma si sveglia, concia per le feste il suo aguzzino e prepara la vendetta contro gli ex soci, le quattro vipere mortali, guidate proprio dal compagno dei tempi d'oro, ovvero Bill.

Ripreso il nome d'arte di Black Mamba, vola a Tokyo, dove il maestro Hattori Hanzo le forgia uno speciale spadone da samurai.

E va all'assalto del primo della lista, la perfida O'Ren-Ishii (Lucy Liu).

KILL BILL VOL.1 è un concitato drammone avventuroso di Quentin Tarantino, prolisso e geniale, che nella prima parte del suo film spezzato in due parti, mescola poliziesco, western e perfino anime, dando largo spazio alle sequenze d'azione e ripescando a piene mani dal cinema orientale di arti marziali degli Anni Settanta.

Con il trionfo di teste, gambe e braccia mozzate in un susseguirsi di duelli che annegano nel sangue.

Eterogeneo e fiammeggiante.

Inoltre la donna come genesi e conflitto, vita e morte.

Mescolate e trasversali, le forme di molti generi si riuniscono in una, quella del cinema inteso come scrittura del caos.

E' infine la storia dell'umanizzazione di un personaggio: Beatrix Kiddo.

Insomma KILL BILL VOL.1 si segnala inoltre per il virtuosismo estetizzante probabilmente spinto all'eccesso, una grandissima cura dei particolari, coreografie (importantissime) e inquadrature sempre congruenti e mai banali.

Nella sua ricerca della perfezione, il regista pecca forse di prolissità, ma è indubbio che confezioni un'opera avvincente, peraltro segnata da un'ottima colonna sonora.

Pellicola divertente ma di sicuro non per tutti i gusti.

Probabilmente inferiore a PULP FICTION, ma è un dettaglio.

DJANGO UNCHAINED

Texas, 1858, alla vigilia della guerra civile. Il cacciatore di taglie di origine tedesca dottor King Schultz (Christoph Waltz), su un carretto da dentista, è alla ricerca dei ricercatissimi fratelli Brittle, per consegnarli alle autorità piuttosto morti che vivi e incassare la ricompensa.

Per scovarli, libera dalle catene, con gesto generoso ma non disinteressato, lo schiavo Django Freeman (Jamie Foxx), prigioniero come tanti di due crudeli proprietari terrieri, i fratelli Speck, promettendogli la libertà a missione completata.

Tra il taciturno nero e l'ex dentista nasce così, a suon di pistolettate, un sodalizio umano e professionale che li conduce attraverso l'America delle piantagioni e degli orrori razzisti alla ricerca dei criminali in fuga ma soprattutto della consorte di Django, Broomhilda (Kerry Washington), venduta come schiava a qualche possidente negriero.

Che nella fattispecie è il folle e sadico schiavista Calvin Candie (Leonardo Di Caprio).

DJANGO UNCHAINED è un avvincente e gustoso western di Quentin Tarantino, che dopo i gangster movie, dopo gli omaggi al cinema orientale, dopo la rivisitazione storica del nazismo in chiave pulp, si cimenta con uno dei suoi generi preferiti.

L'incursione in territorio western avviene riprendendo un vecchio personaggio degli spaghetti western italiani, modernizzandolo e piegandolo alla sua indiscussa creatività.

Tra cadaveri e sangue, largo spazio all'ironia. Con la vendetta (e il riscatto) a fare da motore a tutta la storia.

Raramente capita di vedere un film di quasi tre ore che non annoia mai: i 165 minuti di durata scorrono via lisci come l'olio e, pur con qualche flebile discontinuità e una caduta di tono all'ultimo, divertono a più riprese.

Girato con grande maestria (la scena del rosso sangue che bagna i fiocchi di bianco cotone è magistrale), ha tutti gli ingredienti del Tarantino style tra cui ovviamente la cura per la sceneggiatura (con i soliti lunghi ed impagabili dialoghi).

Cameo del vecchio Django Franco Nero.

JACKIE BROWN

Los Angeles. È stata pizzicata da due agenti del reparto antifrode l'avvenente hostess Jackie Brown (Pam Grier), tirapiedi del laido mercante d'armi dal grilletto facile Ordell Robbie (Samuel L. Jackson), che si accompagna a una sballatissima bionda (Bridget Fonda) e che intende recuperare in fretta il mezzo milione di dollari nascosti dalla sottoposta in Messico.

Così incarica il garante di cauzioni, Max Cherry (Robert Forster), di far uscire la pollastrella. E mentre la polizia, in cambio del rilascio, chiede alla donna, dotata di grazia e sangue freddo, di incastrare il boss, questi le sguinzaglia dietro Louis Gara (Robert De Niro), stralunato ex galeotto.

JACKIE BROWN, poliziesco lento e compassato, elaborato e prolisso, è il film più lineare dell'irriconoscibile (turpiloquio escluso) Quentin Tarantino, che mostra il lato romantico con venature retrò di una multiforme personalità, omaggiando la stagione cinematografica della blaxploitation e celebrando la sua sexi icona nera, Pam Grier, attrice b-movies (di una trentina?) d’anni fa.

È lei la Jackie del titolo, l’antesignana della sposa di Bill, la donna castrante decisa a eliminare il maschio che le ha fatto un torto, ed è sempre lei la regina di un genere cinematografico degli anni ’70 che sfruttava la cultura popolare nera ed era interpretato, realizzato e rivolto al pubblico afroamericano.

In JACKIE BROWN la blaxploitation funziona come elemento postmoderno spogliato del significato etico, politico e sociale che muoveva gli eroi neri degli anni Settanta.

Al contrario il film di Tarantino produce puro intrattenimento per “bianchi” esaltando i vizi del sottoproletariato nero, sottolineandone l’avidità e il narcisismo, puntando sull'approfondimento psicologico dei protagonisti, coinvolti nel recupero di una valigetta ricolma di banconote.


Il gangster nero è ancora una volta Samuel L. Jackson, involuzione degli eroi della blaxploitation ma irresistibile negli abiti funky e multicolori del mercante d’armi che giustizia nemici e “fratelli” nei portabagagli di lucidissime Pontiac.

Accanto a lui compare, per la prima volta misurato, come personaggio di contorno, un eccellente Robert De Niro bisognoso di rasoio e sapone.

DAL TRAMONTO ALL'ALBA

Abilene (Texas). Dopo una sanguinosa rapina in una banca (ne hanno ammazzati otto), gli spietati fratelli Seth (George Clooney) e Richard Gecko (Quentin Tarantino) prendono in ostaggio un' atterrita donna, violentata e uccisa alla prima sosta, per filare verso il Messico.

Per farla franca al confine, sequestrano il pastore disilluso Jacob Fuller (Harvey Keitel) che viaggia in camper con i due figli, la nevrotica Kate (Juliette Lewis) e il fratello più piccolo e, nascondendosi nel camper riescono ad attraversare la frontiera.

L'appuntamento con il boss Carlos è al locale “Titty Twister”, il topless bar della seducente Santanico Pandemonium (Salma Hayek), dove, dal tramonto all'alba, gli avventori di passaggio sono il piatto forte per vampiri assetati di sangue. Umano.
E le cinque forze fresche fanno gola a molti.

DAL TRAMONTO ALL'ALBA è un delirante horror grottesco diretto da Robert Rodriguez su una vecchia sceneggiatura di Quentin Tarantino che rappresenta una vera sagra del tarantinismo più trash, in altalena tra la parodia cinica e l'estasi del pecoreccio.

L'epilogo (quasi 30´) è una strage tremenda con teste mozzate, arti squartati, contagi orripilanti, metamorfosi trucide e un'orgia di effetti speciali.
Un volo finale in dolly della cinepresa svela il mistero.

Un concentrato pulp la cui trovata più rilevante è quella che, lasciata a mezza via la pista gialla, imbocca di botto quella horror, dando luogo a una contaminazione dei generi (si va dal gangster al grottesco fino allo splatter), a un fumettaccio nero che ricorda le produzioni di serie C degli anni ’70 e che non si risparmia né umorismo di cattivo gusto, né succo di pomodoro e protesi in lattice nel finale horror.

E poi l'ingresso di Salma Hayek.

Certamente il ballo della bella e seducente attrice messicana nelle vesti di Satanico Pandemonium, nella scena cult del film, è una delle cose più sensuali mai viste nella storia del cinema.

Come non ricordare l’affascinante Salma che si esibisce in una danza sui tavoli del locale più folle del pianeta terra, sfoggiando un costumino color porpora.
Con lei, un pitone albino che si fonde e confonde con le sue forme gradevolmente giunoniche.

L’apice dell’erotismo viene raggiunto quando la Hayek attraversando i tavoli del locale raggiunge quello dove è seduto Tarantino, e lì lascia dolcemente colare la bevanda dalle cosce fino alla bocca del buon Quentin.

Da infarto.

PULP FICTION

Quattro episodi (intrecciati) a Los Angeles. Quattro storie di violenza che s'intersecano in una struttura apparentemente circolare che va avanti e indietro nel tempo: si chiude 1) il tandem di balordi di infimo calibro Pumpkin (Tim Roth) e Honey (Amanda Plummer) si accinge a fare una rapina in una tavola calda;

2) i due sicari Vincent (John Travolta) e Jules (Samuel L. Jackson) uccidono due uomini per recuperare una preziosa valigetta e gli rimane di troppo un ostaggio che per sbaglio ammazzano. 

Dovranno ripulire la loro auto, insozzata dal sangue e dal cervello dell’uomo uomo ucciso per sbaglio, con l'aiuto e sotto la direzione che non ammette repliche di Mr. Wolf (Harvey Keitel), l'uomo che risolve problemi, e vanno a mangiare proprio nella tavola calda della rapina;

3) uno dei due sicari (Travolta) deve portare a ballare la disinvolta Mia (Uma Thurman), moglie del boss Marsellus (Ving Rhames), che, scambiata eroina per cocaina, va in overdose;

4) il mediocre pugile Butch (Bruce Willis) contravviene ai patti, vince un incontro invece di andare al tappeto e scappa con la borsa.

Chi sopravvive si ritroverà con i protagonisti della altre storie.

PULP FICTION è una irresistibile commedia nera ispirata da quella narrativa popolare di ambiente criminale che, dagli anni '30 e '40, era pubblicata dai pulp magazines.

Secondo film di Quentin Tarantino, procede sul filo di un'irridente ironia, di un efferato e macabro umorismo nero, di una dialettica tra buffonesco e tragico (tra fun e funesto) che mettono azioni, gesti e personaggi come tra parentesi, in corsivo, anche quando, come nel torvo episodio della sodomizzazione, questo film divertente e caustico dai dialoghi irresistibili penetra nell'abominio del male.

Quentin Tarantino è sicuramente geniale ed il regista che ha modificato il modo di raccontare le storie, come fa in questo esplosivo girotondo grottesco, con avvenimenti e personaggi buoni per almeno tre film, punteggiato da un rock che ti rimane dentro.


Tra i bulli riemerge lo strepitoso e sorprendente John Travolta, improvvisamente rinato dopo molti film sbagliati, tra le pupe la sensuale Uma Thurman.

Vietato in Italia ai minori di 18 anni.

Palma d'oro a Cannes e Oscar per la sceneggiatura (Tarantino, Roger Avary).

BASTARDI SENZA GLORIA - Inglourious basterds

1941, seconda guerra mondiale e primo anno dell'occupazione tedesca in Francia. Il Colonnello implacabile cacciatore di ebrei delle SD (servizio segreto delle SS) Hans Landa (Christoph Waltz, grande rivelazione del film nella parte del suadente simbolo del male), dopo un lunghissimo e mellifluo interrogatorio a un contadino francese (qui siamo in pieno western, una strepitosa scena degna del maestro Sergio Leone nda), che nasconde degli ebrei sotto il pavimento della sua casa, stermina quest'ultima famiglia ebrea sopravvissuta in quella località. La giovane Shosanna Dreyfus riesce però a fuggire.

Passati tre anni e ormai adulta (Mélanie Laurent) è ora proprietaria di una sala cinematografica, in cui confluirà, per uno scherzo del destino, o meglio per opera dell'insistente corteggiatore Fredrick Zoller (Daniel Bruhl), eroe di guerra diventato divo, un doppio tentativo di eliminare, in un colpo solo, durante una proiezione speciale tutte le alte sfere del nazismo, da Goebbels a Goering, a Borman per arrivare addirittura al boss Adolf Hitler
Infatti, al piano messo in atto artigianalmente dalla ragazza assetata di vendetta se ne somma uno più complesso, (ma dai, Tarantino, storie incrociate?) l’ “Operazione Kino”.

Ad organizzarlo è una squadraccia di bastardi ebrei americani guidati dal tenente apache-ammazzanazisti Aldo Raine (Brad Pitt), pronto a tutto pur di mandare all'inferno quanti più nazisti si può, scotennatura compresa.

Con gli scalpi dei tedeschi Brad Pitt deve averci preso gusto. Alla maniera degli Apache, scotennava crucchi nelle trincee di Vento di passioni , ma lì agiva da solo, per vendetta e dolore, ed era la Prima guerra mondiale. Qui la pratica diventa strategia della paura, l’annuncio di una campagna fondata sul terrore psichico. “Saremo crudeli con i nazisti e attraverso la nostra crudeltà sapranno chi siamo”, scandisce ai suoi otto soldati ebrei nell’incipit del film, con scene di terrificante violenza (gli scotennamenti, l'omicidio con la mazza, il dito nella ferita).

Ebrei che ammazzano nazisti, geniale! Il sogno proibito degli ebrei, probabilmente. Concedendo al sergente Donny Donovitz (l’attore ebreo Eli Roth), uno dei più feroci uomini del tenente, visto che il suo personaggio s’occupa di rompere con la mazza da baseball le teste dei tedeschi, di finire Hitler a colpi di mitra.

Se si guardasse solo alla storia. Sia chiaro i buoni, anche se bastardi, sono buoni e i cattivi, anche se ridicoli, sono cattivi, ma anche di fronte alla più grande tragedia del secolo scorso, Tarantino non rinuncia (e fa bene, per il cinema) allo splatter e all’ironia.

Il cinema ha delle ragioni che la Storia non è in grado di capire. Quentin Tarantino, che ha scritto questo film stravolgendo beffardamente la Storia, è sicuramente il regista che più ha rivoluzionato il modo di raccontare storie negli ultimi vent’anni. Ed è tornato a raccontare storie.
E siccome la storia, questa volta, riguarda la Storia, ha suscitato qualche polemica.

BASTARDI SENZA GLORIA è un film complesso, molto scritto, divertente nel suo mix di avventura, ferocia e cinofilia sfrenata, colorato, spensierato. Un “maccheroni kombat” in omaggio al sottogenere bellico squisitamente italiano frequentato da cineasti di culto (per lui, chiaramente) come Enzo G. Castellari (“Quel maledetto treno blindato”) mischiato con figure e situazioni dello spaghetti western, con iconografia da seconda guerra mondiale. E un tocco di W la foca.

Cosa non è? Non è un film sull’Olocausto anzi può essere inteso come l’anti “Salvate il soldato Ryan”. Se Steven Spielberg è convinto dell’utilità morale di un film (lo schiavismo, la libertà, l’Olocausto) Quentin Tarantino pensa solo allo spettacolo. Al grande spettacolo. A suo modo provocatorio . Nel quale addirittura si può riscrivere la Storia, facendo finire la guerra nel 1944, giocando con la realtà, a stravolgerla con il suo stile, in un operazione che è impensabile definire revisionista.

E’ la guerra raccontata come una grande storia criminale, come scontro fra schiere di assassini: quelli che casualmente (potrebbero uccidere francesi, se quello fosse l’ordine) ammazzano ebrei, se indifesi, come fa il colonnello Waltz (sicuramente il personaggio che ruba la scena, anche grazie all’ottima interpretazione); quelli che ammazzano ogni tedesco, come presunto ammazzatore di ebrei, ma sempre indifesi a loro volta, come fa il personaggio di Raine, che poi li scotenna anche…
Non c’è nessun dislivello morale fra loro: solo il discrimine fra chi riesce a sopravvivere e chi non ce la fa. Con il personaggio di Waltz che fa il salto della quaglia meglio di un democristiano, con una lungimiranza politica notevole, ponendo fine alla guerra un anno prima (fosse successo nella realtà, non ci sarebbero stati circa due milioni di morti…).

Con uno stile che risente di un amore evidente per il cinema, che lo fa sembrare un libro di citazioni cinematografiche che cammina, Tarantino se ne infischia dell’attendibilità storica e cronologica: è il cinema è il vero trionfatore di questo film. Perchè Tarantino ama il Cinema tout court (e non solamente, come tanti altri registi, il proprio cinema) ed è felice, da quanto sembra ai nostri occhi, quando riesce a trasmettere questa sua passione. Anche in questa occasione la missione è compiuta.

Per non parlare della musica che sottolinea ogni variazione di stile con altrettante citazioni, dove il nostro Ennio Morricone fa la figura del gigante.

Fa parte del complotto anche l’avvenente Bridget Von Hammersmark (Diane Kruger) una diva tedesca in stile Marlene Dietrich (spia per gli alleati) protagonista dell’immancabile scena feticista (un omaggio stile Tarantino alla Cenerentola di Disney: in pratica si scopre che è una spia grazie ad un elegante scarpetta smarrita). Perché se, come si dice, Fellini aveva le tette, Rossellini i volti, Hitchcock le bionde, Tarantino sembra avere la passione per i piedi nudi. Io ho notato delle belle gambe, ma qua entriamo nei gusti.

La scena finale: il potere del cinema fa crollare il Terzo Reich. E il potere della tanto amata pellicola che prende fuoco, in fretta, un fuoco purificatore e vendicatore, sotto lo schermo.

Alla fine della fiera della svastica, siamo dalle parti del cinema. GRANDE CINEMA.