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PITCH BLACK

Da qualche parte nella galassia. E' costretta ad un "atterraggio" di fortuna l'astronave intergalattica che sta conducendo un gruppo eterogeneo di persone verso un lontano avamposto chiamato Nuova Mecca.

I naufraghi stellari arrivano al momento giusto perché il desertico e sconosciuto pianeta è proprio alla vigilia di una eclissi totale che allinea tre astri solari e che lo sprofonda in una interminabile notte.

L'unico membro dell'equipaggio che è rimasto vivo è il pilota Carolyn Fry (Radha Mitchell), mentre i passeggeri che si arrampicano dal relitto comprendono un ufficiale di polizia (Cole Hauser) e il pericoloso prigioniero che sta trasportando, Riddick (Vin Diesel).

Cosa fare, si chiedono, mentre osservano le abitazioni abbandonate.

Non ci metteranno molto a scoprire che il pianeta è infestato da stormi di mostruosi ed assetati di sangue volatili fotofobici.

Riusciranno a rimanere vivi?

PITCH BLACK è una ingegnosa pellicola di fantascienza spaziale imperniata sull'ancestrale paura del buio e  incrociata con l'horror grazie ad alieni poco amichevoli, in bilico tra ALIENS e FANTASMI DA MARTE.

Suspense sagace, atmosfere inquietanti nel deserto (esterni nel Queensland), due o tre belle idee di sceneggiatura tra cui il "cattivo" che si trasforma in eroe e un finale non scontato.

Inoltre può vantare semplici ma efficaci idee, come il viraggio giallo/blu in funzione del sole che in quel momento illumina la superficie del pianeta, che rimangono impresse.

Un prodotto che incarna al meglio lo spirito del b-movie di hollywoodiana memoria?

D'accordo, ma più intelligente, coinvolgente e spaventevole di tanti colossi di serie A.

LA CITTA' VERRA' DISTRUTTA ALL'ALBA

Ogden Marsh, Iowa (Usa). Entra nel campo di baseball col fucile puntato il vecchio Rory Hamill. Lo sceriffo David (Timothy Oliphant), marito della bionda dottoressa Judy (Radha Mitchell), all'inizio pensa che sia semplicemente ubriaco e cerca di convincerlo ad abbassare il fucile, ma, quando il tizio glielo punta contro, è costretto a far fuoco per ucciderlo.
La donna cerca di alleviare il senso di colpa del marito per un omicidio così inspiegabile, ma le cose sono destinate a peggiorare.

Infatti a seguire esce di melone anche Bill Farnum, che incendia la fattoria, bruciando vivi moglie e figlio. Ma cosa succede alla gente della pacifica (una volta) cittadina?

Di fronte a una situazione totalmente inaspettata per uno sceriffo di provincia, David non si perde comunque d'animo e indaga assieme al suo aiutante Russell. I due trovano un aereo precipitato nella palude vicina alla cittadina. Il micidiale carico dell'aereo ha contaminato l'acqua di Ogden Marsh liberando un virus che rende pazzi. La spiegazione del virus è lì: chi ha bevuto quell'acqua è stato contaminato.

Andando contro l'opinione dell'autorità cittadina che teme per i raccolti, David chiude l'acqua, ma è troppo tardi. I militari, che dovrebbero portare se non la salvezza almeno aiuto, circondano l'area per evitare che il virus si diffonda e il caos domina sovrano.

LA CITTA' VERRA' DISTRUTTA ALL'ALBA è un truce, dinamico e apocalittico horror fantascienfico, rifacimento (quelli che parlano bene direbbero remake) di un celebre film di George Romero.

All'opera si è dedicato Breck Eisner, regista californiano dal curriculum non trascendentale, sulla base di una sceneggiatura che rielabora ampiamente la storia originale, producendo un opera che pur non avendo altre pretese se non un sano intrattenimento, compie dignitosamente il suo lavoro e si rivela un godibile film di genere.

I segni dei comportamenti instabili che sconvolgono la perfetta armonia della tipica cittadina di provincia americana sono introdotti con gradualità e sapienza, attraverso un meccanismo narrativo alquanto fluido. La suspense è creata con cura e abilità, partendo dal rovesciamento inspiegabile della normalità e arrivando a un ossessivo scatenamento, in un clima di paranoia e terrore, di una violenza sempre più selvaggia.

Sangue a volontà, disperazione, paura, rabbia, un esercito di pazzi in libera uscita e spazio anche all'umorismo involontario, quando il protagonista si limita a una benda per la mano trapassata da un coltellaccio da cucina. Non provateci a casa.

MAN ON FIRE

Città del Messico. È l'amico di mille battaglie Ray (Christopher Walken) a suggerirgli l'insolito impiego: guardia del corpo della famiglia Ramos, lo spaventato paperone locale Sam, la bionda e piacente moglie Lisa (Radha Mitchell) e la piccola Pita (Dakota Fanning).

Cosi, senza più uno scopo nella vita e un lavoro, l'atletico ex agente della Cia John Creasy (Denzel Washington), religioso, scorbutico, alcolista, depresso e con un passato che fa male (all'anima) prende alloggio nella megavilla. Fra la bambina e il guardaspalle nasce lentamente un'amicizia che rompe le barriere del freddo animo del protagonista, riportandolo a sentimenti dimenticati da tempo.


Nonostante le precauzioni e il mestiere, un giorno Creasy non può evitare il rapimento della bambina da parte di un gruppo di malviventi al soldo di qualcuno, durante uno scontro a fuoco in cui viene gravemente ferito.
Pita è adesso in mano ad uno spietato malavitoso chiamato 'la voce'.
John è un'arma letale poichè non teme la morte, anzi la desidera.
In quella piccola ed intelligente creatura John ha ritrovato una ragione di vita e adesso è deciso ad andare a riprendersi quello che la vita gli aveva regalato.
Aiutato da una giornalista 'd'assalto', l'ex assassino di professione riuscirà passo dopo passo a risalire ai rapitori.

MAN ON FIRE è un convulso, violentissimo, assordante, oltre che lungo film d'azione violenta diretto dal regista Tony Scott (fratello di, ma non meno bravo), che nel lungo prologo racconta la dolce fiaba dell'indistruttibile Denzel Washington pronto ad addolcirsi per l'insopportabile Dakota Fanning.

Quindi nella seconda parte fa alzare un Lazzaro incazzato dal letto d'ospedale e pum pum prepara la terribile, stomachevole strage dei cattivi, esprimendo energia e valori in modo semplice ed intuitivo.

Ivengeance movies o revenge movies, come si vogliano definire, sono film in cui il protagonista, per vendicare un torto fatto nei propri confronti o verso persone a lui care, intraprende una strada di morte fino ad arrivare al mandante e al nocciolo della questione. "Man on fire" di Tony Scott appartiene di diritto a questo genere, con la differenza di potersi avvalere di un grande attore, Denzel Washington, che, con un'espressione o una smorfia, riesce a comunicare dolore, emozione e sgomento.

Ma l'epilogo è amaro.

Nel cast anche il nostro Giancarlo Giannini, in un ruolo che definirei quasi da "italiano". Rappresenta il tramite, il limite ultimo che separa la legalità, la moralità, da un circolo vizioso invisibile, ma ben radicato in ogni società. Trovo la sua presenza non solo 'piacevole', ma intelligente.

IL MONDO DEI REPLICANTI

2054, Boston. L'agente Greer (Bruce Willis) e l'agente Peters (Radha Mitchell) sono chiamati a investigare sull'uccisione del figlio del dottor Lionel Canter. In realtà nessuno dei tre è umano. Né Greer, né la sua collega né tantomeno il figlio di Canter.

Costui è l'inventore dei ‘Surrogati', simulacri robotici, sempre giovani e in forma, che assumono l'aspetto che ogni umano desidera e a cui, connessi neuralmente al proprietario, gli umani hanno lasciato il vivere ed interagire quotidiano, lasciando il proprio ‘originale' in carne ed ossa chiuso al sicuro nella propria casa.

Nella nuova società perfetta tutto sembra funzionare in modo ottimale. Sono sparite la bruttezza e la vecchiaia (riservate agli umani sdraiati sulle poltrone dei loro appartamenti, quasi agli arresti domiciliari) e soprattutto è stata cancellata ogni forma di crimine.

I replicanti lavorano, amano, fanno sesso e addirittura si drogano (ma con l'elettricità!) per conto dei loro proprietari umani.

Fino a quando non spunta qualcosa di molto strano e pericoloso per loro: sembra esserci un'arma che, uccidendo il simulacro di cavi e acciaio, frigge anche il cervello dell'umano a lui collegato.

Faccia da duro e sguardo malinconico, anche l'agente Greer ha abdicato alla vita vera e ha il suo bravo avatar telecomandato (un Willis con uno spiazzante parrucchino biondo platino, mentre il vero Greer è pelato e chiuso in casa a fare con i conti con un brutto trauma).

Tutto si complicherà quando il simulacro dell'agente verrà ucciso: solo allora il poliziotto "duro a morire", deciso a vederci chiaro, dovrà rompere il suo isolamento e tornare a vivere in carne ed ossa nel mondo reale.

Quale verità si nasconde dietro la morte dei surrogati?

IL MONDO DEI REPLICANTI è un  bel thriller fantascientifico, e a sfondo sociopolitico, diretto da Jonathan Mostow e ispirato alla graphic novel "Surrogates" di Robert Venditti e Brett Weldele.
Sviluppando, dall'acuto spunto, due percorsi che procedono narrativamente in modo fluido riesce a tenere viva l'attenzione sia di chi ama il thriller ambientato nel prossimo futuro sia di chi non disdegna riflessioni sociopolitiche.

Perché per un verso abbiamo l'ormai ‘solito' Bruce Willis (questa volta mal rasato, grasso e sciatto come ogni abitante di Boston, che invecchia sedentario), poliziotto pronto ad andare oltre le regole pur di raggiungere l'obiettivo, di cui seguire l'azione (in coppia con una donna questa volta).

Dall'altro però possiamo seguire un'azione (che può far riflettere) che si dipana all'interno di un interrogativo che, come sempre accade quando la fantascienza è di qualità, non è poi così distante dalla tematiche della realtà sociopolitica attuale.

Cosa insegna? Che la vita va vissuta fino in fondo.

IN LINEA CON L'ASSASSINO

Manhattan. Stu Shepard (Colin Farell), mediocre quanto sprezzante procuratore di starlettes , fa su e giù tra la 53a e l'8a in cerca di una cabina da cui cinguettare come ogni mattina con la giovane amante Pamela (Katie Holmes)
Perchè non usa il cellulare? Semplice, per evitare possibili guai con la moglie Kelly (Radha Mitchell).

Il tempo di appendere la cornetta e il telefono pubblico squilla. Lui risponde senza pensarci: dall'altra parte del filo c'è un tizio (Kiefer Sutherland) che con voce minacciosa lo avverte di tenerlo sotto tiro con un fucile di precisione da uno dei tanti palazzi intorno.

Non riattaccare! è l'ordine. E mica scherza il folle, pronto a far secco il buttafuori di un night che insisteva per sgombrare la cabina.
Ecco la polizia, col capitano Ramey (Forest Whitaker), richiamata dal cadavere.
Così il povero Cristo è accusato anche di omicidio.

Il regista Joel Schumacher tenta quasi di rifare UN GIORNO DI ORDINARIA FOLLIA (con un finale più dolciastro ed ammiccante) ponendosi dall'altra parte della barricata, e nell'operazione mischia senza farsi troppi problemi sperimentazione e poliziesco ma non basta una certa tensione, per altro a basso voltaggio e del tutto artificiosa, a sostenere uno dei thriller più inconsueti.

Il primo spunto è veramente originale, ma sarà difficile stabilire quanto sia ridicolo il killer con l'animo del moralizzatore (pretende che il marito infedele confessi in diretta tivù).

Chiaro però il messaggio di fondo di IN LINEA CON L'ASSASSINO. Ogni cosa può trasformarsi in una trappola mortale: gli innumerevoli edifici a chissà quanti piani con ancor più chissà quante finestre dietro le quali può nascondersi chissà quale pericolo..... le prostitute, i buttafuori, i passanti, i giustizieri....l'enorme, assurdo dispiegamento delle cosiddette forze dell'ordine che non hanno un ordine nemmeno fra di loro. Il caos e il disperato bisogno di certezze e sicurezze hanno legittimato la ricerca di tecnologie sempre più sofisticate, paradossali e assurde che aumentano in progressione algebrica le nostre angosce ancestrali quanto le nostre sensazioni di alienazione.

Siamo soli di fronte al doloroso impasto di sangue, lacrime e merda che è la vita.