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THE BEACH

Bangkok. E' sbarcato nella caotica città thailandese affamato di vita ed avventura il giovane americano Richard (Leonardo Di Caprio).

Nell'albergo conosce lo schizzato pazzoide inglese Daffy (Robert Carlyle), che prima di rendere l'anima al creatore, gli consegna una misteriosa mappa.

Ecco l'isola dei miei sogni, mormora il giovanotto.

Su, venite con me, propone alla coppia di coetanei francesi, la bella Françoise (Virginie Ledoyen) ed Etienne, disposti a seguirlo a nuoto alla meta.

Il paradiso terrestre, pur incantevole, si rivela un inferno per colpa della poco amichevole comunità guidata dalla vulcanica Sal (Tilda Swinton), che per restare in quel paradiso è scesa a patti con i coltivatori di marijuana.

E intanto arrivano nuovi ospiti incautamente messi sulla pista proprio dal giovane americano.

Peggio i contadini infuriati con kalashnikov o gli squali affamati?

THE BEACH è un eclettico e diseguale film diretto da Danny Boyle che considero bello a metà, dove si blatera di ecologia, pacifismo, libertà fino a quando la realtà non si presenta alla porta e il messaggio new age va a farsi benedire.

Trama che nasce thriller, prosegue avventura, assume tinte rosa (che vuole signora mia c'è pur sempre Leonardino Di Caprio) poi tinte splatter e pure 5 minuti da autentico videogioco.

Storia sufficientemente intrigante, location strepitosa, buona (e a suo modo folle) interpretazione di Di Caprio.

Il plot narrativo tuttavia non mantiene un ritmo costante, con conseguenti cali di tensione. Come i momenti di avventura e delirio onirico alla Apocalypse Now/Il cacciatore nella fase dell'isolamento di Di Caprio dalla comunità della "spiaggia" e gli  inserti nonsense (il videogioco suddetto).

Stesso discorso per le musiche (belle), utilizzate a volte in modo poco coerente con il contesto scenico.

THE WOLF OF WALL STREET

New York, ottobre 1987. Riparte da zero lo sfrontato, ambizioso e famelico broker cocainomane Jordan Belfort (Leonardo Di Caprio).
Iniziato alla 'masturbazione' finanziaria da Mark Hanna (Mattew McConaughey), yuppie di successo col vizio della cocaina e dell'onanismo, era stato digerito e risputato da Wall Street lo stesso giorno in seguito al collasso del mercato.

Così in un magazzino periferico fonda la Stratton Oakmont  e grazie ai titoli spazzatura fa soldi a palate con il socio Donnie Azoff (Jonah Hill).

Ferrari, (tante) squillo, (tanta) coca, yacht.

Scarica la moglie e si prende la vamp bionda (Margot Robbie), che non tarda a regalare due eredi al suo regno poggiato sull'estorsione criminale dell'alta finanza e la ricerca sfrenata del piacere.

Ma ogni sbornia adrenalinica ha il suo risveglio. Perduti moglie, amici e rotta di navigazione, Jordan si infrangerà contro se stesso, l'inchiesta dell'FBI e la dipendenza da una vita 'tagliata' con cocaina e morfina.

THE WOLF OF WALL STREET, tratto da una storia vera, è un nevrotico, avvincente ed esagerato kolossal diretto da Sua Maestà Martin Scorsese, che racconta in maniera sopraffina la scalata al potere di un mago (fasullo) dell'alta finanza.

Benissimo incarnato da un superlativo Leonardo Di Caprio, isterico e repellente ritratto di un vincente a tempo determinato nel mondo della finanza predatoria, marcio fino al midollo.

Alla quinta collaborazione Scorsese e Di Caprio si conoscono talmente bene che l'uno sa bene cosa vuole l'altro ancor prima di aprire bocca. E questo ovviamente giova non poco al film, che già di suo è valido sotto ogni aspetto.

La struttura del film richiama quella di QUEI BRAVI RAGAZZI.



Ben tre ore (che scivolano via veloci) eccessive in tutto, dai nudi patinati, al sesso, alle sniffate, fino ai fiumi di turpiloquio.

Presente in THE WOLF OF WALL STREET una bella selezione di hit musicali che non rifugge gli snobbatiSSimi (nei rispettivi paesi) Umberto Tozzi e Plastic Bertrand.

Spassoso.

DJANGO UNCHAINED

Texas, 1858, alla vigilia della guerra civile. Il cacciatore di taglie di origine tedesca dottor King Schultz (Christoph Waltz), su un carretto da dentista, è alla ricerca dei ricercatissimi fratelli Brittle, per consegnarli alle autorità piuttosto morti che vivi e incassare la ricompensa.

Per scovarli, libera dalle catene, con gesto generoso ma non disinteressato, lo schiavo Django Freeman (Jamie Foxx), prigioniero come tanti di due crudeli proprietari terrieri, i fratelli Speck, promettendogli la libertà a missione completata.

Tra il taciturno nero e l'ex dentista nasce così, a suon di pistolettate, un sodalizio umano e professionale che li conduce attraverso l'America delle piantagioni e degli orrori razzisti alla ricerca dei criminali in fuga ma soprattutto della consorte di Django, Broomhilda (Kerry Washington), venduta come schiava a qualche possidente negriero.

Che nella fattispecie è il folle e sadico schiavista Calvin Candie (Leonardo Di Caprio).

DJANGO UNCHAINED è un avvincente e gustoso western di Quentin Tarantino, che dopo i gangster movie, dopo gli omaggi al cinema orientale, dopo la rivisitazione storica del nazismo in chiave pulp, si cimenta con uno dei suoi generi preferiti.

L'incursione in territorio western avviene riprendendo un vecchio personaggio degli spaghetti western italiani, modernizzandolo e piegandolo alla sua indiscussa creatività.

Tra cadaveri e sangue, largo spazio all'ironia. Con la vendetta (e il riscatto) a fare da motore a tutta la storia.

Raramente capita di vedere un film di quasi tre ore che non annoia mai: i 165 minuti di durata scorrono via lisci come l'olio e, pur con qualche flebile discontinuità e una caduta di tono all'ultimo, divertono a più riprese.

Girato con grande maestria (la scena del rosso sangue che bagna i fiocchi di bianco cotone è magistrale), ha tutti gli ingredienti del Tarantino style tra cui ovviamente la cura per la sceneggiatura (con i soliti lunghi ed impagabili dialoghi).

Cameo del vecchio Django Franco Nero.

INCEPTION

Usa. Ha trovato l'America (nel senso che guadagna tantissimo) il giovane Dom Cobb (Leonardo Di Caprio) da quando ha scoperto di possedere una virtù speciale:  è in grado di inserirsi nei sogni altrui per prelevare i segreti nascosti nel più profondo del subconscio.

Meglio se di uomini d'affari.

Insomma una innovativa forma di spionaggio industriale, che trova il favore di acquirenti golosi, pronti a riempire d'oro le tasche del geniale Arsenio Lupin dei sogni, ancora depresso per il suicidio della moglie Mal (Marion Cotillard).

Finchè un cliente giapponese, il danaroso industriale Saito (Ken Watanabe) pretende l'operazione inversa: trapiantare nel cervello della vittima designata, tale Robert Fischer Jr. (Cillian Murphy), un impulso grazie al quale, alla morte dell'anziano e dittatoriale genitore, dovrà convincersi che l'unica cosa che può fare è distruggere l'impero ereditato.
Saito avrà allora campo libero. In cambio offrirà a Cobb la possibilità di rientrare negli Stati Uniti dove è ricercato per omicidio.

Cobb accetta e si fa affiancare da un team di cui entra a far parte la giovane Ariane, architetto abilissimo nella costruzione di spazi virtuali, ma l'operazione è più facile a dirla che a farla.

INCEPTION dell'immaginifico Christopher Nolan  è un furibondo avanti e indietro nei sogni chilometrici e a più livelli, un fumetto fantascientifico d'alta ingegneria cinematografica (la scena di un quartiere di Parigi che si richiude su se stesso è un prodigio nda) che affronta le dinamiche della psiche nello stato di sonno.

Bisogna dire che alla fine il tutto annoia alquanto. Nessun pericolo di addormentarsi: la colonna sonora pompata a tutto volume è micidiale.

Il papà del sognate protagonista è il glorioso Michael Caine.

SHUTTER ISLAND

Stati Uniti, 1954. I due agenti federali Teddy Daniels (Leonardo Di Caprio), congedato dall'Us Army senza disonore malgrado un episodio non proprio cristallino (ne parleremo dopo nda), e Chuck Aule (Mark Ruffalo) vengono inviati con un battello a Shutter Island, di fronte a Boston, per investigare sull'improvvisa scomparsa di una pericolosa infanticida reclusa nell'istituto mentale Ashecliffe, tale Rachel Solando (Emily Mortimer).

Il direttore dell'istituto, il mefistofelico psichiatra Cawley (Ben Kingsley), inservienti ed infermieri sostengono che la madre assassina si sia come dileguata dalla sua stanza senza lasciare alcuna traccia, ma l'agente Daniels pare nutrire fin dal principio dei forti sospetti sul modo di condurre l'ospedale da parte del dottor Cawley e del suo medico assistente, il dottor Naehring (Max Von Sydow).

Un uragano costringe i due agenti a protrarre il soggiorno sull'isola, durante il quale le indagini proseguono e particolari sempre più inquietanti emergono, mentre Daniels continua ad avere delle visioni che riguardano la moglie defunta e le sue esperienze di guerra.

In particolare una strage di prigionieri a opera dell'Us Army: quella dei militari tedeschi di guardia al campo di concentramento di Dachau (al cui ingresso, però, campeggia una scritta che era in un altro campo, e dove fiocca la neve sebbene l'episodio sia di fine aprile (1945). Ma un film ha le sue esigenze...).

In pratica l'agente scopre che il sistema repressivo americano nella Guerra fredda anticomunista, in piena epoca maccartista, ricalca quella nazionalsocialista nel decennio precedente: i reclusi nel manicomio criminale, sottratto addirittura alla giurisdizione dell'Fbi, sono cavie di esperimenti di manipolazione della personalità, finanziati con i fondi assegnati alla Commissione per le attività antiamericane. 

E i malcapitati non sono tutti malati; in certi casi sono medici ribellatisi alla terapia che dovevano applicare agli altri. Alla persona proclamata pazza si toglie ogni credibilità: può dire tutto, ma non serve a niente. Dunque il potere, qualunque esso sia, è il male.

Ma se l'agente fosse solo un ex agente? E se il suo fedele sottoposto non fosse un sottoposto? E se i luciferini medici fossero vittime di un malinteso?

Con  SHUTTER ISLAND (Isola isolata) il grande cineasta italo americano Martin Scorsese si diverte a dire e a fingere di negare che gli Stati Uniti valgano quanto altri sistemi politici che hanno processato nei loro capi e nei loro militanti, da Norimberga a Guantanamo.

Divertendosi non poco a mischiare crimini di guerra e pace; illusione d'esser migliori e scoperta d'esser peggiori; violenza e potere; delitto e castigo; follia e droga.

La storia è avvincente, anche per la bravura degli attori e del costumista, oltre che per la splendida fotografia (nella sua claustrofobica cupezza).

Il personaggio di Di Caprio rappresenta l'ennesimo man of violence della sua filmografia, colui che lotta brutalmente per cancellare la sua memoria e restare attaccato al proprio mondo. Ma eliminare i ricordi (le immagini, il cinema) significa inevitabilmente creare dei fantasmi, manipolare una serie di immagini preconosciute della Storia (cosa che fa nei ricordi dei campi di concentramento con il carrello che segue un'esecuzione quasi coreografica dei soldati delle SS) e, in ultima analisi, confessare l'impossibilità di far pace con la verità.

"Questo posto mi fa pensare. Cosa sarebbe meglio, vivere da mostro o morire da uomo per bene?"

PROVA A PRENDERMI

New York, 1963. Frank W. Abagnale Jr. (Leonardo Di Caprio) è il tipico quindicenne americano di buona famiglia degli anni '60. Ma l'improvviso dissesto finanziario del padre e il divorzio dei genitori piombano nella sua vita all'improvviso. Scosso soprattutto dalla separazione dei genitori scappa di casa.

Ma come sbarcare il lunario? Irrompe, pur non avendo nessun requisito, a cominciare dall'età, come co-pilota alla Pan Am, grazie ad una divisa da pilota della stessa compagnia.

Nel suo dna ci sono evidentemente tracce degli imbrogli di papà Frank senior (Christopher Walken), se grazie alla stessa divisa e ad una macchina marcatrice per alterare i numeri, comincia a cambiare assegni fasulli in quantità industriale, tanto da entrare presto nel mirino dell'Fbi, che gli sguinzaglia dietro l'agente scelto Carl Hanratty (Tom Hanks), esperto in frodi bancarie e come il suo antagonista solo al mondo.

Una faccia tosta da non credere e un'abilità diabolica nei travestimenti rischiano di far impazzire l'ostinato segugio.

Ci vorranno anni per stanarlo ma tra i due finirà per crearsi un insolito rapporto filiale.

PROVA A PRENDERMI è una scorrevole, nonostante la durata consistente, e spigliata commedia poliziesca che Steven Spielberg, che dirige con ironico brio (vuole divertirsi e si vede nda), ha tratto dalle autocelebrative memorie di un leggendario ex truffatore.

Cast superlativo, regia impeccabile memore tanto della commedia di costume quanto della suspence hitchcockiana, un tono leggero mantenuto per due ore.

Tanto di cappello alla magnifica ricostruzione d'epoca (con tanto di titoli di testa in stile anni '60, musiche alla Henry Mancini, scelta dei colori e tutto il resto) e ai due misurati protagonisti, il volutamente grigio Tom Hanks e il viso d'angelo (e da schiaffi) Leonardo Di Caprio, per un ottimo esempio di cinema di entertainment.

GANGS OF NEW YORK

New York, 1862. Il giovane Amsterdam Vallon (Leonardo Di Caprio) esce dal riformatorio fermamente deciso a vendicare il padre, Padre Vallon, il coraggioso prete leader degli immigrati irlandesi, assassinato sedici anni prima dal feroce capo dei nativi, Bill Cutting "the Butcher" ( il Macellaio) (Daniel Day-Lewis) mentre si affrontavano nel quartiere di Five Points in una cruenta battaglia tra gangs.

Five Points è la zona della città che si estende tra il porto, Wall Street e Broadway, dove gli immigrati vivono ammucchiati, stivati in cunicoli per topi, e si combattono giorno dopo giorno per la supremazia: ladri, assassini, borseggiatori, pirati, prostitute, tirati da una parte o dall’altra da nuovi sindaci, nuovi politici, nuovi ricchi.

Il ragazzo conquista presto la fiducia del re dei bassifondi, che tiene in pugno la città col terrore e da tutti pretende il pizzo con l’aiuto del poliziotto corrotto Happy Jack (John C. Reilly), e arriva a contendergli la fiera borseggiatrice Jenny Everdaene (Cameron Diaz).

Finchè qualcuno fa la soffiata e il boss scopre la vera identità del devoto assistente. Una volta scoperto e sfigurato, non gli rimarrà che combattere apertamente contro di lui. E guerra. Ma sono gli anni della Guerra Civile: l’ultimo scontro tra le gang sarà decisamente superato in violenza e ferocia dall’intervento delle truppe inviate a far rispettare la coscrizione obbligatoria (solo chi ha 300 dollari in tasca può evitare la guerra).

GANGS OF NEW YORK è l'ambizioso, spettacolare, lugubre e violentissimo noir in costume, un dramma parastorico di Martin Scorsese che mette in scena la cruenta nascita dell’amata New York, ricostruita a Cinecittà da Dante Ferretti, dove tra coltellacci, asce e mazze il sangue scorre a fiumi.

Malgrado il cast stellare e le attese notevoli (dieci nomination e zero Oscar) il risultato è inferiore alle attese, un film imponente ma non ispirato.

Resta una somma smisurata di pezzi di bravura intervallata da lunghi tempi morti, con un cast adeguato nei ruoli di contorno ma poco azzeccato per quelli principali .

Se Daniel Day-Lewis è un esagerato cattivo, Leonardo Di Caprio quando fa la faccia truce spaventerebbe (forse) il gatto del vicino.

LA MASCHERA DI FERRO

Parigi, 1662. Il crudele ventiquattrenne Luigi XIV (Leonardo Di Caprio), morto il cardinale Mazarino, ha da poco assunto la direzione del regno in prima persona, e tiene segregato nei bassifondi della Bastiglia il fratello gemello, reso irriconoscibile da una maschera di ferro.

Il poveretto marcirebbe in galera, se il moschettiere Athos (John Malkovic), tra i pochi depositari del segreto, non decidesse di vendicarsi del monarca, che gli ha mandato a morire il figlio in guerra per spupazzarsi a piacimento la sua ragazza.

Così riunisce gli antichi commilitoni, tutti invecchiati ma sempre in gamba, il grasso Porthos (Gérard Depardieu), il gesuita Aramis (Jeremy Irons) e il gagliardo D'Artagnan (Gabriel Byrne), l'unico ancora in servizio.

Avanti miei prodi, rimettiamo sul trono il vero re.

Sorpresona.

LA MASCHERA DI FERRO è un vigoroso e spettacolare kolossal di cappa e spada, diretto da Randall Wallace e tratto da una spremuta alla produzione di Dumas padre ("Vent'anni dopo" e "Il visconte di Bragelonne"), dove subdoli intrighi, lame incrociate e sgargianti costumi hanno la meglio sulla psicologia dei personaggi.

C'è da dire che Randall Wallace, come sceneggiatore, sfodera un'impudenza che rivaleggia con quella di Dumas, perchè oltre a raccontare le vicende del gemello segreto del re, i generosi intrighi dell'abate Aramis per liberarlo dal carcere e dalla maschera di ferro, i conflitti tra D'Artagnan e i suoi amici, le patetiche vicende di Athos e dell'amato figlio Raoul, ha un'idea sublime: il vero padre di Luigi XIV e del gemello non è il defunto Luigi XIII, ma D'Artagnan che, da sempre, ama, riamato, la regina Anna.

Leonardo DiCaprio, vittima della legge del contrappasso (mezz'ora col bel visetto coperto), gioca con soffice disinvoltura le sue carte gemellari. I 4 moschettieri se la cavano egregiamente con sapiente mestiere.

Si sente la mancanza della lasciva Milady, giustiziata molti anni prima dai prodi eroi.

THE DEPARTED - Il bene e il male

Boston. Il capofamiglia (nel senso mafioso del termine) Frank Costello (il “cult” luciferino Jack Nicholson) sospetta subito che Billy Costigan (Leonardo Di Caprio), figlio di padre (quasi) mafioso e madre perbene, cosa che lo tormenta nell’anima, uscito fresco fresco di galera dopo un passaggio in polizia (almeno all’apparenza), possa essere un infame spia.
Ma lo piazza nell’organigramma della banda nonostante la palese diffidenza del luogotenente/guardaspalle French (Ray Winstone).

Dall’altra parte della barricata, nella squadra del paterno capitano di polizia Queenan (Martin Sheen) e del meno attendista e diplomatico (o saggio, fate voi) sergente Dignam (Mark Whalberg) nessuno ha il minimo dubbio sulla moralità e rettitudine dell’agente Colin Sullivan (Matt Damon), che è stato invece “tirato su” dal capomafia, inserito nella polizia di Boston e a cui ha agevolato la carriera grazie ad entrature e a qualche dritta di prima mano su affari e omicidi “sporchi” (chi meglio di lui può sapere le cose!) da risolvere in fretta, facendo un figurone con colleghi e superiori. In sostanza adesso ha un poliziotto pronto a passargli ogni minima informazione sui movimenti dei colleghi per incastrare il boss medesimo, che ufficialmente anchegli è chiamato a mettere in gattabuia.

A dividere i due giovani, poliziotti e spioni entrambi, ognuno all’oscuro dell’identità dell’altro, anche se appare chiaro che c’è una spia in entrambi gli schieramenti (il bene e il male, avete presente?) c’è anche una bella psicologa (Vera Farmiga), che incarta con maniacale perseveranza ancora di più la vicenda, dividendo il letto ora con uno e poi con l’altro.

E comincia la caccia per scoprire ognuno l’identità dell’altro, in un architettura complessa, visto lo scopo speculare dei due (la lotta tra il bene e il male, sapete?) dal montaggio frenetico, con sprazzi di crudeltà esibita. E i cellulari sempre a vibrare, come orchestra dei continui ed inquietanti rovesciamenti di fronte, che danno ai due la dose quotidiana di ansia, vittime di un meccanismo che potrebbe schiacciarli e significare, perdere la vita, per uno, finire in prigione, per l’altro.

vera farmiga nakedMartin Scorsese (al suono del suo nome l’autore del post si alza e si inchina nda) dirige con furore, riprendendo il filo (per fortuna) interrotto con De Niro, coi bravi ragazzi eccetera. Qui Scorsese rientra a fare quello che gli riesce meglio. Cambia solo nomi (irlandesi non più italiani. E cornamusa a palla) e grattacieli (Boston non più New York), ma è sempre lui, il figlio del Queens e di Brooklyn. Lo Scorsese che preferisco.

Appena appena lungo, questo sì. Con un finale più da dolcificante artificiale che dolce.

Ma che ve lo dico a fare.

NESSUNA VERITA'

“Devi decidere da che parte stare della croce. Se piantare i chiodi o restare appeso”. 

 Ai miei occhi sembra l’unica verità presente nel film. Infatti il titolo originale “Body of Lies” (Un mucchio di menzogne) rende meglio l’idea di quello tradotto in italiano (ma questa non è una novità). Si! Decisamente la verità è assente. 

 Roger Ferris (un cencioso e impolverato Leonardo Di Caprio, che si misura in un altro film con un personaggio “sotto copertura”, in pericolo di vita “h24”, come direbbero i militari) è l’uomo dell’ Agenzia ( la Cia) nel Medio Oriente, un giovane agente operativo. E’ perfetto per il lavoro assegnatogli: parla l’arabo, sa muoversi senza farsi notare, adattarsi ad una realtà ed a un ambiente notevolmente diversi da una città nordamericana, tessere velocemente relazioni utili allo scopo, ottenere informazioni. 

Hoffman (un bolso Russell Crowe) è il suo supervisore, con famiglia, a Langley, Virginia. Mentre impiega le mani per far salire in macchina i figli o aiutarli a fare pipì, con un auricolare senza fili perennemente attaccato all’orecchio fa la guerra, sacrifica vite umane, salva se può quella del suo compatriota, dal suo punto di vista deformato ed irreale salva ogni giorno il mondo. 

E soprattutto vuole che ogni obiettivo vada raggiunto in fretta, facendoci assaggiare l’aria di superpotenza mondiale. 

 Usa le persone senza farsi scrupoli di sorta e non si fida di nessuno. Ferris è il giovane (ricorda un po’ il tema di SPY GAME del fratello a torto considerato meno dotato Tony Scott) ancora non definitivamente perso sulla strada del lavoro da sicario senza rimorsi e sembra farsi qualche scrupolo in più. 

Soprattutto da quando si è alleato con Hani Salaam (Mark Strong), capo dei servizi segreti giordani, dai modi stilisticamente affabili, arricchiti da cravatte e completi di fattura europea, sotto cui nasconde una determinata ferocia (non disdegna la tortura) propria del ruolo, per portare allo scoperto Al-Saleem, la mente degli attentati di una cellula terroristica che stanno colpendo l’Europa. 

Il film ci mostra le diverse prospettive, illustrando come sempre le ragioni private annegate nella guerra pubblica. Hoffman, Ferris e il giordano Hani sono su punti di vista diversi e hanno preoccupazioni diverse; a Hani importa un controllo regionale sul suo piccolo feudo, a Hoffman preme un controllo globale, necessario per fare carriera negli apparati. Ferris poi si perde anche nell’amore per una infermiera palestinese, Aisha. Ma tendono, momentaneamente, allo stesso obiettivo: la cattura del terrorista. 

 Anche i corpi sono diversi: quello di Ferris è escoriato, affetto da rabbia (dopo il morso di un cane), reso sanguinante dai frammenti di ossa di un amico iracheno che è stato ridotto a brandelli da un esplosione avvenuta in un operazione in una zona desertica, tra polvere e stracci. Quello di Hoffman è appesantito, bolso, da borghese che gioca alla guerra da play-station mentre si versa un bicchiere di latte. 

 I due protagonisti hanno soprattutto diversi sguardi: quello di Hoffman è uno sguardo dall’alto, mediato dalle immagini riprese dai satelliti, che si pretendono onniscienti e infallibili. E qui penso che il regista Ridley Scott abbia attinto da NEMICO PUBBLICO del suddetto fratello Tony (anche in quel caso il controllo telematico era molto spinto, tra cimici, rilevatori gps e immagini satellitari). 

 Quello di Ferris è uno sguardo dal teatro di guerra, senza i filtri e la distanza rassicurante ed asettica dei satelliti, allo stesso gradino del nemico o dell’alleato, giocatori, dalla stessa parte o contro (ma chi può dirlo?) nello stesso campo di gioco. 

Quello che segue è un rincorrersi di bugie, dove i protagonisti svolgono le loro azioni in un scenario dove “i tuoi nemici si vestono come i tuoi amici e i tuoi amici come i tuoi nemici”. 

NESSUNA VERITA' è un film decente in cui è presente il solito messaggio (il lavoro di spia è un lavoro sporco e rientra nei crimini di Stato) e che lascia abbastanza sfumate le ragioni dello scontro globale, quasi dando ad intendere che lo scontro di civiltà che stiamo vivendo sia il frutto di piccoli interessi di burocrati da play-station, che di fronte alle perdite umane, resettano e incominciano da capo. 

Fosse così semplice basterebbe togliergli il giocattolo. 

 Temo che non basterebbe. E che la “Ragion di Stato” a volte ha il suo perchè. 

BLOOD DIAMOND - DIAMANTI DI SANGUE

Sierra Leone (Africa), 1999. Il pescatore di colore Solomon Vandy (Djmon Hounsou) è sbattuto nelle miniere di diamanti dai feroci guerriglieri del R.U.F. Messi in salvo moglie e le due bambine, non il figlio Dia, arruolato a forza tra i soldati-bambini, scava di fronte alla minaccia dei mitra spianati in faccia.

Pesca una notevole pietra rosa, prontamente nascosta, prima di riuscire a filarsela grazie alle bombe piovute sul campo di prigionia. La cosa arriva alle orecchie di Danny Archer (Leonardo Di Caprio), un ex mercenario della Rhodesia che contrabbanda diamanti nel mentre della guerra civile (veramente scoppiata in Sierra Leone sul finire degli anni Novanta, mentre flirta con la reporter idealista americana Maddy Bowen (Jennifer Connelly).

Ok, facciamo un patto: tu recuperi il "brillo" e io ti prometto di ritrovare la tua famiglia, finita nel frattempo in un campo profughi dove si sono raccolte oltre un milione di persone.

Insieme alla reporter appassionata i due uomini intraprendono un viaggio alla ricerca di un bene più prezioso.

Che putiferio.

Avvincente ma inverosimile dramma bellico-sentimentale diretto dal regista Edward Zwick che, fedele alla retorica del suo "ultimo samurai", replica il percorso di formazione imperniato sul confronto tra etnie diverse.

Da una parte il bianco contrabbandiere di Di Caprio, dall’altra il pescatore nero di Djimon Hounsou, ficcati nel mezzo di una guerra civile, scatenata e mantenuta viva dagli interessi di commercianti di diamanti senza scrupoli. Con l'aggiunta della "Janet Fonda" di ordinanza (la giornalista idealista. Con tutte le idiozie che dice è una giornalista perfetta).

L’impianto della sceneggiatura è tradizionale: il percorso compiuto dal protagonista lo porterà a una nuova consapevolezza. Blood Diamond punta il dito contro l’industria dei diamanti e il suo turpe commercio illegale, dai neri sfruttati fino ai cinici mercanti olandesi, che finanzia(ro)no guerre civili in cui vengono impiegati bambini soldati e violati i diritti umani.

Zwick coniuga la denuncia sociale con il cinema di genere (action), la meditazione dell’autore su soggetti gravi e urgenti con la tecnologia decisamente esibita di Hollywood. E a questo proposito non sfugga la dimensione critica e intellettuale del film, che mentre fa spettacolo e produce azione invita alla meditazione e alla responsabilizzazione del consumatore (di diamanti).

Blood Diamond è un film di recitazione, fatto anche di prove d’attore: quella vitale di Djimon Hounsou, che non nasce eroe ma lo diventa di fronte a circostanze estreme e drammatiche e quella ambigua dell'improbabile samaritano Leonardo Di Caprio a cercare la redenzione e il riscatto.

Perduto l’aspetto efebico e raggiunta la definizione sessuale, Di Caprio costruisce un personaggio di luci e ombre, un cattivo che compie azioni buone al “tramonto” della vita.

TITANIC

Porto di Southampton (Inghilterra), 10 aprile 1912.

Lo spavaldo proletario e aspirante pittore (l’arte intesa come ascensore sociale nda) Jack (un efebico Leonardo Di Caprio) vince a poker il biglietto di terza classe per il viaggio inagurale a New York sul transatlantico più moderno e sicuro al mondo dell’epoca: il Titanic, appunto.

Da poco a bordo salva dal suicidio l’infelice aristocratica (i soldi non danno la felicità) Rose (Kate Winslet), alloggiata in prima classe, e ne ottiene riconoscenza (va da sè), affetto e amore (quanta grazia).

Con il risvolto della medaglia: il feroce disprezzo ed odio del fidanzato della fanciulla, l’arrogante nobile (nel senso di titolo) Cal (Billy Zane).

Quattro giorni per mare sono più che sufficienti per scatenare la passione tra i due giovani. Passione interrotta dall’increscioso incidente storico: l’affondamento dell’inaffondabile nave dopo lo scontro con un gigantesco iceberg.

TITANIC è un emozionante, malgrado la tragica storia sia arcinota, kolossal romantico-avventuroso, che si avvale anche di splendidi paesaggi oceanici, e che scala rigide divisioni delle classi sociali fondendo epica e melodramma.

Con effetti speciali che si meritano sulla tolda 14 nomination e addirittura 11, forse eccessivi, Oscar (tra cui quello al film e alla regia James Cameron).

Niente invece per i due piccioncini protagonisti.