NO EXIT
INFIESTO
Mentre il paese e il mondo intero sono sorpresi e sconvolti dalla diffusione del Coronavirus, la coppia di detective Samuel (Isak Ferriz) e Castro (Iria del Rio) si trova ad affrontare un misterioso caso.
Dopo anni dalla sua scomparsa, improvvisamente ed inspiegabilmente riappare una ragazza che si credeva ormai deceduta.
Pur travolti nelle loro vite i due sbirri sono determinati a trovare i responsabili del rapimento.
I due detective scopriranno ben presto che quello che sembrava un episodio isolato fa parte di uno schema ricorrente messo in pratica da una setta d'ispirazione celtica a cui garbano molto i riti pagani con annessi sacrifici umani.
Riusciranno i nostri eroi a liberare le Asturie dagli omicidi rituali?
INFIESTO è un thriller spagnolo "televisivo" di modesto interesse. Dopo le prime sequenze decenti di questo folk-horror con venature demoniache, ci si trova davanti a troppe incongruenze e forzature nella trama, con protagonisti di scarsa empatia, personaggi secondario sullo sfondo e appena abbozzati.
Fino all'epilogo tirato in fretta in mezzo a comportamenti e circostanze inspiegabili.
La pandemia da Covid 19? Rimane sullo sfondo come pretesto per ammantare temi visti millanta volte con un mantello post-apocalittico.
Dimenticabile.
CARAMELLE DA UNO SCONOSCIUTO
Non è un bel momento per le belle di notte che tremano e si interrogano: chi è l'inafferrabile maniaco che vuole ripulire i marciapiedi?
Coalizziamoci, propone l'energica Nadine (Athina Cenci), mentre Lena (Barbara De Rossi) teme che mamma contadina scopra la sua vera attività.
Anche Stella (Mara Venier) ha i suoi guai con i condomini, Angela (Marina Suma) si dispera pensando al marito e ai suoi debiti e Isa (Anna Galiena) batte per mantenere la figlia.
Il comprensivo e fin troppo tenero commissario (Maurizio Donadoni) indaga senza fretta e trova il tempo di innamorarsi, prima di risolvere l'ingarbugliato intrigo.
CARAMELLE DA UNO SCONOSCIUTO si posiziona tra sanguinolento giallo argentiano e dramma con velleità sociologiche a tema prostituzione.
L'arruffata pellicola diretta dall' esordiente Franco Ferrini in pratica ondeggia tra alto (gli omicidi, seppur penalizzati da effetti poco incisivi) e basso (le riunione delle prostitute e il loro sexy flashmob notturno).
Intrattenimento purtroppo appesantito da una confezione tendente al televisivo (la solita Reteitalia).
Probabilmente il tentativo era quello di riportare in auge il sexy-thriller all'italiana (sulla falsariga di quanto fatto dai Vanzina con SOTTO IL VESTITO NIENTE) contaminandolo con elementi drammatici e sociologici.
Devo ammettere che il filmetto in questione è diventato, bene o male, un cult (o scult secondo altra dottrina) soprattutto per il cast femminile. Vedere la Venier, la Cenci, Barbara De Rossi e la Suma sempre in gonna tacchi alti e calze nere è sempre un bel vedere.
Le seduti comuni delle squillo sono di una comicità senza pari. Quando discutono animatamente in puro stile sindacalese per la salvaguardia del loro mestiere sembrano cloni di Cofferati e Landini. Terribile.
CARAMELLE DA UNO SCONOSCIUTO è girato intorno al laghetto dell'Eur (set di lucciole e guardoni anche nella realtà).
GRAFFIANTE DESIDERIO
Rimini. Lavora sodo il commercialista Luigi Moscati (Ron Nummi) nell'azienda diretta dal cordiale dottor Fabbri (Andrea Roncato), la cui avvenente moglie Marcella (Serena Grandi) gli fa capire che ci sta.Alla vigilia del matrimonio con la ricca Cinzia (Simona Borioni), arriva dal Venezuela la bellissima cugina Sonia (Vittoria Belvedere), figlia di uno zio emigrato all'estero.
La disinvolta ragazza manda su di giri l'imbambolato fiscalista. Fino a mandare a monte le nozze.
I due amanti ci danno dentro con passione, allargando presto il giro erotico con una tizia accalappiata in discoteca.
Inoltre lei lo convince a rapinare una gioielleria e poi allo scambio di coppia.
Alla fine dal diario spunterà una terribile verità.
GRAFFIANTE DESIDERIO è un thriller dai risvolti erotici opera del marpione di lungo corso Sergio Martino, che si inserisce sull'onda del successo dell'hollywoodiano BASIC INSTINCT.
Tutto il film si regge essenzialmente sulle grazie della Belvedere, per concedere un po' di suspense solo negli ultimi quindici minuti, quando Martino rispolvera il suo antico talento per il thrilling.
In mezzo una tetta ogni dieci minuti per tener desto lo spettatore, atroci musichette sax & synth, qualche vecchia gloria nel cast.
La giovanissima e tonica Vittoria Belvedere, futura valletta di Pippo Baudo a Sanremo, ha un cognome su misura e, ovviamente, non può esimersi dallo sfoggiare il seno perfetto, ma copre con attenzione tutte le altre parti del corpo. E gli amplessi sembrano contenuti e freddi.
Stranamente in GRAFFIANTE DESIDERIO non viene sfruttata a modo la sensualità di Serena Grandi, che mostrandosi più vestita del solito moltiplica la sua carica erotica.
Lo sconosciuto Ron Nummi, non solo non è paragonabile a Michael Douglas, ma è un disastro col suo sorrisetto perennemente ebete.
Mentre Andrea Roncato, privato del fedele Gigi, non riesce a essere serio nei panni di un improbabile manager sempre arrapato.
INTERRABANG
Isola Rossa (Monte Argentario). È proprio dolce la vita in barca per il fatuo fotografo di moda Fabrizio (Umberto Orsini).L'uomo, tra sole e mare, si spupazza l'amante modella Margarethe sotto gli occhi della consenziente e remissiva bionda moglie.
Con l'aggiunta della ben più critica di lei sorella.
Dopo un bel servizio fotografico sugli scogli di un'isola la barca rimane in panne.
Il narciso fotografo, lasciate le donne ad aspettare e rimediato un passaggio, si allontana per cercare carburante.
Ma chi è l'uomo misterioso e seduttore(Corrado Pani) apparso tra le rocce?
Forse il pericoloso evaso ricercato dalla polizia?
INTERRABANG è un bizzaro film in barca (un mini-genere, a cavallo fra i 60's e i 70's) ampolloso e intellettualeggiante che sembra, in armonia con la splendida location, imbarcare acqua tutto il tempo.
L’incedere è lento, con la prima parte piena zeppa di dialoghi noiosetti, com’era tipico di quell’epoca, nonché intellettualoidi e di grande vacuità e banalità.
Salvo poi dare fuoco alle polveri e innescare diversi colpi di scena nell’ultimo quarto d’ora. La trovatina finale, sufficientemente riuscita, tappa molti buchi e in qualche modo salva il risultato.
Deliziosi i costumini delle bellone, perfettamente svestite e che sprigionano una notevole carica erotica, e la musica lounge in sottofondo.
Il titolo? Viene spiegato nel film. INTERRABANG è un simbolo costituito da un punto interrogativo e da uno esclamativo uniti insieme.
Film curioso e vedibile.
PALMETTO - UN TORBIDO INGANNO
Palmetto (Florida). Si è fatto ingiustamente due anni al gabbio il cronista Harry Barber (Woody Harrelson) atteso all'uscita dall'innamoratissima fidanzata, la scultrice pop Nina (Gina Gershon).Accalappiato al bar dalla bionda Rhea (Elisabeth She), seconda moglie del ricco, vecchio e malandato Felix Melroux, il giornalista in bolletta accetta un incarico all'apparenza facile facile.
Fare da anonimo telefonista nel finto rapimento della sua figliastra Odette (Chloe Sevigny).
La ricompensa sarà il dieci per cento del riscatto fissato in mezzo milione di dollari.
Ma la ragazzina, come la matrigna, gli fa il piedino, e il remissivo giovane è ormai nei guai fino al collo.
PALMETTO - TORBIDO INGANNO è un thriller torrido, spruzzato di erotismo, un noir in piena regola della serie "nessuno è quel che sembra".
Chissà perché, lo cercavo da tempo. Ora che l'ho visto posso dire che non è un brutto film. Sicuramente, si è visto di meglio, ma certamente anche di peggio.
La regia è scolastica, ma la storia, benché non originalissima (il solito pollastro che per colpa di una bella donna si mette nei guai), è coinvolgente al punto giusto ed è narrata con buon ritmo (fatto non trascurabile visto che si sfiorano le due ore).
Inoltre la pellicola tenta (talvolta riuscendoci, anche grazie ad alcuni riusciti accorgimenti stilistici) di riallacciarsi alle atmosfere dei grandi classici del genere usciti tra il '40 e il '60.
L'oggetto dell'irresistibile desiderio è la seducente bambola Elisabeth Shue. La bella attrice (lontani i tempi della ragazzina di COCKTAIL) è sexy al punto giusto.
L'incredibile pollo, il fesso che si crede dritto e si mette con dritti molto più dritti è il sudatissimo Woody Harrelson.
LA CASA DALLE FINESTRE CHE RIDONO
Bassa Ferrarese. Accetta volentieri l'incarico, non gravoso, di restaurare un affresco, il giovane pittore Stefano (Lino Capolicchio).Visto da vicino, il dipinto, opera di un artista locale naïf e un po' folle, morto suicida trent'anni prima, incute una certa impressione.
Specie per il ghigno tra il crudele e lo scalmanato dei personaggi ai fianchi di San Sebastiano durante il martirio.
Da qui a comprendere i motivi del suicidio del suo autore, il pittore Buono Legnani, comunque ce ne corre.
L'ospite non è tranquillo, sente strane presenze intorno a sè, né lo rincuorano i racconti orripilanti dell'amico Mazza.
E intanto muoiono, uccisi misteriosamente, il sagrestano Livio, il tassista chiacchierone Coppola (Gianni Cavina) e la bella Francesca.
LA CASA DALLE FINESTRE CHE RIDONO si posiziona a metà strada tra il giallo cosiddetto gotico e l'horror, l'originale favola nera di Pupi Avati, cui ha collaborato l'eclettico, e un tempo legatissimo al cinema, Maurizio Costanzo.
Un sorprendente film d'atmosfera (probabilmente sui livelli di PROFONDO ROSSO) che attanaglia dalla paura dagli inquietanti titoli di testa, scanditi a ritmo di coltellate, fino all'agghiacciante, ineguagliabile finale.
Davvero inquietante pur nella sua inverosimiglianza.
Senza alcun effetto speciale, qui l'orrore diventa qualcosa di reale e credibile.
E la parlata padana, tradizionalmente associata a calore, simpatia e gioia di vivere, si trasforma in un suono grottescamente perverso.
Si, insomma, LA CASA DALLE FINESTRE CHE RIDONO mette addosso, in bello stile, una discreta fifa.
BOUND - TORBIDO INGANNO
Chicago. La scintilla scocca sull'ascensore del lussuoso palazzo, dove la giovane idraulica e imbianchina Corky (Gina Gershon), reduce da ben cinque anni di galera, resta folgorata dallo sguardo sensuale (e non solo...) della polposa e provocante Violet (Jennifer Tilly).Di professione pupa privata del gangster Caesar (Joe Pantoliano).
E' passione (lesbo) inarrestabile a primissima vista.
Fuggiamo insieme. Si ma come liberarsi del poco malleabile mafioso, magari dopo avergli sottratto anche il sontuoso bottino? Due milioni e passa di dollari che l'omaccio deve consegnare al gran capo.
Occhio che il gioco è pericoloso: chi ruba alla Mafia muore.
BOUND - TORBIDO INGANNO è un noir a sfondo saffico, oltre che il film che ha lanciato i fratelli Larry ed Andy Wachowski (MATRIX), mettendo in scena una storia decisamente convenzionale (i soliti soldi rubati alla pericolosa gente sbagliata).
Non è solo l'amore tra due donne, rarissimo al cinema e ancor più in un contesto noir, a rendere originale questo film.
Contribuiscono al buon giudizio la storia, minimale ma compatta e implacabile.
La realizzazione corretta da un punto di vista registico che sa costruire un'atmosfera patinata e torbida di grande presa.
E la caratterizzazione rétro dei personaggi, che li strappa dalla contingenza realistica per portarli al livello di figure da mitologia quasi fumettistica della mafia.
Insomma, le due disinvolte protagoniste, la maschia Gina Gershon e la bamboleggiante Jennifer Tilly una visione la meritano.
L'UOMO DI NEVE
Oslo. La città è avvolta nel buio e i primi fiocchi di neve cadano leggeri imbiancando le strade.Birte Becker è appena tornata dal lavoro quando, fuori dalla propria finestra, nota un pupazzo di neve che sembra osservarla.
Poche ore dopo, la donna scompare senza lasciare traccia.
Unico indizio un pupazzo di neve avvolto nella sciarpa della donna, all'interno del quale viene ritrovato anche il cellulare.
Il geniale poliziotto dalla vita sbandata Harry Hole (Michael Fassbender) si butta a capofitto nel caso per sfuggire ai fantasmi che lo perseguitano giorno e notte.
Inoltre, dopo mesi di astinenza dall'alcol, la brutta notizia: Rakel, l'unica donna che abbia mai amato, sta per sposarsi.
E le sparizioni misteriose sembra tantissime negli ultimi vent'anni. L'assassino seriale sembra avere sempre lo stesso modus operandi, un preciso rituale.
La scoperta sarà più amara e sconcertante del previsto, perchè la mano in grado di perpetrare quegli orrendi crimini è molto più vicina di quanto il piedipiatti si sarebbe mai immaginato.
L'UOMO DI NEVE è un giallo nordico d'effetto per l'ambientazione glaciale e le tematiche delittuose, reso però farraginoso da una sceneggiatura che vorrebbe sorprendere e invece confonde.
Molto cupo (tratto da una serie letteraria) è incapace, però, di appassionare, anche per una certa lentezza e un finale poco credibile.
Un film nella media, quindi, che non lascia il segno.
Val Kilmer irriconoscibile.
WHITEOUT - INCUBO BIANCO
Polo Sud. La depressa agente federale Carrie Stetko (Kate Beckinsale) ha sotto la sua giurisdizione nientemeno che l'Antartide. Dopo anni di assoluta calma (al massimo qualche ubriaco) nella base in capo al mondo, in quella landa ghiacciata si verifica il primo caso di omicidio.Ora, affiancata dal detective Robert Price (Gabriel Match) inviato dall'ONU (!!!), deve affrontare un caso che si presenta come molto più complicato del previsto.
Ha a disposizione solo tre giorni perché il lungo e buio inverno incombe e da quel momento ogni ricerca diventerebbe impossibile. Inoltre deve combattere con molesti e dolorosi ricordi del suo passato, causa del suo volontario esilio, che non intendono abbandonarla.
Quand'ecco che incoccia nel relitto di un cargo volante sovietico caduto tra i ghiacci mezzo secolo prima: a bordo i cadaveri, crivellati di proiettili, sono cinque.
Cosa diavolo è successo? E a chi interessa il misterioso carico?
WHITEOUT - INCUBO BIANCO è un fiacco thriller ambientato tra i ghiacci dell'Antartide e la cui vicenda è direttamente collegata ad avvenimenti svoltisi anni prima.
L'adrenalinico regista Dominic Sena sembra aver puntato tutto sull'ambientazione, vista la trama estremamente prevedibile e molti limiti nella caratterizzazione dei personaggi, che appaiono assai stereotipati.
Oltre la discreta l'ambientazione, dispone anche di qualche buona sequenza d'azione, specie quella del prefinale che mostra una lotta all'ultimo sangue tra i ghiacci polari, anche se i brividi provati saranno pochi, nonostante i 65 gradi sotto zero delle temperature esterne.
Vero protagonista è l'inferno bianco in cui uomini e donne possono sopravvivere e spesso morire per mano della Natura. Un temibile killer che lascia segni indelebili anche sulla protagonista e che sarà probabilmente l'unico elemento che ricorderete di questo film.
Malgrado il fatto che, dopo cinque minuti, battendo anche il record di Edwige Fenech (esperta di docce dagli anni '70 nda), la sensuale Kate Beckinsale si fa una doccia.
LA GIUSTA CAUSA
La vecchina è tosta e determinata, ma è la bella avvocatessa Laurie (Kate Capshaw) a convincere il marito Paul Armstrong (Sean Connery), stimato ed austero docente di diritto penale laureato ad Harvard.
La missione disperata si chiama Bobby Earl Ferguson, giovane laureato nero in cella da otto anni con l'accusa infamante di aver violentato e strangolato una bimba bianca.
In attesa della pena di morte: sedia elettrica.
La signora, che ha conosciuto l'imputato in un altro processo, si è convinta della sua innocenza: è stato il poliziotto di colore Tanny Brown (Laurence Fishburne) a incastrarlo, estorcendo una confessione a suon di botte.
Il professore incontra il detenuto che gli bisbiglia: un compagno di prigionia, il luciferino Blair Sullivan (Ed Harris), mi ha confessato il delitto.
Atroce sorpresa tra le paludi.
LA GIUSTA CAUSA è un ingarbugliato thriller anni '90 con ambizioni sociali, che nella prima parte batte il tamburo dei pregiudizi razziali, schierandosi contro il dente per dente, ovvero la pena di morte.
In effetti come inizio non male, con un efficace ambientazione in una torrida florida non balneare profondamente razzista.
Peccato che la sceneggiatura, messe da parte le diatribe morali, si perda per strada, adottando soluzioni improbabili fino ad un "colpo di scena" finale, rozzo e sanguinario, in realtà piuttosto prevedibile.
Anche Sean Connery, nelle vesti di avvocato-investigatore, sembra alquanto spaesato. Ed Harris interpreta il Lecter di turno con licenza di andare sopra le righe (forse troppo).
Alla fine il migliore risulta Fishburne e non è una sorpresa.
L'IMPERO DEI LUPI
A volte non riconosco nemmeno mio marito, confessa alla psichiatra Mathilde Urano (Laura Morante).
Nello stesso tempo i piedipiatti hanno un grande problema: un serial killer ha ucciso, sfigurandole, tre immigrate clandestine provenienti dalla Turchia.
Per stanarlo, l'uomo giusto è il rude veterano, da tempo in congedo, Jean-Louis Schiffer (Jean Reno), grande conoscitore della mala e delle sue regole.
Ma che c'entrano i Lupi grigi?
Sorprese a raffica.
L'IMPERO DEI LUPI è un farraginoso e cupo thriller/action in salsa d'oltralpe di chiara ispirazione hollywoodiana, dalla due piste imparentate con l'horror che faticosamente si incrociano.
Scritto da Jean-Christophe Grangé sulla falsariga del suo precedente, e ben più eccitante, I FIUMI DI PORPORA.
Il film nulla aggiunge e nulla toglie alla pluralità di generi cui appartiene, appassionante solo nella prima mezz'ora.
In effetti la prima parte è alquanto bella: fotografia accurata, atmosfera onirica, Parigi sotto una pioggia battente in modo quasi costante, misteri e atmosfere inquietanti, sfruttato ma funzionante il rapporto vecchio poliziotto (apparente)/novellino.
E il bel viso della Jover...
Poi la trama si evolve, prende strade più pedestri ed è come il risveglio da un sogno piacevole.
La regia di Chris Nahon è tutto sommato valida, il ritmo ed il montaggio serrati, ma la storia pecca di credibilità e pathos, ricorrendo troppo spesso a soluzioni grandguignolesche per distrarre il pubblico da carenze gravi riscontrabili sia in sede di dialoghi (banali) che di sceneggiatura (poco credibile).
E non aiuta la colonna sonora assordante.
A salvare il film dalla totale insufficienza ci sono le performances dei tre protagonisti principali, in modi diversi, tutte alquanto positive: Jean Reno è oramai "lo sbirro" per antonomasia e catalizza l'attenzione, Laura Morante, dotata di indiscusso fascino, per una volta non è in lacrime, ma volitiva e tenace, e Arly Jover rappresenta una piacevole sorpresa.
Sparita nel nulla.
HANNA
La ragazzina è praticamente una guerriera visto che il genitore le ha insegnato in maniera furiosa a cacciare con l'arco, uccidere a sangue freddo in molteplici modi, non fidarsi e non aver paura di nessuno, farsi una cultura.
L'addestramento ha uno scopo: difenderla da coloro che le danno la caccia, soprattutto da Marissa Wiegler (Cate Blanchett), agente corrotta della CIA, responsabile della morte di sua madre.
Ormai Hanna è pronta a un rientro nel mondo civile e può scegliere di farsi trovare dalla cattivona che ha un conto da saldare con Erik e vuole a tutti i costi catturare la ragazza.
La letale ragazzina dovrà lottare per sopravvivere, scoprendo che dietro la sua incredibile forza e capacità combattiva c'è un mistero.
HANNA è un (bel) film, un piccolo gioiellino di genere sospeso tra spy story, thriller d'azione e fantascienza, dai toni quasi fiabeschi.
Regia perfetta (anche se un pò da video clip) di Joseph Wright e bravi gli interpreti, dall'atletico Bana alla perfida strega cattiva Cate Blanchett ma soprattutto la giovane protagonista, un mix letale di ingenuità e determinazione.
La diafana e giovane protagonista Saoirse Ronan, dalla bellezza aliena, perfetta per la parte, ha un visino di dolce purezza e, insieme, movenze da guerriera.
HANNA è inoltre riuscito nella caratterizzazione ambientale e presenta belle sequenze d'azione.
IL COLORE DELLA NOTTE
Los Angeles. Si è rifugiato in California dal collega ed amico Bob Moore, lo psicanalista newyorkese Bill Capa (Bruce Willis), in crisi nerissima e diventato daltonico dopo aver visto suicidarsi una paziente sotto propri occhi a New York.Appena il tempo di presentargli i bizzarri partecipanti alla terapia di gruppo e il collega, malgrado la villa bunker, muore trafitto da trenta coltellate.
Rimasto solo in quella gabbia di matti, il dottore prosegue la cura per comitive, tampinato dal sospettoso tenente di polizia Martinez (Ruben Blades) e rallegrato dalla disinvolta, giovanissima Rose (Jane March).
Tutti i pazienti mostrano delle sindromi allarmanti e lo psicanalista sospetta uno di loro.
Chi mai sarà il maniaco omicida?
IL COLORE DELLA NOTTE è un pretenzioso e sconclusionato thriller erotico, morbosamente basato su un copione che è eufemistico definire gruviera, tanto è pieno di buchi. Un miscuglio di giallo con forti dosi di sesso, masochismo, travestimenti e violenza.
Bruce Willis, decisamente fuori parte in una delle interpretazioni più focose della sua carriera, mostra anche lo zizì nella lunga scena di amore subacqueo con la bollente Jane March (L'AMANTE), brutalmente tagliata nell'edizione italiana.
THE WATCHER
Chicago. Il trasferimento da Los Angeles non è servito a lenire i complessi di colpa dell'agente Joel Campbell (James Spader), ora in cura dalla bella analista Polly (Marisa Tomei).BASIC INSTINCT 2
Londra. Trasferitasi dall'assolata San Francisco a una City cupa e buia, la bionda scrittrice Catherine Tramell (Sharon Stone) è di nuovo nei guai con la legge.Stavolta è accusata dell'omicidio a 200 all'ora del suo accompagnatore di turno da parte dell'ispettore di Scotland Yard Washburn (David Thewlis).
E' affidata per la perizia psichiatrica al Dr. Andrew Glass (David Morrissey), noto psichiatra con rimorso incorporato: in passato ha lasciato libero un uomo che avrebbe poi massacrato la propria fidanzata.
Come il detective Nick Curran prima di lui, Glass è affascinato dalla scrittrice mangiauomini e attirato in un gioco seducente.
Chi la spunterà?
BASIC INSTINCT 2 è un sequel in cui si è voluto decisamente strafare sotto tutti gli aspetti, a cominciare dal personaggio della scrittrice con istinti omicidi che da torbida, ambigua e fatale viene trasformata in una gran porca infoiata.
Si parte piuttosto alla grande con orgasmo da fuori strada (anche se il sesso mentre si guida velocemente non è poi questa grande novità), quindi si "naufraga" per tutto il resto del film.
Probabilmente nelle intenzioni doveva trattare il tema del “risk addiction” (dipendenza da rischio), ma il vero rischio è quello di addormentarsi
La componente thriller non ingrana e non coinvolge a causa di un ingarbugliamento della trama difficile da dipanare e dialoghi farraginosi che prendono troppo spazio.
Farlocco l’erotismo che sembra buttato dentro soltanto perché non se ne poteva fare a meno, imprigionando la Stone (che, malgrado le tette rifattissime, rimane comunque la più bella cinquantenne mai vista) in un ruolo schiavo di moine e linguaggi artefatti, incapaci di trasmettere alcunché.
L'anonimo David Morrissey al cambio non vale Douglas e non resta che aggiungere l’inutilità nel guardarlo.
L'originale, anche se mediocre, aveva colto di sorpresa e a questo doveva il suo successo.
Il finale aperto non funziona come nel primo film.
IN OSTAGGIO
A sequestrarlo è stato l'antico squattrinatissimo dipendente Arnold Mack (Willem Dafoe), che trascina l'ostaggio in una lunga camminata tra i boschi, verso un inesistente capobanda.
Mentre la moglie è messa sotto torchio dall'agente dell'Fbi Ray Fuller, installatosi in casa, ben al corrente della passata (ma non troppo) relazione dello scomparso con I'ex impiegata Louise Miller, arriva la richiesta di riscatto: dieci milioni di dollari entro tre giorni.
Tragedia in agguato.
IN OSTAGGIO è un ambizioso e sconclusionato psicodramma giallo, molto più assurdo che emozionante nonostante le premesse interessanti, specie quando infiocchetta di chiacchiere pseudo filosofiche le schermaglie sui prati tra vittima e carceriere.
Il fatto di cronaca diventa la leva per un film su un doppio livello narrativo: la comunicazione tra ostaggio e rapitore; e i confronti della moglie cornuta e innamorata della vittima (una brava Helen Mirren) con un agente e con l'amante del marito.
Non un thriller, dunque, ma un film psicologico su tre diversi 'risarcimenti', come dice il titolo (mal tradotto), richiesti dalla vita. Ma la bella storia avrebbe avuto bisogno di maggior coraggio nell'estremizzare gli aspetti esistenziali, probabilmente con un altro sviluppo.
IN OSTAGGIO non riesce a decollare dalla sua staticità e gli ipotetici mattatori di questa pellicola, Robert Redford e Willem Dafoe, cianciano per tutto il film senza imbroccare un dialogo veramente da ricordare.
SECRET WINDOW
Quando gli bussa alla porta, minaccioso, il sedicente collega John Shooter (John Turturro), giunto dal Mississippi: tu hai rubato la mia storia.
Eccoti il manoscritto originale, ti do tre giorni per confessare il plagio.
Ma prima della scadenza gli dimostra che non scherza proprio.
SECRET WINDOW è un zoppicante thriller, con truffa incorporata, tratto dal'ennesimo racconto del re dell'horror e della fifa Stephen King.
Meglio la prima parte, con la fosca apparizione del persuasivo corvaccio John Turturro, enigmatico e sopraeccitato psicopatico, della seconda.
Anche se nel finale si scende divertiti nei meandri della follia fino all'epilogo secco, beffardo e carico di violenza in stile IDENTITA'.
Johnny Depp, caschetto biondo, berretto di lana e occhialini tondi, gigioneggia senza pietà.
In sintesi SECRET WINDOW è un onesto prodotto ma nulla di più.
LA RAGAZZA DEL TRENO
Ha perso anche il lavoro, ma ogni giorno, come se dovesse andare in ufficio, prende il treno, da e per Manhattan, dove può osservare, durante il tragitto, dal finestrino, le vite degli altri.
In particolare, vede la sua casa nella quale ora vive l'ex marito Tom (Justin Theroux), di cui è ancora innamorata, con la nuova moglie Anna (Rebecca Ferguson) e una bambina.
Un'altra abitazione, osservata morbosamente da Rachel, è quella di Scott (Luke Evans) e la bella Megan (Haley Bennett), che è anche la tata della bimba di Tom. Una coppia, quella composta dai due giovani, che sembra idealizzare il matrimonio perfetto.
Una mattina, però, Rachel vede, dal finestrino, Megan affacciata sul balcone, in compagnia affettuosa di un altro uomo.
Scende sconvolta dal treno e da quel momento tutto cambierà nella vita di ognuno di loro.
Più che un thriller, LA RAGAZZA DEL TRENO è il resoconto di una deriva esistenziale e del decadimento psico fisico di una donna. La figura più debole in apparenza è in realtà quella più forte e pervicace e il ribaltamento della prospettiva è il fulcro del film.
Probabilmente dovrebbe piacere a chi è piaciuto L'AMORE BUGIARDO, il film di David Fincher, che aveva al suo centro la scomparsa di una donna, con tutti i sospetti che ricadevano apparentemente sul marito (Ben Affleck), salvo poi veder sgretolare le certezze davanti ad un inaspettato colpo di scena.
Ecco LA RAGAZZA DEL TRENO è una pellicola che lo ricorda molto.
Un'atmosfera torbida nella quale prende forma un mistero che sembra mediamente risolvibile, o attribuibile. Non è così, ovviamente.
Il film gioca ad ingannare gli spettatori creando efficaci illusioni e false piste, fino al colpo di scena finale.
Un bel thriller al femminile (con ben tre protagoniste), forse il più accattivante degli ultimi tempi.
Molto brava l'emaciata Emily Blunt alle prese con un personaggio sgradevole e scorretto, interpretato con molta efficacia.
FEMME FATALE
Ingannati anche i due ingenui complici, feriti e furibondi, dopo il clamoroso colpo fugge a Parigi.
Nella capitale francese la bellissima donna cambia identità e sposa il miliardario, nonchè futuro ambasciatore americano, Bruce Hewitt Wans (Peter Coyote).
A sfasciare il piano perfetto si materializza il curioso fotografo Nicolas (Antonio Banderas). Infatti la femme fatale è immortalata sulla copertina del rotocalco.
I gangster parigini la riconoscono e hanno dei conti in sospeso. È arrivato il momento di regolarli.
La bella donna inizia ad essere braccata e allora decide di coinvolgere nelle sue peripezie anche il fotografo che l'ha inguaiata. E ha in serbo una vagonata di sorprese.
FEMME FATALE è un thriller psicologico del diabolico Brian De Palma che rappresenta un omaggio al noir classico francese. Un prodotto molto patinato in cui si trovano riuniti tutti i pregi che fanno amare il regista a molte persone: cura tecnica incredibile, immagini perfette e movimenti di macchina sbalorditivi.
Purtroppo non si può tacere della stupidità dell'intreccio e dell'inutilità di cercare un filo logico in un copione insensato.
Inoltre alcune scene (maxime quella nel retrobottega) da antologia del kitsch e del comico involontario (o masochista).
Certo l'ex modella Rebecca è da infarto (come la Griffith di OMICIDIO A LUCI ROSSE) e pure bravina, ma nemmeno lei può salvare l'insalvabile.
Sono giunto alla fine affaticato da una storia che non avvince e deluso non poco. Il maestro del noir questa volta graffia poco.












