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TAKEN 3 - L'ORA DELLA VENDETTA

Los Angeles. Bryan Mills (Liam Neeson), ex agente della CIA, si gode il meritato riposo e una ordinaria tra una visita alla figlia Kim (Maggie Grace), che ha appena scoperto di essere incinta, e un bicchiere di vino rosso con l'ex moglie Lenore (Famke Janssen), in crisi col nuovo compagno e decisa a sedurre il suo ex marito.

Fino ad una mattina, quando l'apparenza lo inchioda: si trova accanto al corpo della ex moglie.

Non l'ho sgozzata io, giura alla figlia e all'ambiguo compagno della defunta Stuart St. John, dopo essersela data a gambe. 

L'ispettore Dotzier (Forest Whitaker) mentre lui cerca il vero assassino.

Riuscirà il nostro vendicatore-sicario a dimostrare la sua innocenza dall'efferato delitto?

TAKEN 3 - L'ORA DELLA VERITA' è un frenetico e prevedibile poliziesco, che ributta nella mischia lo stesso cast dei primi due episodi, scopiazzando senza ritegno IL FUGGITIVO del 1993.

Il terzo capitolo dell'ormai "saga" non porta novità rispetto ai precedenti e sembra realmente aver prosciugato qualsiasi appeal, ma da Hollywood c'è da aspettarsi un ennesimo exploit del nostro.

Poco più che un tv movie.

 Nella sua seconda vita (artistica) da eroe del cinema action, l'atletico Liam Neeson batte il ferro finché è caldo e torna sul personaggio di maggior successo, eroe indistruttibile che salta come un grillo, ma poi sbatte la Porsche contro l'aereo che sta portando via la sua "bambina".

IL FUOCO DELLA VENDETTA

Braddock, Pennsylvania (USA). Il povero cristo Russell Baze (Christian Bale) ha una vita dura. E' un onesto operaio della Carrie Fornace che cerca di vivere una vita decente fra non poche preoccupazioni.

Si prende cura del padre, ex operaio della fonderia, malato terminale. Si accolla i debiti accumulati a forza di scommesse dal più aggressivo fratello Rodney (Casey Affleck), quattro volte soldato in Iraq e ora senza lavoro.Nel mentre sogna un futuro migliore con l'amata fidanzata Lena (Zoe Saldana). 

Brucia la fiamma del risentimento sociale in petto a Rodney, anima persa, un eterno disoccupato che, come tutti i reduci, si sente (giustamente, direi) tradito dal suo paese, quello per il quale ha combattuto (RAMBO dice niente?): animato da un desiderio di morte che lo porta a cercare continuamente lo scontro, si mette in un brutto di giro di debiti e incontri di boxe clandestini (a mani nude), gestiti da un capetto locale (Willem Dafoe).

La scarsa speranza nel futuro nutrita dai protagonisti si azzera in un attimo.

Uscito dal carcere dopo aver causato un incidente d'auto, Russell cerca di far riflettere il fratello. Invano.

In un drive-in nel nulla sugli Appalachi Casey rimane impigliato in un regolamento di conti tra il boss cittadino e il boss di montagna De Groat (Woody Harrelson), piccolo principe che detta leggi a suon di pugni e rivoltella, mentre lo sceriffo (Forest Whitaker) ha rubato la donna a Russell mentre lui scontava il carcere.

Papà Baze muore di cancro e la polizia non sembra in grado di aiutarlo.

Non resta che la rabbia e la vendetta.

IL FUOCO DELLA VENDETTA (Out of the Furnace) è una storia di fuoco ed acciaio nell' America operaia e disperata che, seppur ambientato nella fine dell'era Bush, rievoca le atmosfere del cinema hollywoodiano anni '70.

Un dramma grintoso sulla famiglia, il destino e la giustizia dalla confezione estetica, davvero ammirevole per struggente e malinconica bellezza, grazie a una fotografia livida che rappresenta perfettamente i colori del disagio.

Non c'è un raggio di luce, comunque, nella cittadina della cosiddetta "Rust Belt" manifatturiera, quella regione postindustriale Usa, colpita dalla depressione economica e contemporaneamente da un collasso etico e sociale, dove declino e decadenza urbana si fanno largo e dove soltanto il legame familiare e la lealtà tra fratelli ha un senso.

Il risultato è un film ben riuscito, anche grazie alla recitazione limpida e tesa degli interpreti, dal malinconico Christina Bale in testa (convince il suo personaggio di fratello protettivo)  e Casey Affleck, e un parterre di attori da antologia che comprende Woody Harrelson, Willem Dafoe, Sam Shepard e Forrest Whitaker.

Il film cui IL FUCO DELLA VENDETTA fa più evidente riferimento è IL CACCIATORE di Michael Cimino (oltre l'ambientazione industriale è citato esplicitamente nella scena del cervo graziato quando ne incrocia lo sguardo), e nella dinamica fondamentale fra i due fratelli, molto simile a quella fra i ruoli interpretati nel '78 da Robert De Niro e Christopher Walken.

E a dispetto del titolo (che significa "fuori dalla fornace" e fa riferimento all'acciaieria, cuore pulsante della cittadina e strumento di sopravvivenza per l'intera comunità), racconta i suoi personaggi, nessuno escluso, come immersi in un inferno incandescente dal quale è difficile uscire vivi.

Finale violento e asciutto.

SPECIE MORTALE

Utah (Usa). Questa bambina va eliminata. Il perentorio ordine è dell'allucinato professor Xavier Fitch (Ben Kingsley), direttore del centro Nasa che, giocando a fare Dio, ha combinato Dna umano ed extraterrestre.

Risultato? Una bellissima creatura bionda battezzata Sil.

La vittima designata, che cresce assai rapidamente, non è affatto d'accordo e se la svigna.

Alla caccia si pongono l'antropologa Stephen Arden (Alfred Molina), il sensitivo Dan Smithson (Forest Whitaker), lo specialista in "lavori sporchi", il piacione Press Lennox (Michael Madsen) e la biologa Laura Baker (Marg Helgenberger).

Intanto Sil va in giro per la Nazione in cerca di un compagno con cui accoppiarsi. E non ha difficoltà ad attirare uomini visto che nel frattempo da piccola preda si è trasformata in una valchiria strasexy mezza spogliata (Natasha Henstridge).

Quando vuole, però, può trasformarsi in un orribile mostro aggressivo pronto ad uccidere chi ostacoli la sua mortale missione.

SPECIE MORTALE è un thriller fantascientifico, o meglio, una combinazione non del tutto riuscita di fanta-horror diretta da Roger Donaldson, una miscela di effettacci speciali che ha come premessa il non originale scambio di materiale genetico che origina la solita creatura ibrida.

Oltre al cast all-star (Kingsley, Madsen, Whitaker, Molina e la Helgenberger, futura star di CSI, e perfino una giovanissima Michelle Williams), impossibile non notare l'erotica anatomia della splendida protagonista, la canadese Natasha Henstridge: diamine che gran pezzo di aliena.


THE LAST STAND - L'ULTIMA SFIDA

Lo sceriffo Ray Owens (Arnold Schwarzenegger), un tempo nella polizia di Los Angeles, conduce ora una vita tranquilla nella polverosa cittadina di Sommerton, al confine tra l'Arizona e il Messico, nell'estremo sud degli Stati Uniti.

Quando, però, il pericoloso narcotrafficante Gabriel Cortez riesce a evadere durante un trasferimento carcerario a Las Vegas e a seminare l'FBI nella sua lunga fuga verso il confine messicano sfugge e l'impunità, il possente ex-piedipiatti torna a mettersi di traverso.

Mentre i federali perdono colpi su colpi, lo sceriffo e il suo gruppetto di amici assai poco avvezzi a tali operazioni, si prepara ad arrestare la folle corsa di Cortez, ricorrendo letteralmente a qualsiasi mezzo.

THE LAST STAND - L'ULTIMA SFIDA è il film che vede il ritorno sulle scene di Schwarzenegger, assente da Hollywood durante tutta la sua ampia parentesi di governatore della California.
L'attore, nonostante i 10 anni di pausa e l'età ormai non più verde, regge bene la sfida di un film d'azione e incredibilmente adrenalinico: fatto di inseguimenti, sparatorie e colpi di scena.

GENESIS RODRIGUEZ
La coincidenza che vede Scharzenegger arrugginito proprio come uno sceriffo di campagna, dopo una lunga pausa dall'azione, introduce magnificamente l'argomento all'ordine del giorno: la volata nel passato (notevoli reminiscenze anni '80, con eroi tutti d'un pezzo o solitari giustizieri), l'appuntamento con un film di venticinque anni fa, modificato e potenziato ad hoc, esattamente come la Corvette del latitante Cortez, ma intatto nello spirito.

Più che alle facce indovinate (Johnny Knoxville, Luis Guzmàn, Peter Stormare), la forza del film è però da imputare alla sceneggiatura, fedele al genere, divertita, senza fronzoli né nostalgie, e soprattutto abile nel giocare con pesi e (dis)misure.

Il preludio dell'inferno? Un vecchio fattore che non recapita il latte.

Il fondamentale pregio del film? Non prendersi mai totalmente sul serio.

LA MOGLIE DEL SOLDATO

Irlanda del Nord. Il militare inglese di colore Jody (Forest Whitaker) viene rapito da un gruppo appartenente all'IRA con l'obiettivo di utilizzare il prigioniero per uno scambio con un appartenente al movimento.

Durante la prigionia, il soldato stringe una sorta di amicizia con uno dei rapitori, Fergus (Stephen Rea) affidandogli una missione: qualora venisse ucciso l'uomo dovrebbe andare in cerca della moglie del soldato per dirle che lui l'ha pensata fino all'ultimo.

PROSPETTIVE DI UN DELITTO

Salamanca (Spagna). Nella Plaza Major gremita all'inverosimile in occasione di un importante summit sulla guerra globale al terrorismo, la squadra speciale guidata dall'inquieto agente Thomas Barnes (Dennis Quaid), spalleggiato dal giovane collega Kent Taylor (Matthew Fox) vigila.

Il suo incarico è quello di proteggere il Presidente Henry Ashton (William Hurt), che soltanto un anno prima l'agente speciale dei servizi ha schermato da una pallottola.

Durante il discorso presidenziale ecco che un cecchino centra il Capo di Stato americano.

Risuonati i colpi ovviamente tra la folla scoppia il panico ma non è finita: ecco anche una bella bomba!!!

A strage avvenuta, saranno i punti di vista delle vittime scampate e dei spietati elementi della cellula terroristica a ricostruire l'esatto ordine dei fatti.

Niente è quello che sembra. Nessuno è chi dice di essere.

Frenetico ed emozionante (almeno nella prima parte sicuramente originale), PROSPETTIVE DI UN DELITTO è un thriller poliziesco tutt'azione, aggiornato ai tempi della tecnologia, un FINAL DESTINATION che riparte ogni volta da capo per mostrare da otto prospettive diverse altrettante testimonianze di un omicidio. 

Otto punti di vista diventano otto storie differenti, che rilasciano informazioni su tracce ancora aperte mentre ne vengono immesse delle nuove che aprono nuovi enigmi.

Un gioco, con qualche allaccio al ben più famoso MEMENTO nella sua struttura a "riavvolgimento",  che sulle prime affascina e alla lunga stanca, nonostante le sorprese disseminate per la strada. 

Certo il finale è alquanto inverosimile. 

L'ULTIMO RE DI SCOZIA

Uganda, 1973. Il giovane medico scozzese Nicholas Garrigan (James McAvoy) sognava l'avventura umanitaria. La trova proprio nel paese africano dove si è recato ad esercitare la sua professione.

All'arrivo in loco viene immediatamente colpito dalla bionda e attraente Sarah Merrit (Gillian Anderson), moglie del medico responsabile dell'ospedale ma ben presto una più forte calamita lo attrae a sé.

E' il caso a metterli in contatto: il dottorino si trova a prestare soccorso al fresco presidente (colpo di Stato) del Paese, il generale Idi Amin Dada (Forest Whitaker), che ha distrutto la sua Maserati sbattendo contro una mucca.

Il dottorino entra subito nelle grazie del dittatore trascinatore di folle, che lo elegge sul campo medico personale e poi addirittura influente consigliere.

Non ci metterà molto a capire che quell'uomo è pazzo e che dietro alla facciata di brillante bonomia si cela un uomo crudele.

Meglio filarsela.

Avvincente dramma tratto da un romanzo, che unisce abilmente la figura reale del sanguinario ras ugandese (al potere dal 1971 al 1979) all'immaginario personaggio del temporaneo amicone.
Prima di diventare Presidente dell’Uganda, Idi Amin Dada fu implicato nel contrabbando di oro e avorio, ed autoproclamatosi re è stato accusato del massacro di centinaia di migliaia di persone.

Stupefacente l'aderenza al ruolo dell'imponente Forest Whitaker, riuscito mix di brutalità e candore, con il pericolo della follia coniugata al potere. Le battute, l'ammirazione per la Scozia, la voglia di vita e il desiderio di giustizia di cui Amin fa sfoggio esteriore si velano pian piano dell'ombra della follia. Una follia al contempo determinata e insicura che viene resa con grande sensibilità in modo da non rendere mai il dittatore del tutto ‘simpatico' ma neppure di delinearlo come il Mostro da esorcizzare.

Nel film non mangia nessuno (l'accusa di antropofagia non è stata provata), ma i titoli di coda ricordano (per Amnesty 500 mila persone sono state uccise dal regime) che Idi Amin Dada è stato uno dei più feroci dittatori dei secolo scorso.

UNA TEENAGER ALLA CASA BIANCA

Washington. Arcistufa dell'etichetta, la giovane Samantha (Katie Holmes), che non è una ragazza come tutte le altre in quanto è la primogenita del Presidente ]ohn MacKenzie (Michael Keaton), prossimo al verdetto del popolo per il secondo mandato, alla ricerca di autonomia e libertà entra in un college della California.

Sempre tallonata da due mastodontici gorilla, in aula come in piscina. Peccato che all'augusto genitore certe intemperanze non piacciano proprio.
Nella squadra che la sorveglia c'è anche James Lansome (Marc Blucas), un ragazzo-uomo dei servizi segreti di bell'aspetto e di arguta intelligenza. I due si innamoreranno ma la favola procede tra grandi difficoltà sia per i ruoli che hanno nella società, sia per il reciproco rapporto professionale.

katie holmes naked
Indovinate come finirà la love-story…

Puerile commedia rosa (un teen movie) diretta dal premio Oscar e re del cinema impegnato e d’autore Forest Whitaker (meglio, molto meglio nelle prove da attore), nipotina degenere di "Vacanze romane", dove, tra imbarazzanti dialoghi al lattemiele, si dimostra che le università americane, quanto a frequentazione, non hanno nulla da invidiare alle italiane.

La smorfiosa bambola fuori età Katie Holmes, non ancora in Cruise, teenager solo per il pessimo titolo tradotto (l'originale è «First Daughter»), anche in bikini perde nettamente la sfida a distanza con Nicole Kidman.

IN LINEA CON L'ASSASSINO

Manhattan. Stu Shepard (Colin Farell), mediocre quanto sprezzante procuratore di starlettes , fa su e giù tra la 53a e l'8a in cerca di una cabina da cui cinguettare come ogni mattina con la giovane amante Pamela (Katie Holmes)
Perchè non usa il cellulare? Semplice, per evitare possibili guai con la moglie Kelly (Radha Mitchell).

Il tempo di appendere la cornetta e il telefono pubblico squilla. Lui risponde senza pensarci: dall'altra parte del filo c'è un tizio (Kiefer Sutherland) che con voce minacciosa lo avverte di tenerlo sotto tiro con un fucile di precisione da uno dei tanti palazzi intorno.

Non riattaccare! è l'ordine. E mica scherza il folle, pronto a far secco il buttafuori di un night che insisteva per sgombrare la cabina.
Ecco la polizia, col capitano Ramey (Forest Whitaker), richiamata dal cadavere.
Così il povero Cristo è accusato anche di omicidio.

Il regista Joel Schumacher tenta quasi di rifare UN GIORNO DI ORDINARIA FOLLIA (con un finale più dolciastro ed ammiccante) ponendosi dall'altra parte della barricata, e nell'operazione mischia senza farsi troppi problemi sperimentazione e poliziesco ma non basta una certa tensione, per altro a basso voltaggio e del tutto artificiosa, a sostenere uno dei thriller più inconsueti.

Il primo spunto è veramente originale, ma sarà difficile stabilire quanto sia ridicolo il killer con l'animo del moralizzatore (pretende che il marito infedele confessi in diretta tivù).

Chiaro però il messaggio di fondo di IN LINEA CON L'ASSASSINO. Ogni cosa può trasformarsi in una trappola mortale: gli innumerevoli edifici a chissà quanti piani con ancor più chissà quante finestre dietro le quali può nascondersi chissà quale pericolo..... le prostitute, i buttafuori, i passanti, i giustizieri....l'enorme, assurdo dispiegamento delle cosiddette forze dell'ordine che non hanno un ordine nemmeno fra di loro. Il caos e il disperato bisogno di certezze e sicurezze hanno legittimato la ricerca di tecnologie sempre più sofisticate, paradossali e assurde che aumentano in progressione algebrica le nostre angosce ancestrali quanto le nostre sensazioni di alienazione.

Siamo soli di fronte al doloroso impasto di sangue, lacrime e merda che è la vita.

JOHNNY IL BELLO

New Orleans. Il piccolo delinquente Johnny (Mickey Rourke), detto beffardamente "il bello" per il volto deforme, è tradito dai complici: il crudele Rafe (Lance Henriksen) e la squillo da mille dollari a botta Sunny (Ellen Barkin) che durante una rapina in gioielleria, compiuta con le maschere di carnevale sul viso, gli ammazzano il migliore amico, Mikey, lo feriscono e scappano con il bottino, lasciandolo finire in galera.

In carcere il medico samaritano nero Steven Resher (Forest Whitaker) lo sottopone a un riuscito e miracoloso intervento di chirurgia plastica sperimentale, rendendolo un adone.

In libertà dopo cinque anni, il giovanotto esce, continuamente tallonato dal diffidente tenente Drones (Morgan Freeman) e conosce la bella Donna (Elizabeth Mc Govern) inconsapevole del suo tumultuoso passato.

Potrebbe rifarsi una vita, ma l'ossessione della vendetta incombe.

Riesce a vendicarsi, tragicamente.

Scritto da Ken Friedman, JOHNNY IL BELLO (Johnny Handsome) è un poliziesco con ambizioni psicologiche, diretto da Walter Hill con il giusto alternarsi dei tempi lenti (carcere, ospedale) e dei tempi forti, la mescolanza dei temi e dei toni (disperazione, malinconia, melodramma, emarginazione, fatalità), cura dei personaggi di contorno (il medico e il poliziotto entrambi neri), l'intensa interpretazione di Mickey Rourke, poche altre volte così misurato.

Struggenti musiche blues di Ry Cooder.

BLOWN AWAY - FOLLIA ESPLOSIVA

Boston, Vuol dare un taglio a quella vita a rischio il tenente irlandese della squadra artificieri Jimmy Dove (Jeff Bridges), anche perchè si è da poco sposato con l'apprensiva vedova Kate (Suzy Amis) e si è affezionato alla piccola Lizzy.

Ha già designato il suo erede, il possente collega color d'ebano Antony Franklin (Forest Whitaker), quand'ecco che dalle nebbie dell'ormai rimossa Belfast spunta il vendicativo terrorista bombarolo dell'Ira Ray Gaerity (Tommy Lee Jones), appena evaso con l'intenzione di riprendere il duello e frattanto si nasconde in un impensabile nascondiglio: una nave in disarmo.

Tanto per gradire sparge delle bombe per la città promettendo: farò saltare tutta la città ( e i primi due cadaveri dimostrano che fa sul serio), ma prima sterminerò la tua bella famigliola.


BLOWN AWAY è un film d'azione con un buon ritmo, anche se piuttosto prevedibile, diretto da Stephen Hopkins, che mira al sodo dello spettacolo senza rinunciare ad abbozzare il profilo dei caratteri (almeno in superficie), con lo stratagemma classico dell'innestare sulla vicenda personale privata un'improbabile storia di terrorismo politico.

Il ruvido e scorbutico Tommy Lee Jones ha la faccia perfetta per il ruolo del cattivo.

PANIC ROOM

New York. Ha avuto una ricca buonuscita la neodivorziata Meg Altman (Jodie Foster), visto che il marito se n'è andato con una modella, ma ha lasciato loro sufficienti soldi per permettersi una magnifica palazzina dal cuore tecnologico ai confini di Central Park.

Quattro piani, giardino, un'infinità di camere da letto e, come optional, una "panic room", ossia una camera blindata inespugnabile dall'esterno dove ci si può rinchiudere in caso di necessità, osservando il resto della casa attraverso dei monitor.

Ed è lì che si rifugiano costernate le due donne quando, nel cuore della notte, la prima notte nella nuova casa, Meg si sveglia di colpo e sui monitor vede tre intrusi che armeggiano a pianterreno. Corre a chiamare la figlia diabetica Sarah (Kristen Stewart) e la trascina appunto nella camera del panico.

Proprio l'obiettivo dei tre ladri, ignari che la casa fosse abitata e ansiosi di arraffare i molti milioni depositati nella cassaforte celata nel pavimento: ma loro non possono entrarci e Meg e Sarah non possono uscirne.

Inizia così un sottile e perverso gioco del gatto col topo, dove la panic room, dapprima sicuro rifugio, si trasforma in una trappola infernale: la ragazzina infatti soffre di diabete, ma le iniezioni di insulina si trovano al piano di sopra...

E tra il ragionevole nero Burhnam (Forest Whitaker) e i compari schizzati è rissa su come stanare le due donne.

PANIC ROOM è un thriller claustrofobico diretto con estrema perizia dal mezzo genio David Fincher, che, come un maestro di scacchi, tiene incollati alla sedia gli spettatori con una tensione a basso voltaggio, giostrando un perfetto congegno ad orologeria e continui artefici per far salire l'adrenalina, che sfociano nella violenza dell'ultima parte.

La quarantenne Jodie Foster in attillata maglietta strizzatette non sarà una bomba sexy (mai stata) ma attrice superiore alla media si.

GOOD MORNING, VIETNAM

Saigon (Vietnam) 1965.

Lo spavaldo aviere Adrian Cronauer (Robin Williams) (ispirato ad un personaggio vero nda) è il nuovo deejay della radio americana per le truppe in stanza nel paese, in pieno regime di guerra.

Lingua sciolta e disinvolto, niente reverenza verso i superiori, i politici o i miti americani intoccabili come Frank Sinatra, inonda l'etere e la giungla di rock scatenati e dissacrante anti-militarismo.

Non ci mette molto a diventare l'idolo della truppa e ad attirarsi, di converso, l'odio degli ufficiali superiori, generali compresi, uno solo dei quali lo difende.

Finchè un sergente reazionario e più realista del re gli prepara una bella trappola.

Addio, Vietnam crudele. E adesso chi terrà alto il morale della truppa?

Una commedia controcorrente e dannatamente (anche fastidiosamente) antiamericana nella quale Robin Williams appare in gran forma, diretto con brio e pochi mezzi dal regista Barry Levinson.

Appare anche il futuro premio oscar Forest Whitakers.

PLATOON

Saigon, settembre 1967. Il giovane idealista Chris Taylor (Charlie Sheen) ha giusto il tempo di assaggiare la polvere sollevata dalle pale dell'elicottero che lo ha portato al reparto che già si è pentito di essere partito, addirittura volontario, per il Vietnam.

Gli insetti sono grossi proprio come gli elicotteri, anche se meno assordanti, le notti passate di pattuglia nell'umida giungla, con scontri sanguinosi con i vietcong annessi, e le corvè alle latrine del campo. Senza contare i cadaveri.

Tanto fa dire alla voce fuori campo di Chris "C'è qualcuno che ha scritto "L'inferno è l'impossibilità della ragione". Questo posto è così. E' l'inferno",

Roba comunque da ridere in confronto alle atrocità commesse dai suoi commilitoni.

Per esempio quel killer professionista del sergente Barnes (Tom Berenger), che comanda praticamente il plotone, vista l'inettitudine del giovane tenentino preposto.

Il sergente prima assiste (e partecipa) senza battere ciglio a cose poco onorevoli per un soldato quando si trova davanti un innocuo villaggio vietcong (l'episodio sembra essere ispirato ai fatti accaduti a My Lai il 16 marzo 1968 nda), poi ammazza di suo pugno il suo pari grado, il ragionante Elias (Willem Dafoe), filosofo e contestatore, padre spirituale e modello del giovane Chris.

Praticamente due americhe a confronto/scontro.

Le pagherà tutte, perchè Chris diventa giustiziere dell'una in nome dell'altra.

Con  PLATOON il regista Oliver Stone sposa l'indignazione di quella parte di America (specialmente a sinistra) per una veemente denuncia della mai dimenticata guerra in Vietnam senza ipocrisie e con l'utilizzo di scene forti.

Attori con lo sguardo d'occasione: allucinato e fiero.

4 Oscar: miglior film, regia, montaggio e suono. Nella sua denuncia della “sporca guerra” ha un'ottima 1ª parte, ma poi si lascia prendere dall'enfasi, dal sensazionalismo, dalle convenzioni.

Comunque un ottimo film.