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IL PETROLIERE

Little Boston (California), 1911. Il taciturno vedovo Daniel Plainview (Daniel Day-Lewis) è arrivato in zona spinto da una soffiata, col figliolo H.W. (Dillon Freasier).

La zona è ricca di petrolio e lui compra sabbiosi terreni a prezzi stracciati.

Come quello di Abel Sunday, scontrandosi col suo giovane figlio maschio Eli (Paul Dano), mellifluo predicatore in erba con licenza di esorcismo.

Spalleggiato dal fido Fletcher (Ciaran Hinds), il ruvido forestiero accumula giacimenti e dollari, ma il destino è in agguato, tra avidità e fanatismo.

IL PETROLIERE è un crudo, disturbante dramma socialavventuroso con tendenza all'epica, che percorre l'odissea di un folle aspirante all'autodistruzione.

Purtroppo il titolo in italiano probabilmente non rende il senso del film, ossia il violento scontro tra un avido capitalista e un predicatore.

Due volti di una stessa ambizione fondativa degli Usa d'oggi, l'impresa selvaggia e l'integralismo cristiano.

Qui il petrolio contribuisce più che altro a sporcare le anime di chi lo incrocia, dando quasi l’impressione di spurgare dalle viscere della terra più come un demone, che come oro nero.

E il baffuto protagonista, che aspira a fondare una dinastia ma termina i suoi giorni solo e folle, ne è il suo massimo adoratore (Daniel Day-Lewis maiuscolo).

Indubbiamente IL PETROLIERE è da vedere. Incluso il rapido e raggelante finale.

SIDNEY

sidneyUsa, fuori da una tavola calda. Ha perso i suoi pochi soldi al tavolo del Black Jack nel tentativo di racimolare la somma per pagare i funerali della madre, John (John C. Reilly).

Dopo aver ascoltato i pasticci dello sbandato giovanotto l’anziano ed elegante Sydney (Philip Baker Hall) gli offre, in cambio di niente, 50 dollari e i suoi preziosi consigli di veterano dei casinò.

Il ragazzo, giustamente, lì per lì è diffidente, ma poi si convince a seguire a Las Vegas lo sconosciuto benefattore.

Due anni dopo li ritroviamo a Reno. John si è effettivamente ripulito (in senso positivo) dato che l'anziano giocatore d'azzardo con sapienza lo ha pilotato passo passo fino a farlo campare grazie ai tavoli da gioco.

Saranno una vispa cameriera, a tempo perso prostituta (Gwyneth Paltrow) ed un criminale nero di mezza tacca  (Samuel L. Jackson) a portare scompiglio.

Ma chi è in realtà l'anziano Sydney e qual'è il suo segreto?

SIDNEY  segna l'esordio alla regia del talentuoso e prolisso Paul Thomas Anderson, che parte in sordina per poi svillupare un inaspettato intreccio noir.  Sceneggiatura accorta, regia competente, senso dell'atmosfera (fumosa), sapiente messa in valore degli attori.

Un cast che contiene tre nomi ricorrenti della sua filmografia : Philip Baker Hall (apparso anche nei successivi “Boogie Nights” e “Magnolia”), John C. Reilly (apparso anche lui in quegli stessi due film) e Philip Seymour Hoffman (apparso in tutti i film di Anderson, IL PETROLIERE escluso).

Un cast arricchito inoltre da altri due grandi nomi: Gwyneth Paltrow (3 anni dopo premio Oscar) e Samuel L. Jackson.

È un film sul denaro, sul senso di colpa, sul male e sulla stupidità nel mondo.

Il denaro diventa tema ricorrente e condiziona la vita dei protagonisti, il senso di colpa colpisce profondamente il protagonista  fino a mettere in pericolo la sua già complessa vita, mentre le metafore si personificano: il male nel mondo è Samuel L. Jackson, la stupidità, o forse è meglio dire l’ingenuità, è la coppia Reilly-Paltrow.

Buona l'idea, con quel minimo di suspance per sapere chi sia in realtà questo Sydney, e discreto il finale.