New York. Un maniaco assassino sta terrorizzando la città e il sindaco Eamon Flynn (Rod Steiger) ha la schiuma alla bocca, sbatte i pugni sul tavolo e chiede di fermare la follia omicida a tutti i costi.
L'assistente del sindaco Frank Starkey (Harvey Keitel) a malincuore si vede così costretto a richiamare in servizio suo fratello Nick (Kevin Kline), un poliziotto molto beat e poco chic, brillante ma non convenzionale, che era stato sbattuto fuori dal corpo qualche anno prima e diventato pompiere.
Nick accetta di indagare sul caso ma in cambio chiede una sola cosa: un'invito a cena alla moglie di Frank, Christine (Susan Sarandon), donna che Nick ha sempre amato.
Tornato ad indagare scopre che la follia omicida non è cieca come sembra.
Mentre Nick rivela i risultati della sua analisi al sindaco, mette gli occhi (e le mani) sulla bella figlia del sindaco, Bernadette (Mary Elizabeth Mastrantonio). E sono scintille.
UN DETECTIVE...PARTICOLARE (The January man) è un thriller abbastanza routinario nelle premesse (la solita caccia al solito serial killer come decine di altre pellicole del genere) e ampiamente superato se visto al giorno d'oggi.
Il film si segnala però per una sceneggiatura piuttosto curata nell'approndimento psicologico dei personaggi, in particolare il protagonista, seguito bene sia sul versante professionale che privato e per una felice scelta del cast che vede attori di primissimo piano sia nei ruoli principali (abbastanza in parte Kevin Kline col suo sense of humor molto personale e sdrammatizzante) che in quelli secondari.
Sprecata la Sarandon ma funzionale alla riuscita (sufficiente) del connubio di thriller e sentimento.
Una visione gliela si può dare.
Visualizzazione post con etichetta susan sarandon. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta susan sarandon. Mostra tutti i post
LA REGOLA DEL SILENZIO - THE COMPANY YOU KEEP
Albany (New York). Jim Grant è un avvocato a difesa dei diritti civili, vedovo e padre di una giovane figlia.Dopo l'arresto di una ex attivista (Susan Sarandon) di un gruppo pacifista (???) radicale attivo negli anni del Vietnam, i Wheathermen, rimasta in clandestinità per decenni, un giovane reporter ficcanaso, Ben Shephard (Shia LaBeouf), a caccia di scoop, avvia una serie di indagini.
La prima ed eclatante scoperta è legata proprio a Grant. L'avvocato ha un falso nome e ha fatto parte del gruppo, che si divertiva a far saltare stazioni di polizia, basi dell'esercito, uffici del Pentagono con ordigni "fuori orario" destinati a non mietere vittime. Su di lui pende un'accusa (ingiusta) di omicidio nel corso di una rapina in banca.
Grant è costretto ad affidare la figlia al fratello e a fuggire. L'FBI e Shepard, separatamente e con motivazioni diverse, si mettono sulle sue tracce.
Alla ricerca di prove di un'innocenza che vale per tutti incontrerà gli ex compagni, nascosti come lui sotto false identità. I militanti convertiti al presente non sono propriamente quello che ti aspetti...
"I segreti sono una cosa pericolosa, Ben. Pensiamo tutti di volerli conoscere. Ma se ne hai mai avuto uno, allora saprai che significa non solo conoscere qualcosa su un'altra persona, ma anche scoprire qualcosa su noi stessi". Così dice Jim Grant/Robert Redford al giovane giornalista che insegue lo scoop ma crede anche (e ancora) all'onestà altrui.
Con questo LA REGOLA DEL SILENZIO - THE COMPANY YOU KEEP Robert Redford, nel doppio ruolo attore/regista, torna perfino a correre in un robusto thriller politico d'azione dall'impronta progressista, vicino al cinema che lo ha reso famoso negli anni '70, mettendo in pratica la lezione imparata dagli amici/maestri, i vari Pollack e Pakula (tanto per citarne qualcuno).
Infatti nel film si ritrovano temi e tensioni di quello che fu il cinema democratico americano di cui Pollack fu uno degli autori di punta e Redford il suo interprete ideale.
Alla fine ne viene fuori un film, che non si può definire un capolavoro, ma che risulta ben fatto e godibile. Buona la storia, discreta la sceneggiatura, ottima la scelta del cast che annovera alcuni grandi attori e un coprotagonista (Shia LaBeouf) forse un pò intimidito al loro cospetto ma autore comunque di una prova più che dignitosa.
IL CLIENTE
Memphis (Tennessee). Nell'estate rovente costa cara al dodicenne Mark (Brad Renfro) la fumatina nel bosco vicino casa.Il fratellino minore Ricky, sconvolto dallo choc, è ricoverato in ospedale d'urgenza, e per assisterlo mamma Dianne (Mary-Louise Parker) perde il lavoro.
I due ragazzini sono stati testimoni dell'angoscioso, affannoso suicidio d'un avvocato di mafia, raccogliendone l'estrema confidenza.
L' avvocato sa dove il suo cliente ha occultato il cadavere d'un senatore assassinato, teme per questo d'essere ucciso, preferisce ammazzarsi anziché aspettare la morte.
Il ragazzino capisce presto di possedere un segreto pericolosissimo e il cinico - ma non troppo - procuratore federale Roy Foltrigg (Tommy Lee Jones) vuole sfruttarlo per l'accusa senza preoccuparsi troppo di eventuali rischi per la sua incolumità.
Così fugge: forze antitetiche (Fbi e Cosa Nostra) lo inseguono per strappargli il segreto o per eliminarlo perché non lo riveli.
Per sopravvivere il ragazzino s'affida alla riluttante avvocatessa Reggie Love (Susan Sarandon), difensore e protettrice, con la quale nasce un rapporto di diffidenza, conflitto, sospetto, amicizia e, nel lieto fine, affetto.
IL CLIENTE, diretto da Joel Schumacher, è un buon giallo, ben congegnato e provvisto di suspance, tratto dal solito romanzo dello specialista in legal-thriller John Grisham.
Il ragazzino capisce presto di possedere un segreto pericolosissimo e il cinico - ma non troppo - procuratore federale Roy Foltrigg (Tommy Lee Jones) vuole sfruttarlo per l'accusa senza preoccuparsi troppo di eventuali rischi per la sua incolumità.
Così fugge: forze antitetiche (Fbi e Cosa Nostra) lo inseguono per strappargli il segreto o per eliminarlo perché non lo riveli.
Per sopravvivere il ragazzino s'affida alla riluttante avvocatessa Reggie Love (Susan Sarandon), difensore e protettrice, con la quale nasce un rapporto di diffidenza, conflitto, sospetto, amicizia e, nel lieto fine, affetto.
IL CLIENTE, diretto da Joel Schumacher, è un buon giallo, ben congegnato e provvisto di suspance, tratto dal solito romanzo dello specialista in legal-thriller John Grisham.
WALL STREET. IL DENARO NON DORME MAI
New York. È già un drago il rampante broker Jake Moore (Shia LaBoeuf), finanziere ecologista impegnato a conciliare ecologia e bramosia, nella società del grande Louis Zabel (Frank Langella).Il giovane flirta con l' idealista Winnie (Carey Mulligan), figlia dell'ex re della Borsa Gordon Gekko (Michael Douglas), divenuta progressista per disgusto di un padre che rivendica il diritto di essere un mascalzone.
Se tutti rubano, rubare di più significa essere più abili.
Infatti dopo sette anni di galera per frode, Gordon Gekko è tornato libero. Tagliato fuori ormai dal mondo della finanza, l'uomo pubblica le sue memorie e le sue considerazioni sull'economia mondiale prevedendo l'inmminente crisi e al tempo stesso tenta di riavvicinarsi alla figlia.
In realtà è pronto a colpire ancora: per lui fare soldi in fretta è l'unica cosa che conta.
E proprio a lui si rivolge il finanziere utopista, amante - guarda caso- di sua figlia, per vendicare il suicidio del mentore, provocato dai concorrenti.
Così coi "risparmi" (centinaia di milioni di dollari occultati dal film precedente), nel 2008 ricomincia.
Ma Gekko vuole tutto, anche l'affetto della figlia.
WALL STREET. IL DENARO NON DORME MAI è un loffio e prolisso, caramelloso dramma dell'irriconoscibile duro Oliver Stone, che a 23 anni di distanza dal primo film, si rituffa nell'avido mondo dell'altissima finanza per rilanciare il suo atto d'accusa contro i meccanismi perversi del potere, sia politico che economico.
L'antico leone, che nel 1987 aveva ancora il Vietnam nelle budella, ha perduto gli artigli, tanto che in un paio d'ore, impeccabili soltanto nella confezione, anche lo squalo Michael Douglas diventa una tenera sogliola.
E proprio a lui si rivolge il finanziere utopista, amante - guarda caso- di sua figlia, per vendicare il suicidio del mentore, provocato dai concorrenti.
Così coi "risparmi" (centinaia di milioni di dollari occultati dal film precedente), nel 2008 ricomincia.
Ma Gekko vuole tutto, anche l'affetto della figlia.
WALL STREET. IL DENARO NON DORME MAI è un loffio e prolisso, caramelloso dramma dell'irriconoscibile duro Oliver Stone, che a 23 anni di distanza dal primo film, si rituffa nell'avido mondo dell'altissima finanza per rilanciare il suo atto d'accusa contro i meccanismi perversi del potere, sia politico che economico.
L'antico leone, che nel 1987 aveva ancora il Vietnam nelle budella, ha perduto gli artigli, tanto che in un paio d'ore, impeccabili soltanto nella confezione, anche lo squalo Michael Douglas diventa una tenera sogliola.
Il primo film raccontava di una New York che brillava dalle mille luci, gli yuppies a caccia di dollari, donne, droga, abiti firmati, l'estetica del cocktail.
La vita era in mano a ragazzotti che avrebbero venduto la madre in contrassegno, la borsa era un pozzo d'adrenalina, era l'Eldorado. Era la ferocia di chi brucia il tempo e lo trasforma in oro.
Oliver Stone raccontò tutto questo e con tempismo profetico quel film segnò la fine di tutte le illusioni (il 19 ottobre 1987 il Dow Jones segno un crollo del 22,61%, in calo di 500 punti nda).
Oliver Stone torna sul luogo del delitto per dirci che la ricchezza è in pochissime mani e i governi sono ridotti a comitati d'affari. Il vecchio leone non graffia ma la realtà è questa.
Cameo per Charlie Sheen, che nel primo film interpretava Bud Fox, discepolo di Gekko.
Oliver Stone torna sul luogo del delitto per dirci che la ricchezza è in pochissime mani e i governi sono ridotti a comitati d'affari. Il vecchio leone non graffia ma la realtà è questa.
Cameo per Charlie Sheen, che nel primo film interpretava Bud Fox, discepolo di Gekko.
FRATELLI IN ERBA
Little Dixie, Oklahoma (Usa). Si è precipato nella cittadina natale, cittadina di provincia dalla quale era scappato anche a causa della madre hippie (Susan Sarandon), dal Rhode Island, il rigido professore di filosofia Bill Kincaid (Edward Norton): la voce al telefono aveva dato la scioccante notizia che il suo gemello Brady (Edward Norton) era stato assassinato con una balestra.
E' quasi più la rabbia che la gioia quando apprende, in presenza dell'amico del defunto, Bolger (Tim Blake Nelson) che il morto sta benone e se la ride, anche grazie alla florida coltivazione di marijuana e al relativo commercio illegale che ha messo in piedi.
Il vero obiettivo della messinscena? Convincere il fratellino riottoso a sostituirsi a lui per un giorno, in modo da avere un alibi perfetto per il crimine che ha in mente di commettere. Liberarsi di chi dirige i giochi, uno spacciatore in grande che si nasconde sotto l’apparenza del filantropo della causa ebraica (Richard Dreyfuss).
Ma il destino è in agguato.
Bizzarra, crudele e a suo modo affascinante commedia nera, imparentata alla lontana con la tragedia greca, del sorprendente caratterista Tim Blake Nelson, perfetto anche come spalla di Edward Norton, esemplare protagonista dai due volti.
Che FRATELLI IN ERBA non sia una commedia disimpegnata come altre (come la titolazione sembrano invece suggerire) lo si può capire subito, fin dal suo curioso inizio che, in nuce, racconta tutta l'essenza della storia che verrà. Bill Kincaid, sta tenendo una lezione su Socrate, la sua etica e la pessima fine che fa chi si illude di aver raggiunto un vero equilibrio nella vita, dopodichè si trova a sostenere con un'allieva, che da lui desidera lezioni di anatomia, una discussione sul rapporto che esiste tra commedia e tragedia.
Questi due elementi sono le basi su cui Tim Blake Nelson : un'attenta mistura di commedia e tragedia e un'inesorabile condanna per le ambizioni di gran parte dei suoi personaggi.
Ma non solo, esiste in Fratelli in erba anche una spiccata volontà di dipingere l'insensata casualità della vita che si accanisce proprio contro chi, adoperandosi per il proprio futuro, cerca di dominare il fato. Ciò avviene attraverso incontri casuali che si rivelano determinanti, figure a prima vista innocue, ameni uomini di potere come quello interpretato da Richard Dreyfuss e improvvise impennate di violenza che ricordano il cinema dei fratelli Coen.
Si respira infatti, da un certo punto in poi del film, un senso di morte imminente e un'imprevedibilità molto simili a quelli imperanti nei film dei due registi americani.
Senza voler sottoporre il film ad ingiusti ed impegnativi confronti, non si può non notare che il risultato sia più che meritevole.
Sul canovaccio classico della commedia degli equivoci (qui favorito dal fatto che i due protagonisti sono gemelli monozigoti), Blake riesce nella non facile impresa di realizzare un film unico (anche se somigliante a), bagnato da un profluvio improvviso di sangue e dotato di una funzione sufficientemente morale.
E' quasi più la rabbia che la gioia quando apprende, in presenza dell'amico del defunto, Bolger (Tim Blake Nelson) che il morto sta benone e se la ride, anche grazie alla florida coltivazione di marijuana e al relativo commercio illegale che ha messo in piedi.
Il vero obiettivo della messinscena? Convincere il fratellino riottoso a sostituirsi a lui per un giorno, in modo da avere un alibi perfetto per il crimine che ha in mente di commettere. Liberarsi di chi dirige i giochi, uno spacciatore in grande che si nasconde sotto l’apparenza del filantropo della causa ebraica (Richard Dreyfuss).
Ma il destino è in agguato.
Bizzarra, crudele e a suo modo affascinante commedia nera, imparentata alla lontana con la tragedia greca, del sorprendente caratterista Tim Blake Nelson, perfetto anche come spalla di Edward Norton, esemplare protagonista dai due volti.
Che FRATELLI IN ERBA non sia una commedia disimpegnata come altre (come la titolazione sembrano invece suggerire) lo si può capire subito, fin dal suo curioso inizio che, in nuce, racconta tutta l'essenza della storia che verrà. Bill Kincaid, sta tenendo una lezione su Socrate, la sua etica e la pessima fine che fa chi si illude di aver raggiunto un vero equilibrio nella vita, dopodichè si trova a sostenere con un'allieva, che da lui desidera lezioni di anatomia, una discussione sul rapporto che esiste tra commedia e tragedia.
Questi due elementi sono le basi su cui Tim Blake Nelson : un'attenta mistura di commedia e tragedia e un'inesorabile condanna per le ambizioni di gran parte dei suoi personaggi.
Ma non solo, esiste in Fratelli in erba anche una spiccata volontà di dipingere l'insensata casualità della vita che si accanisce proprio contro chi, adoperandosi per il proprio futuro, cerca di dominare il fato. Ciò avviene attraverso incontri casuali che si rivelano determinanti, figure a prima vista innocue, ameni uomini di potere come quello interpretato da Richard Dreyfuss e improvvise impennate di violenza che ricordano il cinema dei fratelli Coen.
Si respira infatti, da un certo punto in poi del film, un senso di morte imminente e un'imprevedibilità molto simili a quelli imperanti nei film dei due registi americani.
Senza voler sottoporre il film ad ingiusti ed impegnativi confronti, non si può non notare che il risultato sia più che meritevole.
Sul canovaccio classico della commedia degli equivoci (qui favorito dal fatto che i due protagonisti sono gemelli monozigoti), Blake riesce nella non facile impresa di realizzare un film unico (anche se somigliante a), bagnato da un profluvio improvviso di sangue e dotato di una funzione sufficientemente morale.
AMABILI RESTI
Pennsylvania (Usa), 1973. A Norristown, fra villette a schiera e campi di granturco, vive la famiglia Salmon. Tra poco sarò uccisa dal mio insospettabile vicino di casa, George Harvey (Stanley Tucci), mormora (allo spettatore) la quattordicenne Susie (Saorsie Ronan), primogenita di papà ragioniere Jack (Mark Wahlberg) e mamma Abigail (Rachel Weisz). Susie è un'adolescente qualunque, appassionata di fotografia e innamorata del compagno di scuola Ray Singh.
Proprio (crudeltà tra le crudeltà) dopo aver avuto il suo primo incontro romantico, il maniaco, apparentemente tranquillo ometto di mezza età con la passione per le case di bambola, attira la ragazzina con un pretesto nel rifugio sotterraneo da lui stesso scavato in mezzo al grande campo di mais e il misfatto così terribilmente annunciato si compie.
E' il 6 dicembre 1973.
Lo spirito di Susie si trova così a muoversi fra la terra e il cielo in una sorta di limbo fatto di ricordi e di fantasie, da dove può vedere e patire per quel che succede ai suoi cari e al suo omicida nel mondo mortale.
Intanto genitori,sorella,fratellino e nonna (Susan Sarandon) la cercano dappertutto: niente.
Sparita.
Il detective Len Fenerman li avverte: abbiamo trovato molto sangue attorno al suo berretto: preparatevi al peggio. E il padre si mette a indagare per proprio conto.
AMABILI RESTI è un originale dramma familiarpoliziesco intinto nel paranormale, uno schizzo fantasy che il regista Peter Jackson ha tratto dal fortunato romanzo nero di un' autrice semisconosciuta, dove la trama gialla è un pretesto per mettere a fuoco la figura della giovanissima protagonista, presto defunta, ma decisa a restituire la serenità ai suoi cari.
Aiutato dall’ambientazione anni 70 e dall’immaginario post-hippy della protagonista adolescente in quel periodo, disegna un limbo sovrabbondante e popolato di simboli, onirico e barocco.
Il mondo di Susie Salmon, non più viva ma incapace o impossibilitata a staccarsi del tutto dai suoi legami terreni, si intreccia con le vite distrutte e con l’elaborazione del lutto dei suoi familiari e con la consapevolezza che la lucida serialità omicida dello psicopatico della porta accanto che l’ha uccisa andrebbe fermata.
Il percorso verso il ritorno alla normalità per chi ha perso una figlia (in quel modo pio) è una sfida difficile, e i genitori lo affrontano in modo differente, si potrebbe dire l’uno seguendo la strada della fuga dalla dura realtà e l’altro della lotta e dell'ostinazione: dei due si fa apprezzare maggiormente il secondo, ossia il padre, per il maggiore spazio a lui riservato e per l’interpretazione attoriale di Marc Wahlberg. Ma affrontare la propria morte è complicato anche per la stessa Susie, in qualche modo prigioniera di un mondo perfetto, tra la vita e la morte, il concreto e l'astratto, come la boccia di vetro che la affascinava da bambina.
Alla fine, sebbene non si possa parlare di happy end in senso classico, la via di uscita implicitamente suggerita al dolore e al male, è l’amore e la creazione di legami fra gli individui e il colorato mondo di mezzo rimane un bel ricordo, forse un rifugio per i propri sogni.
Se la graziosa Saorsie Ronan incanta con il suo candore, l'inutile (nel film) Susan Sarandon colpisce nel segno con il suo cinismo, Stanley Tucci è uno (stra)ordinario psycho killer di provincia dalla frenesia assassina tenuta nascosta sotto ad un parrucchino biondo, due occhi glaciali e una mascella allargata.
NELLA VALLE DI ELAH
Fort Rudd, New Mexico (Usa), novembre 2004. Qui non abbiamo più notizie di suo figlio Mike, è sparito appena rientrato dall'Iraq.Così l'angosciato padre del soldato, il fiero (veterano del Vietnam) sergente in pensione della polizia militare Hank Deerfield (Tommy Lee Jones), rincuorata la moglie Joan (Susan Sarandon), mai più ripresasi dalla morte del primogenito (militare), parte, dal Tennessee, alle ricerca del figlio.
Arrivato alla base si mette ad indagare di persona ma la tragica notizia arriva presto: il cadavere del giovane è ritrovato in zona militare, ucciso da 42 coltellate e poi fatto brutalmente a pezzi e bruciato, con gli animali a completare l'opera.
Gli investigatori locali, come le autorità militari, non gradiscono l'intruso, che trova l'aiuto del detective ragazza madre Emily Sanders (Charlize Theron), vessata dai colleghi e costretta a occuparsi di piccoli casi irrisolti.
L'universo della famiglia Deerfield cade a pezzi, punito per la seconda volta con la scomparsa di un figlio, scardinando le convinzioni etiche e morali dell'orgoglioso militare in pensione, convinzioni che iniziano a vacillare mano a mano che la verità sull'efferato delitto salta fuori.
La sconvolgente verità.
NELLA VALLE DI ELAH è un terribile, doloroso, emozionante, splendido dramma ferocemente (ma intelligentemente) antibellico del regista Paul Haggis (Crash – Contatto fisico), che ha scritto anche la sceneggiatura.
Una costruzione narrativa che non può essere scalfita sotto nessun punto di vista: intreccio, pathos, commozione, citazioni bibliche (il titolo riprende l'episodio biblico fra Davide e Golia consumatosi nella valle di Elah), sono impeccabili e rendono il film privo di qualsivoglia smagliatura. Con lo spettatore che all'inizio crede di trovarsi davanti al "solito" giallo, che magari finisca con una spiegazione di questa morte che tiri in ballo qualche potente, o con un colpo di scena, o con il classico tentativo di insabbiamento dei vertici militari o politici (o entrambi).
Il film cavalca certamente l'onda di un disagio, come quello che l'America più progressista vive nel (com)piangere i proprio soldati, ragazzi della porta accanto che vanno in guerra, poco più che diciottenni, e tornano trasformati, senza valori, banali, violenti, imprevedibili, diversi.
Un duro (ma ripetiamo, intelligente, contrariamente a certe boiate pacifiste) atto d'accusa contro l'assurda (per molti) guerra in Iraq, che certifica il crollo degli ideali americani in quel messaggio d'aiuto (la bandiera rovesciata) e nel volto pietrificato dell'addolorato patriota Tommy Lee Jones.
Quel padre, prima che soldato, che durante le ricerche, aveva raccolto prove della avvenuta trasformazione del figlio, e quasi non lo riconosceva in quel ragazzo che aveva torturato un prigioniero, o che, tornato, si era piombato in un locale ed aveva insultato una spogliarellista.
Con il rimorso perenne: il figlio gli aveva chiesto aiuto, il giorno in cui con il blindato aveva investito ed ucciso un ragazzino (seguendo le procedure di sicurezza, che impongono di non rallentare per evitare imboscate).
Gli aveva telefonato dall'Iraq e gli aveva chiesto di portarlo via da lì, perchè non ce la faceva più ; lui, il padre, gli aveva rivolto solo frasi di circostanza, non raccogliendo la sua richiesta (ma poteva fare di più?)
Ma il ragazzo era morto dentro: lui lo sapeva, e infatti aveva mandato a casa la sua bandiera americana piegata a triangolo, come si fa quando un soldato americano muore.
Davide ha vinto contro Golia per il coraggio.
"Ma perchè il re israelita ha permesso che Davide sfidasse il mostro ?".
LE STREGHE DI EASTWICK
New England (Usa). Nella quieta e puritana cittadina di Eastwick tre giovani donne, rimaste senza compagno, soffrono di noia più che davanti a una puntata di Ballarò.
Per la verità Alexandra (Cher), Sukie (Michelle Pfeiffer) e Jane (Susan Sarandon) hanno tutte qualcosa da fare (la prima scolpisce statuette, la seconda ha da badare a una turba di ragazzini, sei marmocchi, per la precisione, l'ultima è una violoncellista frustrata), ma il pensiero dominante è diretto verso un Principe Azzurro: carino, romantico, e ben dotato.
Toccano perciò il cielo con un dito quando, forse evocato dal loro stregonesco inconscio, il ricco e misterioso Daryl Van Horn (Jack Nicholson) di New York prende possesso d'una villa dove in antico le streghe venivano bruciate.
Tutt'altro che carino e romantico, perché è stagionato, con tanto di pancetta, aria diabolica e dice oscenità, però fornito di poteri sovrumani.
Talché, invece di contenderselo, lo lottizzano e una dopo l'altra le tre donne gli cadono fra le braccia e acquistano alcune delle sue magiche virtù, in pratica le trasforma in streghe.
Alexandra si è subito arresa, la timida Jane è stata sedotta con la musica (per la passione, il suo strumento ha addirittura preso fuoco), Sukie si è volentieri unita alla brigata. Diavolo (è proprio il caso di dirlo) di un seduttore, le mette incinte tutte e tre.
Scatenato nel gaudio, il quartetto non avrebbe più niente da desiderare se in città non si gridasse allo scandalo e morisse, posseduta dal Maligno, la più accanita accusatrice di quelle svergognate “sgualdrine”. Colte da un'inopinata crisi di coscienza, le tre donne allora abbandonano la villa delle delizie.
Quando il loro Belzebù si vendica con terrificanti malefici, quelle preparano pittoresche fatture per liberarsene, e l'incantesimo funziona. Ma non prima che l'uomo venuto dall'Inferno della metropoli abbia messo a soqquadro Eastwick portando scompiglio in chiesa e vomitando schifezze.
D'ora in poi le tre streghe faranno le buone mammine, e l'immagine di papà apparirà sugli schermi demoniaci della Tv...
Film un pò folle, a cavallo fra fantastico e grottesco, che si diverte a fare dell'ironia nei confronti della media borghesia di provincia, calcando la mano sui bollori del sesso.
Diretto dall'australiano George Miller (lo stesso della trilogia di Mad Max), è in fondo una sagra degli effetti speciali, con poco humor, dove si irride tutto, diavolo e acquasanta, uomini e donne.
Il mefistofelico Jack Nicholson, in codino da samurai, è esageratamente sopra le righe.
Le tre streghe, Cher, Susan Sarandon, Michelle Pfeiffer, come signore che da giovani non dovevano essere male, sono bravissime e fornite di provocanti scollature e spacchi vertiginosi.
Per la verità Alexandra (Cher), Sukie (Michelle Pfeiffer) e Jane (Susan Sarandon) hanno tutte qualcosa da fare (la prima scolpisce statuette, la seconda ha da badare a una turba di ragazzini, sei marmocchi, per la precisione, l'ultima è una violoncellista frustrata), ma il pensiero dominante è diretto verso un Principe Azzurro: carino, romantico, e ben dotato.
Toccano perciò il cielo con un dito quando, forse evocato dal loro stregonesco inconscio, il ricco e misterioso Daryl Van Horn (Jack Nicholson) di New York prende possesso d'una villa dove in antico le streghe venivano bruciate.
Tutt'altro che carino e romantico, perché è stagionato, con tanto di pancetta, aria diabolica e dice oscenità, però fornito di poteri sovrumani.
Talché, invece di contenderselo, lo lottizzano e una dopo l'altra le tre donne gli cadono fra le braccia e acquistano alcune delle sue magiche virtù, in pratica le trasforma in streghe.
Alexandra si è subito arresa, la timida Jane è stata sedotta con la musica (per la passione, il suo strumento ha addirittura preso fuoco), Sukie si è volentieri unita alla brigata. Diavolo (è proprio il caso di dirlo) di un seduttore, le mette incinte tutte e tre.
Scatenato nel gaudio, il quartetto non avrebbe più niente da desiderare se in città non si gridasse allo scandalo e morisse, posseduta dal Maligno, la più accanita accusatrice di quelle svergognate “sgualdrine”. Colte da un'inopinata crisi di coscienza, le tre donne allora abbandonano la villa delle delizie.
Quando il loro Belzebù si vendica con terrificanti malefici, quelle preparano pittoresche fatture per liberarsene, e l'incantesimo funziona. Ma non prima che l'uomo venuto dall'Inferno della metropoli abbia messo a soqquadro Eastwick portando scompiglio in chiesa e vomitando schifezze.
D'ora in poi le tre streghe faranno le buone mammine, e l'immagine di papà apparirà sugli schermi demoniaci della Tv...
Film un pò folle, a cavallo fra fantastico e grottesco, che si diverte a fare dell'ironia nei confronti della media borghesia di provincia, calcando la mano sui bollori del sesso.
Diretto dall'australiano George Miller (lo stesso della trilogia di Mad Max), è in fondo una sagra degli effetti speciali, con poco humor, dove si irride tutto, diavolo e acquasanta, uomini e donne.
Il mefistofelico Jack Nicholson, in codino da samurai, è esageratamente sopra le righe.
Le tre streghe, Cher, Susan Sarandon, Michelle Pfeiffer, come signore che da giovani non dovevano essere male, sono bravissime e fornite di provocanti scollature e spacchi vertiginosi.
THELMA & LOUISE
Arkansas (Usa). La timida casalinga Thelma (Geena Davis) pianta su due piedi un marito padrone gonfio di birra, attaccato al divano e alla televisione, per partire con l'auto e passare un weekend di libertà con l'amica Louise (Susan Sarandon) cameriera in un fast-food.
Dura poco l'ebbrezza di ritrovata libertà: quando Thelma sta per essere violentata da un bullo, Louise interviene e uccide l'aggressore.
E ora la loro gita sulla decapottabile verde si trasforma in fuga.
Braccate dalla polizia, le due fuggitive scoprono una nuova dimensione della vita e una parte sconosciuta di loro stesse.
Dura poco l'ebbrezza di ritrovata libertà: quando Thelma sta per essere violentata da un bullo, Louise interviene e uccide l'aggressore.
E ora la loro gita sulla decapottabile verde si trasforma in fuga.
Braccate dalla polizia, le due fuggitive scoprono una nuova dimensione della vita e una parte sconosciuta di loro stesse.
In breve si lasciano derubare da un giovane bel ganzo (Brad Pitt), rapinano un negozio, fanno saltare la cisterna di un osceno camionista.
Ormai hanno imboccato una strada senza ritorno, nonostante il prodigarsi di un poliziotto comprensivo (Harvey Keitel).
THELMA & LOUISE è il 7° film, affascinante e di straordinaria intensità, del dotatissimo Ridley Scott e uno dei suoi migliori.
Ormai hanno imboccato una strada senza ritorno, nonostante il prodigarsi di un poliziotto comprensivo (Harvey Keitel).
THELMA & LOUISE è il 7° film, affascinante e di straordinaria intensità, del dotatissimo Ridley Scott e uno dei suoi migliori.
Il merito è anche della sceneggiatura, evidentemente scritta da una donna (Callie Khouri) che gli ha fornito una bella storia, una feconda combinazione, con grande senso dello spettacolo, di poliziesco e western, commedia e dramma, con due personaggi vivi, un punto di vista nuovo, un discorso insolito che riprende l'anarchismo liberale del cinema di strada degli anni '60.
Con due abbaglianti interpreti – ben doppiate da Rossella Izzo e Donatella Nicosia – è uno dei film più euforicamente femministi mai arrivati da Hollywood, con due eroine spaurite eppure coraggiose, anche se controvoglia.
Con due abbaglianti interpreti – ben doppiate da Rossella Izzo e Donatella Nicosia – è uno dei film più euforicamente femministi mai arrivati da Hollywood, con due eroine spaurite eppure coraggiose, anche se controvoglia.
Iscriviti a:
Post (Atom)





