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IL BRACCIO VIOLENTO DELLA LEGGE

New York. Il granitico Jimmy Doyle "Popeye" (Gene Hackman), poliziotto ultraduro, della squadra narcotici, dai metodi brutali e assai poco ortodossi, dopo essersi messo in cattiva luce con i suoi superiori, a causa di alcuni fallimenti professionali, è convinto di avere finalmente ricevuto la soffiata giusta, quella capace di imprimere una svolta a un'intera carriera.

Un infiltrato è venuto a sapere di una grossa partita di eroina in arrivo dalla Francia.

Pur senza mandato, il detective si lancia sulla pista indicatagli, che lo conduce alla mafia italoamericana locale e sulle tracce dell'inafferrabile superspacciatore Alain Charnier (Fernando Rey), che sta per concludere l'affare milionario sulla rotta tra gli Usa e Marsiglia.
Il piedipiatti gli tende la trappola con l'aiuto del più riflessivo collega Lo Russo (Roy Scheider), suo partner professionale fisso, ma il mascalzone è un bel furbastro.

Intercettazioni, pedinamenti, appostamenti al freddo mentre i cattivi pasteggiano a champagne, fino alla maxisparatoria nel porto.

IL BRACCIO VIOLENTO DELLA LEGGE è un freddo poliziesco rude e violento di William Friedkin, diventato un classico del nuovo poliziesco americano e metropolitano anni Settanta, uno spaccato realistico che rivoluziona le regole allora in voga nel noir investigativo a stelle e strisce, influenzando molto cinema d'azione successivo.

Premiato giustamente con un'incetta di Oscar, miglior film, regia, montaggio, sceneggiatura non originale e attore protagonista (quel Gene Hackman lanciato dal film, eccezionale per naturalezza), il lungometraggio stupisce soprattutto per lo straordinario senso dello spettacolo del regista.

Memorabili alcune sequenze ad altissima tensione: su tutte la macchina con il piedipiatti alle calcagna del metrò a cielo aperto.

L'azione prevale sulla riflessione e non c'è da lambiccarsi il cervello come in un giallo tradizionale, dato che sappiamo sin dai primi cinque minuti chi sono i cattivi da sgominare.

Zero suspense, quindi, e zero colpi di scena, in un poliziesco che sfuma i confini tra bene e male, sottraendolo alla romantica contrapposizione tra poliziotti buoni e criminali cattivi. Infatti i cattivi sono dei ricconi eleganti e raffinati, mentre il protagonista, è un antieroe frustrato dai fallimenti del passato, dalla faccia qualsiasi, che sfida il ridicolo con un buffo cappelluccio, ma è furbo come una volpe e, all'occorrenza, mena più di Mike Tyson.

Completando il quadretto con il vizio dell'alcol, una perversione feticista per le donne con gli stivali e un razzismo strisciante.

La suggestione è data per lo più dall'ambientazione in un'invernale  e gelida New York anni Settanta, tutta strade e marciapiedi periferici, botteghe di italoamericani e scintillanti night club.

Scorci urbani valorizzati da una fotografia che ne coglie il cielo livido della sera o rosato dalle prime luci dell'alba, in contrasto con la solare e calda Marsiglia.

Finale spiazzante che lascia un po' l'amaro in bocca.

KILLER JOE

Texas. Fanno gola al balordo Chris (Emile Hirsch), per pagare i debiti di gioco, i 50mila dollari dell'assicurazione sulla vita della madre, che da anni sta per conto suo.

Così, d'accordo con il papà manovale Ansel (Thomas Haden Church), la matrigna Sharla (Gina Gershon) e la sorella minore Dottie (Juno Temple), ingaggia  Killer Joe (Matthew McCounaughey), uno sbirro con l'hobby dell'omicidio a pagamento, a cui viene promessa parte della "vincita".

Ma non è mai così semplice uccidere ed incassare e Joe non è il tipo che ammette scusanti, ritardi o intoppi nel suo lavoro.

KILLER JOE è un cupo, crudele poliziesco del veterano William Friedkin (qui tra i Coen e Tarantino), in pieno stile pulp, in un viaggio in un America violenta e spietata.

Un profondo ed incisivo ritratto di una famiglia malata, metafora del decadimento della società occidentale chiusa in un provincialismo ottuso, che intriga e spiazza fino al sanguinoso e grottesco finale "sospeso".

Tutti a loro modo mostruosi, i personaggi si muovono in un contesto di depravazione che non conosce limiti e che il regista illustra con la precisione di un chirurgo.


Tutti bravi gli attori ma per Matthew McConaughey il ruolo della vita. Un ruolo tra il comico e il terrificante, bello, rassicurante e pronto a diventare disturbante in un attimo, che è il capolavoro del regista.

Un piccolo neo? Un po' di autocompiacimento nel mostrare una violenza disgustosa e un insistito turpiloquio, accompagnato da una disturbante scena di sesso simulato.


Il cosciotto di pollo fritto, interpellato, non sarebbe d'accordo.  

REGOLE D'ONORE

Usa. E' proprio nei guai il colonnello nero (di colore) Terry Childers (Samuel L. Jackson), veterano dei marines con trent'anni di oneste guerre alle spalle ed eroe di guerra dai tempi del Vietnam.

Chiamato a difendere l'ambasciata americana a San'a nello Yemen presa d'assalto dagli integralisti che si facevano scudo della folla per la loro opera vigliacca di cecchinaggio e che avevano già ucciso tre dei suoi uomini, aveva dato ordine di sparare nonostante le regole di ingaggio che proibiscono l'uso delle armi su civili.

Totale finale: aveva provocato 83 morti.

Scelta giusta, senza dubbio, vista anche la minaccia portata al capo della diplomazia, l'ambasciatore americano salvato con l'elicottero.

E subito inizia la vergognosa grancassa tra dipartimento, giornali, opinione pubblica eccetera, che lo accusano di assassinio di innocenti, insomma quelle ridicole faccende di cui sono vittime i militari chiamati a difendere le opinioni pubbliche che stanno al caldo di casa e i politicanti.

Washington, per tenersi buoni i paesi arabi alleati, è costretta a mandare sotto corte marziale l'ufficiale, che come difensore scegli il pari grado, nonchè vecchio compagno d'armi in Vietnam, il colonnello ed avvocato Hays Hodges (Tommy Lee Jones), che torna nello Yemen per raccogliere prove. Ci provo, perchè ti devo la vita, ma, ti avverto: sarà dura.

Anche perchè nel frattempo il consigliere per la sicurezza ha provveduto a distruggere una cassetta che mostra i manifestanti armati e prova di fatto l'innocenza del colonnello: meglio far ricadere la colpa dell'incidente su un ufficiale che sugli USA.

Ma alla fine giustizia è fatta.

REGOLE D'ONORE è un impetuoso ed eccitante dramma bellico-giudiziario, una storia vecchia maniera rappresentata da un regista che è una sicurezza per efficacia e capacità di racconto, senza esagerare nel "linguaggio", lo scafato William Friedkin, che ne fa un thriller ad alta tensione.

Film del tutto scorretto politicamente, con tanto spirito nazionalista (che non ci disturba nda), una contrapposizione netta tra il cinismo ipocrita dei politicanti e il coraggio disinteressato dei militari, recitato molto bene: classico conflitto giudiziario, classica amicizia virile.

Inutile dire che ai "sinceri democratici" la visione provoca il mal di pancia, come ai tempi dell'odiato John Wayne.

Magari tornasse...