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TERMINATOR 3 - LE MACCHINE RIBELLI

Nella futuribile Los Angeles. Il sofisticato cyborg dalle gradevoli fattezze femminee, la quasi muta T-X (Kristanna Loken) è stata fiondata nella città sconvolta dal virus Skynet.

Dovrà scovare e eliminare il giovane John Connor(Nick Stahl), leader predestinato della resistenza umana, nonché la sua futura moglie, la veterinaria Kate Brewster (Claire Danes).

Ma a fianco dei due ignari ragazzi si erge il monumentale cyborg buono Terminator (Arnold Schwarzenegger).

Passabile kolossal fantascientifico (anche se questo terzo episodio della saga del Terminator non regge il confronto con i primi due episodi.

Non c'è Cameron in cabina di regia (e si vede nda) in questo TERMINATOR 3 - LE MACCHINE RIBELLI.

Diretto da Jonathan Mostow che grazie ad un ritmo scoppiettante ed un montaggio serrato riesce a incrociare senza danni le mirabolanti scene di pura azione con quelle cuscinetto ( tipo quelle decisamente ironiche come nel locale di spogliarello), messe lì per dar requie ai timpani tra una carambola e una mitragliata.


Una segnalazione per Kristanna Loken, la Terminatrix.

Rimase impresso a molti il suo corpo nudo, tanto che si aggiudicò una nomination ai Saturn Award come miglior attrice non protagonista e una nomination agli MTV Movie Award per la più sexy cattiva del 2003!

Tutti pensavano che avesse le carte le carte in regola per sfondare (e non solo porte e muri).

In definitiva il film è meglio di quanto si dice, almeno per noi.

Preso a sè stante però.

Nel contesto terminatoriano è superfluo.

IL MONDO DEI REPLICANTI

2054, Boston. L'agente Greer (Bruce Willis) e l'agente Peters (Radha Mitchell) sono chiamati a investigare sull'uccisione del figlio del dottor Lionel Canter. In realtà nessuno dei tre è umano. Né Greer, né la sua collega né tantomeno il figlio di Canter.

Costui è l'inventore dei ‘Surrogati', simulacri robotici, sempre giovani e in forma, che assumono l'aspetto che ogni umano desidera e a cui, connessi neuralmente al proprietario, gli umani hanno lasciato il vivere ed interagire quotidiano, lasciando il proprio ‘originale' in carne ed ossa chiuso al sicuro nella propria casa.

Nella nuova società perfetta tutto sembra funzionare in modo ottimale. Sono sparite la bruttezza e la vecchiaia (riservate agli umani sdraiati sulle poltrone dei loro appartamenti, quasi agli arresti domiciliari) e soprattutto è stata cancellata ogni forma di crimine.

I replicanti lavorano, amano, fanno sesso e addirittura si drogano (ma con l'elettricità!) per conto dei loro proprietari umani.

Fino a quando non spunta qualcosa di molto strano e pericoloso per loro: sembra esserci un'arma che, uccidendo il simulacro di cavi e acciaio, frigge anche il cervello dell'umano a lui collegato.

Faccia da duro e sguardo malinconico, anche l'agente Greer ha abdicato alla vita vera e ha il suo bravo avatar telecomandato (un Willis con uno spiazzante parrucchino biondo platino, mentre il vero Greer è pelato e chiuso in casa a fare con i conti con un brutto trauma).

Tutto si complicherà quando il simulacro dell'agente verrà ucciso: solo allora il poliziotto "duro a morire", deciso a vederci chiaro, dovrà rompere il suo isolamento e tornare a vivere in carne ed ossa nel mondo reale.

Quale verità si nasconde dietro la morte dei surrogati?

IL MONDO DEI REPLICANTI è un  bel thriller fantascientifico, e a sfondo sociopolitico, diretto da Jonathan Mostow e ispirato alla graphic novel "Surrogates" di Robert Venditti e Brett Weldele.
Sviluppando, dall'acuto spunto, due percorsi che procedono narrativamente in modo fluido riesce a tenere viva l'attenzione sia di chi ama il thriller ambientato nel prossimo futuro sia di chi non disdegna riflessioni sociopolitiche.

Perché per un verso abbiamo l'ormai ‘solito' Bruce Willis (questa volta mal rasato, grasso e sciatto come ogni abitante di Boston, che invecchia sedentario), poliziotto pronto ad andare oltre le regole pur di raggiungere l'obiettivo, di cui seguire l'azione (in coppia con una donna questa volta).

Dall'altro però possiamo seguire un'azione (che può far riflettere) che si dipana all'interno di un interrogativo che, come sempre accade quando la fantascienza è di qualità, non è poi così distante dalla tematiche della realtà sociopolitica attuale.

Cosa insegna? Che la vita va vissuta fino in fondo.

U-571

Oceano Atlantico, aprile 1942. La Marina a stelle e striscie non sa che pesci prendere: non c'è modo di decifrare i codici radio dei nazisti e localizzare gli U-boat germanici che fanno strage di naviglio alleato.


Viene allora organizzata una spedizione, riesumando l'S-33, un sommergibile della prima guerra mondiale, al comando del borioso capitano Mike Dahlgren (Bill Paxton), che ha come secondo il depresso (per mancata promozione) tenente Andrew Tyler (Matthew Mc-Counaghey).

Camuffato da sottomarino tedesco, si dirigerà, rapido, silenzioso e invisibile, verso l'U-571 incagliato sul fondo: laggiù i marinai americani, indossata la divisa nemica, preleveranno il preziosissimo Enigma, il decodificatore segreto in grado di risolvere i codici dei nazisti.

Così freghiamo zio Adolf (Hitler).

Più facile a dirlo che a farlo.

Emozionante e concitato film di guerra diretto dal regista Jonathan Mostow e prodotto dal nostro De Laurentis, per raccontare, con inevitabili riccioli romanzeschi, una storia realmente accaduta.

Solo che gli eroi non erano americani ma inglesi.

Vigorosi i protagonisti tra cui Harvey Keitel (il ruvido sottufficiale di marina) e il cantante Jon Bon Jovi.