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QUEI BRAVI RAGAZZI

New York, 1955. Cresciuto a Brooklyn, il giovanissimo italo-irlandese Henry Hill (Ray Liotta) ha una sola aspirazione: diventare un gangster.
Magari come il boss Paul Cicero (Paul Sorvino) per il quale presta servizio saltuario per piccole "faccende", facendo la classica gavetta da garzone di bottega.

E' più furbo e meno violento del suo amico Tommy De Vito (Joe Pesci), tanto che entra presto in sintonia con il mammasantissima Jimmy Conway (Robert De Niro).

Alla fiduciosa moglie Karen (Lorraine Bracco) fa credere di essere un onesto lavoratore mentre compie rapina ed attività illecite assortite a tutto spiano.

Va da sè che prima o poi finisca dentro.

Peggio per lui? No, meglio perchè finirà per denunciare i compagni.

Anche se questo significherà rassegnarsi a un'esistenza grigia e nascosta sotto una falsa identità.

Violento ed eccitante film parapoliziesco sulla mafia gangsteristica italo-americana diverso dagli altri, con cui Martin Scorsese, con la precisione del bisturi e la potenza della mazza ferrata distrugge anche l'ultimo alone romantico, se mai ne avesse avuto ancora uno, nel descrivere superbamente trent'anni di spietata lotta per la sopravvivenza fra la manolavanza dell'onorata società.

Con l'occhio impassibile di uno studioso, di un antropologo Scorsese racconta la normalità del delitto al quale non concede nemmeno attenuanti psicologiche o sociali.

La morte violenta, nel frastuono di assordanti sparatorie e truci ammazzamenti, v'incombe nei modi più efferati, ma in questa storia di piccoli operai del crimine conta la vita quotidiana dei goodfellas: comportamenti e riti familiari, differenze etniche, sottigliezze verbali, rapporti tra famiglia e Famiglia, come lavorano, si vestono, stanno in cucina, si divertono.

Come “si fanno”.
Non è un romanzo, ma una relazione clinica.

Senza lieto fine né catarsi.

Joe Pesci, al cospetto del grande Bob De Niro riesce anche a prendere un Oscar. Meritato.


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