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SLEEPLESS - IL GIUSTIZIERE

Las Vegas. Vincent Downs (Jamie Foxx) è un tenente di polizia infiltrato alla caccia di agenti corrotti che per errore si trova a rubare 25 chili di coca purissima appartenenti a un pericoloso gruppo criminale.

L'elegante e leccatissimo Stanley Rubino, proprietario del casinò Luxus, gli rapisce il figlio sedicenne per ritorsione.

Downs si presenta al casinò per lo scambio ma è pedinato dalla tostissima agente Bryant (Michelle Monaghan), detective degli affari interni.

La caparbia agente è convinta che Downs sia corrotto e al soldo del gangster Novak.

Quando anche Rob Novak si presenta sotto le luci al neon del Luxus per riavere la sua droga lo scambio si complica.

Riuscirà il padre in angoscia in una sola notte insonne a salvare suo figlio, eludere un'indagine sugli affari interni e consegnare i rapitori alla giustizia?

Affidato alla regia dello svizzero Baran Bo Odar, nella sostanza SLEEPLESS - IL GIUSTIZIERE, appartenente fin troppo palesemente alla categoria dei B movie di ambito noir-poliziesco, purtroppo non apporta nessuna novità sul fronte action spara-picchia.

Il film, un action movie muscolare, procede solo per meccanismi prevedibili quando non obsoleti.

Clamorose ed evidenti le situazioni prive di plausibilità, come la resa dei conti nel parcheggio del casinò, in cui viene sparato del gas senza apparentemente ostacolare i personaggi privi di maschere. La domanda: perchè usare dei lacrimogeni quando hai un fucile d'assalto?

Decisamente sostenuto il ritmo ma SLEEPLESS - IL GIUSTIZIERE manca quasi totalmente di inventiva.

E lo si dimentica già poco dopo averlo visionato.

Aspettiamoci almeno un sequel.

SOTTO ASSEDIO - WHITE HOUSE DOWN

L’agente della polizia di Washington John Cale (Channing Tatum), si vede negato il lavoro dei suoi sogni con i Servizi Segreti per la protezione del Presidente James Sawyer (Jamie Foxx).

Non volendo deludere la sua bambina, John la porta ugualmente, come se niente fosse, a fare una visita guidata alla Casa Bianca, quando l’intero complesso viene preso d’assalto da un gruppo di uomini armati e ben coordinati che conquistano l'edificio e prendono in ostaggio il Presidente e i visitatori giornalieri.

Tra cui proprio impotente Cale, rimasto dentro con il solo pensiero di recuperare la figlia chiusa in bagno durante l'attacco.

In breve l'aspirante guardia del corpo presidenziale diventerà l'unica speranza del governo degli Stati Uniti di salvare il presidente ed evitare che tutta la zona venga rasa al suolo e impedendo il lancio non autorizzato di testate nucleari verso altre potenze.

Con il governo nazionale nel caos ed il tempo che scorre inesorabile, ora, mentre fuori il mondo guarda impotente, sta a Cale salvare il Presidente, sua figlia, e il Paese.

SOTTO ASSEDIO - WHITE HOUSE DOWN  sembra partire da un'idea molto simile a un precedente film (Attacco al potere) molto più verboso e con meno pallottole.

Di diverso ha solo un minimo di ironia in più e due protagonisti potabili, nonostante non sfuggano alla stereotipizzazione e, soprattutto, alla cartavelinicità della loro figura, frasette e dinamismo a parte (uno vuole lasciare il segno...l'altro la classica seconda occasione, trovare la figlia e, già che c'è, un lavoro).


L'azione non manca, i morti sono molti (ancora una volta il sistema di sicurezza fa ridere i polli) e lo spettatore, se non altro, non rischia la pennichella, anche se a un certo punto ti assale un dubbio: INDEPENDENCE DAY senza gli alieni o un Die Hard con Channing Tatum al posto di Bruce Willis?

P.S. Cosa avrà mai fatto al regista Roland Emmerich la Casa Bianca?

DJANGO UNCHAINED

Texas, 1858, alla vigilia della guerra civile. Il cacciatore di taglie di origine tedesca dottor King Schultz (Christoph Waltz), su un carretto da dentista, è alla ricerca dei ricercatissimi fratelli Brittle, per consegnarli alle autorità piuttosto morti che vivi e incassare la ricompensa.

Per scovarli, libera dalle catene, con gesto generoso ma non disinteressato, lo schiavo Django Freeman (Jamie Foxx), prigioniero come tanti di due crudeli proprietari terrieri, i fratelli Speck, promettendogli la libertà a missione completata.

Tra il taciturno nero e l'ex dentista nasce così, a suon di pistolettate, un sodalizio umano e professionale che li conduce attraverso l'America delle piantagioni e degli orrori razzisti alla ricerca dei criminali in fuga ma soprattutto della consorte di Django, Broomhilda (Kerry Washington), venduta come schiava a qualche possidente negriero.

Che nella fattispecie è il folle e sadico schiavista Calvin Candie (Leonardo Di Caprio).

DJANGO UNCHAINED è un avvincente e gustoso western di Quentin Tarantino, che dopo i gangster movie, dopo gli omaggi al cinema orientale, dopo la rivisitazione storica del nazismo in chiave pulp, si cimenta con uno dei suoi generi preferiti.

L'incursione in territorio western avviene riprendendo un vecchio personaggio degli spaghetti western italiani, modernizzandolo e piegandolo alla sua indiscussa creatività.

Tra cadaveri e sangue, largo spazio all'ironia. Con la vendetta (e il riscatto) a fare da motore a tutta la storia.

Raramente capita di vedere un film di quasi tre ore che non annoia mai: i 165 minuti di durata scorrono via lisci come l'olio e, pur con qualche flebile discontinuità e una caduta di tono all'ultimo, divertono a più riprese.

Girato con grande maestria (la scena del rosso sangue che bagna i fiocchi di bianco cotone è magistrale), ha tutti gli ingredienti del Tarantino style tra cui ovviamente la cura per la sceneggiatura (con i soliti lunghi ed impagabili dialoghi).

Cameo del vecchio Django Franco Nero.

COLLATERAL

Los Angeles.  Il cordiale tassista notturno Max (Jamie Foxx) ha appena fatto una corsa con Annie (Jada Pinkett Smith), una piacente procuratrice che l'indomani terrà un'importante udienza per crimini legati alla mafia, quando riceve l'allettante offerta dal nuovo cliente, l'elegante forestiero Vincent (Tom Cruise): per seicento dollari devi portarmi in giro per tutta la notte per cinque tappe.

Max si fa convincere, senza sapere che da quel momento avrebbe iniziato un viaggio allucinante.
Alla prima tappa, pum, sulla macchina ferma sotto un fatiscente palazzo di periferia piove un cadavere.

Si, sono stato io, intima, pistola spianata in volto, lo scomodo passeggero all'autista sconvolto, un vero e proprio commesso viaggiatore della morte.

E via per la nuova esecuzione, ricorda sono cinque, col rude detective Fanning (Mark Ruffalo) che piano piano sta sbrogliando l'intricata matassa.

COLLATERAL di Michael Mann, splendido regista del cinema adrenalinico di classe, è un cupo e violento poliziesco, un lungometraggio, frenetico ed efficace, con continui cambi di ritmo che si svolge, temporalmente, tutto in una notte.

Difficile dire se l'elemento più coinvolgente di questo riuscito action movie sia quello visivo o quello della sceneggiatura.

I primi piani strettissimi, la notte losangelina, il montaggio serrato (spettacolare la scena della discoteca con un incessante e ipnotica musica martellante) e l'uso del digitale che rende le immagini notturne più nitide con un conseguente iperrealismo, il mucchio di morti ammazzati che si fondono con le chiacchiere zeppe di messaggi filosofici tra Vincent e Max.

L'insolito cattivo Tom Cruise (in versione sale e pepe), che spara a raffica e salta come un grillo, e il misurato Jamie Foxx si affrontano a viso aperto, col secondo che ruba la scena al primo.

GIUSTIZIA PRIVATA

Filadelfia. Due rapinatori a volto scoperto irrompono nella villa del mite Clyde Shelton (Gerard Butler) e il più feroce, dopo averlo ferito, gli uccide per puro sadismo la moglie e la figlioletta.

Non ci sono prove a sufficienza, spiega allo sbigottito sopravvissuto l'ambizioso procuratore Nick Rice (Jamie Foxx): bisogna patteggiare la pena e sfruttare la confessione del più violento che denuncia il complice. In questo modo una condanna a morte diviene certa ma il ‘pentito' riceve una pena lieve.
Clyde è sconvolto da questa decisione.

Passano dieci anni e il bandito che faceva il palo viene giustiziato fra atroci sofferenze (indovinate chi ha manomesso i flaconi con il liquido letale).
L'altro viene prelevato da Shelton, portato in un magazzino abbandonato e fatto in spezzatino, a pezzi (venticinque per la precisione).

L'omicida si lascia arrestare senza opporsi, ma la sua sete di vendetta non è placata anzi è solo l'inizio della vendetta di Clyde il quale, anche dal carcere e sfidando Nick, continuerà a colpire scatenando una micidiale guerra privata.

Adrenalico, fragoroso e a suo modo avvincente thriller poliziesco del recidivo specialista F. Gary Gray (The Italian Job, Il Negoziatore) che trattiene il pubblico incollato alla poltrona grazie a una triplice chiave di lettura.

Inizia infatti come un classico legal thriller con il difficile rapporto tra l'uomo che deve applicare legge e il cittadino che non riesce a capacitarsi delle enormi falle del diritto che non danno l'idea del raggiungimento di una giustizia piena.

Prosegue poi, suscitando attese sulle possibili varianti, annientando il mito del giustiziere Charles Bronson con Clyde di nuovo a confronto con il suo trauma e Nick che tenta di ricondurlo nell'ambito della razionalità.

Termina poi costringendo lo spettatore ad esercitare ai massimi livelli la cosiddetta sospensione dell'incredulità in un luna park di invenzioni che fanno apparire Leonardo da Vinci un dilettante (non voglio fare torto a chi non ha visto ancora il film fermandomi qui).

Attingendo anche agli stilemi delle pellicole sadico-splatter (ma a dire il vero senza mai calcare troppo la mano).

Sempre ottimo il mascellare Butler che diventa un sorta di borghese piccolo piccolo, ma molto più furente e professionale e ci porta con sé, nella sua corsa verso una vendetta, che assumerà caratteri via via sempre più apocalittici facendoci riflettere sul cosa sia la giustizia.

Deludente il finale veramente buttato lì così, quasi per caso.