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BAD COMPANY - PROTOCOLLO PRAGA

New York. E' identico al fratello Kevin Pope, non per niente gemello, il dj pragmatico e casinista Jake Hayes (Chris Rock),  appena piantato dall'irritata Julie e subito reclutato dal veterano della CIA Gayord Oakes (Anthony Hopkins), equilibrato, non violento (fino a quando è possibile), triste.

Ci sono solo nove giorni per addestrare il giovanotto, convinto con le buone (centomila bigliettoni), a fingersi il congiunto, di cui ignorava l'esistenza, stecchito a Praga mentre trattava l'acquisto di una comoda bomba termonucleare portatile proveniente dall'ex URSS.

Con il nome d'arte di Michael Turner, e una gran faccia tosta, il nostro si tuffa nel tentativo di non far cadere nelle cattive mani il terribile ordigno.

Quindi segue prima la scia del trafficante russo Adrik Vas, presto ucciso, poi del suo carnefice, il perfido capoclan serbo Dragan Adjanic.

Che fuochi d'artificio.

BAD COMPANY - PROTOCOLLO PRAGA è un farraginoso mix di azione e humor molto all'insegna del già visto (non eccelle sicuramente per originalità nda) del dispersivo Joel Schumacher, costellato di cadaveri e assurdità, oltre che da una musica fuori controllo e un umorismo di seconda mano.

Parte come MISSION:IMPOSSIBLE, ma all’ingresso in scena dello scalmanato Chris Rock la deviazione plana su un timido tentativo di commedia hip hop.

Anthony Hopkins, in evidente trasferta premio, si aggira annoiato con lo stuzzicadenti perennemente incollato alle labbra e sembra voler dire: mi hanno chiamato che avevo appena finito di pranzare...

Il film ha il fiato cortissimo, giusto per uno scatto da centometrista: alla prima curva si affloscia, tediando e copiando.

DJANGO UNCHAINED

Texas, 1858, alla vigilia della guerra civile. Il cacciatore di taglie di origine tedesca dottor King Schultz (Christoph Waltz), su un carretto da dentista, è alla ricerca dei ricercatissimi fratelli Brittle, per consegnarli alle autorità piuttosto morti che vivi e incassare la ricompensa.

Per scovarli, libera dalle catene, con gesto generoso ma non disinteressato, lo schiavo Django Freeman (Jamie Foxx), prigioniero come tanti di due crudeli proprietari terrieri, i fratelli Speck, promettendogli la libertà a missione completata.

Tra il taciturno nero e l'ex dentista nasce così, a suon di pistolettate, un sodalizio umano e professionale che li conduce attraverso l'America delle piantagioni e degli orrori razzisti alla ricerca dei criminali in fuga ma soprattutto della consorte di Django, Broomhilda (Kerry Washington), venduta come schiava a qualche possidente negriero.

Che nella fattispecie è il folle e sadico schiavista Calvin Candie (Leonardo Di Caprio).

DJANGO UNCHAINED è un avvincente e gustoso western di Quentin Tarantino, che dopo i gangster movie, dopo gli omaggi al cinema orientale, dopo la rivisitazione storica del nazismo in chiave pulp, si cimenta con uno dei suoi generi preferiti.

L'incursione in territorio western avviene riprendendo un vecchio personaggio degli spaghetti western italiani, modernizzandolo e piegandolo alla sua indiscussa creatività.

Tra cadaveri e sangue, largo spazio all'ironia. Con la vendetta (e il riscatto) a fare da motore a tutta la storia.

Raramente capita di vedere un film di quasi tre ore che non annoia mai: i 165 minuti di durata scorrono via lisci come l'olio e, pur con qualche flebile discontinuità e una caduta di tono all'ultimo, divertono a più riprese.

Girato con grande maestria (la scena del rosso sangue che bagna i fiocchi di bianco cotone è magistrale), ha tutti gli ingredienti del Tarantino style tra cui ovviamente la cura per la sceneggiatura (con i soliti lunghi ed impagabili dialoghi).

Cameo del vecchio Django Franco Nero.

L'ULTIMO RE DI SCOZIA

Uganda, 1973. Il giovane medico scozzese Nicholas Garrigan (James McAvoy) sognava l'avventura umanitaria. La trova proprio nel paese africano dove si è recato ad esercitare la sua professione.

All'arrivo in loco viene immediatamente colpito dalla bionda e attraente Sarah Merrit (Gillian Anderson), moglie del medico responsabile dell'ospedale ma ben presto una più forte calamita lo attrae a sé.

E' il caso a metterli in contatto: il dottorino si trova a prestare soccorso al fresco presidente (colpo di Stato) del Paese, il generale Idi Amin Dada (Forest Whitaker), che ha distrutto la sua Maserati sbattendo contro una mucca.

Il dottorino entra subito nelle grazie del dittatore trascinatore di folle, che lo elegge sul campo medico personale e poi addirittura influente consigliere.

Non ci metterà molto a capire che quell'uomo è pazzo e che dietro alla facciata di brillante bonomia si cela un uomo crudele.

Meglio filarsela.

Avvincente dramma tratto da un romanzo, che unisce abilmente la figura reale del sanguinario ras ugandese (al potere dal 1971 al 1979) all'immaginario personaggio del temporaneo amicone.
Prima di diventare Presidente dell’Uganda, Idi Amin Dada fu implicato nel contrabbando di oro e avorio, ed autoproclamatosi re è stato accusato del massacro di centinaia di migliaia di persone.

Stupefacente l'aderenza al ruolo dell'imponente Forest Whitaker, riuscito mix di brutalità e candore, con il pericolo della follia coniugata al potere. Le battute, l'ammirazione per la Scozia, la voglia di vita e il desiderio di giustizia di cui Amin fa sfoggio esteriore si velano pian piano dell'ombra della follia. Una follia al contempo determinata e insicura che viene resa con grande sensibilità in modo da non rendere mai il dittatore del tutto ‘simpatico' ma neppure di delinearlo come il Mostro da esorcizzare.

Nel film non mangia nessuno (l'accusa di antropofagia non è stata provata), ma i titoli di coda ricordano (per Amnesty 500 mila persone sono state uccise dal regime) che Idi Amin Dada è stato uno dei più feroci dittatori dei secolo scorso.

LAKEVIEW TERRACE - LA TERRAZZA SUL LAGO

Los Angeles. Dura poco l'entusiasmo degli sposini Chris (Patrick Wilson) e Lisa (Kerry Washington) nel nuovo nido d'amore, una villetta californiana appena acquistata.

Oltre la siepe della villa, c'è qualcuno che li osserva con attenzione. Lì vicino infatti abita il maturo poliziotto, afroamericano e vedovo Abel Turner (Samuel L. Jackson), appartenente alla polizia di Los Angeles e fin troppo meticoloso nel tenere l'ordine nel quartiere residenziale di cui si è autoproclamato sceriffo.

Quei vicini proprio non gli piacciono, sarà perché lui è bianco e lei nera, fatto sta che li disturba in ogni modo per indurli ad andarsene in un crescendo di finta disponibilità alternato ad attacchi di ira. Il giovanotto per un po' sopporta, quindi reagisce.

LAKEVIEW TERRACE - LA TERRAZZA SUL LAGO è un discreto giallo psicologico del regista Neil LaBute, fornito di discreta tensione anche se annacquato dal solito finale truce.
Il regista, grazie forse a una sceneggiatura non sua, riesce in effetti a colpire duro e in modo politicamente non corretto.

Anche se lo schema narrativo è un deja vu (il poliziotto che si interessa a una coppia e cerca di farla saltare nda) e film in sè e per sè non è niente di particolare, il solito thrilleruccio dove il cattivo è il vicino di casa, qui il segno è cambiato e in modo decisivo. In questo film si parla di razzismo ma ad essere razzista questa volta non è un bianco bensì un afroamericano.



Lakeview Terrace non è (come ci potrebbe far pensare la letterale e pertanto deviante traduzione italiana che sembra scelta da un'immobiliare) la collocazione logistica dell’abitazione al centro della narrazione. Lakeview Terrace è il nome della zona (un quartiere di Los Angeles nei pressi della San Fernando Valley) in cui Rodney King, un tassista afroamericano, venne selvaggiamente picchiato dalla polizia che lo aveva fermato per eccesso di velocità il 3 marzo 1991.

LaBute inverte la situazione ma lo fa con la consapevolezza di star lavorando sulla struttura classica del thriller in cui vuole inserire una serie di sottolineature di carattere psicologico.

Comunque un dirimpettaio cretino come l'insulso carneade Patrick Wilson non può pretendere comprensione e a un vicino come Samuel L. Jackson basta un sorriso per incutere timore.