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IL DURO DEL ROAD HOUSE

Jaspar (USA). Il muscoloso buttafuori, pur se laureato in filosofia, Dalton (Patrick Swayze) è il migliore su piazza.

L’atletico ragazzo ha risposto presente all’appello del disperato Tilghman (Kevin Tighe), proprietario del malfamato Double Deuce.

Ogni sera una rissa con mezzo locale in frantumi, per tacere del traffico di droga assortita.

Il giovanotto, deciso a far piazza pulita dei teppisti, scaccia subito tre dipendenti in combutta con gli spacciatori, facendo ben presto infuriare il boss locale Brad Wesley (Ben Gazzara), che non intende perdere utili.

Una prima spedizione punitiva porta il coraggioso buttafuori in ospedale, dove conosce la bella dottoressa Elizabeth (Kelly Lynch).

Rimesso a nuovo anche nel cuore, sarà guerra con il malavitoso, fino al sanguinoso scontro finale con il boss locale che tormenta l’intera cittadina.

IL DURO DEL ROAD HOUSE è un tipico action del periodo diretto da Rowdy Herrington, abbastanza godibile a patto di accettare tutti i cliché del genere. A metà strada tra poliziesco e western, rimpinzato di sequenze violentissime e di un linguaggio da scaricatore di porto.

Senza dimenticare il frastuono rock che fa da inesauribile colonna sonora.

Il compianto Patrick Swayze, reduce dal successo del classico DIRTY DANCING, è francamente poco credibile nei panni del laureato in filosofia che lotta contro i buzzurri.

IL DURO DEL ROAD HOUSE presenta comunque un discreto cast. Bravi Sam Elliott e Ben Gazzara, abile nel rendersi laido e odioso, anche il suo cattivo è troppo da operetta.


Deliziosa Kelly Lynch (ORE DISPERATE), utile per l’immancabile (sembra una tassa) storia d’amore.

Insomma cinema ’80s di buona caratura, spassoso e dal testosterone alto, un cimelio di un’America (e di un mondo) che non c’è più.

Certo dopo cazzotti, coltelli, esplosioni, pistolettate la polizia manco si fa viva se non proprio alla fine.

A suo modo un piccolo cult da ripescare dal cestone dei dimenticati.

FRATELLI NELLA NOTTE

USA, 1983. A dieci anni dalla fine della sporca guerra del Vietnam, il colonnello dell’esercito in pensione Rhodes (Gene Hackman) non si è dato per vinto.

E ancora fermamente convinto che suo figlio, scomparso in Laos proprio un decennio prima, sia ancora detenuto come prigioniero di guerra.

Come molti altri soldati americani tenuti prigionieri in campi quasi segreti.

Stanco delle promesse politiche e con l’aiuto finanziario di un magnate del petrolio, il cui figlio condivide la prigionia del giovane Rhodes, riunisce un gruppo eterogeneo di quasi tutti ex veterani.

Dopo un breve ma intenso addestramento in una località del Texas dove è stato ricostruito fedelmente il campo di prigionia, con il mini-esercito personale torna nella giungla del Sud-Est asiatico per trovare il figlio scomparso e liberare tutti.

Con FRATELLI NELLA NOTTE Ted Kotcheff, regista del primo RAMBO, rimane “nei dintorni” del genere confezionando uno spettacolare prodotto di guerra, emozionante ed entusiasmante.

L’azione non manca, il ritmo è serrato e i valori dell’amicizia e del coraggio prevalgono, senza mai scadere in facili buonismi.

La guerra del Vietnam terminò per gli Stati Uniti nel 1973, ma i suoi strascichi durarono per diversi anni. L’incapacità di accettare la sconfitta e il desiderio represso di un’improbabile rivincita, fornirono al cinema lo spunto per le immaginarie avventure di uomini determinati a tenere alto l’onore della nazione tentando di liberare i prigionieri non ancora restituiti dai Vietcong.

Il tema di FRATELLI NELLA NOTTE sarà sfruttato anche da George Pan Cosmatos con RAMBO 2 - LA VENDETTA nel 1985, ma presenta notevoli affinità con “I quattro dell’oca selvaggia”, girato nel 1978.

Punto di forza del film rimane senz’altro la presenza di Gene Hackman, capace di passare da un ruolo all’altro mantenendo una notevole credibilità.

Tra mitragliate e bombe e destra e a sinistra, elicotteri nelle foresta e scontri con i vietcong, il film scivola via con tanta azione e pochi fronzoli fino a un finale non del tutto scontato

Probabilmente sono ben evidenti i muscoli dell’edonismo reganiano. Per Noi non è un male.

DONNIE DARKO

Middlesex, Virginia (Usa), 1988. L'inquieto liceale Donald Darko detto Donnie (Jake Gyllenhaal)  è un adolescente problematico, affetto da disturbi mentali che lo hanno portato a dar fuoco ad una casa abbandonata, qualche anno addietro.

Nonostante sia un tipo in gamba, con una famiglia che lo ama e lo appoggia anche nelle scelte più discutibili, il giovane è in cura da una psicanalista che lo aiuta a combattere la sua schizofrenia.

Si addormenta sul campo da golf mentre una turbina d'aereo, inspiegabilmente piovuta dal cielo, gli sventra la camera e il letto.

Non esultare, la fine del mondo arriverà tra ventotto giorni e spiccioli, gli annuncia il gigantesco coniglio Frank, visibile unicamente al ragazzo, che tiene sempre più in ansia i genitori con le sue mattane e si imbottisce di pillole fornitegli dalla psicoterapeuta.


A lei confida del suo nuovo amico immaginario che lo ha salvato da una morte assurda, ma che in cambio gli chiede di fare cose riprovevoli e sempre più pericolose.

Cari mamma e papà, odio questa villetta borghese, l'ipocrisia della scuola e un paese che venera un imbroglione e pedofilo come Jim Cunningham (Patrick Swayze).

Forse potrei, sacrificandomi, mutare io il corso degli eventi.

DONNIE DARKO è una bizzarra ma affascinante pellicola fantastica, ambientata nel 1988, all'epoca dello scontro elettorale tra Bush senior contro Dukakis, che brilla di una luce sinistra e dalle lievi venature horror, divenuto un film di culto.

Scritta e diretta dall'esordiente Richard Kelly, che si interroga sull'effetto prorompente che la consapevolezza della morte ha su ogni individuo, e di quanto questo condizioni ogni altra sensazione ed azione: amore, paura, disprezzo, ribellione.

Di morte è imbevuto l'intero tessuto del film, che è un vero e proprio rompicapo, a partire dall'identità di Frank (anche se è solo un costume di Halloween, inquieta assai nda) proseguendo con la confusione tra piani temporali.

Il fulcro di DONNIE DARKO, infatti, è il viaggio nel tempo e la possibilità di alterare il futuro modificando il passato.

Comunque il film stesso sembra un'unica grande domanda che rende impossibile riassumere la soluzione dell'enigma in una sola frase.

Nell'ottimo cast di attori, oltre al sorriso beffardo dell'azzeccato protagonista, bisogna far notare la riapparizione dell'ancora bella Katharine Ross, indimenticabile eroina de IL LAUREATO e di BUTCH CASSIDY.



Donnie: Perché indossi quello stupido costume da coniglio?

Frank the bunny: Perché indossi quello stupido costume da uomo?

(DONNIE DARKO, 2001)

GHOST - FANTASMA

New York. Il giovane Sam (Patrick Swayze), bancario rampante di Wall Street, ormai alla vigilia del matrimonio, viene assassinato da un rapinatore portoricano dal grilletto un pò troppo facile (in realtà un sicario al soldo del suo migliore amico, il quale voleva impossessarsi del numero del suo conto corrente per un traffico di denaro sporco).

Arrivato nell'aldilà, il fresco morto ottiene il permesso di restare sulla terra come fantasma per vegliare sull'incolumità della bella fidanzata Molly (Demi Moore).

La ragazza adesso è in grave pericolo da quando è finita proprio nel mirino del losco finto amico del defunto, Carl (Tony Goldwyn), il mandante dell'assassinio.

La vittima, però, grazie alla fattiva collaborazione della medium di colore Osa Mae (Whoopi Goldberg) che sente e trasmette la voce del fantasma, riuscirà ad aggiustare ogni torto.

GHOST è una graziosa e scaltra commedia diretta Jerry Zucker, che impasta ed amalgama alla perfezione azione criminosa, giallo, rosa e fantastico, innaffiando il tutto con una musica malandrina.

Demi Moore è incantevolmente sexy, Whoopi Goldberg (oscar come attrice non protagonista) strepitosa grazie anche ad una vivacità irrefrenabile.

Il film riecheggia un pò il vecchio "Joe il pilota", ha momenti assai gustosi, e grazie agli effetti speciali introduce nella love-story elementi di thriller che accrescono la curiosità dello spettatore mentre favoriscono il culto dei defunti.

La prima metà va a passo lento, ma poi il racconto corregge il ritmo, col caro estinto che passa attraverso i muri e apprende da un altro fantasma incontrato in metrò i segreti per rimuovere gli oggetti, con battute spiritose e caratteristi brillanti.

DIRTY DANCING - BALLI PROIBITI

Catskills (Usa). La timida Baby Housemann (Jennifer Grey), ricca ed illibata diciasettenne newyorkese, giunge in vacanza con i genitori e la sorella maggiore.

Che noia! in albergo e così l'intrepida verginella si avventura nella zona destinata alla servitù, in mezzo al bosco, dove c'è il “castello delle tentazioni”.

Il luogo nel quale camerieri e ragazze si scatenano in balli sensuali ed afrodisiaci, con sfregamenti e pomiciate in piena regola.

La ragazzina si prende una cotta per l'attraente macho che insegna nuovi balli, Johnny (Patrick Swayze), istruttore di danza e ammaliatore di signore bene.

Quando la donna (Cinthia Rhodes) del muscoloso macho resta incinta, Baby commossa si fa dare i soldi dal papà e dopo un rapidissimo corso di danza la sostituisce sulla pista da ballo.

E anche a letto.

Pruriginosa favoletta per teenager diretta da Emile Ardolino, uno Scandalo al sole trentanni dopo (circa), ampiamente riveduto, corretto ed aggiornato.

Gradevoli coreografie con immagini di ballo più o meno afrodisiaco (una specie di mambo) e musiche trascinanti (Oscar per la migliore canzone "The time of your life").

Straordinariamente abile nel ballo il sorridente ed impomatato Patrick Swayze.

Il resto è pappetta.

POINT BREAK - PUNTO DI ROTTURA

Los Angeles. Sono discretamente spavaldi e strafottenti i quattro banditi che con in viso le maschere dei quattro ex-presidenti Johnson, Nixon, Carter e Reagan vanno in giro a svaligiare impunemente le banche della California del Sud.

Per un eccesso di sicurezza e goliardia, uno degli ex-presidenti, fuggendo, si cala addirittura i pantaloni. Spettacolo fronte camera.

Il gesto, innocuo in sé, diventa una traccia per il veterano dell’Fbi Angelo Pappas (Gary Busey): dall’abbronzatura non ho dubbi, sono surfisti (cavolo che occhio!).

E così spedisce il novellino poliziotto Johnny Utah (Keanu Reeves), ex giocatore di baseball che ha dovuto rinunciare per un incidente alla carriera professionistica, sulle spiagge.

L’occhio già clinico del novellino si appunta su un gruppo in particolare e cosi si infiltra nel gruppo dei surfisti sospetti, finendo per innamorarsi sia del loro leader , sia della sua ragazza.

Bodhi, il capo ( Patrick Swayze) è una specie di mistico un po’ folle, in una miscela incomprensibile e incompatibile di superomismo e pacifismo.

Nemico della yuppificazione di massa della società americana, aspetta cavalcando le onde del Pacifico la grande onda che ogni cinquant’anni investe una spiaggia da qualche parte nel mondo.

Dove lui ovviamente vorrà essere. E intanto si paga le spese con le rapine.

E’ lui il mio uomo?

POINT BREAK - PUNTO DI ROTTURA è un originale e a tratti emozionante poliziesco dell’emergente (allora) Kate Bigelow (talento messo in mostra già con BLUE STEEL e che farà seguire altre prove dello stesso con STRANGE DAYS), dal ritmo concitato e dalla sceneggiatura a maglie larghe.

Incrocia molti generi che ne esaltano la tecnica visiva: lo sportivo, il poliziesco, il cameratismo con spettacolari sequenze sulle onde (Point break - il Punto di rottura è quello delle onde, e il surf diventa metafora della voglia di rischio nda) o inseguendo, con la telecamera, i suoi interpreti buttati in caduta libera da un velivolo.

Forse solo la farcitura di dialoghi parafilosofici vagamente comici (soprattutto riascoltati in età adulta) può disturbare la visione.

E il finale è spiazzante.

Da vedere.

LETTERS FROM A KILLER

Utah (Usa). Langue da sette lunghi anni in attesa della sedia elettrica Race Darnell (Patrick Swayze), ingiustamente accusato di uxoricidio.

In cella, dove ha approfittato del lungo tempo a disposizione pubblicando un libro divenuto bestseller, gli hanno scritto quattro donne innamorate di lui (come un Pietro Maso qualsiasi), Judith, Lita (Gia Carides), Stephanie e Gloria (Kim Myers), con le quali ha intrecciato una fitta e rovente corrispondenza di audiocassette.

Ci mette lo zampino il poliziotto cattivo che scambia due delle buste e poco dopo il recluso riceva una lettera con minacce di morte.

Chi sarà mai delle quattro quella impazzita per la gelosia?

Per venire a capo della verità, a processo concluso con l'innocenza finalmente provata, piomba dalle amiche sconosciute, da Brookville a Salt Lake City a Reno.

Ma la folle grafomane gli ammazza moglie ed avvocatessa. Che paura!!

LETTERS FROM A KILLER è un originale e frastagliato thriller del regista David Carson, costruito con astuzia, con una prima parte avvincente (come succede spesso) ed una seconda parte truce, con la tensione che scompare nel mare di violenza.

La recitazione di Patrick Swayze, muscoloso interprete, tra balli (DIRTY DANCING) e rapine (POINT BREAK), sembrava più adatto ad un ruolo poco affine con la penna.