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GLI SPIETATI

Wyoming (USA), 1880. Sulle prime è un pò perplesso l'ex pistolero a riposo Bill Munny (Clint Eastwood), che da tempo ha appeso la Colt al chiodo per allevare maiali.

Poi l'offerta prende il sopravvento sul vecchio pistolero in disarmo. Gli farebbero davvero comodo, a lui e ai due ragazzini orfani di mamma, quei mille dollari offerti.

La taglia è offerta da un manipolo di infuriate prostitute per mandare al Creatore due mascalzoni, irridenti sfregiatori con lama di una loro povera collega.

Cosi lascia la misera fattoria e si rimette (a fatica) in sella accompagnato dall'antico compagno nero di zingarate e rapine Ned Logan (Morgan Freeman).

A Big Whiskey, dove si trova il bordello del fattaccio, vigila, a modo suo, lo sceriffo maneggione Little Big Daggett (Gene Hackman).

Fumeranno le Colt.

GLI SPIETATI è l'ennesimo centro, con mano ferma e colpo deciso, al tredicesimo colpo, nel senso di western, del vecchio e indomito Clint Eastwood, a cui la critica voleva scrivere l'epitaffio, inneggiando a testamento spirituale e altre puttanate del genere.

Pur girato come omaggio ai maestri del genere (alla fine del film è citato Sergio Leone), GLI SPIETATI è qualcosa di più e di diverso.

Si tratta di una pellicola sporca, violenta, in cui non esistono buoni o cattivi (siamo in questo senso dalle parti dei mucchi selvaggi di Peckinpah) ma i personaggi presentano tutti sfaccettature negative. Anche chi sembra muoversi nel solco del Bene è un vendicatori di torti solamente per soldi.

Non esistono eroi ma esseri umani e come tali per natura fallibili, deboli, peccatori e vanagloriosi. I due vecchi amici dal passato violento, lo sceriffo che cerca di lasciarsi alle spalle sangue e cadaveri in favore di una vita semplice. Ma non è facile, per quanto aspiri a cambiare un uomo resta sempre sé stesso.

Senza dimenticare un finale ruvido, decisamente anti eroico.

Un ottimo film premiato con 4 Oscar (film, regia, Gene Hackman attore non protagonista e montaggio).

Un cast in stato di grazia, con personaggi complessi e carismatici, e una fotografia splendida.

Due ore abbondanti ben spese a guardare il solito Clint. Essenziale e granitico.

FRATELLI NELLA NOTTE

USA, 1983. A dieci anni dalla fine della sporca guerra del Vietnam, il colonnello dell’esercito in pensione Rhodes (Gene Hackman) non si è dato per vinto.

E ancora fermamente convinto che suo figlio, scomparso in Laos proprio un decennio prima, sia ancora detenuto come prigioniero di guerra.

Come molti altri soldati americani tenuti prigionieri in campi quasi segreti.

Stanco delle promesse politiche e con l’aiuto finanziario di un magnate del petrolio, il cui figlio condivide la prigionia del giovane Rhodes, riunisce un gruppo eterogeneo di quasi tutti ex veterani.

Dopo un breve ma intenso addestramento in una località del Texas dove è stato ricostruito fedelmente il campo di prigionia, con il mini-esercito personale torna nella giungla del Sud-Est asiatico per trovare il figlio scomparso e liberare tutti.

Con FRATELLI NELLA NOTTE Ted Kotcheff, regista del primo RAMBO, rimane “nei dintorni” del genere confezionando uno spettacolare prodotto di guerra, emozionante ed entusiasmante.

L’azione non manca, il ritmo è serrato e i valori dell’amicizia e del coraggio prevalgono, senza mai scadere in facili buonismi.

La guerra del Vietnam terminò per gli Stati Uniti nel 1973, ma i suoi strascichi durarono per diversi anni. L’incapacità di accettare la sconfitta e il desiderio represso di un’improbabile rivincita, fornirono al cinema lo spunto per le immaginarie avventure di uomini determinati a tenere alto l’onore della nazione tentando di liberare i prigionieri non ancora restituiti dai Vietcong.

Il tema di FRATELLI NELLA NOTTE sarà sfruttato anche da George Pan Cosmatos con RAMBO 2 - LA VENDETTA nel 1985, ma presenta notevoli affinità con “I quattro dell’oca selvaggia”, girato nel 1978.

Punto di forza del film rimane senz’altro la presenza di Gene Hackman, capace di passare da un ruolo all’altro mantenendo una notevole credibilità.

Tra mitragliate e bombe e destra e a sinistra, elicotteri nelle foresta e scontri con i vietcong, il film scivola via con tanta azione e pochi fronzoli fino a un finale non del tutto scontato

Probabilmente sono ben evidenti i muscoli dell’edonismo reganiano. Per Noi non è un male.

IL BRACCIO VIOLENTO DELLA LEGGE N. 2

Marsiglia (Francia). Dopo la beffa subita nella sua Manhattan, " Papà" Doyle (Gene Hackman) è inviato dagli Stati Uniti nel paese transalpino con l'incarico di dare la caccia nel suo covo a Lantier, trafficante all'ingrosso di droga.

In effetti il poliziotto non aveva nessuna intenzione di mollare l'osso ed è ben disposto a continuare la caccia all'acerrimo nemico narcotrafficante.

Ma qui il cattivaccio gioca in casa e, tra viottoli e quartieri bassi, fa valere il fattore-campo e per Doyle si mette molto male...

Riuscirà a recuperare?

IL BRACCIO VIOLENTO DELLA LEGGE N. 2 è il sequel (ovviamente) del film di Friedkin, che tiene sufficientemente botta (pur giocando in difesa) nell'improbo confronto, grazie anche alla saggia scelta di affidarsi a un solido professionista come John Frankenheimer.

Prevedibilmente e furbescamente il film si dipana tutto sul versante action (ora è una storia di vendetta) mentre più carente appare la caratterizzazione psicologica dei personaggi.

A tratti durissimo e lento (i primi 30 minuti), con una bella e repentina scena finale.

Non all'altezza dell'originale ma una visione la merita.

IL BRACCIO VIOLENTO DELLA LEGGE

New York. Il granitico Jimmy Doyle "Popeye" (Gene Hackman), poliziotto ultraduro, della squadra narcotici, dai metodi brutali e assai poco ortodossi, dopo essersi messo in cattiva luce con i suoi superiori, a causa di alcuni fallimenti professionali, è convinto di avere finalmente ricevuto la soffiata giusta, quella capace di imprimere una svolta a un'intera carriera.

Un infiltrato è venuto a sapere di una grossa partita di eroina in arrivo dalla Francia.

Pur senza mandato, il detective si lancia sulla pista indicatagli, che lo conduce alla mafia italoamericana locale e sulle tracce dell'inafferrabile superspacciatore Alain Charnier (Fernando Rey), che sta per concludere l'affare milionario sulla rotta tra gli Usa e Marsiglia.
Il piedipiatti gli tende la trappola con l'aiuto del più riflessivo collega Lo Russo (Roy Scheider), suo partner professionale fisso, ma il mascalzone è un bel furbastro.

Intercettazioni, pedinamenti, appostamenti al freddo mentre i cattivi pasteggiano a champagne, fino alla maxisparatoria nel porto.

IL BRACCIO VIOLENTO DELLA LEGGE è un freddo poliziesco rude e violento di William Friedkin, diventato un classico del nuovo poliziesco americano e metropolitano anni Settanta, uno spaccato realistico che rivoluziona le regole allora in voga nel noir investigativo a stelle e strisce, influenzando molto cinema d'azione successivo.

Premiato giustamente con un'incetta di Oscar, miglior film, regia, montaggio, sceneggiatura non originale e attore protagonista (quel Gene Hackman lanciato dal film, eccezionale per naturalezza), il lungometraggio stupisce soprattutto per lo straordinario senso dello spettacolo del regista.

Memorabili alcune sequenze ad altissima tensione: su tutte la macchina con il piedipiatti alle calcagna del metrò a cielo aperto.

L'azione prevale sulla riflessione e non c'è da lambiccarsi il cervello come in un giallo tradizionale, dato che sappiamo sin dai primi cinque minuti chi sono i cattivi da sgominare.

Zero suspense, quindi, e zero colpi di scena, in un poliziesco che sfuma i confini tra bene e male, sottraendolo alla romantica contrapposizione tra poliziotti buoni e criminali cattivi. Infatti i cattivi sono dei ricconi eleganti e raffinati, mentre il protagonista, è un antieroe frustrato dai fallimenti del passato, dalla faccia qualsiasi, che sfida il ridicolo con un buffo cappelluccio, ma è furbo come una volpe e, all'occorrenza, mena più di Mike Tyson.

Completando il quadretto con il vizio dell'alcol, una perversione feticista per le donne con gli stivali e un razzismo strisciante.

La suggestione è data per lo più dall'ambientazione in un'invernale  e gelida New York anni Settanta, tutta strade e marciapiedi periferici, botteghe di italoamericani e scintillanti night club.

Scorci urbani valorizzati da una fotografia che ne coglie il cielo livido della sera o rosato dalle prime luci dell'alba, in contrasto con la solare e calda Marsiglia.

Finale spiazzante che lascia un po' l'amaro in bocca.

POLIZIOTTI A DUE ZAMPE

Washington. Sono stati messi in coppia alla squadra omicidi il rude ed incazzoso Mac Stern (Gene Hackman) e il più giovane svitato Ellis Fielding (Dan Aykroyd), uno schizofrenico appena uscito da un manicomonio condotto da frati benedettini.

I due particolari poliziotti sono alle prese con un particolare caso a luci rosse: devono recuperare una pellicola scottante datata Berlino, 1945, dove l'attuale candidato alla Cancelleria di Berlino è ritratto in pose oltremodo audaci nientemeno che con Adolf Hitler.

Non bastasse si vede anche la morte del dittatore coi baffetti: altro che suicidio, assassinio fu.

Ma il prezioso girato fa gola a molti, tra cui il grasso pornografo Guitterman, la CIA, l'FBI, i neonazisti e i servizi segreti israeliani, l'efficientissimo Mossad.

POLIZIOTTI A DUE ZAMPE è una tiepidissima commedia poliziesca giallorosa con le dosi sbagliate: come action fa ridere, come commedia demenziale fa piangere, come poliziesco lasciamo perdere.

Il bravo ma irriconoscibile Gene Hackman è spaesato, l'azione arranca, le melensaggini si sprecano e lo strampalato Dan Aykroyd eccede nelle smorfie.

Anche il traduttore del titolo in italiano va in barca: l'originale è LOOSE CANNONS.

THE MEXICAN - AMORE SENZA LA SICURA

Los Angeles. A volte la vita può cambiare per una semplice distrazione al volante, ed è quanto è successo al giovane Jerry Welbach (Brad Pitt) che, tamponando l'auto del potente boss malavitoso Margolese (Gene Hackman, un cameo), lo ha involontariamente costretto ad un soggiorno nelle patrie galere (grazie al classico cadavere nel bagagliaio).

In cambio Jerry ha dovuto accettare di prestare i suoi servigi alla gang fino a quando il capo non tornerà a piede libero: con scarsi risultati, peraltro, dato che il crimine non è decisamente il suo mestiere.

L'ennesima disattenzione è costata a Jerry un viaggio fuori programma in Messico, dove dovrà recuperare un'antica e preziosa pistola, nota con l'appellativo di "The Mexican". L'incarico pare senza rischi.

Non ne voglio sapere, urla la fidanzata Samantha (Julia Roberts), mi avevi promesso di cambiare vita, mollare e seguirmi a Las Vegas, ma il giovane non ha scelta: o ritrova la pistola o è un uomo morto.

Così mentre il suo ganzo espatria per lavoro, la ragazza parte da sola per Las Vegas, attirata da un impiego da croupier. Ma lo spietato sicario gay Leroy (James Gandolfini) la sequestra per costringere l'amato a non fare scherzi.

E intanto l'arma, su cui grava una mortale e antica maledizione, cambia di continuo proprietario.

THE MEXICAN- AMORE SENZA LA SICURA è una bislacca, simpatica e pazza commedia ai confini con il poliziesco e intinta nel grottesco (semafori rossi iettatori, cani gelosi di palloni da football sgonfi, "mostruosi" indigeni messicani, omaggi leoniani, teneri sicari gay all'occorrenza spietatissimi), che avanza lentamente, con qualche caduta di ritmo, tra villaggi fatiscenti, strade polverose e facce da patibolo.

Julia Roberts, quanto mai a suo agio nei ruoli da commedia, e Brad Pitt viaggiano su due corsie parallele restando insieme sullo schermo si e no una ventina di minuti.

Anche se per me il migliore è James Gandolfini, il lato romantico della storia non mancherà comunque di soddisfare i fan delle due belle star.

Di lì a poco il regista Gore Verbinski verrà incensato per l'ormai famosissima trilogia dei Pirati dei Caraibi.

BERSAGLIO DI NOTTE

Harry Moseby (Gene Hackman), che ha avuto i suoi giorni di gloria sul campo da football, ora sbarca il lunario come investigatore privato indipendente e ha qualche problema con la consorte.

Incaricato di ritrovare Dellie (una giovanissima Melanie Griffith), una ricca, procace e precoce ragazzina scappata da casa, vola in Florida.

Quello che sembra un incarico portato a termine non è altro che l'inizio di una serie di delitti.

Il bandolo della matassa è una preziosa statuetta.

BERSAGLIO DI NOTTE di Arthur Penn è un eccellente noir dei seventies, periodo in cui le certezze iniziavano a scarseggiare (dopo andrà peggio, credo nda) e le ombre si insinuavano nella società occidentale.

Infatti, pur partendo da una detective story, la pellicola sembra più interessato a veicolare lo smarrimento e il disagio della società americana che a formulare un'accurata rilettura di genere coniugando in maniera diseguale investigazione (sbozzata e insoddisfacente) e introspezione (la crisi coniugale, meglio delineata).

Gene Hackman, interprete sempre affidabile, perdente e disilluso, rende bene il senso di disorientamento esistenziale mentre disperatamente (e inutilmente) cerca di mettere insieme un caso e la propria vita. Dialoghi amari e di ottimo livello.

Sopra la sufficienza, comunque, tutto il cast, con una giovanissima Melanie Griffith veramente conturbante e un James Woods già all'altezza della fama futura.

Bella e inattesa l'impennata finale.

BAT 21

Vietnam, fine anni sessanta. Il maturo tenente colonnello Iceal Hambleton (Gene Hackma), sorvola il territorio nemico per una ricognizione aerea quando, colpito, è costretto a paracadutarsi nella giungla Vietcong.

Gli inospitali e cattivi comunisti locali (i comunisti sono sempre cattivi nda) gli danno la caccia, visto il grado (la preda è ambita), mentre gli americani cercano, ovviamente, di tirarlo fuori dai guai.

E il compito dell'operazione di salvataggio è per gran parte sulle spalle del capitano Clark (Danny Glover) con cui l'anziano colonnello collabora prendendo spunto dal suo hobby preferito: il golf!

BAT 21, l'ennesimoViet-movie, alla cui realizzazione ha collaborato il vero ufficiale protagonista, mette in scena una vicenda realmente accaduta con buon senso dello spettacolo e apprezzabile tensione.

Bellissima la fotografia dei paesaggi vietnamiti, azione avvincente, buon ritmo e solido mestiere di Hackman. 

Nonostante sia stato snobbato da pubblico e critica, è un film di guerra più che dignitoso che rifugge facili soluzioni action (sempre in agguato nel genere) a favore di una struttura narrativa dalla cifra più realistica.

La vicenda è incentrata sul rapporto tra i due protagonisti: il grande Gene Hackman, sempre impeccabile, a cui si contrappone l'altrettanto valido Danny Glover.

RISCHIO TOTALE

Los Angeles. Trema accucciata nel bagno della camera d'albergo di un distinto avvocato, la squillo Carol Hunnicut (Anne Archer).

Il boss della mala Leo Walts e un suo tirapiedi hanno fatto fuori il cliente.

Lei scappa in una baita in Canada, raggiunta in elicottero dal procuratore Robert Caufiel (Gene Hackman): ora deve testimoniare.

Ecco il treno. E per i sicari comincia la caccia, decisi a tutto per eliminarla.

RISCHIO TOTALE (Narrow Margin) è un poliziesco teso e movimentato, che si fa ammirare per la spettacolarità delle scene d'azione, le acrobazie (specie sul tetto del treno) e i panorami montani.

Il regista, lo specialista di film d'azione Peter Hyams, gode di  un Gene Hackman in splendida forma che regge da solo l'intera pellicola.

La storia è un classico del genere, ma le trovate non sono mai banali e anche i personaggi di contorno sono ben strutturati. Inoltre può vantare una buona tensione e scene d'azione funzionali.

Cinema di puro intrattenimento, ma perfetto come non se ne fa più.

Unico neo: ma quando mai un capobastone va ad uccidere di persona?

IL COLPO

Usa. Si fa infinocchiare come un dilettante il maturo professionista delle rapine Joe Moore (Gene Hackman). 

Nessuno sa ideare e portare a termine un colpo con la sua perizia: aria distaccata e sorniona, modi freddi ma gentili, è un rapinatore che riesce ad essere razionale anche sotto pressione.
 
Nell'ultimo geniale colpo ad una gioielleria, però, non indossa la maschera e il suo volto viene ripreso dalle telecamere a circuito chiuso.

Bruciato!

Il colpo riesce comunque, ma Joe ritiene sia arrivato il momento di ritirarsi.

Non ti pago, tuona il viscido ricettatore Micky Bergman (Danny De Vito), nonchè suo sponsor nell'impresa: prima devi ripulire un jet con bandiera svizzera stracarico di lingotti d'oro.

Così con i due usuali complici, Bobby (Delroy Lndo) e Pink (Rick Jay), preparano il colpo, scocciato dall'intrusione dell'ambizioso ed ambiguo nipote del committente Jimmy Silk (Sam Rockwell), messogli alle costole per essere ben sicuro che Joe non cambi idea.

Tirapiedi che non nasconde il proprio interesse per la giovane e bella moglie di Joe, Fran (Rebecca Pidgeon).

Non mi fido di quel tirapiedi, cara, anche se se mia moglie ti dò licenza di tenerlo buono.

Stangata in vista visto che Joe mette a punto un piano, o meglio, più piani di riserva, poichè qualcuno - o forse tutti - sembrano fare il doppio gioco...

IL COLPO è un eccitante e crudo poliziesco dell'ironico e tagliente commediografo David Mamet. Forse la storia è sin troppo elaborata e i colpi di scena si susseguono con una continuità e un ritmo impressionante, tanto che alla lunga la matrioska delle sorprese rischia di mandare in confusione lo spettatore.

Il regista si dimostra comunque bravo a costruire una storia complessa, un thriller ben congegnato il cui punto di forza è costituito proprio da quella sceneggiatura ricca di colpi di scena il cui denominatore comune è quello si smentire le apparenze, dove la lealtà, dichiarata, scontata, sottintesa o tradita, è la chiave di volta per capire l'andamento della storia.

È nell'evoluzione dei rapporti tra i membri della banda che si nasconde il vero giallo.

IL COLPO può disporre di attori eccellenti e dialoghi alla loro altezza.

NEMICO PUBBLICO

Baltimora (Usa). Un incorruttibile deputato, fermamente deciso ad opporsi ad un disegno di legge della destra repubblicana che assicurerebbe l’autorizzazione virtuale ad invadere la privacy di qualunque cittadino, viene ucciso dagli scagnozzi dell'intrallazzatore governativo Thomas Reynolds (Jon Voight), alto dirigente della NSA (National Security Agency), più potente, segreta e costosa addirittura della famigerata CIA (Central Intelligence Agency).

Subito dopo il giovane e brillante avvocato di colore Bobby Dean (Will Smith) è avvicinato da un antico compagno di scuola, testimone oculare dell'omicidio politico, che gli infila nel pacchetto regalo per la moglie Carla (Regina King) il video che inchioderebbe il mandante.

Morto in un incidente, per sfuggire ai sicari, l'antico amico ed entrato in possesso, per caso e senza saperlo, della videocassetta il nostro giovane avvocato diventa di botto un (ignaro) bersaglio viaggiante.

Per neutralizzarlo, nel breve volgere di un giorno, gli uomini della NSA “deviata” imbottiscono il poveretto di cimici sofisticate per seguire i suoi spostamenti via satellite con risoluzione di un metro, lo diffamano, gli perquisiscono, quasi distruggendola, casa, e gli fanno perdere moglie e lavoro.

L'unico che può dargli una mano ed offrirgli una via d'uscita è il maturo e misterioso ex agente dei servizi segreti Brill (Gene Hackman), un vero esperto in tecnologie.

E adesso alla riscossa. Che finimondo.

NEMICO PUBBLICO è un eccitante poliziesco tutt'azione, serrato ed avvincente, ricchissimo di colpi di scena, diretto ad alta velocità dal regista Tony Scott, ritenuto a torto meno dotato del fratello Ridley, che riesce spesso a sbalordire lo spettatore con sequenze spettacolari in quello che è probabilmente il suo miglior film.

La sceneggiatura di David Marconi è ispirata a un'inchiesta (dicembre 1995) del Baltimore Sun.
Sulla carta sembra un thriller di fantapolitica, ma non lo è: dove non coincide con la realtà del controllo telematico, è verosimile ed è terribilmente serio nello sviscerare in modo assai spettacolare i pericoli della violazione della privacy.

Il simpatico farfallone Will Smith e l'eterno fuoriclasse Gene Hackman, che entra in scena nell'ultima mezz'ora, sono una garanzia.

L'ULTIMO APPELLO

Mississippi (Usa). E' riuscito a far rinviare per ventinove anni la propria esecuzione lo scorbutico Sam Cayall (Gene Hackman) ex membro del Ku Klux Klan, che nel 1967 uccise (senza volerlo) due bambini in un attentato dinamitardo.

Il giovane avvocato Adam Hall (Chris O'Donnell), ora che manca un mese alla sedia elettrica, sceglie di aiutare il nonno razzista, mai incontrato prima, a salvarsi dalla pena di morte e prende in mano il caso: nonno, farò un ultimo appello per farti avere la grazia.

Il vecchio razzista, stranamente, si rifiuta di collaborare, così l'avvocatello si trova costretto a fare tutto da solo cercando prove, interrogando testi, bussando al governatore dello Stato. In una parola cercando la verità visto che man mano scopre che non tutte le responsabilità sono dell'ostinato e abrasivo congiunto.
Perchè allora è tanto reticente a costo della vita?

Dal romanzo (1994) di John Grisham, adattato da William Goldman e Chris Reese, L'ULTIMO APPELLO è un nobile e logorroico dramma giudiziario del regista James Foley, che mischia pena di morte, razzismo e radici dell'odio, in un macchinoso intreccio familiare, senza mai riuscire ad appassionare veramente lo spettatore.
L'obiettivo è mancato: suscitare indignazione per la condanna di morte.

Un appassionante Gene Hackman, perfetto nel suo personaggio più detestabile, stritola il grigio Chris O'Donnell.
Che tristezza rivedere una Faye Dunaway segnata dal passare del tempo, bellissima di un tempo che fu.

UNDER SUSPICION

San Juan (Porto Rico). E' la notte di Capodanno e il potente avvocato fiscalista Henry Hearst (Gene Hackman) è sicuro di cavarsela in cinque minuti, tanto più che l'interrogatorio è affidato all'antico amico Victor Benezet (Morgan Freeman).

Invece il capitano nero lo mette sotto torchio perchè vuole saperne di più sulle morti violente di Sue Ellen e Pauline, soprattutto della prima ragazzina, dato che a trovare il corpo è stato proprio il riccone. Il quale comincia a sudare come una fontana sotto il fuoco delle domande, anche se più infastidito che preoccupato dai sospetti del piedipiatti.

Ed ecco che si presenta la bella e giovane moglie italiana dell'indiziato, la separata in villa Chantal (Monica Bellucci): anche per me è colpevole.

UNDER SUSPICION è un lento, sudato e morboso thriller psicologico, girato per intero in una stanza, tratto dal romanzo "Brainwash" di John Wainwright da cui in Francia era già stato tratto "Guardato a vista" (1981) di C. Miller, ambientato in una cittadina normanna.
Il remake si rifugia spesso nei flashback e nei particolari macabri.

Maggior spazio è inutilmente concesso a Monica Bellucci che, mal diretta, risulta sicuramente perdente nel confronto con il fantasma di Romy Schneider, malgrado il piacevole culetto scoperto.

Monica Bellucci nuda

Gene Hackman e Morgan Freeman, malgrado siano spiazzati e distratti, reggono il confronto con Michel Serrault e Lino Ventura, in questo thriller sudato e notturno.

LA GIURIA

New Orleans. Per la morte del marito la vedova Celeste Wood fa causa al potentie consorzio di produttori d'armi che ha venduto la micidiale pistola omicida. Una causa sicuramente difficile da vincere.

A battersi per lei, convinto di farcela, c'è il famoso e probo avvocato Wendell Rohr (Dustin Hoffman) che deve vedersela con l'arrogante collega, nonchè instancabile corruttore, Rankin Fitch (Gene Hackman), rappresentato in aula, attraverso l'auricolare che neanche Ambra Angioli ai tempi di "Non è la Rai", dallo scendiletto Durwood Cable (Bruce Davison).

Tanto per capirci, teorizza il cinico e dai modi poco ortodossi Gene Hackman, con la voce tonante di Sergio Fiorentini: «I processi sono troppo importanti per lasciarli in mano alle giurie» e si capisce subito da che parte andrà il film.

Appare cristallino che è fondamentale la scelta della giuria, o meglio selezionare la giuria perfetta frugando negli angoli più nascosti della vita dei potenziali giurati.

Giuria in cui brama inspiegabilmente di entrare l'impiegatino Nicholas Easter (John Cusack), apparentemente innocuo, spalleggiato dalla graziosa fidanzata Marlee (Rachel Weisz).

Adesso vi faccio vedere io come si pilota un verdetto.

LA GIURIA è un emozionante giallo processuale tratto dall'omonimo best-seller di John Grisham, ricco di suspance, tensione e ritmo.
Un cast prestigioso con il duello Hackman – Hoffman, nobili padroni decaduti di Hollywood (ma quanta classe!) riuniti per la prima volta sullo schermo, presenti per tutto il film ma con un solo scambio di battute insieme nel bagno degli uomini (ma ragazzi che scena!)

Dei personaggi né buoni né cattivi con una sfumatura di natura umana: Fitch spregiudicato ed inquietante ma che riesce a mettere il pubblico nella sua ottica, Rohr un avvocato del vecchio stampo con un forte senso morale però messo alla prova, e John Cusack, vendicativo mascalzone con la maschera del bravo ragazzo.
Un solo neo: John Grisham, con armamento forse troppo moralista, spara con veemenza sul cinismo dei mercanti d'armi.

Storia abbastanza originale visto che invece di mettere in scena il classico duello, armati di codice, tra due avvocati, con questo film Hollywood ha volentieri raccontato le dinamiche psicologiche che si sviluppano all’interno di quei delicati consessi di cittadini chiamati a caricarsi della pesante responsabilità di assolvere o condannare.
La giuria, insomma, come metafora della società, come specchio di una nazione, come termometro dell’integrazione possibile: perché è la composizione sociale che può determinare il verdetto, specie quando le prove sono evanescenti o preminente è la forza degli interessi economici.

BEHIND ENEMY LINES - Dietro le linee nemiche

Mar Adriatico, giorno di Natale. Sulla portaerei americana il rude ammiraglio Reigart (GeneHackman) non è in vena di festeggiamenti. Infatti spedisce in perlustrazione in Bosnia, per provare una macchina fotografica nuova, il tenentello Chris Burnett (Owen Wilson), latore di una lettera di dimissioni rimangiate.

L'ufficialetto è un militare ironico e tormentato, molto lontano dal concetto "patria e obbedienza" che è la bandiera dell'esercito USA, e non solo di quello. Comunque vorrebbe combattere sul serio, perché il suo comandante gli ha sempre affidato ordinaria amministrazione.

Sta di fatto che il militare, navigatore con un commilitone ai comandi, sorvola una zona dell'ex Jugoslavia dove i serbi stanno mettendo a punto un arsenale ad alta tecnologia.

La contraerea serba tira giù i due spericolati sorvolatori, che si lanciano col paracadute.

Il pilota rimane ucciso, il navigatore riesce a filarsela.

Ma i cecchini serbi aprono la caccia e hanno fretta di chiudere la partita. Rimasto solo nei boschi e nel freddo, sperimentata la crudeltà del nemico che gli ha già ucciso un compagno, mentre lui lotta per la sopravvivenza.

E sulla tolda della nave il combattivo alto ufficiale di marina chiede invano allo Stato Maggiore della Nato il permesso per organizzare i soccorsi ed andare a riprendersi il proprio uomo.

Obbedisco e aspetto i burocrati o salvo uno dei miei?

Diretto da John Moore, regista dalla matrice pubblicitaria, BEHIND ENEMY LINES - DIETRO LE LINEE NEMICHE è un gradevole ibrido tra un film di guerra e un action movie ed è uno dei pochi ruoli non farseschi o da commedia interpretati da Owen Wilson che, tra l'altro, se la cava piuttosto bene nella parte del militare non convenzionale che cerca di salvare la pelle in attesa dei soccorsi.

Film le cui sequenze d'azione risultano ben realizzate e che ha come valore aggiunto la presenza del grande Gene Hackman in uno dei ruoli chiave.

Inoltre il montaggio concitato e una bella dose di patriottismo, riesce ad appassionare in alcune scene a tutto gas, come quella in cui i due aviatori tentano di sfuggire ai missili nemici o a impressionare, come nella scena madre dove Chris si salva fingendosi un cadavere in una fossa comune.


Il film prende spunto dalla storia vera di Scott O' Grady, un ufficiale dell'aviazione americana che visse, appunto, una vicenda simile.

Solo un neo: dopo apache, nazisti, libici e iracheni anche i serbi (alla ricerca di un sostituto dei "compagni" sovietici ormai sopraffatti dalla Coca Cola nda) entrano nell'"Olimpo" dei cretini cinematografici secondo le pellicole hollywoodiane. Anche se la moda è stata passeggera.

POTERE ASSOLUTO

Washington. Il maturo ladro solista Luther Withney (Clint Eastwood) s'introduce nella lussuosa villa dell'arcimiliardario Sullivan.

Il sistema di allarme non è un vero problema per un tipo tosto come lui, ma mentre il valido topo di appartamento fa razzia di collier e bracciali, rientra inattesa la padrona di casa.

Lui si rifugia in una cabina-armadio e dal finto specchio spia la signora con l'amante: è nientemeno che il Presidente degli Stati Uniti in persona, Alan Richmond (Gene Hackman).

Al presidente degli Stati Uniti non basta portarsi a letto la moglie del suo migliore amico e sostenitore, ma la picchia.

Lite furibonda.

Poi l'improvviso litigio degenera e gli uomini addetti alla sicurezza del Presidente, guidati dal duro Bill Burton (Scott Glenn), uccidono la donna prima che sia lei a uccidere il presidente, cancellando poi ogni traccia.

Così l'artista del furto si ritrova testimone di un omicidio ( e che omicidio!) e fugge.

Ma se il detective della omicidi Seth Frank (Ed Harris) sospetta del ladro e punta ad arrestarlo, i gorilla della Casa Bianca lo braccano per eliminarlo.

Scritto dal sagace William Goldman sulla base di un romanzo di David Baldacci, POTERE ASSOLUTO è un avvincente thriller con risvolti fantapolitici che conferma ad ogni passo l'abilità registica di Clint Eastwood.

Il regista costruisce un intrigo perfetto, riuscendo poi a sbrogliarlo in maniera decente. In pratica secondo le sue coordinate preferenziali: la giustizia messa in atto da un antieroe solitario (qui ladro gentiluomo), l’affetto familiare, la malinconia e il disprezzo per un potere sporco, ipocrita e corrotto.

Nella solita prova di un film fatto come creazione artigianale.

Gene Hackman, nella solita prova superiore alla media, dà un tocco di ironia al suo personaggio, un presidente assai poco irreprensibile, moralmente parlando, come gran parte di quelli della realtà.

Bill Clinton insegna.

EXTREME MEASURES - SOLUZIONI ESTREME

New York. Nel grande ospedale, dove c’è un traffico peggio della Casilina all’ora di punta, il giovane medico inglese Guy Luthan (Hugh Grant) assiste inorridito alla morte di un barbone che si gonfia e scoppia come un palloncino.

Che sia un virus?

Ma la sua richiesta di analizzare i resti straziati per trovare una spiegazione trova l’immediata ostilità del premio Nobel Lawrence Myrick (Gene Hackman).

Sentendo puzza di bruciato inizia ad indagare per conto proprio e così scopre che i senzatetto della Central Station sono da tempo le cavie, inconsapevoli e senza diritti di sorta, di azzardati esperimenti di ricerca neurologica, con annesso contrabbando di midollo spinale.

Il microcosmo sotterraneo di barboni usato come un self service per pazzoidi che giocano a fare Dio.

Anche se ci si mette pure l’Fbi a fargli la guerra, il dottorino, spalleggiato anche dalla trepidante infermiera Jodie (Sarah Jessica Parker), non molla la presa.

Che paura!!

EXTREME MEASURES - SOLUZIONI ESTREME è un thriller parascientifico ad alta tensione, diretto da Michael Apted e tratto dal romanzo omonimo di Michael Palmer, che sfruttando un canovaccio poliziesco getta ombre (e fango) sui baroni della medicina che neanche l'ASL di Reggio Calabria, facendosi carico di interrogativi etici dalla difficile e univoca risposta.

E il messaggio è : il fine non giustifica i mezzi.

Da parte nostra possiamo tranquillamente affermare che dare un giudizio morale su questi temi è complicatissimo.

La materia trattata (rapporto tra etica e cure mediche) è di quelle scottanti e stimolanti.

Il "dottor morte" Gene Hackman, come sempre, è superlativo, anche da cattivo (sembra quasi riabilitarsi col suo pistolotto finale nda), e sovrasta tranquillamente l’insapore presunto playboy Hugh Grant, troppo glamour per questo ruolo, promosso al rango di star dopo il madornale successo di "Quattro matrimoni e un funerale" (1994), qui per la 1ª volta produttore in coppia con la fidanzata attrice (all'epoca) Elizabeth Hurley.

SUPERMAN

Prima che il pianeta Krypton si dissolva per sempre, il presidente JorEl (Marlon Brando) deposita il figlioletto in un missile stellare e lo invia in fasce sulla terra.

Il bambino,dotato di tremendi poteri, cresce e prende le sembianze di Superman (Christopher Reeve) fornito di tutina rossa, la S sul petto e ampio mantello azzurro.

A New York si trasforma nel giornalista Clark Kent, un po' tonto, ed entra nella redazione del Daily Planet, dove fa coppia con la bella collega Lois Lane (Margot Kidder).

Appena la ragazza si volta, il nostro rimette la divisa da supereroe per la resa dei conti con il cattivo Lex Luthor (Gene Hackman).

Insomma combatte il male e difende il modo americano di vivere.

Nato nel 1933 come personaggio di fumetti, ideato da Jerry Siegel e disegnato da Joe Shuster, famoso dal 1938, passato alla radio, ai cartoon e a interminabili serial cinetelevisivi, ribattezzato Nembo Kid da Mondadori dopo il 1954, l'eroe di cartone ritorna in un film da 40 milioni di dollari (ne incassò 82 soltanto in USA), costato 4 anni di lavoro e dedicato alla memoria del celebre operatore George Unsworth (1914-78).

Per ottenere con questo SUPERMAN un fumettone ingenuo e prolisso, che diverte poco, tra acrobazie tecnologiche e sorrisi a denti stretti. Diretto da Richard Donner.

Il povero Christopher Reeve, scomparso dopo terribili e lunghi anni sulla sedia a rotelle, è poderoso quanto insulso con quel sorriso prestampato in viso.

Vantava 2 record: i 3 milioni di dollari pagati a Marlon Brando per un'interpretazione di 10 minuti e i titoli di coda che durano 7 minuti e mezzo. Sono stati superati. Oscar straordinario per gli effetti speciali a Colin Chilvers.

IL SOCIO

Memphis (Tennessee). L’ambizioso laureato con lode ad Harvard Mitch McDeere (Tom Cruise) rinuncia alle offerte di importanti studi legali di New York per entrare a far parte di un modesto studio legale di esperti in diritto tributario in una città di provincia, che gli lascia intravedere una folgorante carriera e gli offre condizioni di lavoro irrinunciabili.

Mercedes, estingue i prestiti ottenuti per poter affrontare l’università e predispone un mutuo per la sua prima casa, una prestigiosa villa.
Che pacchia!! esclama la bella moglie Abby (Jean Tripplehorn) mentre il marito sgobba venti ore al giorno.

Mitch però non impiega molto a scoprire che lo studio legale in questione non è quello che sembra. Quella che appariva come un’occasione d’oro potrebbe costargli la vita.

Gli avvocati dello studio Bendini, Lambert & Locke sono gli elementi “migliori e più in gamba” reclutati nel corso degli anni per fornire una facciata pulita a quello che si rivela uno studio legale per il crimine organizzato. Insomma la società ricicla i miliardi della mafia.

E intanto l’FBI chiede proprio a lui di incastrare i capi dello studio, non senza averlo avvisato che ci ci ha provato in passato è passato a miglior vita.
Bravino Tom Cruise, eccellente, come spesso gli capita Gene Hackman, il legale corrotto.

IL SOCIO, tratto dall'ennesimo libro dall’ex (chiaramente) avvocato John Grisham e diretto da Sidney Pollack (solo sette milioni di copie vendute,per dire), parla di ambizioni giovanili, dopo un’infanzia di povertà, che si infrangono contro la legge più vecchia: niente è gratis a questo mondo.