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THE REACH - CACCIA ALL'UOMO

Sierra Nevada. Il ragazzotto Ben (Jeremy Irvine), cresciuto con amore e rispetto per la natura, è una giovane ed esperta guida del posto, imbattibile nel far attraversare ai turisti, moderni e globalizzati, l'assolato deserto del Mojave.

Proprio nello stesso triste giorno in cui la sua fidanzata parte per l'università viene ingaggiato da un ricco, cinico ed annoiato uomo d'affari, Madec (Michale Douglas), per accompagnarlo nella caccia al muflone che l'uomo cerca come ennesimo trofeo da esibire.

Guarda come sparo bene. Bum!!!

Sennonché, credendo di colpire un animale, Medac commette incidentalmente omicidio e la sua preda diventa Ben che non accetta di essere comprato per tacere del tragico accaduto.

Come finirà l'incubo?

THE REACH - CACCIA ALL'UOMO è un teso thriller dall'ambientazione desertica, un western moderno che mette in scena un classico confronto fra Bene e Male, dall'atmosfera giusta e dalla prima mezz'ora sorprendente.

Il quasi debuttante regista Jean-Baptiste Léonetti, al suo secondo lungometraggio, prende di peso Gordon Gekko (alias uomo d'affari senza scrupoli) e lo trasferisce dai grattacieli di vetro e cemento di Wall Street al deserto ai confini col Messico che è stato set di film come NON E' UN PAESE PER VECCHI e di serie televisive di successo.

Perché di fatto questo thriller invita lo spettatore a sorvolare sopra alcune inverosimiglianze proprio perché è un omaggio a uno spazio e a un attore.

Tralasciando lo spottone per Mercedes: il marchio della casa automobilistica tedesca si vede benissimo, appiccicato al gigantesco fuoristrada G63 AMG 6x6 (sì, avete letto bene, sei ruote motrici).

Gli ottimi scenari del deserto del Mojave letteralmente esplodono sullo schermo con la loro straordinaria e al contempo terribile bellezza, rendendo facile il lavoro al direttore della fotografia che ha la possibilità di inquadrature molto intense. Ma soprattutto il film si mette a disposizione del monumento Michael Douglas e del suo sguardo luciferino in un volto che, ad ogni anno che passa, sembra sempre più quello di suo padre Kirk.

Il suo personaggio è un uomo tanto sicuro di sé e del proprio potere da ritrovarsi improvvisamente vulnerabile e quindi smanioso di poter immediatamente rindossare la rassicurante corazza dell'onnipotenza eliminando ciò che può costituire un problema.

Peccato solo che Douglas, con il peso contrattuale che deve aver avuto nei confronti di un regista poco più che esordiente, non si sia imposto per cambiare un finale, complice anche lo scarso carisma del coprotagonista Irvine, francamente ridicolo.

TU, IO E DUPREE

La festa è breve per i novelli sposi. Molly (Kate Hudson) e Carl (Matt Dillon), al rientro dalla cerimonia nuziale alle Hawaii, si ritrovano il biondo e stravagante Randy Dupree (Owen Wilson) a vivere "per qualche giorno" nel salotto: Carl vuole aiutare l'amico che ha perso casa e lavoro ma Molly perde la sua solarità man mano che Dupree si fa più invadente e pasticcione.

Affetto a livello cronico da sindrome di Peter Pan e con la tendenza a produrre catastrofi, Dupree, in una permanenza tutt'altro che breve, sconvolgerà la vita (familiare e non) dell'amico, disertando i colloqui di lavoro ma diventando in compenso l'idolo dei ragazzini del quartiere.

Senza contare che in ufficio Carl deve poi vedersela col suocero (Michael Douglas) che gli propone di prendere il cognome della moglie e di farsi fare una vasectomia...

Non dimenticando la galoppante gelosia.

TU, IO E DUPREE è una commediola romantica forse non molto elegante ma comunque sobria e ispirata. Matt Dillon, che non sembra completamente in parte come in TUTTI PAZZI PER MARY, è supportato da una solare e piatta (e non sto parlando di recitazione) Kate Hudson e da un Owen Wilson sufficientemente ispirato.

Il cast ben calibrato è poi completato da un signore che di cognome fa Douglas nella perfetta interpretazione di un suocero rompiballe.

Detto questo bisogna ammettere che le risate sono assicurate solo nella prima parte. La regia routinaria non aggiunge niente ad un prodotto che, nonostante i molti limiti di sceneggiatura, svolge discretamente il proprio dovere

Certo rivedere il dopato Lance Armstrong, il più grande del secolo, in un cameo fa riflettere.

THE GAME - NESSUNA REGOLA

San Francisco. E' triste nell'enorme villa vuota il ricco, potente ed arrogante consulente finanziario Nicholas van Orton (Michael Douglas). L'unica compagnia è l'anziana governante e dei ricordi d'una infanzia segnata dal suicidio del padre.

Spetato negli affari, detesta le sorprese.

Il giorno del 48° compleanno, la stessa età del padre alla sua morte, ecco l'invito a cena del fratello scavezzacollo Conrad (Sean Penn): questo è il mio regalo di compleanno, la tessera d'iscrizione a un club che organizza giochi personalizzati per animare esistenze monotone di paperoni.

Insomma la possibilità di partecipare a un gioco diverso da tutti: per curiosità o per vuoto esistenziale lui accetta di giocare la partita senza sapere di cosa si tratti, si sottopone ai test preventivi, poi torna nella fredda eleganza della sua casa deserta .

Via all' incubo, una vita a rischio continuo.

THE GAME - NESSUNA REGOLA, terzo film dell'acuto David Fincher, è un originale, ambizioso ed elettrizzante giallo psicologico, che gioca al gatto con il topo con il protagonista e con lo spettatore, riuscendo nello stesso tempo a strabiliare, per il mistero e le soprese,oltre alle invenzioni di regia,e a irritare, per l'eccesso di intrigo, la risoluzione incongruente e la madornale sproporzione tra i mezzi e il fine.

Insomma qualche esagerazione di troppo.

Buona l'interpretazione di Michael Douglas e Sean Penn per un film insolito che galleggia a metà fra un bel lavoro ed un qualcosa di incompiuto.

WALL STREET. IL DENARO NON DORME MAI

New York. È già un drago il rampante broker Jake Moore (Shia LaBoeuf), finanziere ecologista impegnato a conciliare ecologia e bramosia, nella società del grande Louis Zabel (Frank Langella).

Il giovane flirta con l' idealista Winnie (Carey Mulligan), figlia dell'ex re della Borsa Gordon Gekko (Michael Douglas), divenuta progressista per disgusto di un padre che rivendica il diritto di essere un mascalzone.

Se tutti rubano, rubare di più significa essere più abili.

Infatti dopo sette anni di galera per frode, Gordon Gekko  è tornato libero. Tagliato fuori ormai dal mondo della finanza, l'uomo pubblica le sue memorie e le sue considerazioni sull'economia mondiale prevedendo l'inmminente crisi e al tempo stesso tenta di riavvicinarsi alla figlia.

In realtà è pronto a colpire ancora: per lui fare soldi in fretta è l'unica cosa che conta.

E proprio a lui si rivolge il finanziere utopista, amante - guarda caso- di sua figlia, per vendicare il suicidio del mentore, provocato dai concorrenti.

Così coi "risparmi" (centinaia di milioni di dollari occultati dal film precedente), nel 2008 ricomincia.

Ma Gekko vuole tutto, anche l'affetto della figlia.

WALL STREET. IL DENARO NON DORME MAI è un loffio e prolisso, caramelloso dramma dell'irriconoscibile duro Oliver Stone, che a 23 anni di distanza dal primo film, si rituffa nell'avido mondo dell'altissima finanza per rilanciare il suo atto d'accusa contro i meccanismi perversi del potere, sia politico che economico.

L'antico leone, che nel 1987 aveva ancora il Vietnam nelle budella, ha perduto gli artigli, tanto che in un paio d'ore, impeccabili soltanto nella confezione, anche lo squalo Michael Douglas diventa una tenera sogliola.

Il primo film raccontava di una New York che brillava dalle mille luci, gli yuppies a caccia di dollari, donne, droga, abiti firmati, l'estetica del cocktail.

La vita era in mano a ragazzotti che avrebbero venduto la madre in contrassegno, la borsa era un pozzo d'adrenalina, era l'Eldorado. Era la ferocia di chi brucia il tempo e lo trasforma in oro.

Oliver Stone raccontò tutto questo e con tempismo profetico quel film segnò la fine di tutte le illusioni (il 19 ottobre 1987 il Dow Jones segno un crollo del 22,61%, in calo di 500 punti nda).

Oliver Stone torna sul luogo del delitto per dirci che la ricchezza è in pochissime mani e i governi sono ridotti a comitati d'affari. Il vecchio leone non  graffia ma la realtà è questa.

Cameo per Charlie Sheen, che nel primo film interpretava Bud Fox, discepolo di Gekko.

DELITTO PERFETTO

NewYork. Il cinico agente di borsa Steven Taylor (Michael Douglas) sull'orlo della bancarotta scopre che la consorte Emily (Gwyneth Paltrow) lo tradisce con lo squattrinato pittore David Shaw (Viggo Mortensen).

Per vendicarsi ricatta lo scarso artista e riluttante stallone: adesso tu mi fai vedovo e io eredito la fortuna della mia benestante signora.

DELITTO PERFETTO è un roboante giallo patinato, che rivolta il celebre film di Hitchcock, smontandone il congegno ad altissima precisione.

Un aggiornamento sostenuto da un gran ritmo e dall'ottima confezione, ma con una suspense fittizia e inzuppato nella macelleria.

L'uxoricida mancato, il sempre valido Michael Douglas, intortato dal lacrimoso grissino biondo Gwyneth Paltrow,  è impegnato in un ulteriore ruolo alla Gordon Gekko (WALL STREET).

Il regista Andrew Davis?

Bisogna avere un coraggio alla BRAVEHEARTH per mettere in cantiere un remake di un film diretto 40 anni fa da un mostro sacro come Hitchcock.

THE SENTINEL

Washington. Il maturo Pete Garrison (Michael Douglas) è un agente dei Servizi Segreti americani con un passato da eroe: salvò la vita del Presidente Reagan nell’attentato del 1981.

Ora è il capo della sorveglianza, fin troppo ravvicinata della First Lady, Sarah (Kim Basinger) con cui ha un’appassionata relazione.

Dopo l'assassinio di un collega, un vecchio informatore lo avverte: c'è qualcuno che trama nell'ombra e con l'aiuto di una talpa per far fuori il Presidente John Ballentine.
Roso da un antico rancore (corna) e quindi sospeso tra dovere e fatto personale, il detective dei servizi segreti David Breckinridge (Kiefer Sutherland), in coppia con la sensuale e brillante pivella Jill Marin (Eva Longoria), sospetta, ingiustamente, proprio di Garrison.

Incastrato e prossimo all’arresto, Pete, che ha la testa dura, fugge avviando un’indagine personale nel tentativo di sventare l’attentato e di riscattarsi dall’accusa di tradimento.


Zoppicante e concitato poliziesco con cui Hollywood ancora una volta bussa alle porte della Casa Bianca per sfruttarne la suggestione e ancora una volta sceglie di raccontare un complotto ai danni del solito "Uomo più potente del mondo", ossia il Presidente a stelle e striscie.
Il regista della pellicola, che ruba lo spunto iniziale a Nel centro del mirino per poi virare verso Il Fuggitivo, Clark Johnson cerca e trova uno stile personalissimo mutuato direttamente dal telefilm poliziesco-investigativo: le soluzioni di ripresa, il montaggio che raddoppia l’energia cinetica dell’inseguimento e l’uso carico del colore.

E stranamente anche i tre interpreti vengono dalla televisione: il veterano Michael Douglas, che ha battuto da ispettore, pur se in una lontanissima era geologica, "Le Strade di San Francisco" prima di raggiungere la Casa Bianca, occupandola addirittura da Presidente (Il Presidente – Una storia d’amore), Kiefer Sutherland, agente della divisione antiterrorismo della CIA, esperto a neutralizzare complotti e attentati “in tempo reale” nella serie tv 24, e Eva Longoria, seduttrice di giardinieri in erba in "Desperate Housewives", che ha smesso tacchi e abiti scollati per la pistola e la divisa d’ordinanza.

Anche se la politica è un pretesto drammaturgico che produce soltanto intrattenimento.

Si è tinto i capelli, ansima dopo una corsetta, ma conserva la grinta dei giorni d'oro il non più verde Michael Douglas. Che per trovare ancora un ruolo da protagonista deve accendere un cero al più fedele dei produttori: Michael Douglas.

BASIC INSTINCT

San Francisco. Tredici colpi di punteruolo da ghiaccio e l'amplesso ad alta tensione erotica con una mantide bionda è davvero l'ultimo per l'ex divo del rock Johnny Boz.

Troppe le evidenti analogie dell'omicidio con il romanzo dell'affascinante scrittrice Catherine Tramell (Sharon Stone).

Così il detective Nick Curran (Michael Douglas), poliziotto con trascorsi da cocainomane, la porta di corsa alla centrale per sottoporla a stringente interrogatorio.

Poveretta, non ha avuto nemmeno il tempo di mettersi le mutandine.

Le indagini del segugio portano allo scoperto inquietanti interrogativi sul nebuloso passato della donna, al cui ambiguo fascino il buon Nick cede immediatamente.

Inutile dire che il nuovo rapporto tra i due provoca anche la violenta reazione della compagna della scrittrice, bisessuale dichiarata, e dell'ex fidanzata di Nick, la psicologa sexy e molto nevrotica Beth Garner (Jeanne Tripplehorn).

Sorprese in quantità industriali.

BASIC INSTINCT è un thriller erotico in forma di giallo del regista olandese Paul Verhoeven che confeziona un ottimo prodotto (non un capolavoro, certo) dalle atmosfere torbide e dal ritmo vorticoso, anche se in forte debito con Brian De Palma.

Ormai da antologia una delle scene del film, quella in cui la sensuale protagonista, la fatale Stone, nel corso di un interrogatorio, accavalla le gambe mostrando l'assenza di mutandine ad un coro di poliziotti comprensibilmente attoniti, oltre che eccitati.

Consacrando definitivamente l'attrice al rango di star di Hollywood.

Michael Douglas, che come attore ha fatto di meglio, recita spesso con le brache abbassate per gli inutili (tranne che per la cassetta) eccessi morbosi ma ha il personaggio dello sbirro fallito letteralmente cucito addosso.

Se la più bella del reame, con o senza slip, è la bionda Sharon Stone pure la bruna e meno celebre Jeanne Tripplehorn è un gran pezzo di dottoressa.

TRAFFIC

Tre episodi, in un’America che ti fa accapponare la pelle.La droga mina la società alle fondamenta, infiltrandosi a ogni livello.
A Washington il granitico giudice Robert Wakefield (Michael Douglas) impegnato in contatti politici ad altissimo livello, sposato alla dolce moglie Barbara (Amy Irving), è nominato coordinatore federale antidroga dell'Ohio: si accorge solo troppo tardi che il nemico è in casa visto che la figlia adolescente Carolyne è entrata nel tunnel, arrivando a prostituirsi per procurarsi le dosi per bucarsi. Che dolore!

A San Diego, in California, lo stile di vita patinato di una famiglia alto-borghese nasconde una realtà terribile. Proprio lo stimato padrone di casa, Carlos Ayala (Steven Bauer) è il capo del commercio illegale, pronto a eliminare senza pietà chiunque incroci il suo cammino. Finito in manette (incastrato in fase processuale da un testimone eccellente) l'insospettabile e spietato mega importatore di coca sarà l'ignara (in un primo momento) moglie incinta Helena (Catherine Zeta-Jones) a proseguire, con sorprendente senso per gli affari (sporchi), il redditizio lavoro del consorte.

Al di là del confine, in Messico, è lotta all’ultimo sangue tra "cartelli rivali", investigatori corrotti e semplici poliziotti, tra cui i piedipiatti Javier Rodriguez (Benicio Del Toro) e il collega Manolo Sanchez che cercano disperatamente di non farsi travolgere. Un intrigo allucinante, che converge verso un unico punto: la battaglia di poche persone, ancora inspiegabilmente e testardamente oneste, contro la marea montante del Male, tra pressioni e tentazioni.
Ohibò, dirige il gioco il losco generale Salazar (Tomas Milian) in combutta proprio con i cartelli della droga che dovrebbe sgominare.

Eccellente poliziesco, un film di denuncia, del dotato Steven Soderbergh, che intreccia con grande e virtuosistica abilità tre storiacce di droga e dolore.
Soderbergh gira "sporco", con molta camera a mano, come se il film fosse un susseguirsi di servizi di un "tg". Colori che cambiano a seconda dei luoghi (le scene messicane sono riprese in ocra; in blu nel pezzo meno intenso ma più doloroso, quello con MIchael Douglas) improvvise esplosioni di violenza, rari lampi di luce, riuscendo a tenere sempre alta la tensione.

Si avvale della forte presenza scenica di un Benicio del Toro (oscar) capace di esprimere dolore e sicurezza insieme con un semplice movimento delle labbra. La coppia Douglas/Zeta-Jones non conferisce particolare glamour a un film corale.
Quattro Oscar: regia, sceneggiatura, montaggio e, come già detto, Benicio Del Toro.

VITE SOSPESE

New York, 1940. La nuova dattilografa, la bionda ebrea Linda Voss (Melanie Griffith), mentre Hitler conquista l’Europa, scopre che il suo capo ufficio, lo scorbutico Ed Leland (Michael Douglas) è una spia dei servizi segreti Usa, l'OSS.

Conquistato il capo, ballando guancia a guancia "In the mood" e "Moonlight serenade", dal letto, il giovane la promuove sul campo 007 e la invia a Berlino, dove ha parenti a rischio, sa parlare tedesco e cucinare lo strudel. Senza dimenticare di carpire ai i nazisti i piani di un nuovo missile.

La giovane si installa, nelle vesti di baby sitter, in casa del generale delle SS Franz Otto Dietrich (Liam Neeson), e mentre sorveglia i bambini ariani e decodifica messaggi cifrati da Settimana Enigmistica, rischia la ghirba e fa innamorare il nazistone.

Finchè arriva lancia il resta il principe azzurro e la donna si ritroverà ad aver cambiato i destini del mondo.

VITE SOSPESE è un inverosimile polpettone ultraromantico, con un cast eccellente, con la Griffith perfetta in costume anni '40, tempi in cui le donne ancora si pettinavano, con i buoni contro i cattivi, l'amore contro la guerra, abbasso i nazisti e Dio salvi l'America.

Manca la suspense, pur correndo a perdifiato tra mille pericoli e qualche banalità, ma, con alle spalle un budget miliardario e le 400 pagine del bestseller di Susan Isaacs, si fa vedere questo spettacolone antinazista per signore, con cortei, passi dell’oca e bandiere, molto di maniera ma ben fatto, divertente, ottimamente fotografato.

Per gli amanti del luogo comune, in "Vite sospese" c’è di tutto: la Berlino piovosa, la banchina ferroviaria, il treno fumante nella notte, Von Karajan che dirige il "Tristano", le porcellane sporche e gli stivali lucenti, i bombardamenti, le sirene, i frustini, Alexanderplatz (è il primo film della Berlino unita), il nazista che non tiene le mani a posto, la nazista che non tiene la bocca chiusa, la chiave in cantina e le sfilate dei bimbi biondi con svastica e un addio all’aeroporto in omaggio a "Casablanca".

Melanie Griffith, che ripensa alle attrici di una volta, e Michael Douglas, costretto a fare da spalla, sono un gran bella coppia.

Certo,in bianco e nero sarebbe stata un’altra cosa.

LA GUERRA DEI ROSES

Washington. Per Barbara Roses (Kathleen Turner) è come un colpo di fulmine alla rovescia: dopo diciassette anni di matrimonio, si accorge di non poterne più del marito yuppie, il brillante avvocato Olivier (Michael Douglas).

Colto di sorpresa il legale si rivolge all’azzeccagarbugli di famiglia, Gavin D’Amato (Danny De Vito), perchè sovraintenda alla tregua in attesa del divorzio e oltre ai due figli divida a metà gli spazi della loro lussuosa e spaziosa villa. 

Separati in casa. 

Ma la poco dolce signora ormai gli ha dichiarato guerra: il consorte non porge l’altra guancia, e dai dispetti più truci (il gatto ammazzato, l’auto distrutta) allo scontro fisico il passo è breve. La battaglia è all’ultimo sangue.

Vorrei vederti morta, amore mio.

Con LA GUERRA DEI ROSES  il Danny De Vito regista costruisce una commedia nerissima, velenosa, frenetica e crudele.

Bisogna ammettere che benché faccia molto ridere, soprattutto nella prima parte, è maledettamente seria nel raccontare che cosa succede quando l’odio coniugale si trasferisce sul piano del possesso e della difesa del territorio.

La tendenza all’eccesso e all’agitazione di Danny De Vito, anche interprete, diventa qui una virtù, capacità di portare le premesse alle ultime conseguenze. Sguaiata, sempre fuori giri, la vicenda è severamente vietata (o caldamente consigliabile, a seconda dei punti di vista) ai fidanzati prossimi alle nozze.



Bravissimi i tre simpatici e travolgenti protagonisti.

ALL'INSEGUIMENTO DELLA PIETRA VERDE

New York. La giovane scrittrice rosa di successo Joan Wilder (Kathleen Turner) lascia di corsa gli Stati Uniti e prende il primo volo per Cartagena, nella lontana Colombia: sua sorella Elaine è stata sequestrata da due imbranati manigoldi, Ralph (Danny De Vito) e Ira (Zack Norman).

La coppia vuole la mappa che conduce alla favolosa Pietra verde, ma non sa che il documento è nelle mani della scrittrice. 

Chi ne è invece a conoscenza è il perfido Zolo (Manuel Ojeda), che pedina la bionda romanziera appena sbarcata in Colombia.

Per fortuna interviene il simpatico giramondo spericolato Jack Colton (Michael Douglas), che attraverso mille peripezie e le bocche spalancate di famelici coccodrilli porta in salvo la compagna d’avventura.

ALL'INSEGUIMENTO DELLA PIETRA VERDE (ROMANCING THE STONES) è un assurdo ma non per questo meno divertente fumetto avventuroso di quel simpaticone geniale di Robert Zemeckis.


Non per niente il suo motto è “nulla sul serio, ma tutto per bene”. Qui mescola assai bene azione e umorismo, ne inventa una dietro l’altra, tenendo sempre a tutta manetta il ritmo.

Su una sceneggiatura costruita a regola d’arte, ha insomma confezionato un film di avventure divertente e avvincente, ironico e autoironico, con due protagonisti dotati in maniera robusta di simpatia e sex appeal.

SINDROME CINESE

California. La tosta e piacente cronista tv Kimberly Wells (Jane Fonda) e il suo fido cameraman Richard Adams (Michael Douglas), durante un servizio di routine, sono testimoni oculari di un guasto tecnico e relativo scoppio nella (immaginaria) centrale atomica di Ventana che crea una tremarella pazzesca agli addetti ai lavori (potrebbe provocare un'esplosione nucleare).

Lo svelto giovanotto, fiutata l'occasione propizia, ha fatto di soppiatto qualche ripresa, ma il timoroso direttore della rete blocca la messa in onda: non voglio grane, soprattutto giudiziarie.

Le autorità vorrebbero, come da prassi ed immaginario "sinceramente democratico", insabbiare la notizia, ma un ingegnere coraggioso, il responsabile tecnico dell'impianto, Jack Godell (Jack Lemmon), colpito da improvviso pentimento, denuncia le carenze dei sistemi di sicurezza: è stata evitata per un pelo un'anteprima di Chernobyl.

Meglio farlo tacere. Per sempre, ovviamente.

SINDROME CINESE (The China Syndrome) è un robusto ed avvincente film di denuncia, costruito come un giallo, con messaggio antinucleare incorporato, scritto dal regista James Bridges e prodotto da Michael Douglas, che si scaglia contro i bavagli alla libera informazione, imposti da chi con il pretesto del progresso pensa solo ad arricchirsi. Di soldi, oltre che di uranio (il titolo allude al versamento di uranio, che può bucare la terra da parte a parte).

Negli Stati Uniti il film uscì in concomitanza con il vero incidente nella centrale di Three Miles Island presso Harrisburg (Pennsylvania) e da più parti (nordamericane) fu accusato di isteria, allarmismo, ma che si rivelò più realistico e profetico del previsto.

Anche se sarebbe auspicabile non tanto un radicale rifiuto dell’atomo, ma quanto un controllo da parte dell’opinione pubblica che scavalchi gli interessi (grossi) in gioco delle onnivore (di utili) compagnie.

Una strizzata d'occhio agli antinuclearisti e una sberla agli industriali (fascisti, ovvio, ca va sans dire): che cosa poteva desiderare di più l'allora, peraltro bravissima e bellissima, comunista Jane Fonda?

Un premio a Cannes per Jack Lemmon.

UN GIORNO DI ORDINARIA FOLLIA

Los Angeles, estate. Mamma mia, che caldo torrido. Già nervosetto per i fatti suoi, ha perso il lavoro e la moglie divorziata Beth (Barbara Hershey) non gli fa vedere la bambina, il poco malleabile Bill Forester (Michael Douglas) rimane bloccato con l'auto in un immenso ingorgo.

Scende, chiude la macchina e “va a casa” con una passeggiata di quaranta chilometri che si trasforma in un'odissea violenta.

Occhio ragazzi non fatelo incavolare.

Come non detto: sfascia a mazzate il negozio di un coreano disonesto, fa il contropelo a due teppistelli portoricani e per punire un barista troppo pignolo rade al suolo una tavola calda.

Via giacca e cravatta, per il bazooka occorre stare comodi.

A quella di Bill fa da riscontro la vicenda parallela del poliziotto pensionando Martin Prendergast (Robert Duvall) al suo ultimo giorno di servizio.

È lo scafato sbirro quasi pensionato che intuisce l'itinerario di sangue e violenza che Bill traccia attraverso la città.

E adesso come lo fermo?

Tirato come un cavo ad alta tensione, UN GIORNO DI ORDINARIA FOLLIA è un dramma metropolitano di Joel Schumacher, che se la prende con le minoranze etniche solleticando gli istinti più bassi dello spettatore con l'animo del giustiziere.

Attraversato da lampi di umorismo sull'assurdità della vita metropolitana, sapientemente giocato sui binari delle due azioni parallele, il film ha una prima parte quasi perfetta e un finale rassicurante con qualche caduta nella parte centrale.

Fascista l'incavolato nero? Eh no: fa la festa anche a un bieco nazista.

Assolutamente un film da vedere.

ATTRAZIONE FATALE

New York. Mentre la moglie Beth (Anne Archer) è in campagna con la figlioletta, il procuratore legale Dan Gallagher (Michael Douglas), marito e padre felice nella New York degli "yuppies" rampanti, si concede, senza sacrificio, una scappatella con Alex Forrest (Glenn Close), una biondona da cui è rimasto folgorato da un occhiata di fuoco ad un cocktail.

La valchiria dopo averlo spremuto come un limone perfino in ascensore, arriva al gesto estremo di tagliarsi le vene quando lui le annuncia che ha l'intenzione di voler riprendere la sua vita normale e che tornerà (illudendosi che sia facile) dall'amata moglie.

Ripresa per i capelli e ricucita, si dimostra alquanto instabile psicologicamente.

Così il povero avvocato, che ha commesso il peccato mortale di concedersi una scappatella, si ritrova tampinato, assillato, telefonato, ricattato.

In un crescendo di follia la matta finisce per scatenarsi, bruciandogli l’auto, terrorizzando la sua dolce (per la verità mica tanto, come si vedrà alla fine) metà e addirittura gli rapisce la figlia.

Il furbo regista Adrian Lyne (lo stesso di “Nove settimane e mezzo”) con ATTRAZIONE FATALE riesce a confezionare un thriller a due facce.

Un primo tempo passionale ed erotico, con pillole di kamasutra, e un secondo di drammatico e sanguinolento horror.

Molto in forma i due protagonisti, anche se bisogna ammettere che Glenn Close non sembra sufficientemente avvenente per la parte di sanguisuga di alto bordo.

Indubbiamente è un film furbo e ben confezionato.

BLACK RAIN - PIOGGIA SPORCA

New York. L'arcigno poliziotto Nick Cocklin (Michael Douglas), sotto inchiesta per corruzione, assiste in un bar, insieme al giovane collega Charlie Vincent (Andy Garcia), allo sgozzamento di due visi gialli, il cui autore è un esponente della yakuza.

L'omicida, subito acciuffato, è riaccompagnato dal tandem a Osaka dove, all'arrivo all'aeroporto, gli viene sottratto, grazie ad una credibile messinscena, da finti agenti nipponici.

Gabbati e furibondi, quanto impotenti, i due vengono messi nelle mani del saggio commissario locale Matsumoto (Ken Takakura) che li mette subito in riga: qui comando io, quindi niente pistole e state ad osservare.

Osaka non è New York.

Charlie, caduti in una trappola per le strade della città, sotto una pioggia incessante, viene decapitato da un motoclista con katana, e l'ira di Nick diventa rabbiosamente incontenibile, appena alleviata dalla bionda "accompagnatrice" Joyce (Kate Capshaw).

Veramente bello ed elegante poliziesco diretto da Ridley Scott, movimentato, duro e a tratti violento in un Giappone che rimanda a certe scene apocalittiche di BLADE RUNNER, assordante dai sinistri bagliori notturni, con tanto di pioggia,insegne pubblicitarie, le luci al neon, nell'etereo crepuscolo, e addirittura sequenze palesemente narcisistiche, in cui l'affamato Douglas reincarna Harrison Ford nell'impacciato uso di bachette e scodellina.

Ma la condizione meticcia è ribaltata: è il Giappone che si è "contaminato" di Occidente, la pioggia sporca appunto che ricorda.

Perfetto Michael Douglas, l'agente cinico e tormentato, e molto bravo anche l'emergente (a quei tempi) Andy Garcia, ma la medaglia del migliore in campo spetta di diritto allo sconosciuto (in occidente) giapponese Ken Takakura, veramente credibile nel ruolo del poliziotto dai "metodi" nipponici.


DON'T SAY A WORD

New York. La tranquilla esistenza del benestante psichiatra infantile Nathan Conrad (Michael Douglas) è sconvolta dal sequestro della figlioletta Jessie, finita nelle mani del rapitore, appena scarcerato, Patrick Koster (Sean Bean).

Il bandito pretende che il medico lo conduca al rubino da dieci milioni di dollari rubato nell'assalto ad un caveau e imboscato dieci anni prima da un complice giuda, che prima di essere ucciso dai compari l'aveva affidato alla figlia Elizabeth (Brittan Murphy): nel cervello bloccato della ragazza c'è un numero fondamentale, la combinazione per arrivare al tesoro.

Spinto dalla trepidante consorte Aggie (Famke Janssen), il dottore non può far altro che obbedire: inizia così una corsa contro il tempo per estirpare in gran fretta il segreto dalla testa di Elizabeth, ormai diciottenne ma mai guarita, e al tempo stesso tenere la bocca chiusa con la polizia.

Lo psichiatra comicia a lavorare al caso più difficile della sua vita, tallonato e minacciato minuto per minuto.

DON'T SAY A WORD è un frenetico thriller diretto dal regista Gary Fleder, che ci regala una buona suspence, ma si inerpica oltre i limiti del verosimile e non riesce a sottrarsi alle sirene di un redde rationem (in un vecchio cimitero) inutilmente sanguinolento.

L'invecchiatissimo Michael Douglas dall'orrendo cappello rosso fa la faccia truce e ritorna da eroe: forse perchè la moglie della finzione è più sexy di quella della realtà.

Ma sull'ultimo concetto mi dissocio da me stesso.

WALL STREET

Fox (Charlie Sheen), un giovane ed ambizioso agente di borsa desideroso di far carriera, ottiene il denaro dell'immaginario raider di Wall Street Gordon Gekko (Michael Douglas), potente finanziere, venerato per la sua spregiudicatezza nelle speculazioni borsistiche.

Resosi conto che Gekko si sta servendo di lui per loschi traffici, lo smaschera, anche grazie all'appoggio del padre (Martin Sheen).

La pellicola diretta da Oliver Stone uscì nel 1987, proprio all'apice di un lungo boom borsistico seguito da un drammatico crac dei mercati.

E' un atto di accusa contro la speculazione e l'avidità di certa finanza americana, non una critica del capitalismo in quanto tale, ma del capitalismo cattivo e dei suoi eccessi speculativi.

La storia inizia col suono della campanella che dà il via alle contrattazioni di borsa, alle 9.30 di una mattina del 1985.

Mancano due anni al primo grande tracollo dei listini causato dal mercato immobiliare, 15 allo scoppio della bolla della new economy, 23 ai giorni nostri, quando si scopre che oscuri prodotti finanziari chiamati derivati possono mettere in ginocchio il mondo.

La catastrofe è ancora lontana eppure i suoi protagonisti nel film WALL STREET ci sono tutti.

C'è un venditore che passa la giornata al telefono a cercare di convincere i clienti a comprare: "Se posso avere cinque minuti del suo tempo per spiegarle la straordinaria opportunità che sta emergendo nel mercato del debito...".

C'è il giovane trader che non ha tempo da perdere, mai: "Dieci minuti sono già storia, e io alle 4 sono un dinosauro".

A livello descrittivo ha, specialmente nella 1ª parte, grinta, forza, ritmo. Si sente che Stone parla di quel che conosce bene: il film è dedicato alla memoria del padre, agente di borsa. E la lezione è ancora attualissima.

Oscar per Michael Douglas nell'anno dell'"Ultimo imperatore".

Tra gli altri anche Daryl Hannah e Sean Young (la moglie di Gordon Gekko).

"L'avidità è giusta, l'avidità funziona, l'avidità chiarifica, penetra e cattura l'essenza dello spirito evolutivo"




RIVELAZIONI - SESSO E' POTERE

Seattle (Usa). Alla vigilia di una maxifusione di due importanti colossi aziendali di informatica, il manager rampante Tom Sanders (Michael Douglas) si vede sfilare la vicepresidenza dalla sua seducente e spregiudicata ex Meredith Johnson (Demi Moore).

Ogni protesta presso il gran capo Bob Garvin (Donald Sutherland) è inutile.

Invitato nell'ufficio della rivale-ex, il manager, subito aggredito, si trova in una situazione alquanto imbarazzante, tipo Clinton con Monica.

Lui resiste e la respinge e lei, non prendendola affatto bene, giura: te ne pentirai, ti rovino.

Niente di più facile: la furbastra lo accusa di molestie e il malcapitato maschietto, chiaramente, fatica perfino a convincere la moglie Susan (Caroline Goodall).

Ma poi raggiunge l'avvocatessa Catherine Alvarez (Roma Maffia) e passa al duro contrattacco.

Doppia sorpresa finale.

RIVELAZIONI - SESSO E' POTERE (Disclousure), pur trattando un tema molto serio (le molestie sul luogo di lavoro), è un poco credibile dramma social-aziendale.

Ingarbugliato e ruffiano, congegnato come un giallo dall'ottimo (in altre occasioni) regista Barry Levinson, che non riesce ad appassionare fino in fondo lo spettatore, annoiato dalle troppe parentesi sulle tristanzuole strategie aziendali.

Dialoghi al peperoncino nell'unica scena erotica, dove però la muscolosa Demi Moore è più goffa che sexy nell'assalto senza mutande allo sbigottito Michael Douglas.