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NON E' UN PAESE PER VECCHI

Texas, 1980. Llewelyn Moss (Josh Brolin), un ex saldatore e reduce del Vietnam, arriva casualmente quando la mattanza tra spacciatori nel deserto è finita da poco: un tappeto raccapricciante di sangue e sabbia, nell'aria desertica e desolata solo dei fuoristrada circondati da cadaveri.

Chiaramente lo scambio è andato male.

Il carico è di eroina e in una valigetta ci sono due milioni di dollari. Che fare?

Il denaro tenta tanto, troppo, anche se Moss sa che quella scelta sarà la scelta che gli cambierà la vita.
Quell'inaspettata "fortuna" potrebbe portare un sacco di guai.

Moss sceglie di provarci.

Quello che non sa l'improvvisato ladro è che il  sanguinario killer psicopatico Anton Chigurth (Javier Bardem) fuori dall’ordinario (già l’arma che usa…),  può rintracciarlo grazie al trasmettitore nascosto tra le banconote.

La reazione a catena sarà sanguinosa e neppure il disilluso sceriffo Bell (Tommy Lee Jones)  può riuscire ad arginare la barbarie dell'era contemporanea.

NON E' UN PAESE PER VECCHI è un eccitante e crudele thriller che, seppur ambientato negli Ottanta, è strettamente imparentato col western. La differenza è che, anziché cowboys e pistoleri, lo percorrono corrieri della droga e gente pronta anche alle peggiori efferatezze per possederla e per spacciarla.

Una storia carica di violenza e tensione (le uccisioni abbondano), a cura fratelli Coen, la cui originalità è  divenuto ormai un marchio di fabbrica, dove Javier Bardem, dall'agghiacciante maschera grottesca si guadagna un meritato Oscar, insieme a film, regia e sceneggiatura non originale.

Peccato che il finale tronco colga in contropiede e lasci a bocca aperta. Tra sorpresa e rabbia, ma che non stona affatto.

Forse (e dico forse) non un capolavoro ma da vedere assolutamente.

U.S. MARSHALS - CACCIA SENZA TREGUA

Usa. Se la svigna dall'aereo dei reclusi planato, dopo allucinante disastro, nel fiume Ohio l'ex agente governativo Mark Roberts (Wesley Snipes), accusato dell'omicidio di due agenti speciali.

A stanarlo si lancia il cocciuto e capace veterano dei federali Sam Gerard (Tommy Lee Hones) presto affiancato, controvoglia, allo spocchioso e sgradito inviato della CIA John Royce (Robert Downey jr.).

Il sospettato sequestra la moglie di un camionista e relativo camion, ruba un barchino da palude, poi scappa col cuore in gola tra Chicago e New York, sempre tallonato dai suoi cacciatori.

Chi sarà il vero assassino, tra spie cinesi e complotti all'ONU?

U.S. MARSHALS - CACCIA SENZA TREGUA è un concitato e spettacolare rifacimento del FUGGITIVO, che non ha la tensione dell'ottimo poliziesco con Harrison Ford (il cui cachet non è proprio basso nda), ma in compenso ne aggroviglia la trama in maniera eccessiva ed insensata.

L'ottimo e rugoso Tommy Lee Jones, che va come un treno come al solito, fa solo da spalla. Il resto è affidato alle svariate catastrofi e alle acrobazie degli stuntman.

Da vedere in cerca di adrenalina.

MEN IN BLACK II

Usa. Sotto le gradevoli e sexy fattezze di una supermodella (Lara Flynn Boyle) della stranota casa di lingerie Victoria's  Secret si nasconde la mostruosa extraterrestre Serleena, infiltratasi fra gli esseri umani con il tirapiedi a due teste Charlie (Johnny Knoxville).

La coppia di pericolosi alieni è arrivata sulla Terra per impossessarsi di una pietra magica dalla luce sfavillante, in grado di distruggere la Terra stessa e gli altri pianeti.

I delinquenti intergalattici non hanno fatto però i conti con l'agente segreto J.  (Will Smith) che richiama in aiuto il suo mentore, l'agente K (Tommy Lee Jones), che era tornato a una vita normale e si trova attualmente alle dipendenze delle poste degli Stati Uniti nel classico ridente paesino sperduto nel Massachusetts, assolutamente inconsapevole della sua precedente carriera, con la memoria cancellata secondo regolamento al momento del ‘pensionamento' dall'agenzia.

E che riacquista in un lampo memoria, divisa d’ordinanza e armi assortite.

Quello che ignorano il tandem di agenti supersegreti e nerovestiti è che il talismano è molto più vicino di quanto si possa pensare.

C'entrerà qualcosa la testimone terrestre Laura Vasquez (Rosario Dawson)?

MEN IN BLACK II è il chiassoso e frenetico seguito del fortunato Men in Black, sempre diretto dal fantasioso Barry Sonnenfeld, che si può definire un surreal-poliziesco.

Stesso cast e succulenti effetti speciali, con contorno di costumi e fuoriserie, per un film che offre gag e risate nello stile che ha reso popolare i due personaggi principali.


lara flynn boyle naked


Notevole la decorativa Lara Flynn Boyle, sensazionale bonazza che ondeggia sui tacchi a spillo. Molto umana.

IL CLIENTE

Memphis (Tennessee). Nell'estate rovente costa cara al dodicenne Mark (Brad Renfro) la fumatina nel bosco vicino casa.

Il fratellino minore Ricky, sconvolto dallo choc, è ricoverato in ospedale d'urgenza, e per assisterlo mamma Dianne (Mary-Louise Parker) perde il lavoro.

I due ragazzini sono stati testimoni dell'angoscioso, affannoso suicidio d'un avvocato di mafia, raccogliendone l'estrema confidenza.

L' avvocato sa dove il suo cliente ha occultato il cadavere d'un senatore assassinato, teme per questo d'essere ucciso, preferisce ammazzarsi anziché aspettare la morte.

Il ragazzino capisce presto di possedere un segreto pericolosissimo e il cinico - ma non troppo - procuratore federale Roy Foltrigg (Tommy Lee Jones) vuole sfruttarlo per l'accusa senza preoccuparsi troppo di eventuali rischi per la sua incolumità.

Così fugge: forze antitetiche (Fbi e Cosa Nostra) lo inseguono per strappargli il segreto o per eliminarlo perché non lo riveli.

Per sopravvivere il ragazzino s'affida alla riluttante avvocatessa Reggie Love (Susan Sarandon), difensore e protettrice, con la quale nasce un rapporto di diffidenza, conflitto, sospetto, amicizia e, nel lieto fine, affetto.

IL CLIENTE, diretto da Joel Schumacher, è un buon giallo, ben congegnato e provvisto di suspance, tratto dal solito romanzo dello specialista in legal-thriller John Grisham.

Inoltre riesce a conservare spazio, pur mantenendo un buon ritmo, per le amarezze private dei protagonisti.



Tra cui emerge Susan Sarandon, la più brava di tutti.

THE COMPANY MEN

Boston. Che crisi nera. Qui c'è aria di ridimensionamento aziendale. Si ritrova a spasso anche il manager Bobby Walker (Ben Affleck), 37 anni, sposato con l'infermiera Maggie (Rosemarie DeWitt), due bambini, una bella casa, la Porsche e l' iscrizione al Country Club.

E ora come farò a pagare il mutuo?

Il suo capo e fondatore della società Gene McLary (Tommy Lee Jones), non prende bene il taglio di Bobby, e si precipita nella sala del consiglio per chiedere un rinvio del severo provvedimento.
Impara presto che alcune scelte sono fuori delle sue mani, e questo è solo l'inizio.

La ditta è ormai una specie di colosso che, per sopravvivere, non ha scrupoli nel liberarsi dei rami secchi:
decisioni drastiche che spesso mascherano la pigrizia (se non l'incapacità) nel trovare nuovi modi per riciclarsi ed evitare di sbarazzarsi di personale capace e affidabile.

Intanto il nostro manager pensa che basterà riciclarsi da un' altra parte.

Le ultime parole famose. E intanto qualcuno getta anche la spugna...

Crudele dramma sociale che racconta le vicissitudini di chi perde il lavoro e le enormi difficoltà di reinserimento, un viaggio dolente nella recessione (americana e non) economica di oggi, vista dall'interno e da una prospettiva di alto livello (non operai, per capirci).

Illusioni, speranze e umiliazioni si rincorrono in un vortice di rabbia, paura e vergogna, prima della rinuncia a tutto, una volta persa la sicurezza da persona "normale".

In un gruppo di eccellenti interpreti, tra cui un Kevin Costner estremamente credibile e un Tommy Lee Jones dal volto segnato come al solito perfetto, spicca per misura il sorprendente Ben Affleck, una faccia da americano di successo, incredulo che sia toccato proprio a lui.

Un primo messaggio è chiaro: per combattere la grande crisi bisogna smettere di speculare in borsa e ricominciare a fare cose, oggetti, beni reali.

Il messaggio finale: non è mai troppo tardi (o troppo duro) per ricominciare, grazie all' amicizia, all'umiltà e  ai legami familiari.

Sarà duro, oh! non immaginate quanto, ma si può fare.

L'OCCHIO DEL CICLONE - IN THE ELECTRIC MIST

New Iberia, Louisiana. Il detective Dave Robicheaux (Tommy Lee Jones) è a caccia di un serial killer che dilania i corpi di giovani donne.

Di ritorno dai rilievi sul cadavere di una prostituta minorenne ferma, nel suo lavoro di sbirro tutto d'un pezzo, per eccesso di velocità la star hollywoodiana Elrod Sykes (Peter Sarsgaard), dedita all'alcol, che si trova nella zona per girare un film sulla Guerra di Secessione.

Il film gode dei finanziamenti di un discusso produttore, un boss della criminalità locale, il viscido Baby Feet Balboni (John Goodman).

Sykes rivela al detective di aver rinvenuto, nel corso delle riprese, lo scheletro di un uomo incatenato.

Ora Dave si trova dinanzi alla memoria di un delitto a sfondo razziale sepolto nel passato che potrebbe avere collegamenti con gli omicidi delle ragazze.

L'OCCHIO DEL CICLONE - IN THE ELECTRIC MIST è un bel esercizio di stile realizzato dal regista Bertrand Tavernier, affascinato dal profondo sud americano e da un amore per la cultura profondamente intrisa di musicalità afroamericana che pervade quest'area.

Il regista francese infatti ambienta la sua storia in Louisiana, trovando in Tommy Lee Jones un magnifico protagonista (granitico e tormentato dal suo passato).

Purtroppo è evidente la debolezza della sceneggiatura che non riesce ad andare al di là di una storia abbastanza banale, che segue i canoni tradizionali, con personaggi che hanno poco da dire, eccettuata la figura del tormentato protagonista.

Quel Tommy Lee Jones che a ogni film, come forse è accaduto solo a Clint Eastwood, diviene sempre più un'icona dell'America. Il suo detective Robicheaux indaga con ferocia, colpisce duro e ‘senza misericordia' ma dalle rughe del suo volto e dal suo sguardo, colmo di una tristezza atavica, si fa strada la sensazione di un senso di colpa collettivo per un passato da razzisti.

Un passato che non è del tutto passato e ritorna sotto le spoglie del Generale John Bell Hood che combatté nella Guerra Civile ed appare a Dave sul confine tra realtà e immaginazione

Rimangono una buona fotografia che riprende questi territori così al limite tra civiltà e natura incontaminata e una suggestiva colonna sonora come spesso accade per film ambientati nel profondo sud degli States.

Insomma molta atmosfera di sottofondo, blando e suadente come un blues sudista.

BLUE SKY

Hawaii (Usa), primi anni Sessanta. La non più giovanissima ma ugualmente disinvolta, infantile, esibizionista ed adultera Carly (Jessica Lange) prende il sole in topless, civettando divertita con gli allupati marmittoni che le ronzano sulla testa in elicottero.

Invano l'innamoratissimo marito, lo stimato ingegnere, nonché maggiore Hank Marshall (Tommy Lee Jones) l'esorta a dare l'esempio alle due figlie ma frattanto non può fare altro che amarla.

Lo scandaloso comportamento della signora provoca il trasferimento della famigliola in Alabama, dove mentre lei fa piedino con l'aitante colonnello Vince Johnson (Power Boothe), lui, in missione in Nevada, continua la battaglia contro gli esperimenti nucleari (esplosioni sotterranee) che vanno avanti dagli anni '60, inimicandosi gli impazienti guerrafondai dei piani alti.

Tragedia in vista.

Discreto dramma social-ecologico familiare girato dall'inglese Tony Richardson (Tom Jones), morto subito dopo la fine delle riprese per complicazioni di Aids, nel 1990 ma rimasto in magazzino per tre anni che abbina con amalgama difficoltoso, la fiera filippica antiatomica e un bel ritratto di donna ma anche una storia sui compromessi eroici che la vita coniugale esige.
Talvolta.



L'esplosiva, è proprio il caso di dirlo vista la tematica, Jessica Lange (Oscar) è davvero brava. Tommy Lee Jones non le è da meno, nella sua dolce e amorevole rassegnazione.
Buona la sceneggiatura che "scava" adeguatamente nella psicologia dei personaggi e li inserisce efficacemente nella loro epoca.


REGOLE D'ONORE

Usa. E' proprio nei guai il colonnello nero (di colore) Terry Childers (Samuel L. Jackson), veterano dei marines con trent'anni di oneste guerre alle spalle ed eroe di guerra dai tempi del Vietnam.

Chiamato a difendere l'ambasciata americana a San'a nello Yemen presa d'assalto dagli integralisti che si facevano scudo della folla per la loro opera vigliacca di cecchinaggio e che avevano già ucciso tre dei suoi uomini, aveva dato ordine di sparare nonostante le regole di ingaggio che proibiscono l'uso delle armi su civili.

Totale finale: aveva provocato 83 morti.

Scelta giusta, senza dubbio, vista anche la minaccia portata al capo della diplomazia, l'ambasciatore americano salvato con l'elicottero.

E subito inizia la vergognosa grancassa tra dipartimento, giornali, opinione pubblica eccetera, che lo accusano di assassinio di innocenti, insomma quelle ridicole faccende di cui sono vittime i militari chiamati a difendere le opinioni pubbliche che stanno al caldo di casa e i politicanti.

Washington, per tenersi buoni i paesi arabi alleati, è costretta a mandare sotto corte marziale l'ufficiale, che come difensore scegli il pari grado, nonchè vecchio compagno d'armi in Vietnam, il colonnello ed avvocato Hays Hodges (Tommy Lee Jones), che torna nello Yemen per raccogliere prove. Ci provo, perchè ti devo la vita, ma, ti avverto: sarà dura.

Anche perchè nel frattempo il consigliere per la sicurezza ha provveduto a distruggere una cassetta che mostra i manifestanti armati e prova di fatto l'innocenza del colonnello: meglio far ricadere la colpa dell'incidente su un ufficiale che sugli USA.

Ma alla fine giustizia è fatta.

REGOLE D'ONORE è un impetuoso ed eccitante dramma bellico-giudiziario, una storia vecchia maniera rappresentata da un regista che è una sicurezza per efficacia e capacità di racconto, senza esagerare nel "linguaggio", lo scafato William Friedkin, che ne fa un thriller ad alta tensione.

Film del tutto scorretto politicamente, con tanto spirito nazionalista (che non ci disturba nda), una contrapposizione netta tra il cinismo ipocrita dei politicanti e il coraggio disinteressato dei militari, recitato molto bene: classico conflitto giudiziario, classica amicizia virile.

Inutile dire che ai "sinceri democratici" la visione provoca il mal di pancia, come ai tempi dell'odiato John Wayne.

Magari tornasse...

NELLA VALLE DI ELAH

Fort Rudd, New Mexico (Usa), novembre 2004. Qui non abbiamo più notizie di suo figlio Mike, è sparito appena rientrato dall'Iraq.

Così l'angosciato padre del soldato, il fiero (veterano del Vietnam) sergente in pensione della polizia militare Hank Deerfield (Tommy Lee Jones), rincuorata la moglie Joan (Susan Sarandon), mai più ripresasi dalla morte del primogenito (militare), parte, dal Tennessee, alle ricerca del figlio.

Arrivato alla base si mette ad indagare di persona ma la tragica notizia arriva presto: il cadavere del giovane è ritrovato in zona militare, ucciso da 42 coltellate e poi fatto brutalmente a pezzi e bruciato, con gli animali a completare l'opera.

Gli investigatori locali, come le autorità militari, non gradiscono l'intruso, che trova l'aiuto del detective ragazza madre Emily Sanders (Charlize Theron), vessata dai colleghi e costretta a occuparsi di piccoli casi irrisolti.

L'universo della famiglia Deerfield cade a pezzi, punito per la seconda volta con la scomparsa di un figlio, scardinando le convinzioni etiche e morali dell'orgoglioso militare in pensione, convinzioni che iniziano a vacillare mano a mano che la verità sull'efferato delitto salta fuori.

La sconvolgente verità.

NELLA VALLE DI ELAH è un terribile, doloroso, emozionante, splendido dramma ferocemente (ma intelligentemente) antibellico del regista Paul Haggis (Crash – Contatto fisico), che ha scritto anche la sceneggiatura.

Una costruzione narrativa che non può essere scalfita sotto nessun punto di vista: intreccio, pathos, commozione, citazioni bibliche (il titolo riprende l'episodio biblico fra Davide e Golia consumatosi nella valle di Elah), sono impeccabili e rendono il film privo di qualsivoglia smagliatura. Con lo spettatore che all'inizio crede di trovarsi davanti al "solito" giallo, che magari finisca con una spiegazione di questa morte che tiri in ballo qualche potente, o con un colpo di scena, o con il classico tentativo di insabbiamento dei vertici militari o politici (o entrambi).

Il film cavalca certamente l'onda di un disagio, come quello che l'America più progressista vive nel (com)piangere i proprio soldati, ragazzi della porta accanto che vanno in guerra, poco più che diciottenni, e tornano trasformati, senza valori, banali, violenti, imprevedibili, diversi.

Un duro (ma ripetiamo, intelligente, contrariamente a certe boiate pacifiste) atto d'accusa contro l'assurda (per molti) guerra in Iraq, che certifica il crollo degli ideali americani in quel messaggio d'aiuto (la bandiera rovesciata) e nel volto pietrificato dell'addolorato patriota Tommy Lee Jones.

Quel padre, prima che soldato, che durante le ricerche, aveva raccolto prove della avvenuta trasformazione del figlio, e quasi non lo riconosceva in quel ragazzo che aveva torturato un prigioniero, o che, tornato, si era piombato in un locale ed aveva insultato una spogliarellista.

Con il rimorso perenne: il figlio gli aveva chiesto aiuto, il giorno in cui con il blindato aveva investito ed ucciso un ragazzino (seguendo le procedure di sicurezza, che impongono di non rallentare per evitare imboscate).

Gli aveva telefonato dall'Iraq e gli aveva chiesto di portarlo via da lì, perchè non ce la faceva più ; lui, il padre, gli aveva rivolto solo frasi di circostanza, non raccogliendo la sua richiesta (ma poteva fare di più?)

Ma il ragazzo era morto dentro: lui lo sapeva, e infatti aveva mandato a casa la sua bandiera americana piegata a triangolo, come si fa quando un soldato americano muore.

Davide ha vinto contro Golia per il coraggio.
"Ma perchè il re israelita ha permesso che Davide sfidasse il mostro ?".

VULCANO - LOS ANGELES 1997

Los Angeles. Il caldo boia non basta a giustificare l'infernale temperatura dell'asfalto a Beverly Hills, pensa preoccupato il Bertolaso a stelle e striscie Mike Roark (Tommy Lee Jones), specialista dell'unità di crisi.

Quando avviene anche una breve scossa tellurica viene prontamente convocata l'esperta geologa Amy Barnes (Anne Heche) e, coadiuvato dalla sismologa, scopre che questa è solo la prima avvisaglia di un cataclisma inimmaginabile: sotto Los Angeles si sta agitando un vulcano, ovviamente prossimo all'eruzione.

Quindi è troppo tardi per porre rimedio al disastro, anche se la polizia, mobilitata in forze, e miriadi di tecnici, tentano di organizzare l'ultima strenua difesa.

Mentre lava, lapilli e cenere ormai sommergono le strade il prode Mike, in ansia, oltre che per la vita di milioni di cittadini, per la sorte della giovanissima figlia Kelly (Gaby Hoffmann), ha un'idea geniale per salvare capra e cavoli.

VULCANO - LOS ANGELES 1997, uscito quasi contemporaneamente a DANTE'S PEAK - LA FURIA DELLA MONTAGNA, è uno spettacolare kolossal catastrofico diretto da Mick Jackson che è contraddistinto, come nella maggior parte delle pellicole che vedono protagonisti cataclismi e disastri naturali, dall'aspetto prettamente scioccante delle immagini, soprattutto le scene zeppe di lava fumante, immagini che diventano catalizzatori assoluti.

E se tutte le risorse vengono investite in maniera esclusiva nella cura e nel dettaglio degli effetti speciali, tutti gli altri aspetti come la sceneggiatura, la regia, il montaggio, la cura formale e i contenuti, non possono che venire penalizzati.

Un pò come lo stupore dell'ormai pietrificato Tommy Lee Jones (perfino lui non ne esce bene nda) nell'avvertire i segnali premonitori del cataclisma imminente: un laghetto che bolle come una pentola probabilmente insospettirebbe anche un parlamentare dell'Italia dei Valori.

Quindi dribblando salvataggi impossibili, seguendo il cammino impervio del protagonista, che come da prassi risulta essere l'unico in tutta Los Angeles capace di intuire il pericolo imminente, più che il fiato si trattengono a stento le risate.

L'originalità della storia è che non parla del solito rischio Big One (anche se la sua presenza aleggia sempre), ma di un sano, vecchio ed affidabile vulcano.

BLOWN AWAY - FOLLIA ESPLOSIVA

Boston, Vuol dare un taglio a quella vita a rischio il tenente irlandese della squadra artificieri Jimmy Dove (Jeff Bridges), anche perchè si è da poco sposato con l'apprensiva vedova Kate (Suzy Amis) e si è affezionato alla piccola Lizzy.

Ha già designato il suo erede, il possente collega color d'ebano Antony Franklin (Forest Whitaker), quand'ecco che dalle nebbie dell'ormai rimossa Belfast spunta il vendicativo terrorista bombarolo dell'Ira Ray Gaerity (Tommy Lee Jones), appena evaso con l'intenzione di riprendere il duello e frattanto si nasconde in un impensabile nascondiglio: una nave in disarmo.

Tanto per gradire sparge delle bombe per la città promettendo: farò saltare tutta la città ( e i primi due cadaveri dimostrano che fa sul serio), ma prima sterminerò la tua bella famigliola.


BLOWN AWAY è un film d'azione con un buon ritmo, anche se piuttosto prevedibile, diretto da Stephen Hopkins, che mira al sodo dello spettacolo senza rinunciare ad abbozzare il profilo dei caratteri (almeno in superficie), con lo stratagemma classico dell'innestare sulla vicenda personale privata un'improbabile storia di terrorismo politico.

Il ruvido e scorbutico Tommy Lee Jones ha la faccia perfetta per il ruolo del cattivo.

TRAPPOLA IN ALTO MARE

Oceano Pacifico. La vecchia corazzata americana Missouri, carica di gloria e di micidiali missili a testata nucleare Tomahawk e Cruise, sta dirigendosi verso Honolulu per l'ultimo viaggio.

Tra i 2400 marinai a bordo si è infiltrato un commando eversivo, terroristi guidati dal cinico ex agente della Cia William Strannix (Tommy Lee Jones) in combutta con il corrotto vice comandante della nave Krill (Gary Busey).

Pare facile impadronirsi della corazzata, vanto della marina americana, neutralizzando i 2400 uomini dell'equipaggio.

Se non fosse che.

In cambusa, tra i fornelli e le pentole, si muove, e bene, il manesco ex ufficiale, da poco degradato, Casey Riback (Steven Seagal) che tutti credono semplicemente il cuoco di bordo.

La situazione è esplosiva, ma l'uomo, si scatena contro i terroristi, impedendo loro di portare a termine il piano criminoso.

Gli basterà un' oretta per ribaltare la situazione, prima di deliziarsi anche con la bionda Jordan Tate (Erika Eleniak), seducente miss della mancata festa sul ponte.

TRAPPOLA IN ALTO MARE è un efficientissimo intrattenimento, una pellicola d'evasione, priva di logica sul piano psicologico, inverosimile eppure eccitante poliziesco acquatico tutta azione e niente chiacchiere diretto dal regista Andrew Davis (IL FUGGITIVO, per dire) in contrasto con i voleri della critica ufficiale, ma godibile in ogni suo momento.

Un furioso cocktail di proiettili e colpi di karate mossi dal gigantesco ed efficiente Steven Seagal, che muove tutti i muscoli.

Tranne quelli facciali!

IL FUGGITIVO

Chicago. Ingiustamente accusato di uxoricidio (il vero assassino è un tale con un braccio artificiale nda) lo stimato medico Richard Kimble (Harrison Ford) è condannato a morte.

A salvargli la pelle, durante il trasferimento in carcere, è un terribile ma fortunoso incidente ferroviario.

Il provvidenziale treno investe il cellulare (nel senso di furgone per trasporto galeotti).

Lui ha salva la vita e, miracolosamente illeso e con pochi indizi in mano, torna in città alla caccia del vero colpevole, guardandosi con circospezione alle spalle, dove si muove un instancabile e astuto agente federale, tale Sam Gerard (Tommy Lee Jones), pronto a fare carte false pur di acciuffarlo.

Ispirato a una serie televisiva di grande successo negli anni '60 di David Twohy e sceneggiato da Jeb Stuart e dallo stesso Twohy, IL FUGGITIVO è un eccellente thriller d'inseguimento, avvincente e ben costruito.

Tenuto saldamente in piedi da un Harrison Ford ingenuo e ironico alla Cary Grant ma tosto e instancabile come Clint Eastwood, e un Tommy Lee Jones (premiato con l'Oscar) caparbio, inflessibile, ma inguaribilmente onesto, un po' alla Humphrey Bogart.

Con un ghigno ferocissimo.

Diretto da Andrews Davis lascia per due ore lo spettatore col cuore in gola: ritmo tambureggiante, sequenze da vertigine, un emozione dopo l'altra.