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TOTAL RECALL - ATTO DI FORZA

In una terra inquinata ed invivibile, Doug Quaid (Colin Farrell) è un operaio della Colonia, che ogni giorno viaggia attraverso il nucleo della terra verso l'Unione Federale Britannica, dove collabora alla costruzione degli automi che riempiono le fila della polizia federale.

Di notte, invece, gli incubi non gli danno tregua. Per questo, nonostante la vicinanza della bella moglie (Kate Beckinsale) e l'amicizia di qualche collega, una sera Doug si convince di aver bisogno di qualcosa di più e di meglio e si presenta nella sede della Rekall, azienda che innesta ricordi fittizi nel cervello.

Douglas vorrebbe provarci e farsi "un viaggio" (virtuale) da spia, ma qualcosa va storto perché risulta possedere già dei ricordi da spia, che combaciano con i suoi incubi.

E la sua vita quotidiana, allora, gli appare improvvisamente come un inganno pericoloso.

TOTAL RECALL - ATTO DI FORZA, il remake del sgargiante, magico e divertente film della coppia Verhoeven- Schwarzenegger del 1990 che fece epoca (divenne cult per via della prostituta con tre seni e della scena in cui Schwarzenegger spara in fronte alla moglie Sharon Stone: «Consideralo un divorzio»), la pellicola di Len Wiseman si allontana ancora di più dal racconto breve "Ricordiamo per voi" (titolo usato come refrain pubblicitario della Rekall, la compagnia che organizza i viaggi virtuali nda) di Philip K. Dick che diede lo spunto all'originale.

Se il primo tempo lascia ben sperare e non è privo di qualche buona idea riguardo all'architettura del mondo futuristico immaginato, questa speranza si disintegra presto contro un muro di banalità, la fantasia si spegne dentro un'indigestione di scenografie futuristiche e un omogeneizzato di combattimenti e inseguimenti, frenetici ma noiosi, senza sosta e senza tensione.


Il ben più espressivo del duro Schwarzy Colin Farrell, credibile tanto nella caratterizzazione sociale che in quell'aspirare ad un trasgressivo superamento del confine stabilito, in virtù di ruoli precedentemente interpretati e attraversati dalla stessa inquietudine, facendo inoltre guadagnare al personaggio fascino e sex appeal, non basta certo a tenere in piedi un film troppo povero, che spreca imperdonabilmente un budget troppo ricco.

Più che il filone fantascientifico, il regista di UNDERWORLD e DIE HARD - VIVERE O MORIRE predilige l'azione e la spettacolarizzazione delle scenografie. Il suo è un mondo cupo, brulicante e piovoso (i labirinti di strade affollate di umanità varia ricordano molto le atmosfere di BLADE RUNNER), dove convivono razze diffrenti confinate nei ghetti di livello inferiore, regnano le macchine sopra ogni cosa e le persone hanno perso gran parte della loro umanità.

Purtroppo la tematica del falso ricordo e dell'impossibilità di discernere tra illusione e verità, che in Dick è sinonimo tanto di paranoia quanto di pietà, perché metafora della condizione umana nel suo tragico complesso, qui non è che un espediente narrativo che si consuma in fretta, senza mai sfiorare la mente né il cuore dello spettatore.

Oltre al suddetto protagonista, belli anche i personaggi femminili: la tostissima Kate Beckinsale e Jessica Biel , la donna di Douglas che si è unita ai ribelli.

IN LINEA CON L'ASSASSINO

Manhattan. Stu Shepard (Colin Farell), mediocre quanto sprezzante procuratore di starlettes , fa su e giù tra la 53a e l'8a in cerca di una cabina da cui cinguettare come ogni mattina con la giovane amante Pamela (Katie Holmes)
Perchè non usa il cellulare? Semplice, per evitare possibili guai con la moglie Kelly (Radha Mitchell).

Il tempo di appendere la cornetta e il telefono pubblico squilla. Lui risponde senza pensarci: dall'altra parte del filo c'è un tizio (Kiefer Sutherland) che con voce minacciosa lo avverte di tenerlo sotto tiro con un fucile di precisione da uno dei tanti palazzi intorno.

Non riattaccare! è l'ordine. E mica scherza il folle, pronto a far secco il buttafuori di un night che insisteva per sgombrare la cabina.
Ecco la polizia, col capitano Ramey (Forest Whitaker), richiamata dal cadavere.
Così il povero Cristo è accusato anche di omicidio.

Il regista Joel Schumacher tenta quasi di rifare UN GIORNO DI ORDINARIA FOLLIA (con un finale più dolciastro ed ammiccante) ponendosi dall'altra parte della barricata, e nell'operazione mischia senza farsi troppi problemi sperimentazione e poliziesco ma non basta una certa tensione, per altro a basso voltaggio e del tutto artificiosa, a sostenere uno dei thriller più inconsueti.

Il primo spunto è veramente originale, ma sarà difficile stabilire quanto sia ridicolo il killer con l'animo del moralizzatore (pretende che il marito infedele confessi in diretta tivù).

Chiaro però il messaggio di fondo di IN LINEA CON L'ASSASSINO. Ogni cosa può trasformarsi in una trappola mortale: gli innumerevoli edifici a chissà quanti piani con ancor più chissà quante finestre dietro le quali può nascondersi chissà quale pericolo..... le prostitute, i buttafuori, i passanti, i giustizieri....l'enorme, assurdo dispiegamento delle cosiddette forze dell'ordine che non hanno un ordine nemmeno fra di loro. Il caos e il disperato bisogno di certezze e sicurezze hanno legittimato la ricerca di tecnologie sempre più sofisticate, paradossali e assurde che aumentano in progressione algebrica le nostre angosce ancestrali quanto le nostre sensazioni di alienazione.

Siamo soli di fronte al doloroso impasto di sangue, lacrime e merda che è la vita.

LA REGOLA DEL SOSPETTO

Langley (Virginia). E’ stato reclutato dal navigato e cinico Walter Burke (Al Pacino), maestro delle giovani reclute nel centro di addestramento della Cia, il vispo neolaureato, intelligentissimo, abilissimo coi computer e barman a tempo perso, James Clayton (Colin Farrell).

Conoscevo tuo padre Edward, morto in Perù nel ‘90: vuoi diventare anche tu una spia?
Ed ecco il giovane a fare così la severa selezione e l’ancor più duro tirocinio per entrare nella Cia.
Tra i molti aspiranti si innamora della graziosa Layla Moore (Bridget Moynahan) e fa amicizia con il taciturno Zack.

Ecco la regola numero uno, sibila lo scostante maestro: «Ragazzo, ricordati che nulla, mai, è quel che sembra». Alla quale aggiunge: non fatevi mai beccare. Ma la dura realtà è che alcuni di voi non sopravviveranno a quella specie di lager chiamato “la fattoria”.


Ma chi è la talpa che si annida nella classe degli aspiranti? La posta in palio è spaventosa, un virus elettronico che potrebbe mandare al tappeto il sistema difensivo degli Stati Uniti.

LA REGOLA DEL SOSPETTO è un prevedibile e poco emozionante thriller tecno-spionistico dell’australiano Roger Donaldson (Senza via di scampo) che fa tanto baccano e cambia di continuo le carte in tavola, riuscendo raramente a sollevare una tensione a basso voltaggio.
 Dopo una prima parte di interessanti simulazioni, lo spettacolo si adegua alle regole del film d’azione (ma una scena d’inseguimento nella metropolitana è proprio ben girata) e affida la sua morale nuovamente al luciferino Al Pacino, al minimo dei giri: «Questo mestiere è uno schifo».

Colin Farrell: strepita e corre per tutto il film con la barba di due giorni.

S.W.A.T SQUADRA SPECIALE ANTICRIMINE

Los Angeles. Il sergente nero, spesso anche d'umore, Hondo Harrelson (Samuel L.Jackson) viene richiamato alla base per costituire una nuova squadra speciale di pronto intervento.
Riunisce così cinque piedipiatti mettendo accanto a Jim Street (Colin Farrell), faticosamente sottratto alla lista nera del rancoroso capitano Fuller, Deke Kaye (Li Cool J), TJ McCabe, Michael Boxer e la grintosa e letale madre di famiglia Chris Sanchez (Michelle Rodriguez).

Si comincia in salita: la prima gatta da pelare è davvero grossa.

Il crudele latitante francese Alex Montel (Olivier Martinez), che, ripreso dopo un sanguinoso tentativo di evasione, urla guardando in camera: cento milioni di dollari a chi mi libera.
La cosa ovviamente ingolosisce le bande varie ed eventuali della città.

Ma il messaggio viene prontamente raccolto soprattutto dall'ex poliziotto, radiato, Brian Gamble (Jeremy Renner).

Liberamente ispirato alla serie televisiva degli anni 70, S.W.A.T. dimostra inequivocabilmente che gli sceneggiatori hollywoodiani non riescono da qualche anno a produrre altro che film d’azione fatti con lo stampino, indistingubili tra loro, fatta eccezione per la coppia di protagonisti scelti alla bisogna.

Il film in questione, dopo una prima fase di introduzione ai personaggi troppo lunga, inutilmente ridondante nel minutaggio speso per l’addestramento e poco incisiva nell’azione iniziale della squadra speciale anticrimine, diventa concitato e fragoroso nella seconda anche grazie ad una semplice ma efficace trovata degli sceneggiatori che permette di ribaltare le parti in campo e che affida ai protagonisti il ruolo di difensori piuttosto che attaccanti.

Il regista Clark Johnson mette (apparentemente?) alla berlina gli scarsi controlli che vengono effettuati in quello che dovrebbe essere il paese più attento del mondo a questi particolari, una delle scene migliori e più divertenti è girata all’arrivo del boss francese nell’aeroporto di Los Angeles.
Il cast è chiaramente multirazziale, multietnico e piattamente poco sorprendente.

Più bizzarra del solito la scelta del beffardo finto cattivo di turno, ruolo questa volta affidato ad uno stralunato Olivier Martinez che non sembra minimamente credibile nella parte.

In definitiva non si può dire che lo spettacolo manchi, punteggiato da un'assordante colonna sonora, pur tra i soliti inseguimenti a rotta di collo e sparatorie infinite, ma la storia è alquanto inverosimile.

MINORITY REPORT

Washington, anno 2054. Funzionano meglio di Giucas Casella, Wanna Marchi e Silvan assommati i tre veggenti immersi nel lattice.

Niente di particolarmente tecnologico: semplicemente tre umani dotati di capacità paranormali. Si chiamano pre-cog, da precognitives.
I loro nomi sono un inno al "giallo", Agatha come Christie, Dashiell come Hammett e Arthur come Conan Doyle.
Vivono in una piscina e hanno visioni che poi trasmettono a un secondo livello, a un'unità di pronto intervento, la squadra anticrimine guidata dall'agente scelto John Anderton (Tom Cruise).

Tra un'ora avverrà un delitto nel tal posto, avvertono i precog, e il baldo poliziotto si precipita sul luogo, in tempo per fermare la mano omicida.

Che maraviglia!!, da sei anni non c'è un omicidio, gongola il gran capo Lamar Burgess (Max Von Sydow), che però rivela preoccupato al suo subalterno: lo zelante funzionario del dipartimento di giustizia Ed Witwer (Colin Farrell) è qui per sabotarci.

E i guai arrivano quando i veggenti a un certo punto indicano proprio John come futuro omicida di un tale che non conosce.
Dunque il detective comincia la caccia a se stesso, naturalmente c'è la possibilità di qualche trucco, qualcuno per esempio potrebbe fabbricare non false prove, ma false visioni. Da qui una corsa contro il tempo, che è breve.

MINORITY REPORT è un originale e inquietante thriller futuribile che il regista Steven Spielber ha tratto da un racconto del re della fantascienza Philip K. Dick, scrittore-culto del genere (ha firmato BLADE RUNNER e ATTO DI FORZA, fra gli altri, e scusate se è poco).

L'azione prevale (ritroviamo il Cruise delle Missioni impossibili e non è necessariamente un male) e giù il cappello davanti agli effetti speciali.
Cose che fanno capire che Spielberg ha fatto prevalere la ricerca del successo di pubblico rispetto ai significati letterari.

Il film comunque c'è.

Rimane solo l'atroce dilemma per il gentil sesso: è più fascinoso il collaudato Tom Cruise o Colin Farrell?