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ARMA LETALE 2

Los Angeles. La difforme coppia di poliziotti, l'assennato nero Roger Murtaugh (Danny Glover) e l'insofferente alla disciplina collega bianco Martin Riggs (Mel Gibson) devono proteggere l'impaurito testimone di un processo per traffico internazionale di droga che fa capo a un boss sudafricano protetto dall'immunità diplomatica, il malavitoso di mezza tacca Loe Getz (Joe Pesci)

L'omino, inaffidabile riciclatore di denaro sporco, ha commesso l'errore di tenere per sé una fetta della ricca torta.

ARMA LETALE 2 è un passabile poliziesco, il secondo episodio della celeberrima serie della simpatica coppia di sbirri diventati amiconi, che prosegue sulla falsariga del primo ma alleggerisce i toni con momenti di alleggerimento puntando più alla action comedy che al poliziesco tradizionale come si era fatto (ottimamente) nel primo capitolo.

Non sempre questo è un male, anzi l'introduzione del comprimario di lusso esplicitamente comico come Joe Pesci aggiunge linfa brillante alla serie, ancora più violenta e spettacolare, raro esempio di un numero 2 forse superiore al numero uno, che pur aveva un che di innovativo.

Rimane comunque un film spettacolare, con la violenza annacquata dal già detto umorismo e da una tenera love-story ad allentare la tensione di inseguimenti più entusiasmanti del consueto.

Patsy Kensit caruccia, ma inconsistente.

Memorabile la scena del water.

SOLO 2 ORE

New York. E' una mattina come tante per l'ispettore Jack Mosley (Bruce Willis), divorziato, depresso, zoppo e, come ciliegina sulla torta, dedito all'alcool.

Sta per smontare dal suo turno quando viene incaricato di portare un criminale di infimo cabotaggio, Eddie Bunker (Mos Def) dal distretto di Polizia al Tribunale, sedici isolati (o, in linguaggio corrente, blocks) di distanza da percorrere in due ore, dove questi vorrebbe testimoniare davanti al Grand Jury.

Jack pensa che sia un incarico di routine, ma ben presto si troverà prima a dover salvare il testimone da un killer e poi scoprirà che la persona contro cui Eddie deve testimoniare è proprio un poliziotto, in combutta con altri poliziotti, moralmente corrotti, che vogliono insabbiare le indagini.

L'ispettore della omicidi Frank Nugent (David Morse) spiega la situazione a Jack cercando di convincerlo a far finta di essere stato preso in ostaggio da Eddie, ma Jack decide di fare la "cosa giusta", difendere il testimone, scappando con quei poliziotti alle calcagna, decisamente poco propensi a farsi distruggere la carriera. Scatta un’incessante caccia all’uomo, inseguimenti e sparatorie, crimini e misfatti, attraverso strade trafficate, vie degradate, autobus e case popolari e innescando tutta una serie di eventi che cambieranno la sua vita e quella dei presenti...

Tecnicamente ineccepibile film d'azione, un poliziesco adrenalico concentrato in pochi chilometri quadrati del veterano Richard Donner, nome che rappresenta una garanzia nel genere, anche grazie all'ottima interpretazione di un inusuale Bruce Willis, zoppo e con qualche chilo di troppo, insomma un vinto dalla vita, impagabile nella parte del poliziotto alla deriva che si redime per la giusta causa.

L’unità temporale e spaziale è mantenuta, utilizzando la sincronia tra tempo reale e rappresentato per enfatizzare il senso di precarietà della vicenda. La camera a mano segue sempre le prede e il risoluto inseguitore David Morse, ma nasconde furbamente i trucchi dei due poliziotti rivali per commettere o sfuggire a un’imboscata

Malgrado il film sia ricco di clichè e luoghi comuni, con il messaggio trito e ritrito che i buoni non stanno da una parte sola ed anche i cattivi possono rigare dritto, compreso un finale improntato ad un mieloso (ma non disturbante) happy end, la confezione è impeccabile, ci sono dei bei momenti di cinema (le sequenze all'interno dell'autobus; i duetti verbali tra il protagonista e il ciarliero Mos Def, vera rivelazione del film) e Donner aggiunge il suo innegabile talento e mestiere.

Insomma anche se non brilla per originalità SOLO 2 ORE conferma che quanto già risaputo, ovvero quanto il cinema americano sappia ancora, se non stupire, quantomeno intrattenere e, grazie all'infinito serbatoio di caratteristi e seconde linee di pregio da cui attingere, qui Mos Def e David Morse, stupendi comprimari, offrire al pubblico spettacoli che valgano il prezzo del biglietto.

LADYHAWKE

Francia, XIII secolo. Un perfido e lussurioso vescovo-tiranno (John Wood) s'infuria all'inatteso no della bellissima Isabeau d'Anjou (Michelle Pfeiffer), fidanzata del capo delle sue guardie, Etienne Navarre (Rutger Hauer), che osa respingerlo.

Che affronto da parte della fanciulla!!!

Per vendicarsi, scaglia sulla giovane coppia un duplice, perverso e crudele incantesimo: lui di notte sarà un lupo, lei di giorno diventerà un maestoso rapace, un falco. 

In questo modo gli sarà impossibile amarsi e saranno destinati ad una vita senza gioia, vicini eppure lontani. Sempre insieme ma eternamente divisi.

C'è un attimo, un solo attimo, all'alba e al tramonto, in cui ì due spasimanti possono intravvedersi sotto forma umana, ma è appunto un attimo, e non basta a renderli felici: anzi, ne aumenta la disperazione.

Finchè il giovane ladruncolo Philippe (Matthew Broderick), sfuggito agli armigeri, commosso dal volatile ferito da una freccia, lo conduce dallo stravagante monaco-guaritore Imperius (Leo McKern).

E la maledizione?

Tranquilli, si troverà l'antidoto.


LADYHAWKE è una favola affascinante, romantica e poetica, ispirata a una leggenda medioevale, come quelle che raccontavano le nonne di una volta, piena di vecchi castelli, paesaggi, intrighi e sortilegi.

Se Michelle Pfeiffer è bellissima, Rutger Hauer è legnoso come si conviene ad un cavaliere tutto d'un pezzo. Matthew Broderick è un simpatico ladro invocante sempre il Signore. Efficaci anche gli altri comprimari, a partire dal perfido vescovo e dal monaco ubriacone.

Diretto da Richard Donner LADYHAWKE vanta una fotografia, davvero magica (fotografie controluce ed effetti squisiti) tanto per restare sull'argomento, di Vittorio Storaro, che sottolinea molti pittoreschi luoghi italiani (il castello di Soncino, la roccaforte di Torrevecchia, Castel Arquala, Rocca Calascio sul Gran Sasso, Cortina, Campo Imperatore).

Che non valgono comunque l'incantevole viso d'angelo di Michelle Pfeiffer, mentre la parte di Navarra è affidata a quel biondo Rutger Hauer che già in BLADE RUNNER ululava come un lupo.

Insomma, un piccolo gioiello, forse più adatto ai grandi che ai piccini.

IPOTESI DI COMPLOTTO

New York. Vede complotti dappertutto il paranoico e mitomane taxista Jerry Fletcher (Mel Gibson), tanto che vive in un appartamento bunker, zeppo di documenti e dossier. Sembra un mattoide, ma non lo è: c'è qualcosa nel suo passato che ha dimenticato, ma che potrebbe ricordare.

All'inizio il grazioso procuratore al ministero della Giustizia e figlia di un incorruttibile giudice assassinato, Alice Sutton (Julia Roberts), continuamente tampinata, anche per ragioni sentimentali, non gli dà retta.

Poi quando il tassista è sequestrato dal dottor Jonas (Patrick Stewart), malvagio psichiatra dei servizi segreti, cui sfugge per miracolo, deve per forza ricredersi.

Ma ora diventa con lui il bersaglio di una potente sezione deviata della CIA, anzi c'è chi sospetta sia proprio lui il misterioso killer del giudice federale, padre della ragazza.

Che paura e quante trappole prima di arrivare alla verità.

IPOTESI DI COMPLOTTO (Conspiracy theory), prodotto da Joel Silver per la Warner, scritto da Brian Helgoland (1961, Oscar per L.A. Confidential) e diretto da Richard Donner, è un thriller inverosimile, logorroico ed emozionante.

A tratti nelle sagaci scene d'azione, a cavallo tra spionaggio e fanta (forse fantissima) politica, che parte a razzo e poi vivacchia disperdendosi tra i ghirigori rosa e i buchi del copione.

Una storia stramba, in bilico sull'assurdo, durante la quale Mel Gibson urla dall'inizio alla fine e Julia Roberts sbatte gli occhioni il doppio del solito.

ARMA LETALE

Los Angeles. Il sergente Roger Murtaugh (Danny Glover) placido, nero, cinquantenne, moglie adorata e tre figli, si vede affibbiare come compagno l’agente Martin Riggs (Mel Gibson) impetuoso, bianco sui trenta, fresco vedovo e per queste soggetto a manie depressive ed istinti suicidi.

In comune una sola cosa, quella che ha segnato una generazione di giovani americani: la ferita aperta e sanguinante della guerra del Vietnam.

Si trovano ad indagare sullo strano suicidio di una bella ragazza, che ha sniffato un po’ di coca, ha immaginato di avere un paio d’ali e si è lanciata da un grattacielo.

Morta, chiaramente.

Il padre della vittima, un vecchio amico, chiede aiuto e i due si ritrovano ad indagare in un ampio giro di droga proveniente dal sud-est asiatico diretto dall’ex generale, anch’esso ex “berretto verde” Joshua (Gary Busey).

La banda, per far desistere il tandem in divisa, non pensa niente di meglio che rapire la figlia del sergente.

La reazione non si farà attendere.

ARMA LETALE è un film, diretto da Richard Donner, che probabilmente ha aperto un genere, con la classica coppia interrazziale, con dialoghi non da educanda, tirato un po’ per le lunghe ma avvincente nel suo complesso.

Con i cascatori-acrobati e i tecnici degli effetti speciali a fare la parte dei veri creativi, i virtuosi di questo emotion and action picture in cui il regista coltiva la pianta del sensazionalismo.

Un po’ abusata la figura dell’ex reduce della guerra del Vietnam, anche se non ai livelli di quella della Resistenza in Italia.

Anche se in Vietnam hanno combattuto per davvero.


SUPERMAN

Prima che il pianeta Krypton si dissolva per sempre, il presidente JorEl (Marlon Brando) deposita il figlioletto in un missile stellare e lo invia in fasce sulla terra.

Il bambino,dotato di tremendi poteri, cresce e prende le sembianze di Superman (Christopher Reeve) fornito di tutina rossa, la S sul petto e ampio mantello azzurro.

A New York si trasforma nel giornalista Clark Kent, un po' tonto, ed entra nella redazione del Daily Planet, dove fa coppia con la bella collega Lois Lane (Margot Kidder).

Appena la ragazza si volta, il nostro rimette la divisa da supereroe per la resa dei conti con il cattivo Lex Luthor (Gene Hackman).

Insomma combatte il male e difende il modo americano di vivere.

Nato nel 1933 come personaggio di fumetti, ideato da Jerry Siegel e disegnato da Joe Shuster, famoso dal 1938, passato alla radio, ai cartoon e a interminabili serial cinetelevisivi, ribattezzato Nembo Kid da Mondadori dopo il 1954, l'eroe di cartone ritorna in un film da 40 milioni di dollari (ne incassò 82 soltanto in USA), costato 4 anni di lavoro e dedicato alla memoria del celebre operatore George Unsworth (1914-78).

Per ottenere con questo SUPERMAN un fumettone ingenuo e prolisso, che diverte poco, tra acrobazie tecnologiche e sorrisi a denti stretti. Diretto da Richard Donner.

Il povero Christopher Reeve, scomparso dopo terribili e lunghi anni sulla sedia a rotelle, è poderoso quanto insulso con quel sorriso prestampato in viso.

Vantava 2 record: i 3 milioni di dollari pagati a Marlon Brando per un'interpretazione di 10 minuti e i titoli di coda che durano 7 minuti e mezzo. Sono stati superati. Oscar straordinario per gli effetti speciali a Colin Chilvers.

ARMA LETALE 3

Sempre Los Angeles. Degradati sul posto per non aver obbedito agli ordini e essersi sostituiti agli artificieri (con il risultato di aver fatto afflosciare un grattacielo) ritroviamo il poliziotto bianco Martin Riggs (Mel Gibson) e l'inseparabile collega di colore Roger Murtaugh (Danny Glover) a mettere multe per strada: come nelle barzellette.

Per fortuna la casualità li mette sulle tracce dell'ex sergente Jack Travis (Stuart Wilson), contrabbandiere in grande stile di mitragliette e relativo munizionamento "blindato", capace quindi di perforare anche l'acciaio. E i giubbetti antiproiettili dei poliziotti, soprattutto.

La bella in divisa Lorna Cole (una bella Rene Russo) li aiuta a stendere i cattivi a colpi di calcioni e ad arrostirli vivi sul finale.

Punto.

ARMA LETALE 3, Divertente ma fragoroso, fracassone e frenetico, è, come si evince dal titolo, il terzo episodio dell'inossidabile tandem bianco-nero.


Un copione collaudato e un pò scontato, con cui Richard Donner allunga un pò il brodo e mette in risalto il lato un pò più clownesco della faccenda.

Il povero Joe Pesci è addirittura indisponente nella sua parte-macchietta.

E alla fine niente pensione per Danny Glover: per il quarto episodio?