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PREDATOR 2

Los Angeles, 1997. Nella città con inquinamento e ammazzamenti all’ennesima potenza tra Fbi e narcotrafficanti, dove non ti puoi fidare nemmeno dei poliziotti, un inafferabile killer giunto dall’altro mondo fa strage, senza distinzione alcuna, di agenti e spacciatori.

L’improvvisato macellaio, dopo aver squartato le sue vittime, sfugge con puntuali marameo al sempre più imbufalito tenente nero ( in tutti i sensi) Mike Harrigan (Danny Glover).

Le strade si riempiono di cadaveri martoriati, finchè l’alieno commette un errore: qualche goccia d’acqua lo rende visibile e non più invulnerabile.

Riusciranno a salvarlo gli amici sopraggiunti in tutta fretta dallo spazio?

PREDATOR 2 è un disordinato, sanguinolento e rumorosissimo cocktail di horror, fantascienza e poliziesco, diretto da Stephen Hopkins, maldestro seguito di un film non proprio da buttare con Arnold Schwarzenegger (scritto dagli stessi sceneggiatori).

Il regista si è sbizzarrito in macelleria di truculenza rara, che si agita in una Los Angeles futuribile (allora), ma oggi già ridicolmente sorpassata, seminando morte e incongruenze.

Paura?

Non fatemi ridere.

TRAPPOLA IN ALTO MARE

Oceano Pacifico. La vecchia corazzata americana Missouri, carica di gloria e di micidiali missili a testata nucleare Tomahawk e Cruise, sta dirigendosi verso Honolulu per l'ultimo viaggio.

Tra i 2400 marinai a bordo si è infiltrato un commando eversivo, terroristi guidati dal cinico ex agente della Cia William Strannix (Tommy Lee Jones) in combutta con il corrotto vice comandante della nave Krill (Gary Busey).

Pare facile impadronirsi della corazzata, vanto della marina americana, neutralizzando i 2400 uomini dell'equipaggio.

Se non fosse che.

In cambusa, tra i fornelli e le pentole, si muove, e bene, il manesco ex ufficiale, da poco degradato, Casey Riback (Steven Seagal) che tutti credono semplicemente il cuoco di bordo.

La situazione è esplosiva, ma l'uomo, si scatena contro i terroristi, impedendo loro di portare a termine il piano criminoso.

Gli basterà un' oretta per ribaltare la situazione, prima di deliziarsi anche con la bionda Jordan Tate (Erika Eleniak), seducente miss della mancata festa sul ponte.

TRAPPOLA IN ALTO MARE è un efficientissimo intrattenimento, una pellicola d'evasione, priva di logica sul piano psicologico, inverosimile eppure eccitante poliziesco acquatico tutta azione e niente chiacchiere diretto dal regista Andrew Davis (IL FUGGITIVO, per dire) in contrasto con i voleri della critica ufficiale, ma godibile in ogni suo momento.

Un furioso cocktail di proiettili e colpi di karate mossi dal gigantesco ed efficiente Steven Seagal, che muove tutti i muscoli.

Tranne quelli facciali!

ARMA LETALE

Los Angeles. Il sergente Roger Murtaugh (Danny Glover) placido, nero, cinquantenne, moglie adorata e tre figli, si vede affibbiare come compagno l’agente Martin Riggs (Mel Gibson) impetuoso, bianco sui trenta, fresco vedovo e per queste soggetto a manie depressive ed istinti suicidi.

In comune una sola cosa, quella che ha segnato una generazione di giovani americani: la ferita aperta e sanguinante della guerra del Vietnam.

Si trovano ad indagare sullo strano suicidio di una bella ragazza, che ha sniffato un po’ di coca, ha immaginato di avere un paio d’ali e si è lanciata da un grattacielo.

Morta, chiaramente.

Il padre della vittima, un vecchio amico, chiede aiuto e i due si ritrovano ad indagare in un ampio giro di droga proveniente dal sud-est asiatico diretto dall’ex generale, anch’esso ex “berretto verde” Joshua (Gary Busey).

La banda, per far desistere il tandem in divisa, non pensa niente di meglio che rapire la figlia del sergente.

La reazione non si farà attendere.

ARMA LETALE è un film, diretto da Richard Donner, che probabilmente ha aperto un genere, con la classica coppia interrazziale, con dialoghi non da educanda, tirato un po’ per le lunghe ma avvincente nel suo complesso.

Con i cascatori-acrobati e i tecnici degli effetti speciali a fare la parte dei veri creativi, i virtuosi di questo emotion and action picture in cui il regista coltiva la pianta del sensazionalismo.

Un po’ abusata la figura dell’ex reduce della guerra del Vietnam, anche se non ai livelli di quella della Resistenza in Italia.

Anche se in Vietnam hanno combattuto per davvero.


POINT BREAK - PUNTO DI ROTTURA

Los Angeles. Sono discretamente spavaldi e strafottenti i quattro banditi che con in viso le maschere dei quattro ex-presidenti Johnson, Nixon, Carter e Reagan vanno in giro a svaligiare impunemente le banche della California del Sud.

Per un eccesso di sicurezza e goliardia, uno degli ex-presidenti, fuggendo, si cala addirittura i pantaloni. Spettacolo fronte camera.

Il gesto, innocuo in sé, diventa una traccia per il veterano dell’Fbi Angelo Pappas (Gary Busey): dall’abbronzatura non ho dubbi, sono surfisti (cavolo che occhio!).

E così spedisce il novellino poliziotto Johnny Utah (Keanu Reeves), ex giocatore di baseball che ha dovuto rinunciare per un incidente alla carriera professionistica, sulle spiagge.

L’occhio già clinico del novellino si appunta su un gruppo in particolare e cosi si infiltra nel gruppo dei surfisti sospetti, finendo per innamorarsi sia del loro leader , sia della sua ragazza.

Bodhi, il capo ( Patrick Swayze) è una specie di mistico un po’ folle, in una miscela incomprensibile e incompatibile di superomismo e pacifismo.

Nemico della yuppificazione di massa della società americana, aspetta cavalcando le onde del Pacifico la grande onda che ogni cinquant’anni investe una spiaggia da qualche parte nel mondo.

Dove lui ovviamente vorrà essere. E intanto si paga le spese con le rapine.

E’ lui il mio uomo?

POINT BREAK - PUNTO DI ROTTURA è un originale e a tratti emozionante poliziesco dell’emergente (allora) Kate Bigelow (talento messo in mostra già con BLUE STEEL e che farà seguire altre prove dello stesso con STRANGE DAYS), dal ritmo concitato e dalla sceneggiatura a maglie larghe.

Incrocia molti generi che ne esaltano la tecnica visiva: lo sportivo, il poliziesco, il cameratismo con spettacolari sequenze sulle onde (Point break - il Punto di rottura è quello delle onde, e il surf diventa metafora della voglia di rischio nda) o inseguendo, con la telecamera, i suoi interpreti buttati in caduta libera da un velivolo.

Forse solo la farcitura di dialoghi parafilosofici vagamente comici (soprattutto riascoltati in età adulta) può disturbare la visione.

E il finale è spiazzante.

Da vedere.