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IL PETROLIERE

Little Boston (California), 1911. Il taciturno vedovo Daniel Plainview (Daniel Day-Lewis) è arrivato in zona spinto da una soffiata, col figliolo H.W. (Dillon Freasier).

La zona è ricca di petrolio e lui compra sabbiosi terreni a prezzi stracciati.

Come quello di Abel Sunday, scontrandosi col suo giovane figlio maschio Eli (Paul Dano), mellifluo predicatore in erba con licenza di esorcismo.

Spalleggiato dal fido Fletcher (Ciaran Hinds), il ruvido forestiero accumula giacimenti e dollari, ma il destino è in agguato, tra avidità e fanatismo.

IL PETROLIERE è un crudo, disturbante dramma socialavventuroso con tendenza all'epica, che percorre l'odissea di un folle aspirante all'autodistruzione.

Purtroppo il titolo in italiano probabilmente non rende il senso del film, ossia il violento scontro tra un avido capitalista e un predicatore.

Due volti di una stessa ambizione fondativa degli Usa d'oggi, l'impresa selvaggia e l'integralismo cristiano.

Qui il petrolio contribuisce più che altro a sporcare le anime di chi lo incrocia, dando quasi l’impressione di spurgare dalle viscere della terra più come un demone, che come oro nero.

E il baffuto protagonista, che aspira a fondare una dinastia ma termina i suoi giorni solo e folle, ne è il suo massimo adoratore (Daniel Day-Lewis maiuscolo).

Indubbiamente IL PETROLIERE è da vedere. Incluso il rapido e raggelante finale.

GANGS OF NEW YORK

New York, 1862. Il giovane Amsterdam Vallon (Leonardo Di Caprio) esce dal riformatorio fermamente deciso a vendicare il padre, Padre Vallon, il coraggioso prete leader degli immigrati irlandesi, assassinato sedici anni prima dal feroce capo dei nativi, Bill Cutting "the Butcher" ( il Macellaio) (Daniel Day-Lewis) mentre si affrontavano nel quartiere di Five Points in una cruenta battaglia tra gangs.

Five Points è la zona della città che si estende tra il porto, Wall Street e Broadway, dove gli immigrati vivono ammucchiati, stivati in cunicoli per topi, e si combattono giorno dopo giorno per la supremazia: ladri, assassini, borseggiatori, pirati, prostitute, tirati da una parte o dall’altra da nuovi sindaci, nuovi politici, nuovi ricchi.

Il ragazzo conquista presto la fiducia del re dei bassifondi, che tiene in pugno la città col terrore e da tutti pretende il pizzo con l’aiuto del poliziotto corrotto Happy Jack (John C. Reilly), e arriva a contendergli la fiera borseggiatrice Jenny Everdaene (Cameron Diaz).

Finchè qualcuno fa la soffiata e il boss scopre la vera identità del devoto assistente. Una volta scoperto e sfigurato, non gli rimarrà che combattere apertamente contro di lui. E guerra. Ma sono gli anni della Guerra Civile: l’ultimo scontro tra le gang sarà decisamente superato in violenza e ferocia dall’intervento delle truppe inviate a far rispettare la coscrizione obbligatoria (solo chi ha 300 dollari in tasca può evitare la guerra).

GANGS OF NEW YORK è l'ambizioso, spettacolare, lugubre e violentissimo noir in costume, un dramma parastorico di Martin Scorsese che mette in scena la cruenta nascita dell’amata New York, ricostruita a Cinecittà da Dante Ferretti, dove tra coltellacci, asce e mazze il sangue scorre a fiumi.

Malgrado il cast stellare e le attese notevoli (dieci nomination e zero Oscar) il risultato è inferiore alle attese, un film imponente ma non ispirato.

Resta una somma smisurata di pezzi di bravura intervallata da lunghi tempi morti, con un cast adeguato nei ruoli di contorno ma poco azzeccato per quelli principali .

Se Daniel Day-Lewis è un esagerato cattivo, Leonardo Di Caprio quando fa la faccia truce spaventerebbe (forse) il gatto del vicino.

L'ULTIMO DEI MOHICANI

“Il tutto è più della somma delle parti”.
Aristotele IV secolo a.C.

Prendete l’eroe. Selvaggio eppur bianco.
Fatto?
Prendete la Bella.
Purtroppo vestita.
Bene (nel senso “chi si contenta …..ooooohhhaaaaaaaahhhhhhhh).
Aggiungete salsa nativi d’America (riscaldata a parte).

Mescolate con il caos degli avvenimenti di una guerra non vostra.

E il gioco è fatto.

E come dicono a Strasburgo “Rien ne va plus” (insomma, siete fot…..fregati).

Avrete un trionfo estetico. Una tempesta amorosa in salsa nativi d’America (forse due, di tempeste).

E per sovrappiu’ una splendida colonna sonora. Il film di Mann (Premio Oscar nel 1992) sembra infatti preparato per essere un’autentica festa per l’occhio affamato di colori e paesaggi: scenari mozzafiato, eccellente messa in scena dei combattimenti (le scene degli scontri nei boschi sono di autentica bellezza e realismo), costumi eccellenti e, per le femmine e i cantanti, un Daniel Day-Lewis versione selvaggia che certamente qualcosa dice ai vostri…cuoricini (come dite? Non è cervello o cuore, è dalla vita in giù! Lasciatevi andare,sono un uomo discreto. E di mondo. Ho fatto il militare a).

Tratto dall’omonimo romanzo di avventura, scritto da James Fenimore Cooper (1789-1851) e pubblicato per la prima volta nel 1826, se ne discosta abbastanza (qui non è Uncas, ma Occhio Di Falco il vero protagonista), sostituendo ruoli ed avvenimenti.

Lo scenario è quello dell’America durante la Guerra dei Sette Anni (1756-63) tra francesi ed inglesi: in mezzo, gli ultimi, fieri selvaggi della costa orientale (la parte di New York , per capirci), i primi a cedere storicamente al dominio bianco. Gli ultimi dei Mohicani sono Uncas (qui interpretato da Eric Schweig) ed il padre Chingachgook (Russell Means), ma l’eroe deputato a fare e disfare è Occhio Di Falco (Daniel Day-Lewis), figlio adottivo del secondo.

È guerra tra i Mohicani e gli Uroni, guidati dal sanguinario Magua (Studi) che ha come unico scopo della sua vita, guerra privata nella guerra pubblica tra bianchi europei, in quanto i figli di Magua sono stati ammazzati dagli inglesi, quella di vendicarsi ammazzando il Comandante inglese del Forte Colonnello Munro e disperdere il suo seme (che spreco, viste le donzelle).

I tre, mentre cercano di allontanarsi con tutte le proprie forze da una guerra che non ritengono propria, salvano proprio dagli Uroni le figlie del comandante inglese, Alice (Jodhi May) e Cora, una splendida, affascinante, eterea, raffinata e credibile, mentre recita in costume settecentesco, Madeleine Stowe (L’esercito delle 12 scimmie). (Per me sarebbe credibile anche senza. Vestiti, dico).

Di cui Occhio di Falco subirà il fascino, in concorrenza con il Maggiore Duncan Heyward (che si sacrificherà, in uno scambio coraggioso e mortale, una volta caduti prigionieri), trovandosi a difenderla (oltre che se stesso e i suoi parenti adottivi) all’assedio del Forte William Henry.
La lotta tra le due tribù si sovrappone a quella tra gli uomini bianchi (francesi ed inglesi), in un quasi-kolossal dove il mito del selvaggio buono e qualche passaggio strappalacrime di troppo rischiano di irritare quelli come me, quando andiamo in crisi di astinenza perchè privati della razione quotidiana di scene di battaglie.

Mai satolli.

La scena che conclude L'ULTIMO DEI MOHICANI vede Chingachgook pregare per lo spirito di Uncas, morto nel tentativo di salvare Alice da un triste destino,(al fianco di Cora e Nathaniel ) e per la speranza di poterlo raggiungere presto, insieme alle genti a cui appartiene.

Le ultime parole, che concludono il film, sono proprio le sue e sono quelle che poi danno il titolo al film.

La preghiera del vecchio guerriero si conclude così:
” Io, Chingachgook. L’ultimo dei Mohicani “.
Un popolo sconfitto. Amen.

Andate in pace.

NEL NOME DEL PADRE

Guilford (Inghilterra), 1974. Non si trovano i colpevoli dell’attentato dell’IRA in un pub alla periferia di Londra. Alla polizia, completamente in bambola, non par vero di sbattere dentro  il giovane ladruncolo irlandese Gerry Conlon (Dayniel Day Lewis), che il ruvidissimo padre (Pete Postlethwaite) ha spedito fuori di casa solo per toglierlo dai guai.


L’incorreggibile borsaiolo, pescato in flagranza di reato dagli zelanti agenti, finisce nella stessa cella con il padre sotto lo schiacciante peso di un’ingiusta accusa di strage per conto dell’IRA.


Invano la battagliera avvocatessa Pierce (Emma Thompson) tenta di strappare i poveretti ingiustamente accusati dalla prigione. Quattro proletari irlandesi (e i loro parenti ed amici, accusati di reati minori) come agnelli sacrificali.
Ci vorrano quindici anni per ristabilire la verità.

Ispirato a una storia vera e tratto dal libro autobiografico "Proved Innocence" (Il prezzo dell’innocenza) di Gerry Conlon. 
Non servì ristabilire la verità al povero protagonista Giuseppe Conlon, che si spense mestamente in carcere nel 1980.


Dalla storia vera di un clamoroso errore giudiziario, frutto di un complotto poliziesco,  viene fuori un vigoroso e coinvolgente dramma , un  film civile incline al sentimentalismo e alla retorica manichea.
Il regista, l’irlandese Jim Sheridan, ha buon gioco nel suscitare lo sdegno dello spettatore.
Spettatore preso soprattutto dal racconto, storia travagliata annegata nella storia tragica,  del rapporto tra padre e figlio, rinchiusi nella stessa cella.
I bei chiaroscuri psicologici illuminano l’eccellente caratterista Pete Postlethwaite, fiero recluso che insegna al più irruento figlio, l’altrettanto bravo Daniel Day Lewis, a sopportare con dignità l’ingiustizia.


Non mancano i passaggi declamatori o didattici né gli stereotipi della vita carceraria, ma nemmeno le pagine forti, come l’avvio a Belfast, sostenuto nel suo ritmo forsennato dalla musica degli U2-Friday.