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BASIC INSTINCT 2

Londra. Trasferitasi dall'assolata San Francisco a una City cupa e buia, la bionda scrittrice Catherine Tramell (Sharon Stone) è di nuovo nei guai con la legge.

Stavolta è accusata dell'omicidio a 200 all'ora del suo accompagnatore di turno da parte dell'ispettore di Scotland Yard Washburn (David Thewlis).

E' affidata per la perizia psichiatrica al Dr. Andrew Glass (David Morrissey), noto psichiatra con rimorso incorporato: in passato ha lasciato libero un uomo che avrebbe poi massacrato la propria fidanzata.

Come il detective Nick Curran prima di lui, Glass è affascinato dalla scrittrice mangiauomini e attirato in un gioco seducente.

Chi la spunterà?

BASIC INSTINCT 2 è un sequel in cui si è voluto decisamente strafare sotto tutti gli aspetti, a cominciare dal personaggio della scrittrice con istinti omicidi che da torbida, ambigua e fatale viene trasformata in una gran porca infoiata.

Si parte piuttosto alla grande con orgasmo da fuori strada (anche se il sesso mentre si guida velocemente non è poi questa grande novità), quindi si "naufraga" per tutto il resto del film.

Probabilmente nelle intenzioni doveva trattare il tema del “risk addiction” (dipendenza da rischio), ma il vero rischio è quello di addormentarsi

La componente thriller non ingrana e non coinvolge a causa di un ingarbugliamento della trama difficile da dipanare e dialoghi farraginosi che prendono troppo spazio.

Farlocco l’erotismo che sembra buttato dentro soltanto perché non se ne poteva fare a meno, imprigionando la Stone (che, malgrado le tette rifattissime, rimane comunque la più bella cinquantenne mai vista)  in un ruolo schiavo di moine e linguaggi artefatti, incapaci di trasmettere alcunché.

L'anonimo David Morrissey al cambio non vale Douglas e non resta che aggiungere l’inutilità nel guardarlo.

L'originale, anche se mediocre, aveva colto di sorpresa e a questo doveva il suo successo.

Il finale aperto non funziona come nel primo film.


BOBBY

Los Angeles, 4 giugno 1968. C'è un gran fermento all'Hotel Ambassador per l'arrivo del candidato democratico alla Casa Bianca, Robert Kennedy.

Nell’albergo che è sede operativa del comitato elettorale dell’uomo politico, si intrecciano le vicende di molti personaggi.

Il direttore dell’albergo Paul (William H. Macy) che tradisce la moglie parrucchiera Miriam (Sharon Stone) bella ma non più giovane con la centralinista Angela (Heather Graham), mente il suo predecessore John (Anthony Hopkins) gioca a scacchi con l'amico Nelson (Harry Belafonte).

La cantante in declino e ubriacona Virginia Fallon (Demi Moore) che continua a fare i capricci, due ragazzi (Lindsay Lohan e Elijah Wood) che devono sposarsi perché lui possa evitare la partenza per il Vietnam, ma anche i camerieri messicani, tra cui Josè (Freddy Rodriguez) che freme per una partita di baseball di cui ha i biglietti ma che non potrà utilizzare, vessati da un manager razzista (Christian Slater).

In una manciata di ore si intrecciano drammi personali e passione politica fino allo scoccare dell'ora fatale, il drammatico attentato a Bobby, destinato a spezzare le speranze e lo slancio ideale di una intera nazione.

BOBBY è un passabile dramma corale (nella prima parte un pò noioso nda) che rievoca il celebre assassinio.

Diretto da Emilio Estevez (figlio di Martin Sheen e fratello di Charlie), presente anche come attore, compone un inno corale alla memoria del più giovane dei fratelli Kennedy, ucciso il giorno stesso in cui decollava la sua corsa per la presidenza.

Partigianamente visto come un simbolo di un’America diversa, ancora capace di credere in grandi ideali, un’America, secondo il regista, ancora dotata di una coscienza…

Certo, c’è un po’ di ingenuità nel porre sul piedistallo Bobby Kennedy, facendone quasi un santino, utopico salvatore della patria e forse del mondo (sempre meglio della "dittatura del proletariato", ovvio), ma bisogna ammettere che con l’affresco collettivo, quel microcosmo costruito da Estevez imitando lo stile e la tecnica a mosaico del compianto Robert Altman se la cava decentemente.

Perchè si avverte chiaramente l’America di quegli anni, con i suoi drammi piccoli e grandi, con i suoi sogni, con le sue atmosfere irripetibili: la contestazione giovanile, le cariche della polizia, i viaggi con l’acido, la paura di essere spediti al fronte della sporca guerra, i tradimenti, la frivolezza, la voglia di fare carriera, e su tutto scorrono le immagini di repertorio di Bobby che parla alla sua gente, in lingua originale, con sottotitoli in italiano.

A parte il cast all star arruolato dal regista e sceneggiatore (tra cui spicca il sempre bravo William H. Macy nei panni di un direttore dalla morale pubblica meritoria e dalle discutibili infedeltà private) è ammirevole il tessuto generale del racconto, che sa alternare drammi privati e sussulti politico-sociali.

Le «lotte sindacali» degli ispanici delle cucine e le crisi esistenziali di una moglie da esposizione (Helen Hunt, al fianco di Martin Sheen), le intemperanze lisergiche di due attivisti (Shia Labeouf) poco volonterosi , la crisi professionale di una cantante al crepuscolo (Demi Moore) e i sogni di gloria di un militante di colore (che sembra preso di peso da West Wing, la serie in cui proprio Martin Sheen interpretava un Presidente democratico).


CASINO'

Las Vegas, 1973. Il nuovo direttore del mega casinò Tangiers è il biscazziere Sam "Asso" Rothstein (Robert De Niro), giocatore d'azzardo e pregiudicato.

E' stato scelto da una potente famiglia mafiosa di Kansas City, pur non essendo di origine italiana ma ebreo, ma la sua ambizione è quella di diventare un ricco e rispettabile manager.

Purtroppo la legittima aspirazione è rovinata dalla moglie, la bionda e avida squillo Ginger McKenna (Sharon Stone), di cui è perdutamente e rovinosamente innamorato, legata al magnaccia Lester Diamond (James Wood) e dall'amico Nicky Santoro (Joe Pesci), killer patentato.

CASINO' è un grande e geniale poliziesco di Martin Scorsese, un livello mafioso più alto di GOODFELLAS, smisurato per durata e impressionante per violenza, nostalgia, ossessioni, nevrosi e formalismi dove la crudezza delle immagini si mescola a una straordinaria scenografia.

In estrema sintesi è la storia di tre individui immersi nell'epopea del gioco d'azzardo (e delle pesanti infiltrazioni della malavita) che oltrepassano i limiti per orgoglio, arroganza, ubriacatura da denaro facile e nella loro caduta, che è anche una cacciata dal paradiso, fanno crollare un impero.


Tutto è spinto al massimo per rendere l'idea di una città che non vive: si consuma, letteralmente.



La sorprendente, delirante e vestitissima (purtroppo), Sharon Stone (Oscar sfiorato) eguaglia in bravura (che fosse bella già si sapeva prima) i due strepitosi protagonisti maschili.



Robert De Niro con giacca rosa confetto, con scarpe e pantaloni bianchi da dandy tropicale, che monta su una Cadillac Eldorado dell'82: l'automobile esplode e fiammeggia, il corpo di lui viene proiettato in aria, sale, ricade, mentre la musica di Bach accompagna l'inizio della storia dell'ascesa e della caduta del protagonista, è da scuola del cinema.

Alta scuola. Indimenticabile.

OSCURE PRESENZE A COLD CREEK

New York. Basta, non ce la faccio più con il frenetico tran-tran metropolitano, sibila il regista di documentari Cooper Tilson (Dennis Quaid) alla comprensiva moglie, la manager in carriera Leah (Sharon Stone).

La coppia si trasferisce così in campagna nella tenuta appena ereditata di Cold Creek con i figli adolescenti Kristen e Jesse.

Nella maestosa quanto isolata villa da ristrutturare irrompe dopo tre anni di galera l'ex proprietario Dale Massie (Stephen Dorff), che si accontenta di poco per lavoretti da carpentiere.

Un tempo sontuosa, la Cold Creek Manor è ora cadente, e Cooper e Leah si dedicano con zelo a riportarla all'antico splendore.

Tutto va per il meglio, anche se l'arrogante bulletto, che vive in una roulotte con la poco seria Ruby (Juliette Lewis), ha in mente un diabolico piano per sloggiare gli intrusi prima che scoprano i suoi terribili segreti.

OSCURE PRESENZE A COLD CREEK è un mediocre giallo ai confini dell'horror che ripercorre stancamente il genere 'casa stregata', anche se gode di un cast di assoluto livello (Sharon Stone e Dennis Quaid).
Il regista Mike Figgis ricorre a tutto il più abusato repertorio in tema di film de'paura, dalle porte che sbattono ai colpi di vento, dai volti da patibolo alle apparizioni improvvise.

Bisogna dire che manca la suspense, e la rivelazione finale, per quanto efficace, è telefonata.


Certo che la Stone è sempre un pò troppo bella per interpretare qualunque ruolo che non sia quello della femme fatale.

SLIVER

New York. L'affascinante caporedattrice Carla (Sharon Stone), reduce da un matrimonio finito male, va ad abitare nell'appartamento del grattacielo, lo Sliver Building di Manhattan, nonostante il fatto che l'inquilina precedente, una giovane donna, bionda e bella come lei, sia (stata) precipitata dalla finestra.

Sulla vistosa signora si buttano a pesce due miliardari: il giovane e ambizioso proprietario del palazzo, il padrone di casa Zeke (William Baldwin) e lo scrittore di polizieschi Jack (Tom Berenger), romanziere aggressivo ed impotente.

Il pericolo minaccia anche lei.

SLIVER è un giallo erotico dall'erotismo patinato, rifatto con le frattaglie di BASIC INSTINCT, una storiaccia pruriginosa e assurda che scivola tra le incongruenze di un copione sgangherato (per non dire dei dialoghi), personaggi improbabili, stereotipi a tutta randa e assurde motivazioni psicologiche.

Rimane l'intatto alto tasso erotico della viziosa Sharon Stone (per noi rimane un piacere guardarla anche solo camminare nda), che si sfila ancora gli slip, stando però ben attenta a non mostrare alcunché, mentre è seduta al ristorante.

SLIVER

sharon stone




Visto oggi poi nell'era del grande fratello con telecamera ovunque non può più impressionare.

ALPHA DOG

Claremont (California), 1999. Inutilmente il balordo fuori controllo Jake Mazursky (Ben Foster) chiede a papà e a mamma Olivia (Sharon Stone) gli ottocento dollari per saldare il debito che ha con lo spacciatore Johnny Truelove (Emile Hirsch), il capo branco (gli animali alfa sono capi indiscussi di un branco, hanno il privilegio di mangiare per primi e di accoppiarsi con le femmine nda), figlio del boss che tende i fili dall'esterno, Sonny (Bruce Willis).

A farne le spese è Zack (Anton Yelchin), il fratello quindicenne del debitore, rapito, improvvisando, dagli scagnozzi del capobanda e portato a Palm Springs: tranquillo, ti terremo qui in casa un paio di giorni, non di più, lo consola il ruvido guardiano Frankie Ballenbacher (Justin Timberlake).

L'ostaggio si lascia volentieri contagiare dalle zingarate degli allegri sequestratori, che però presto cominciano a fremere, la tensione cresce e Johnny e il suo gruppo oltrepassano il limite.

E anche la polizia non ha voglia di scherzare.

ALPHA DOG è un crudo e logorroico poliziesco ispirato a una tragica storia vera, la vicenda di Jesse James Hollywood (nel 2010 è stato condannato all'ergastolo) che sconvolse la California, diretto dal figlio d'arte Nick Cassavetes, che la tira troppo in lungo prima di arrivare al dunque.

Non si può negare che la tensione salga nel finale (infatti probabilmente il film ha ragione d'essere solo per l'ultima parte), ma il problema è che per un’ora abbondante i protagonisti fanno sempre le stesse cose (donne, droga, feste, insulti). Certo, trattandosi di pupazzi tatuati quasi sempre fatti non ci si può aspettare chissà cosa, ma a un certo punto sembra di ascoltare un disco rotto (Bello vieni al sodo!).

A proposito, se si togliessero i vaf e affini, il film, anziché due ore, durerebbe sì e no venti minuti.
Bisogna dire che il dramma esiste in Alpha Dog. Si annusa dal primo secondo (vedi i continui: testimone n. 1, n. 2 ecc.. a fianco dei personaggi che via via entrano in scena).
E la società (e la famiglia, primo nucleo della stessa) senza ideali, tangibile, confusa, ne esce distrutta.

Alpha Dog ha sicuramente un pregio.

È un film che racconta la piccola malavita losangelina di quartiere (delinquentelli più che malavitosi) senza obbligatoriamente parlare degli afroamericani, delle automobili che corrono a ritmo di Rap e delle armi spianate. Qui la musica Rap è presente, ma è utilizzata dai "Dogs" per emulare la cultura hip hop nativa, e il branco di ragazzi di origine Wasp, in cerca di dollari facili e con la testa piena di droga, è il risultato di capricci di famiglie benestanti o di padri irresponsabili.

Il fatto reale è utilizzato da Nick Cassavetes come pretesto per tentare un'analisi sociale utilizzando brevissime inserzioni di pseudo-interviste ai protagonisti: trucco velleitario che vorrebbe trasformare, con un studiato meccanismo ad orologeria, il classico film d'azione spettacolare e giovanilista in una cronaca-verità a sfondo sociologico. Ma il trucco da film impegnato non regge, e in effetti quel che si vede è solo una storia ben raccontata ma patinata, dove manca un senso etico profondo.

olivia wilde nakedIl regista sconfina poi nel divertimento facile e in una parvenza di ostentazione, con il tutto che chiaramente crea appeal verso il pubblico giovane, rinforzato dalla presenza di Justin Timberlake, idolo bianco dell' R'n'B, che non si comporta male, pur senza candidarlo all'Oscar.

Il vero pugno nello stomaco è Sharon Stone imbottita e imbruttita. Che spreco!

Olivia Wide invece ci regala un'unica scena nuda.

BASIC INSTINCT

San Francisco. Tredici colpi di punteruolo da ghiaccio e l'amplesso ad alta tensione erotica con una mantide bionda è davvero l'ultimo per l'ex divo del rock Johnny Boz.

Troppe le evidenti analogie dell'omicidio con il romanzo dell'affascinante scrittrice Catherine Tramell (Sharon Stone).

Così il detective Nick Curran (Michael Douglas), poliziotto con trascorsi da cocainomane, la porta di corsa alla centrale per sottoporla a stringente interrogatorio.

Poveretta, non ha avuto nemmeno il tempo di mettersi le mutandine.

Le indagini del segugio portano allo scoperto inquietanti interrogativi sul nebuloso passato della donna, al cui ambiguo fascino il buon Nick cede immediatamente.

Inutile dire che il nuovo rapporto tra i due provoca anche la violenta reazione della compagna della scrittrice, bisessuale dichiarata, e dell'ex fidanzata di Nick, la psicologa sexy e molto nevrotica Beth Garner (Jeanne Tripplehorn).

Sorprese in quantità industriali.

BASIC INSTINCT è un thriller erotico in forma di giallo del regista olandese Paul Verhoeven che confeziona un ottimo prodotto (non un capolavoro, certo) dalle atmosfere torbide e dal ritmo vorticoso, anche se in forte debito con Brian De Palma.

Ormai da antologia una delle scene del film, quella in cui la sensuale protagonista, la fatale Stone, nel corso di un interrogatorio, accavalla le gambe mostrando l'assenza di mutandine ad un coro di poliziotti comprensibilmente attoniti, oltre che eccitati.

Consacrando definitivamente l'attrice al rango di star di Hollywood.

Michael Douglas, che come attore ha fatto di meglio, recita spesso con le brache abbassate per gli inutili (tranne che per la cassetta) eccessi morbosi ma ha il personaggio dello sbirro fallito letteralmente cucito addosso.

Se la più bella del reame, con o senza slip, è la bionda Sharon Stone pure la bruna e meno celebre Jeanne Tripplehorn è un gran pezzo di dottoressa.

ATTO DI FORZA

Chicago,2084. Il robusto operaio edile Doug Quaid (Arnold Schwarzenegger), per dare ascolto a certi incubi notturni durante i quali vede se stesso al fianco di una bella mora, si rivolge all'agenzia di viaggi Recall. Seychelles? Bahamas?
No grazie, voglio vedere il cielo rosso di Marte.
Viaggi ed avventure virtuali, beninteso, corredati di ricordi e di fantasie, come se su quel pianeta colonizzato dai terrestri fosse stato davvero.

Un bel trapianto cerebrale all'insaputa della bionda mogliettina Lori (Sharon Stone) ed eccolo lassù. Ma che succede, lo sbigottito turista ha cambiato nome e professione, ora si chiama Hauser, fa l'agente segreto al servizio dello spietato dittatorello locale, insomma è già stato sul pianeta. Forse l'operazione non è stata eseguita a regola d'arte.

Però si trova insieme all'amica dei suoi sogni, tale Melina (Rachel Ticotin), e si è messo in testa, a capo dei ribelli, di detronizzare il terribile Cohaagen (Ronny Cox) il perverso dittatore del pianeta che lo ospita.

Le due personalità del nostro eroe venendo spesso a conflitto, danno luogo ovviamente a strani casi: la dolce mogliettina si rivela un'arpia che lo accoltella, viene aggredito da sconosciuti, risse da saloon, provoca carneficine, incontra un altro se stesso... E continuando a chiedersi «Se io non sono io chi diavolo sono?», dapprima si estrae dal naso una capsula innestatagli dalla Ga, poi visita i bordelli di Venusville (l'ospite più graziosa ha tre mammelle), infine ammazza un po' di gentaglia e favorendo lo scioglimento di certi ghiacciai restituisce agli abitanti di Marte l'ossigeno che il Dittatore aveva loro perfidamente sottratto. Se tutto ciò sia già stato programmato dall'agenzia di Chicago, per cui Doug si sta inventando la realtà, non sappiamo sino alla fine.

ATTO DI FORZA  è una spettacolare avventura galattica da svariati miliardi (80. Di lire) diretta dal regista olandese Paul Verhoeven (BASIC INSTINCT, Robocop) che viaggia a velocità siderale provando a stupire ad ogni sequenza, con un fondo di pessimismo sul futuro dell'umanità, giocando a nascondino tra realtà ed apparenza.

Strabiliante (Oscar degli effetti speciali), violento, fracassone, affascinante e, perchè no, divertente. Il signore dei bicipiti Schwarzenegger manda tutto in frantumi strizzandoci l'occhio. La sconosciuta (all'epoca) Sharon Stone fa la bellissima statuina (non è ancora stata girata la più bella accavallata di gambe della storia del cinema).

L'immagine che il film ci offre di Marte non è confortante, ma almeno bizzarra è l'idea di avere platealmente esibito i nomi degli sponsor facendo pubblicità ai loro prodotti per le strade del satellite.

Ed è singolare che nel 2084 le parolacce siano rimaste le stesse di oggi.

CATWOMAN

New York. La svagata grafica pubblicitaria Patience Philips (Halle Berry), impiegata in una mega corporation di cosmetici, scopre casualmente che la crema Beau-line, pompata come miracoloso prodotto anti età, prossima al lancio in pompa magna sul mercato, ha invece effetti devastanti sulla pelle (lesioni cutanee terribili).

Così l'arrogante proprietario della ditta, George Hedare (Lambert Wilson), sposato alla perfida Laurel (Sharon Stone), la fa immediatamente uccidere.

Ma la ragazza risorge grazie al soffio taumaturgico del gatto di ascendenza egizia Midnight, che le dona antichi poteri, oltre ad un’agilità, un fiuto e una sensualità da gatta che ancheggia e graffia sui cornicioni e sui tetti tiepidi della città e addenta i pesci al ristorante con una voracità da micio affamato.

Così di giorno resta quella di prima, pronta a far innamorare l'inconsapevole detective Tom Lone (Benjamin Bratt) e di notte assume le sembianze feline indispensabili per compiere la vendetta.

CATWOMAN è un frenetico e fiacco fumetto tratto dalle striscie anni quaranta di Bob Kane e diretto dal mago francese degli effetti speciali, ma mediocre regista, dallo pseudonimo onomatopeico, Pitof.

Qualche capriola da circo e alcuni “demo” di effetti speciali non fanno un film che ha bisogno di strutture narrative articolate, di personaggi con qualche coerenza, di invenzioni di messa in scena e di inquadrature.
La confusione visiva e la velocità non modulano il ritmo, scatenano sbadigli.

CATWOMAN è ricordato per la seducente e fascinosa Halle Berry, una miciona da leccarsi i baffi, e per la sua tutina fetish e la frusta sadomaso, per gli scontri e le ‘mazzate” tra la pantera Sharon Stone, levigata come marmo, e la donna-gatto.

Verrà dimenticato come mediocre tentativo di disegnare un’icona pop-felino-femminista.

NICO

Chicago. Il nerboruto, reduce del Vietnam, permaloso e pio come un democristiano dei tempi andati sergente Nico Toscani (Steven Seagal), originario di Palermo, sposato alla candida Sara (Sharon Stone) così buona (d'animo) da tenersi in casa la suocera, pattuglia con occhio attento la città con la scafata collega, la panterona mulatta Dolores Jackson (Pam Grier) (quella del Tarantiniano JACKIE BROWN, per capirci nda).

Mentre dà la caccia ai soliti trafficanti di droga, capeggiati dall'ex torturatore di stanza in Vietnam Zagon (Henry Silva), scopre un complicato intrigo internazionale.

Addirittura con quei sporchi guadagni la Cia finanzia la guerra in Nicaragua e inoltre il redivivo delinquente all'ingrosso intende far fuori un senatore pronto a spiattellare la verità al Paese.

Quando i pezzi grossi cercano di mettere tutto a tacere, boicottandolo, il nostro disobbedisce agli ordini e, dopo una strage in una chiesa dove c'è un prete che sa troppo, prosegue da solo. Ma per i cattivi vale per mille.


NICO è un poliziesco di infimo grado, diretto da Andrew Davis (poi si riscatterà con Il Fuggitivo) da una sceneggiatura scritta a più mani e con un copione scolapasta, uno dei tanti polizieschi americani sul “giustiziere solitario”, intinto di rara violenza.

Debutto sullo schermo dell'esordiente Steven Seagal, campione di arti marziali, che ha partecipato anche alla sceneggiatura e alla produzione di questo thriller violento e sciatto sulla corruzione della polizia e lo spaccio della droga.

Al suo confronto, in termini di recitazione, Chuck Norris sembra Laurence Olivier.

Nemmeno la presenza dell'allora sconosciuta, per altro incredibilmente vestita, Sharon Stone alza il livello.

SFERA

Oceano Pacifico. Quando sui fondali è rinvenuta una gigantesca astronave, a occhio e croce incagliata da trecento anni, il Pentagono convoca l'esimio psicologo Norman Goodman (Dustin Hoffman).

L'ometto è spedito su una nave in mezzo al mare, dove lo attendono, per chiudersi in laboratorio sul fondo dell'Oceano e agli ordini del capitano Barnes (Peter Coyote), la seducente biochimica Beth Halperin (Sharon Stone) e il disincantato matematico Harry Adams (Samuel L.Jackson).

La repentina immersione porta ad una sensazionale scoperta: nel veicolo spaziale è contenuta un'enorme sfera liquida che galleggia al suo interno.

La sfera non è impenetrabile anche se con effetti devastanti per il cervello di chi oserà violarla.

Da un romanzo (1987) di Michael Crichton, SFERA è un fantathriller farraginoso e logorroico in cui lo spettatore cinefilo può trovare rimandi a Cameron (The Abyss), Kubrick (2001: Odissea nello spazio), Tarkovskij (Solaris),  Ridley Scott (Alien) e tanti altri.

sharon stoneDiretto da Barry Levinson, (Rain Man,Good morning Vietnam), tra calamari giganti e serpenti marini velenosi infila goffe disquisizioni parafilosofiche sul futuro dell'uomo.

Dustin Hoffman vaga sperduto in un personaggio affetto da mille fobie.

Sharon Shone?

Seducente anche con i capelli cortissimi, anche se onestamente sprecata nel metallico scafandro.

LO SPECIALISTA

Miami (Florida). Si ritrovano da avversari gli ex amiconi esperti di esplosivi, in quanto ex agenti della CIA, Ned Trent (James Woods) e Ray Quick (Sylvester Stallone).

Il primo si occupa della gestione dei servizi di sicurezza del boss Joe Leon (Rod Steiger), proprio il mascalzone che ha massacrato i genitori della bionda riccastra May Munro (Sharon Stone), misfatto avvenuto sotto i suoi stessi occhi, lesta poi ad ottenere i servigi del secondo per l'opportuna vendetta.

La vamp in minigonna, in incognito sotto falso nome, non fatica molto, a circuire lo spocchioso e ribaldo figlio del capomafia Tomas (Eric Roberts), mentre il superpagato esperto prepara i detonatori alla bisogna.

Fuochi d'artificio à go-go.

Sceneggiatura e copioni ridicoli per un film diretto da Luis Llosa, zeppo di stereotipi (muscoli lucidi, amplessi sotto la doccia, acrobazie varie, botti di ogni genere, con relativo afflosciamento di case, auto e palazzi, financo).

Sylvester Stallone e Sharon Stone non entrano mai in sintonia, forse anche grazie ai penosi dialoghi, incapaci di una scena decente e impassibili anche quando fanno la doccia insieme.

Ci si chiede come sia stato possibile che sia caduta nella trappola una diva e sex-simbol, qual è universalmente considerata Sharon Stone, alle prese con un personaggio ambiguo e scolorito?

DIABOLIQUE

Pennsylvania (USA). Mia Baran (Isabelle Adjani), timida e cardiopatica ex suora, è sposata con il ruvido e tirannico Guy Baran (Chazz Palmentieri), il quale dirige dispoticamente un college maschile. Baran tiranneggia non solo i ragazzi del college, ma anche l’intero corpo insegnante, di cui fanno parte pure la moglie (bruna) e la sfrontata (bionda) Nicole Horner (Sharon Stone), amante di Guy.

Abbiamo sopportato abbastanza, ora basta, mormorano le due bellezze alleandosi (solidarietà femminile) per liberarsi dell’insopportabile sadico.

Convinta dalla determinazione della convincente Nicole, Mia accetta il piano diabolico dell’amica. Col pretesto di un week-end in una casa lontana ed isolata, le due donne si fanno raggiungere dall’omaccio.

Riescono ad annegarlo nella vasca da bagno. L’indomani tolgono dalla vasca l’odiato despota; lo trascinano lungo i corridoio; riescono ad infilarlo in un baule di vimini che fanno scivolare giù per le scale, poi lo caricano nel bagagliaio dell’automobile portandolo al collegio e rovesciandolo dentro la piscina per far credere ad un incidente.

Senonchè il cadavere,la mattina seguente, non viene a galla come previsto e Mia dà ordine di vuotare la piscina: ohibò, non cè proprio, neanche tolta l’acqua. Ad eccezione dei suoi occhiali.

Mentre qualcuno le ricatta ed alcuni inquetanti segnali lo danno per vivo, una cocciuta e poco convenzionale detective, Shirley Vogel (la brava Kathy Bates), incomincia ad indagare sulla strana vicenda.

Successivamente Mia si accorge di essere stata raggirata da Nicole mentre Guy, apparso improvvisamente, tenta di ucciderla: durante una violenta collutazione con le due donne Guy viene ucciso, mentre, connivente, Shirley assiste all’omicidio.

DIABOLIQUE rappresenta il mediocre rifacimento americano di un celebre film francese, che ciurla nel torbido della strana amicizia tra le due “femmes fatale”, senza realmente creare suspense.

Sharon Stone molto vestita, al contrario della generosa Isabelle Adjani, poco credibile come insegnante.

E forse anche come attrice.