Visualizzazione post con etichetta western. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta western. Mostra tutti i post

GLI SPIETATI

Wyoming (USA), 1880. Sulle prime è un pò perplesso l'ex pistolero a riposo Bill Munny (Clint Eastwood), che da tempo ha appeso la Colt al chiodo per allevare maiali.

Poi l'offerta prende il sopravvento sul vecchio pistolero in disarmo. Gli farebbero davvero comodo, a lui e ai due ragazzini orfani di mamma, quei mille dollari offerti.

La taglia è offerta da un manipolo di infuriate prostitute per mandare al Creatore due mascalzoni, irridenti sfregiatori con lama di una loro povera collega.

Cosi lascia la misera fattoria e si rimette (a fatica) in sella accompagnato dall'antico compagno nero di zingarate e rapine Ned Logan (Morgan Freeman).

A Big Whiskey, dove si trova il bordello del fattaccio, vigila, a modo suo, lo sceriffo maneggione Little Big Daggett (Gene Hackman).

Fumeranno le Colt.

GLI SPIETATI è l'ennesimo centro, con mano ferma e colpo deciso, al tredicesimo colpo, nel senso di western, del vecchio e indomito Clint Eastwood, a cui la critica voleva scrivere l'epitaffio, inneggiando a testamento spirituale e altre puttanate del genere.

Pur girato come omaggio ai maestri del genere (alla fine del film è citato Sergio Leone), GLI SPIETATI è qualcosa di più e di diverso.

Si tratta di una pellicola sporca, violenta, in cui non esistono buoni o cattivi (siamo in questo senso dalle parti dei mucchi selvaggi di Peckinpah) ma i personaggi presentano tutti sfaccettature negative. Anche chi sembra muoversi nel solco del Bene è un vendicatori di torti solamente per soldi.

Non esistono eroi ma esseri umani e come tali per natura fallibili, deboli, peccatori e vanagloriosi. I due vecchi amici dal passato violento, lo sceriffo che cerca di lasciarsi alle spalle sangue e cadaveri in favore di una vita semplice. Ma non è facile, per quanto aspiri a cambiare un uomo resta sempre sé stesso.

Senza dimenticare un finale ruvido, decisamente anti eroico.

Un ottimo film premiato con 4 Oscar (film, regia, Gene Hackman attore non protagonista e montaggio).

Un cast in stato di grazia, con personaggi complessi e carismatici, e una fotografia splendida.

Due ore abbondanti ben spese a guardare il solito Clint. Essenziale e granitico.

IL CAVALIERE PALLIDO

Idaho (USA), seconda metà dell'Ottocento. Un gruppo di cercatori si spezza la schiena e s'affanna a cercar pepite, nella speranza di diventare ricco con il baluginio dell'oro.

Purtroppo sul pezzo di terra dei "padellari" ha messo gli occhi il solito signorotto locale, Coy Lahhod (Richard Dysart), che vorrebbe cacciare i cercatori accampando fantomatici diritti di proprietà su quel terreno attraversato dal ruscello.

E intanto, senza alcun rimorso, sventra la montagna con potenti getti d'acqua.

Il capo dei peones, il mite ma determinato a non farsi mettere i piedi in testa Hull Barret (Michael Moriarty), viene pestato a sangue, mentre la piccola Megan, figlia della sfiorita Sara Wheeler invoca l'aiuto celeste.

Ed ecco che mentre recita un brano dell'Apocalisse di Giovanni materializzarsi uno sconosciuto predicatore (Clint Eastwood), ben munito di artiglieria. E la sa anche usare bene...

Non ci mette molto a mandare sotto terra il clan dei malvagi, prezzolati aiuti esterni compresi.

"Il quarto cavaliere aveva nome Morte e l'Inferno lo seguiva." Su questo verso biblico si basa l'enigma di un film teso e senza fronzoli: chi è Preacher, un pistolero solitario o un angelo vendicatore evocato dalla giovane Megan?

Clint Eastwood con IL CAVALIERE PALLIDO mostra l'influenza che il western classico ha avuto su di lui con una pellicola ricca di citazioni ma comunque contraddistinta da un approccio personale.

In pratica una bella fotocopia a colori del giustiziere solitario della prateria cucitagli su misura vent'anni prima dal grande Sergio Leone

Notevole il realismo nelle scene di violenza, che sottolinea la crudeltà insita nel mondo del Far West.

IL PISTOLERO

Carson City, Usa. La sentenza del dottor Hostetler (James Stewart) non lascia spazio a speranze per John Bernard Brooks (John Wayne), un anziano pistolero: "Lei ha il cancro, amico mio".

Malgrado la pessima notizia la vecchia leggenda tornata in città è determinata a regolare i conti.

Anche se gli manca poco da vivere e non importa se ora ci sono le auto sulle strade (il progresso incombe): questa è la legge del West.

Nell'attesa prende alloggio presso la fiera vedova Bond (Lauren Bacall), diventa anche amico di suo figlio Gillom (Ron Howard), che lo ammira come una star del pop.

E a cui regala il cavallo.Tanto all'ultimo duello ci vado in tram!

IL PISTOLERO è un western crepuscolare che rappresenta lo speciale commiato del grande John Wayne, qui alle prese con il suo ultimo lavoro, diretto dal grande Don Siegel, nel suo omaggio al western classico e al suo attore per antonomasia.

La presenza di John Wayne, malato allo stadio terminale come nella vita reale, crea un commovente parallelismo metacinematico, un gioco di finzione e realtà molto amato dal cinema americano.

Western crepuscolare che però ha l'intelligente merito di non rinnegare il mito collocandolo però all’interno di una società in mutamento. A cui unisce la superba riflessione sulla morte come l’atto più privato nella vita di un uomo.

Grande cast di contorno: il medico che visita John Wayne è James Stewart e lo sceriffo della città è John Carradine. Oltre che un giovane Ron Howard e Lauren Bacall.

Il suo andare all'ultimo duello in tram è la triste e geniale traduzione del suo tramonto, e di quello del western.

I COWBOYS

Arizona (Usa), fine Ottocento, Non ha più un mandriano l'anziano cowboy Will Andersen (John Wayne).

E ora come faccio a trasportare le mie vacche (col rispetto parlando) per 400 miglia, fino a Belle Fourche?

Niente paura, I'improvvisato balia asciutto ingaggia una dozzina di ragazzini under quindici, assolutamente ignari del mestiere, ma prontissimi ad ubbidire.

Peccato che sull'appetitoso bestiame abbia messogli occhi rapaci lo psicopatico bandito Long Hair (Bruce Dern), che con i suoi bravi assale di sorpresa la carovana.

I COWBOYS è un originale, piacevole ma un po' troppo lungo western diretto da Mark Rydell agli albori degli anni '70.

Un già attempato ma non domo John Wayne nel suo ambiente naturale e un gruppo di ragazzini ai suoi severi comandi permettono a questa pellicola di mantenersi piacevole fino all'epilogo.

La trama diventa già dopo pochi minuti un racconto edificante sulla crescita e sul bisogno di diventare velocemente uomini in quell'epoca violenta.

Per quanto un po' inverosimile (siamo al cinema, cribbio), vista anche l'età dei protagonisti (va bene crescere in fretta, ma c'è un limite), dà comunque la giusta soddisfazione allo spettatore, che come il giovane gruppetto, cerca la sacrosanta vendetta.

L'inaffondabile John Wayne è più che dignitoso nel ruolo inconsueto del vecchio burbero disposto ad immolarsi perle nuove leve.

Buona recitazione, odore di vecchio, selvaggio west, con tanto di insegnamenti (dura vita vissuta) e un po' di facile morale. Nel suo genere, I COWBOYS è una pellicola riuscita.

VERSO IL SUD

Selvaggio West. E' veramente messo male il fuorilegge Henry Moon (Jack Nicholson): è stato condannato all'impiccagione.

L'unica speranza per salvarsi dalla corda è rappresentata da una vecchia legge che proibisce l'esecuzione di uomini sposati e dall'illibata proprietaria terriera Julia Tate (Mary Steenburgen), lineamenti delicati, pizzi e merletti.

Così lei salva lui dalla forca accettando di sposarlo e se lo porta al ranch, dove lo impiega nella miniera di famiglia per cercare l’oro.

Lui non può che obbedire e lavorare, con l'idea di scappare alla prima occasione possibile.

Inutile dire che la vita in comune non è facile, soprattutto all'arrivo degli ex complici di lui, finché il loro rapporto pian piano migliorerà e...

VERSO IL SUD è una western comedy, ovvero una commedia travestita da western, secondo film diretto da Jack Nicholson. Infatti di western ci sono solo l'ambientazione e i costumi, perché non v’è traccia né di indiani né di Messico (sebbene il sud del titolo sia proprio lo stato centroamericano, mèta ambita dal buon Henry Moon), mentre non si perde occasione per distruggere con un certo gusto i luoghi comuni del genere.

Jack Nicholson, occhi spiritati, è un impareggiabile istrione, l'aria da folletto matto è quella di sempre (basta seguire l'isterico ballo che improvvisa di fronte alla Steenburgen all'arrivo degli ex amici della banda) e la sceneggiatura gli mette in bocca frasi quasi mai scontate.
Ne è uscito un film dinamico, a tratti divertente.

Gli intenti dissacratori si intuiscono fin dal cast, composto in gran parte da attori destinati a trovare il successo proprio nella commedia brillante: si va dalla coppia di uomini dello sceriffo composta da Christopher Lloyd e John Belushi (qui in un ruolo ancor più secondario rispetto al di poco precedente e leggendario ANIMAL HOUSE, non è nemmeno citato nei titoli di testa) fino a Danny De Vito, anch’egli in una parte marginale (è uno dei componenti della scalcinata banda di banditi capeggiata dal protagonista).

In realtà gli unici, veri protagonisti del film sono Jack Nicholson e l'esordiente (futura star) Mary Steenburgen.

Certo non un capolavoro, ma un film dinamico, a tratti divertente. Insomma una visione la merita tutta.

IMPICCALO PIU' IN ALTO

Oklahoma, 1889. Ha acquistato senza saperlo una mandria rubata il giovane ex vice sceriffo Jed Cooper (Clint Eastwood) e nel vecchio West la punizione arriva in fretta e ha la forma del nodo scorsoio.

Accusato di aver rubato quel bestiame e sommariamente condannato a morte all’ombra di una quercia dalla banda del capitano Wilson (Ed Begley), è salvato appena in tempo dal tempestivo arrivo dello sceriffo Dave Bliss (Ben Johnson).

Sarà il giudice Fenton (Pat Hingle) a decidere della tua sorte, sentenzia l'uomo di legge, dopo averlo liberato dal cappio.

Deportato in città ha la fortuna di veder confermata la sua versione e il giudice, che governa la cittadina col pugno di ferro, convinto che il ricorso massiccio alla forca sia l'unico mezzo per mantenere l'ordine, gli ridà la libertà insieme alla soddisfazione di veder penzolare nell’accecante mattino colui che lo aveva frodato.

Ma a Cooper non basta, lui vuole la sua vendetta su “quei galantuomini” che l’avevano impiccato.

Potrà farlo però soltanto accettando il compromesso: con la stella da sceriffo sul petto, agli ordini del giudice Fenton per vigilare su un territorio di 160 miglia quadrate che è paradiso in terra per assassini, ladri, contrabbandieri, truffatori, fuorilegge.

IMPICCALO PIU' IN ALTO (Hang 'Em High), il primo western interpretato da Clint Eastwood  negli USA dopo il successo planetario delle pellicole girate in Italia con il Maestro Sergio Leone, rappresenta proprio la via di mezzo tra il western alla John Wayne e quello del regista italiano.

Il film infatti "ruba" lo stile spaghetti-western e lo adatta alla realizzazione made in USA, segnando in un certo senso un nuovo modo di intendere il western oltreoceano.

Clint Eastwood (un americano che prima era praticamente sconosciuto nda) interpreta una pellicola riuscita, con tutti gli ingredienti: il giusto, i cattivi, il giudice e la bella dal tragico passato. E a suo modo si ritaglia uno spazio personale ottenuto, appunto, dalla miscela dalle due correnti "di pensiero" amalgamate alla perfezione.

L'azione, i buoni propositi e la solida interpretazione del celebre attore/regista (qua intento a proporsi in un ruolo stranamente "rivoluzionario e sinistroide", con vigorosa critica sociale al sistema giudiziario) ne fanno un titolo sottovalutato, decoroso e significativo nel panorama del genere.

IL MUCCHIO SELVAGGIO

San Rafael, (Texas) 1914. Un gruppo di ragazzini tra le rotaie si diletta a far combattere tra loro scorpioni e formiche mentre cinque militari a cavallo si accingono ad entrare nella cittadina diretti verso la stazione ferroviaria.

E' una tranquilla giornata di sole nel tranquillo paesino nel sud degli Stati Uniti, un giorno festivo che i cittadini si apprestano a commemorare ignari dell'apocalisse che si sta per scatenare su di loro: gli uomini a cavallo infatti non sono militari ma banditi travestiti pronti a fare il colpo della vita.

Gli uomini a cavallo sono il famigerato “mucchio selvaggio”.

I banditi guidati da Pike Bishop (William Holden) finiscono però sotto il tiro degli ex galeotti di Dirk Thorton (Robert Ryan), foraggiato dal losco Harrigan.

DJANGO

Arizona, 1865. Il taciturno reduce nordista Django (Franco Nero), occhi azzurri, passo pesante e cappellone sugli occhi, arriva nello sperduto e fangoso paesello trascinando una cassa da morto, col desiderio di vendicare la moglie assassinata dal fanatico e malvagio maggiore Jackson, comandante d'una minacciosa setta di incappucciati.

Dopo aver fatto assaggiare agli uomini del maggiore il contenuto (in piombo) della cassa (da morto) Django prova anche a rimpinguare le sue casse con l'oro del maggiore.

E per riuscire nell'impresa che sceglie l'alleanza con l'avido Hugo Rodriguez, ambiguo generale messicano cui aveva salvato la vita, alla guida di un esercito di straccioni aspiranti rivoluzionari.

Ma non tutto andrà secondo i suoi piani.

DJANGO , sanguinolento e violentissimo (dopo 3 minuti ci sono 9 morti ammazzati. Allo scoccare della mezz'ora, siamo a quota 48 nda), fangoso e sgargiante, è uno dei pilastri dello spaghetti western, che con un esasperata dose di sadismo tenta di replicare il successo di PER UN PUGNO DI DOLLARI.

Pur ammettendo che Sergio Corbucci non è Sergio Leone e Franco Nero non è Clint Eastwood, il film ha un suo perché grazie all'impressionante caratterizzazione del protagonista (una spettrale macchina da guerra in carne e ossa) oltre che alla grintosa regia del regista (fulminanti l'inizio e la fine).

Rispetto ai film di Leone, al quale ovviamente qui ci si ispira (e qua e là copia), l'ambientazione è molto più lugubre, crepuscolare e dalla polvere si passa al fango, terreno più fertile per la disperazione e la "morte in vita" del protagonista.

Comunque da vedere.

DJANGO UNCHAINED

Texas, 1858, alla vigilia della guerra civile. Il cacciatore di taglie di origine tedesca dottor King Schultz (Christoph Waltz), su un carretto da dentista, è alla ricerca dei ricercatissimi fratelli Brittle, per consegnarli alle autorità piuttosto morti che vivi e incassare la ricompensa.

Per scovarli, libera dalle catene, con gesto generoso ma non disinteressato, lo schiavo Django Freeman (Jamie Foxx), prigioniero come tanti di due crudeli proprietari terrieri, i fratelli Speck, promettendogli la libertà a missione completata.

Tra il taciturno nero e l'ex dentista nasce così, a suon di pistolettate, un sodalizio umano e professionale che li conduce attraverso l'America delle piantagioni e degli orrori razzisti alla ricerca dei criminali in fuga ma soprattutto della consorte di Django, Broomhilda (Kerry Washington), venduta come schiava a qualche possidente negriero.

Che nella fattispecie è il folle e sadico schiavista Calvin Candie (Leonardo Di Caprio).

DJANGO UNCHAINED è un avvincente e gustoso western di Quentin Tarantino, che dopo i gangster movie, dopo gli omaggi al cinema orientale, dopo la rivisitazione storica del nazismo in chiave pulp, si cimenta con uno dei suoi generi preferiti.

L'incursione in territorio western avviene riprendendo un vecchio personaggio degli spaghetti western italiani, modernizzandolo e piegandolo alla sua indiscussa creatività.

Tra cadaveri e sangue, largo spazio all'ironia. Con la vendetta (e il riscatto) a fare da motore a tutta la storia.

Raramente capita di vedere un film di quasi tre ore che non annoia mai: i 165 minuti di durata scorrono via lisci come l'olio e, pur con qualche flebile discontinuità e una caduta di tono all'ultimo, divertono a più riprese.

Girato con grande maestria (la scena del rosso sangue che bagna i fiocchi di bianco cotone è magistrale), ha tutti gli ingredienti del Tarantino style tra cui ovviamente la cura per la sceneggiatura (con i soliti lunghi ed impagabili dialoghi).

Cameo del vecchio Django Franco Nero.

IL MIO NOME E' NESSUNO

Texas, 1899. Prima di appendere la colt al chiodo, il leggendario pistolero Jack Beauregard (Henry Fonda), ormai vecchio, decide di lasciare il West e partire per l'Europa.

Sulla sua strada incontra un giovanotto (Terence Hill), da sempre suo fervido ammiratore, che gli si mette alle costole, costringendo il sempre svelto cowboy a un'ultima, memorabile impresa...

IL MIO NOME E' NESSUNO è un originale western del nuovo corso, scanzonato, allegro e divertente ma anche malinconico.

Film interessante che rimane a metà tra il classico e la parodia del western, a metà strada tra il proseguimento ideale dei Trinità (manca Bud Spencer e per molti versi è meglio dei suoi "genitori") e una dissacrazione con ironia dei classici temi del western leoniano, forse un po' troppo parodistico.

Il grande Henry Fonda, con tutta la sua classe, si presta con spiritosa modestia a fare da spalla all'emergente ed esuberante faccia da schiaffi Mario Girotti, autoribattezzatosi con un nome d'arte che gli porterà fortuna e quattrini: Terence Hill.

Lirismo, grandi temi musicali, silenzi, distese sterminate, ma anche schiaffoni ed un po' di buonismo. Tutto gustosissimo. Un altro modo per raccontare la fine del west, ed il pensionamento dei suoi eroi.

Al tutto vanno sommate le musiche di Ennio Morricone che, inutile dirlo, piacciono.
Ideato e prodotto da Sergio Leone, la cui mano in alcune scene è visibile, ma il resto è tutto di Tonino Valerii.

UOMINI E COBRA

Arizona, 1883. Dopo la rapina, l'occhialuto bandito pel di carota Paris Pitman junior (Kirk Douglas), spaccone e risoluto, elimina i complici sparandogli alle spalle e nasconde il ricco malloppo (500 mila dollari) in una tana di cobra.

Rintracciato, per caso, in un bordello dal derubato, è sbattuto per dieci anni in una galera polverosa ed isolata nel deserto.

Ben presto, a pugni e calci, riceve il messaggio del direttore: metà dei soldi e ti libero.

Purtroppo non fa in tempo a minacciare che tira le cuoia per mano di un galeotto nel mezzo di una rivolta.

Però com'è democratico ed onesto il nuovo direttore, il flemmatico ex sceriffo zoppo Woodward A. Lopeman (Henry Fonda), apparentemente dimesso ma integro e determinato.

Finale a sorpresa.

UOMINI E COBRA è un originale, ingegnoso, ironico e crudele western carcerario che riesce a rinnovare il tradizionale conflitto tra buoni e cattivi. L'andatura lenta, comunque ben equilibrata tra sequenze d'azione e parti più leggere, ruota attorno al duello psicologico tra i due eccellenti protagonisti, Kirk Douglas ed Henry Fonda, che "duettano" attorniati da un nugolo caratteristi super.

Strepitoso ed imprevedibile il finale beffardo, da incorniciare.

UN DOLLARO D'ONORE

Rio Bravo, Arizona, fine Ottocento. Il rude sceriffo John T. Chance (John Wayne)  è in guerra aperta con la potente banda capeggiata dal prepotente allevatore Nathan Burdette.

Una sera, in seguito a una rissa di saloon, uno dei Burdette ammazza a freddo un cowboy e allo sceriffo non resta che sbatterlo dentro. Sapendo di dover far fronte ad avversari che non scherzano, si barrica in prigione.

Come aiuto può contare solo su un vecchio zoppo, Stumpy (Walter Brennan), e un amico ubriacone che ha promesso di cambiar vita, Dude (Dean Martin).

Si unisce al coraggioso gruppo Colorado (Ricky Nelson), giovane pivello di passaggio, e  la bella «Piume» (Angie Dickinson), giocatrice professionista dalle lunghe gambe di cui lo sceriffo, senza confessarselo, si è innamorato.

UN DOLLARO D'ONORE è un epico ed avvincente western del grande Howard Hawks che privilegia lo studio psicologico dei personaggi, i quattro moschettieri accerchiati dai cattivi, all'azione pura.

Magistralmente costruito dal punto di vista tecnico, non ha nessuna parte ridondante, tutto è funzionale alla vicenda.

A farne un capolavoro ci pensa il cast, con un John Wayne al massimo della maturità artistica, cui fanno da contrappunto il "perdente redento" Dean Martin, riciclato da spalla di Jerry Lewis, e un gruppo di validi caratteristi che forniscono anche gli spunti più leggeri al film, in un sapientissimo dosaggio di dramma ed humor.

Senza dimenticare la bellezza della Dickinson.

Da notare che il tema dell'assedio (il film è girato in pochi interni nda) è stato poi ripreso a piene mani da John Carpenter.

COWBOYS & ALIENS

Absolution (Arizona), 1875. Lo straniero privo di memoria arriva nella cittadina polverosa. È ferito e ha fissato a un polso uno strano bracciale metallico. Soprattutto ha perso la memoria Jake Dolarhyde (Daniel Craig).
Non gli occorrerà molto tempo per comprendere che non è gradito, anzi peggio: è un pluriricercato.

Tutti gli abitanti vivono sotto il dominio di un capitalista dispotico e spietato, il duro colonnello Dolarhyde (Harrison Ford) e debbono subire le angherie del suo tracotante ma pusillanime rampollo Percy (Paul Dano).

Il baffuto sceriffo Taggart (Keith Carradine) non esita però ad arrestare il ragazzo e lo straniero, che è stato riconosciuto come un pericoloso pregiudicato.

Sta per metterli sulla diligenza quando dal cielo, tra tuoni e fulmini, piovono strane e mostruose creature brutte più della fame che rapiscono gli esseri umani presi dal panico.

COWBOYS & ALIENS diretto da Jon Favreau è un originale ma poco divertente (diciamo appane passabile nda) miscuglio (quelli che parlano bene direbbero contaminazione) di generi.

Nello specifico western e fantascienza che rischia di irritare i patiti dei due generi che si mettessero alla visione, anche perchè tutto visto e rivisto.

Anche la gnocca di turno, che ha il faccino e le fattezze di Olivia Wilde, nonostante si tenti di darle un perchè, è lì solo grazie al suo notevole aspetto. Cosa non nuova, questa, bisogna ammetterlo.

Certo rimangono i bei paesaggi e una sufficiente dose di ironia (anche gli alieni sbavano per l'oro...). E una domanda: John Wayne si sta ribaltando nella tomba?

C'ERA UNA VOLTA IL WEST

Red Land (Usa), fine Ottocento. Cinque personaggi si affrontano intorno a una preziosa sorgente: il faccendiere Morton (Gabriele Ferzetti), magnate dei binari che sogna di costruire una megaferrovia dall'Atlantico al Pacifico, ha bisogno dell'acqua per le sue locomotive e fa eliminare i proprietari legittimi, il sognatore e preveggente McBain e famiglia, dal suo feroce sicario Frank (Henry Fonda).

E così che si ritrova vedova la bellissima prostituta redenta Jill (Claudia Cardinale).

Il bandito Cheyenne (Jason Robards), accusato della strage proprio dei McBain.

L'innominato e cocciuto meticcio Armonica (Charles Bronson) che vuole vendicare il fratello, assassinato da Frank e i suoi sgherri.

Al quarto western Sergio Leone alza il tiro e serve in tavola caviale al posto degli spaghetti: una sorta di antologia del western in negativo.

In pratica con C'era una volta il West Leone cambia registro, toni narrativi e filosofia estetica rispetto alla trilogia del dollaro e sceglie di trasmetterci tutta la disillusione e il disincanto di un'epoca che tramonta.

La forza del film sta essenzialmente in due componenti: la regia, che è lenta, maestosa, filodrammatica ma mai eccessiva; ed i personaggi, dotati di un profilo psicologico tanto convincente da lasciare lo spettatore senza fiato.

Una storia appassionante e truce su un carrozzone carico di star che attraversa le praterie con passo solenne e tempi maliconici e dilatati.


Butch Cassidy and The Sundance Kid

Far West, fine Ottocento. Anche nei territori sconfinati il progresso avanza a grandi passi. Butch Cassidy (Paul Newman) e Sundance Kid (Robert Redford) sono wanted da quando assaltano le banche: un infallibile coppia di rapinatori. Il primo è "la mente" dell' accoppiata vincente.

Nessun criminale del tempo, infatti, sapeva usare il cervello meglio di lui per organizzare i colpi. Il secondo è "il braccio", nel senso che con la pistola non ha rivali in quanto a rapidità d' esecuzione.

Fatto il colpo, grosso, trovano rifugio nella casa della maestrina Etta Place (Katharine Ross) che flirta con Kid e invano li sprona a cambiar vita.

Messo su un piccolo gruppo di altri fuorilegge tocca ai treni della Union Pacific dove il bottino è ancora più ricco.
Rapine e amore, questo è godersi la vita.

Ma ormai sono braccati da un branco di segugi capitanati da un testardo e instancabile sceriffo, che si avvale anche di un indiano capace di seguire le tracce in maniera infallibile.

Quando per miracolo riescono a salvare la pelle (si gettano in un fiume da un'altezza proibitiva), decidono di cambiare aria e quindi si recano in Bolivia insieme alla maestrina che si contendono. Anche qui si faranno ben presto conoscere...

Splendido western nostalgico diretto da George Roy Hill, che racconta l'epopea della prateria con tono scanzonato e il sorriso a fior di labbra. Grazie alle belle immagini, a volte fin troppo leziose, e le dolci musiche di Burt Bacharach (doppio Oscar per colonna sonora e miglior canzone, con fotografìa e sceneggiatura) per Paul Newman e Robert Redford, tanto belli quanto bravi, andare in braccio alla morte diventa un gioco.

Un western atipico, cioè che non esalta i suoi eroi, ma il loro disincanto, che fa bene al cinema e a noi stessi.

PER UN PUGNO DI DOLLARI

Miguel (Nuovo Messico), metà ottocento. Il solitario e taciturno pistolero Joe (Clint Eastwood) giunge su un mulo nel villaggio di frontiera conteso dalle litigiose e violente famiglie dei Baxter e dei Rojo, dove il contrabbando di fucili e whisky è molto redditizio.

Muovendosi con l'abilità di un Casini odierno, l'ospite, fingendosi amico di entrambi, aizza gli uni contro gli altri, dividendosi tra le due fazioni e vendendo i suoi servigi "per un pugno di dollari", fino a quando il perfido Ramon Rojo (Gian Maria Volontè), scoperto il trucco, gli fa una tortura con i fiocchi.

Sfuggito agli aguzzini dentro a una bara, si cuce le ferite e indossa la corazza prima di scendere in pista a regolare il conto al dolce suono della fida Colt.

PER UN PUGNO DI DOLLARI è il mitico capostipite del western italiano, e della cosidetta "trilogia del dollaro", un avvincente impasto di avventura e violenza, che manda in prepensionamento gli indiani e in soffitto le chiacchiere, alla Ford per intenderci. Arricchendo il tutto con l'intrigo machiavellico, l'umorismo macabro, il décor teatrale, modificando i tempi e le inquadrature.

Erano già stati prodotti alcuni western in Italia, ma quello del grande regista Sergio Leone (che dovette travestirsi da americano con lo pseudonimo di Bob Robertson, che poi è un omaggio al padre Roberto Roberti, regista del muto) è il primo western che piacque alle platee popolari come a quelle borghesi proprio perché non assomigliava ai western americani.

Costato 120 milioni, incassò quasi 2 miliardi e fu venduto in mezzo mondo.

Il suo successo aprì nuove prospettive nell'impiego della violenza sullo schermo di cui si giovarono altri registi come Peckinpah e lo stesso Kubrick.

Come il regista anche tutta la troupe si travestì: fotografia di Jack Dalmas (Massimo Dallamano), musiche di Dan Savio (Ennio Morricone), scene e costumi di Charles Simons (Carlo Simoni). J. Wells è Gian Maria Volonté.

Non ebbe naturalmente bisogno lo sconosciuto (all'epoca) e ingrugnito pistolero di ghiaccio Clint Eastwood. Probabilmente nessuno avrebbe scommesso un dollaro (bucato) su un suo futuro da divo e regista fenomenale.

APPALOOSA

New Mexico, 1882. Virgil Cole (Ed Harris) e Everett Hitch (Viggo Mortensen), due pistoleros di rara abilità che cavalcano insieme, si sono fatti la fama di pacificatori nelle città senza legge sorte in quelle terre selvagge, insomma arrivano e riportano l'ordine in quelle cittadine vessate dai fuorilegge.

Cole è un self made man scontroso e riservato, sempre alla ricerca del termine esatto, Hitch, il suo vice, soldato congedato addestrato a West Point, è il vice di poche parole e lunghi sguardi. La loro meta è Appaloosa, una piccola cittadina di polvere, spari e minatori nel New Mexico, disarmata dal temibile Randall Bragg (Jeremy Irons), spietato e potente ranchero col vizio del Winchester e dello scontro a fuoco.

Dopo l'assassinio dello sceriffo della cittadina, Cole e Hitch vengono ingaggiati per difendere la città e assicurare il colpevole Bragg alla giustizia ma l'arrivo in stazione della smaliziata vedova Allison French (Renée Zellweger), cioè "francese", un nome che promette delizie e nequizie, con l'aggiunta di essere un' appassionata frequentatrice di maschi dominanti, sconvolgerà il gioco, abbindolerà buoni e cattivi, alterando gli equilibri dietro la tastiera di un pianoforte e dentro le lenzuola, con merletti e tramonti.

Anche se quando il fido Hitch, vice dal cuore d'oro e dai principi morali solidi come il piombo delle sue pallottole, vede il roccioso Cole sciogliersi come un gelato al sole per quella femmina così educata, intraprendente («e pulita!»), capisce che i pericoli, per lui e l'amico, non vengono solo dal feroce gangster locale, né dall'opportunismo dei politicanti che li hanno assunti per ripulire il paese. Offerta, come solo lui potrebbe, una chance allo sceriffo (amico) innamorato, dovrà ripartire “cavalcando lentamente verso ovest”. Altre terre, altri orizzonti.

Appaloosa, diretto da Ed Harris, è proprio un film di genere, un western, con un piede piantato nella tradizione (amicizia virile, sparatorie, un paesino tiranneggiato dal solito possidente-bandito) e l'altro proteso a esplorare terreni meno battuti.
Una vera e propria dichiarazione d'amore al western più classico, quello d'azione e di attesa, fatto di suspence, inseguimenti, lunghi attimi di sospensione prima dello scontro mortale, colpi di scena e soprattutto amicizia virile, come in tutti i western, dove la donna è quasi sempre ragione di impicci, rotture, o quantomeno malintesi.


Ed Harris, rughe autentiche e anima romantica, infarcisce Appaloosa di rinvii sotterranei, metafilmici o espliciti del western-spaghetti, sia pure filtrati attraverso Eastwood, Costner e Walter Hill. Seminando omaggi ai registi che ama, Sergio Leone in primis, il regista tiene strette le redini e gioca con la scala dei campi e dei piani: dai campi lunghissimi al campo medio, dalla figura intera al primo piano, con i movimenti lenti dei protagonisti ripresi perfettamente o concentrandosi sulla psiche del personaggio evocato nel quadro.

E tra i punti di forza del film certamente i dialoghi: secchi, ironici, essenziali, volentieri taglienti.

I QUATTRO DELL'AVE MARIA

Far West, fine Ottocento. Si è roso il fegato in carcere per anni l'anziano rapinatore Cacopulos (Eli Wallach), finito dietro le sbarre per il tradimento di tre compari.

Appena fuori si mette sulle tracce con la bava alla bocca e nell'attesa di strangolare i banditi infedeli, cerca di recuperare il tempo perso in carcere derubando due pistoleri non troppo svegli (in apparenza), Cat (Bud Spencer) e Hutch (Terence Hill).

I quali, incavolati neri, dopo averlo inseguito e catturato, si alleano con lui ai danni del ricco biscazziere Drake (Kevin McCarthy), l'unico sopravvissuto dei tre traditori di un tempo.

I QUATTRO DELL'AVE MARIA è uno brioso, scattante, picaresco capostipite degli “spaghetti-western” in cui, per la seconda volta, il simpatico e italianissimo tandem , nonostante il camuffamento del nome, Terence Hill (Mario Girotti) e Bud Spencer (Carlo Pedersoli) lavorano insieme, sotto la direzione del dimenticato regista Giuseppe Colizzi, bravi quasi quanto il bravissimo Eli Wallach, il vero dominatore della scena.

Il regista butta tutto in burla strappando più di qualche risata e strizzando l'occhio a molti (forse troppi) generi (comico, commedia, western, pseudo-dramma) .

Il personaggio di Terence Hill si chiama Cat Stevens (!), ma per fortuna non canta e non porta il turbante.

LO CHIAMAVANO TRINITA'

Far West, fine Ottocento. Trinità (Terence Hill), pistolero giramondo senza meta, indolente, smilzo e perennemente affamato, si trova davanti, con grande sorpresa, il mastodontico fratello che, per ironia della sorte, si chiama Bambino (Bud Spencer).

L'omone, che è addirittura diventato sceriffo di uno sperduto villaggio, si serve della stella di latta appuntata sul petto per rubare, nel tempo libero e assolutamente indisturbato, il bestiame.

Capitati per casoin mezzo a una pacifica e laboriosa comunità di mormoni, i due fratelli non esitano ad autonominarsi loro paladini, prendendone le difese contro i soprusi del vicinato, tanto più che lì si mangia gratis e c'è abbondanza di belle signorine.

E giù botte quando arriverà il malvagio prepotente, con annessi tirapiedi.

LO CHIAMAVANO TRINITA' è il prototipo del fortunatissimo e interminabile filone del fagioli-western, inventato dal romanissimo Enzo Barboni, che per anni si celerà, per ragioni di mercato, sotto l'esotico E.B. Clucher.

L'italico regista fa il verso ai classici americani di John Ford e simili e al filone serioso del grande Sergio Leone ma esorcizzandone la violenza congenita in cadenze ridanciane e agresti.

Scanzonato, ironico e ricco di trovate, si affidava alla simpatia di una coppia che poi solo l'inflazione e miriadi di pessimi imitatori senza vergogna ha rischiato di rendere intollerabile.

Non per noi, bambini degli anni '70.

Seguito da ...CONTINUAVANO A CHIAMARLO TRINITA'.

...Continuavano a chiamarlo Trinità

Far West, fine Ottocento. Ritroviamo lo spavaldo e furbo giramondo Trinità (Terence Hill) con il mastodontico fratello Bambino (Bud Spencer) ancora a cavallo, alla perenne ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti, a costo di vendere, senza fiatare, l'anima al diavolo.

Scambiati per agenti federali dal ribaldo ed evidentemente non sveglissimo Parker (Enzo Tarascio), che fa dollari vendendo armi ai rivoluzionari messicani, si fanno corrompere senza fiatare.

Decisi a sfruttare il redditizio (senza fatica) equivoco fino in fondo, penetrano nel convento che il mascalzone ha trasformato in deposito e si fanno consegnare dai frati cinquantamila dollari pagati in anticipo dai messicani.

Che fragoroso finimondo.

Sull'onda del precedente successo, l'italianissimo duo Girotti-Pedersoli viene diretto di nuovo dall'italianissimo, anzi romanissimo, regista E.B. Clucher, americani (di nome) più per legge di mercato (l'esotico tirava di più) che per snobismo.

Il trio prende gioiosamente per i fondelli il western tradizionale ribaltandone i canoni classici e trasformandolo in svelenito e buffo spettacolo da oratorio: nè morti nè feriti, al massimo qualche sonoro ceffone e relativa mascella da rottamare.

Un film comunque divertente, che conta, come la nota rivista enigmistica, decine di successivi e pessimi tentativi di imitazione.

Con un record nel carniere: 1° posto nella classifica dei film italiani più visti (14.979.000 spettatori) davanti a "Ultimo tango a Parigi" (14.794.000), "Per qualche dollaro in più" (14.252.000), "La donna più bella del mondo" (14.180.000) e PER UN PUGNO DI DOLLARI (14.113.000).