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LA SPOSA AMERICANA

New York. Il maturo professore universitario italiano Edoardo (Tommy Berggren) ha sposato l'ex cameriera, ora bancaria, Edith (Trudie Styler), ma resta turbato alla vista della sfolgorante amica della moglie Anna (Stefania Sandrelli).

La donna ha impalmato il fratello della moglie, Vaclay (Harvey Keitel).

Nella duplice luna di miele a Venezia, Anna fa immediatamente piedino al fresco cognato.

Inoltre solo dopo apparirà chiaro: sai, mio marito è gay, l'ho preso al volo solo per ottenere la cittadinanza a stelle e strisce.

Ora però entra pure nel mio letto.

Ormai tornati in America la vita sentimentale e sessuale del quarantenne Edoardo si divide fra l'amante Anna e la moglie Edith, finché non si scopre la terribile verità: la mogliettina è malata terminale di cancro.

A Edoardo, a cui abbondano i sensi di colpa da consorte fedifrago, non rimane che la solitudine.

LA SPOSA AMERICANA è un tremendo dramma sentimental-erotico che il figlio d'arte Giovanni Soldati ha tratto dal romanzo (probabilmente non memorabile) paterno.

Ancora più indecenti, se possibile, le sforbiciate censorie sugli amplessi, che purtroppo negano allo spettatore le notevoli curve di Stefania Sandrelli.

Probabilmente il notevole repertorio dell'attrice, qui al minimo sindacale in quanto a recitazione, era l'unica cosa interessante di un film che sembra una sorta di riassuntino per frammenti, che mantiene tutto in superficie, senza un minimo di motivazione e emozione. Scialbo.

La colonna sonora è di Gino Paoli.

COP LAND

Garrison, New Jersey. Non ha proprio di che preoccuparsi il panzuto sceriffo Freddy Heflin (Sylvester Stallone), dimesso, sfatto dall'alcol e sordo da un orecchio.

La pace e l'ordine regnano sovrani nella cittadina ai confini di New York, proprio appena oltre il ponte sull'Hudson. I criminali se ne stanno alla larga, mamme e bambini possono circolare senza paure.

Perchè?

Perchè i suoi 1.280 abitanti sono quasi tutti "uomini in blu", poliziotti che vi si stabilirono negli anni Settanta per tenere al riparo le proprie famiglie dal clima di violenza e brutalità della Grande Mela.

Nella cruda realtà quei poliziotti sono proprio i più corrotti del mazzo. Pronti a tutto, dal traffico di droga all'omicidio.

Tutto diretto da Ray Donlan (Harvey Keitel), disposto a tutto per mantenere lo status quo.

Dopo qualche morto di troppo però viene mandato ad indagare l'incazzato Tenente Moe Tilden (Robert De Niro) .

Sceriffo, sei ancora un uomo della Legge?

COP LAND è un poliziesco sorprendente, dolente e disilluso, ben fatto e che probabilmente non ha avuto il successo di pubblico che meritava. Inutile dire che il regista James Mangold poteva disporre di un cast strepitoso, di primissimo ordine, quasi esagerato, con 2 mostri sacri e mezzo.

Sylvester Stallone (abbondantemente ingrassato e quasi irriconoscibile) con COP LAND voleva dimostrare di essere un bravo attore, cercando di scrollarsi di dosso la sua immagine di supereroe tutto muscoli e coraggio.

E la vera sorpresa del film è proprio un Sylvester Stallone inedito ed efficace in una recitazione asciutta e senza sbavature di un perdente  con un animo pieno di rimpianti e voglia di rivalsa e di giustizia. Applausi.

Per gli amanti di RAMBO lo Sly di sempre tornerà comunque più agguerrito che mai nel fuoco incrociato della grandiosa e sorda vendetta finale. Peccato per la fotografia non memorabile.

 Da vedere almeno una volta.

L'OMBRA DEL TESTIMONE

New Jersey (Usa). Si gratta dubbioso il testone il detective John Woods (Harvey Keitel) davanti alla deposizione spontanea della piacente parrucchiera Cinthia Kellogg (Demi Moore).

La mia amica Joyce Urbanski, riferisce tra le lacrime e i singhiozzi, ha ucciso a rasoiate il suo violento marito James (Bruce Willis): la picchiava tutti i giorni, ha fatto benissimo, ci tiene a sottolineare.

E io l'ho aiutata a nascondere il corpo.

Ma lo sbirro è sempre più perplesso: e del suo di marito, Arthur, che ne è stato?

E la teste di granito barcolla.

L'OMBRA DEL TESTIMONE è un thriller psicologico discretamente costruito, forse un pò troppo intricato, non sempre plausibile, con un gioco ad incastri chiarito da una valanga di flashback.

Se siete alla ricerca di un film dai ritmi vertiginosi è meglio che passiate oltre. Se invece vi accontentate potreste anche dargli uno sguardo, vista anche la presenza di una giovane Demi Moore che recita bene.

Anche senza spogliarsi.

UN DETECTIVE...PARTICOLARE

New York. Un maniaco assassino sta terrorizzando la città e il sindaco Eamon Flynn (Rod Steiger) ha la schiuma alla bocca, sbatte i pugni sul tavolo e chiede di fermare la follia omicida a tutti i costi.

L'assistente del sindaco Frank Starkey (Harvey Keitel) a malincuore si vede così costretto a richiamare in servizio suo fratello Nick (Kevin Kline), un poliziotto molto beat e poco chic, brillante ma non convenzionale, che era stato sbattuto fuori dal corpo qualche anno prima e diventato pompiere.

Nick accetta di indagare sul caso ma in cambio chiede una sola cosa: un'invito a cena alla moglie di Frank, Christine (Susan Sarandon), donna che Nick ha sempre amato.

Tornato ad indagare scopre che la follia omicida non è cieca come sembra.
Mentre Nick rivela i risultati della sua analisi al sindaco, mette gli occhi (e le mani) sulla bella figlia del sindaco, Bernadette (Mary Elizabeth Mastrantonio). E sono scintille.

UN DETECTIVE...PARTICOLARE (The January man) è un thriller abbastanza routinario nelle premesse (la solita caccia al solito serial killer come decine di altre pellicole del genere) e ampiamente superato se visto al giorno d'oggi.

Il film si segnala però per una sceneggiatura piuttosto curata nell'approndimento psicologico dei personaggi, in particolare il protagonista, seguito bene sia sul versante professionale che privato e per una felice scelta del cast che vede attori di primissimo piano sia nei ruoli principali (abbastanza in parte Kevin Kline col suo sense of humor molto personale e sdrammatizzante) che in quelli secondari.

Sprecata la Sarandon ma funzionale alla riuscita (sufficiente) del connubio di thriller e sentimento.

Una visione gliela si può dare.

SISTER ACT - UNA SVITATA IN ABITO DA SUORA

Reno, Nevada (Usa). La cantante nera di night club Deloris (Whoopi Goldberg) fugge dopo aver assistito a un omicidio compiuto dal suo amante, il manesco boss Vince La Rocca (Harvey Keitel).

Chiaramente la testimone di un omicidio vale oro per la polizia che, in attesa del processo, la nasconde in un convento travestita da suora e con il nome di comodo di suor Maria Claretta.

Dopo il primo momento di smarrimento metterà a soqquadro il pio asilo.

SISTER ACT - UNA SVITATA IN ABITO DA SUORA  è una commedia giallorosa che pecca sicuramente di realismo, a cavallo tra poliziesco e musical, che la contagiosa simpatia della protagonista fa volare un filo più alto di quanto essa meriti realmente.

Trama così così, che dimentica presto l'esile spunto iniziale per una girandola di gag, un paio davvero spassose, sulla vita monastica.

L'esplosiva e ruffiana, simpatica e scatenata, Whoopi Goldberg fu una rivelazione anche come cantante, anche grazie ai bei numeri di rhythm'n blues (vecchi classici della Motown) e soul anni '60 in chiesa.

Grande e inatteso successo di pubblico.

Particolarmente indicato per passare un'ora e mezza in allegria. A una pellicola di puro intrattenimento, senza eccessive pretese, è difficile chiedere di più.

VI PRESENTO I NOSTRI

Chicago. Trascura la moglie Pam e i due gemelli, l'infermiere (ma guadagna quanto un primario?) Greg Fotter (Ben Stiller), turbato in ospedale dalla seducente rappresentante farmaceutica Andi Garcia (Jessica Alba), che, dopo un clistere di apertura, gli presenta un prodotto di sicuro successo: il Sustengo, similviagra per cardiopatici.

Il sospettoso suocero, l'ex agente della Cia Jack Byrnes (Robert De Niro), è messo in allarme dai furtivi incontri con la ragazza e tampina perciò il giovane, già incautamente eletto futuro patriarca della famiglia.

Di cui fa parte il consuocero farfallone Bernie (Dustin Hoffman), tornato da Siviglia dopo un corso di flamenco.

Vi presento i nostri è un indecente commedia farsesca, terza, sguaiata, tappa di una pierinesca serie di incredibile successo che minaccia di proseguire.

Detto del clistere di apertura affidato alle manine della bella Jessica Alba, nella cineteca della vergogna la scena in cui  De Niro, affetto da persistente priapismo, si fa fare un'iniezione(sulla parte dolente) dall'esagitato Ben Stiller.

Ridateci i cinepanettoni.

Solo una domanda: come hanno fatto due grandi come Robert De Niro e Dustin Hoffman ad accettare un film così brutto?

I DUELLANTI

Francia, anno 1800. Gabriel Feraud (Harvey Keitel), irascibile tenente di Napoleone, sfida a duello il mite pari grado Armand d'Hubert (Keith Carradine) per davvero futili motivi.

Lo scontro alla spada, a Strasburgo, finisce zero a zero, identica essendo la valentìa dei due schermidori.

Le battaglie al seguito di Napoleone incombono, il match è rinviato.

Ad Augusta, nuovo duello e nuovo pareggio, e così a Reims, nella steppa russa e a Tours.

Per quindici anni i due ufficiali degli Ussari, sciabola o pistola, si affrontano, ossessionati da un'assurda rivalità, e dire che sono diventati generali.

Da un racconto (1908) di J. Conrad l'opera prima di Ridley Scott (premiato al Festival di Cannes), la storia di una resa dei conti privata nata da un assurdo puntiglio, continuamente rinviata per l'irrompere della "grande storia"

Un affascinante, raffinato melodramma romantico, perfetto nella ricostruzione di ambienti e costumi.

Notevole soprattutto la ricercata perfezione e l'eccellente interpretazione dei due protagonisti.

Da conservare in cineteca come un quadro che si ama.

DAL TRAMONTO ALL'ALBA

Abilene (Texas). Dopo una sanguinosa rapina in una banca (ne hanno ammazzati otto), gli spietati fratelli Seth (George Clooney) e Richard Gecko (Quentin Tarantino) prendono in ostaggio un' atterrita donna, violentata e uccisa alla prima sosta, per filare verso il Messico.

Per farla franca al confine, sequestrano il pastore disilluso Jacob Fuller (Harvey Keitel) che viaggia in camper con i due figli, la nevrotica Kate (Juliette Lewis) e il fratello più piccolo e, nascondendosi nel camper riescono ad attraversare la frontiera.

L'appuntamento con il boss Carlos è al locale “Titty Twister”, il topless bar della seducente Santanico Pandemonium (Salma Hayek), dove, dal tramonto all'alba, gli avventori di passaggio sono il piatto forte per vampiri assetati di sangue. Umano.
E le cinque forze fresche fanno gola a molti.

DAL TRAMONTO ALL'ALBA è un delirante horror grottesco diretto da Robert Rodriguez su una vecchia sceneggiatura di Quentin Tarantino che rappresenta una vera sagra del tarantinismo più trash, in altalena tra la parodia cinica e l'estasi del pecoreccio.

L'epilogo (quasi 30´) è una strage tremenda con teste mozzate, arti squartati, contagi orripilanti, metamorfosi trucide e un'orgia di effetti speciali.
Un volo finale in dolly della cinepresa svela il mistero.

Un concentrato pulp la cui trovata più rilevante è quella che, lasciata a mezza via la pista gialla, imbocca di botto quella horror, dando luogo a una contaminazione dei generi (si va dal gangster al grottesco fino allo splatter), a un fumettaccio nero che ricorda le produzioni di serie C degli anni ’70 e che non si risparmia né umorismo di cattivo gusto, né succo di pomodoro e protesi in lattice nel finale horror.

E poi l'ingresso di Salma Hayek.

Certamente il ballo della bella e seducente attrice messicana nelle vesti di Satanico Pandemonium, nella scena cult del film, è una delle cose più sensuali mai viste nella storia del cinema.

Come non ricordare l’affascinante Salma che si esibisce in una danza sui tavoli del locale più folle del pianeta terra, sfoggiando un costumino color porpora.
Con lei, un pitone albino che si fonde e confonde con le sue forme gradevolmente giunoniche.

L’apice dell’erotismo viene raggiunto quando la Hayek attraversando i tavoli del locale raggiunge quello dove è seduto Tarantino, e lì lascia dolcemente colare la bevanda dalle cosce fino alla bocca del buon Quentin.

Da infarto.

SOL LEVANTE

Los Angeles. Durante una festa nella modernissima sede d’una forte industria giapponese, una bionda e stupenda ragazza (bianca) entra nella deserta sala delle riunioni del consiglio d’amministrazione al piano superiore.
Un uomo di cui non si vede la faccia la segue, la distende sul tavolo, le fa alzare le gambe, la possiede: e l’ammazza.
Che imbarazzo al piano numero quaransei della Takemoto Tower.

E chi se ne frega della trattativa (la maxi compagnia nipponica sta per acquisire una grande industria elettronica statunitense), tuona il giovane ed inesperto tenente nero (di pelle) Web Smith (Wesley Snipes) mentre irrompe sulla scena del crimine, ma si trova costretto a farsi affiancare nelle indagini dal maturo capitano John Connor (Sean Connery), esperto in usi e costumi giapponesi oltre che di diavolerie elettroniche.

Il compito degli investigatori dovrebbe essere relativamente semplice, dato che le telecamere del sistema di sicurezza hanno registrato ogni cosa prima, durante e dopo l’assassinio della ragazza: ma l’apparenza inganna, come insegnava il proverbio e come conferma la mistificazione tecnologica. Ci vorrà tanta pazienza per risolvere il rebus muovendosi all'interno della potente comunità del business nipponico.

In questo SOL LEVANTE, tratto da un romanzo (1992) del macinatore di bestseller Michael Crichton, il regista Philip Kaufman, che voleva verosimilmente realizzare un noir d'atmosfera, ha risolto tutto in molte chiacchiere , poca azione, un ginepraio di inutili indizi e pesanti insinuazioni sull'onestà delle corporation americame. 
Di qualche interesse l'aspetto tecnologico: già nei gialli di fine secolo scorso gli assassini s'inventavano al computer.

Rimane qualche battute esemplare di Sean Connery, qui anche produttore esecutivo: “I quartieri malfamati sono l’ultimo baluardo americano”, oppure: “Se non puoi vincere una battaglia, non la combattere”.

Certo pensare che l'ossessione americana dell'invasore adesso non è più rappresentata dal sol levante giapponese ma dalla tigre cinese fa capire che il tempo è passato.

IL MISTERO DELLE PAGINE PERDUTE

Washington. Ce l'ha fatta a entrare nella stanza ovale della Casa Bianca, rischiando anche di essere accusato di sequestro di Presidente, lo scatenato cercatore di tesori Ben Gates (Nicolas Cage): c'è da difendere l'onore degli avi che vengono accusati di aver cospirato contro Abramo Lincoln.

Con la bionda archeologa Abigail Chase (Diane Kruger) e l'appoggio esterno dell'ambiguo Sadusky (Harvey Keitel) insegue la mappa della città dell'oro. Il primo brandello l'ha trovato a Parigi, e ora, dopo che è riuscito a ottenere l'aiuto oltre che del padre Patrick (Jon Voight) anche della mamma Emily (Helen Mirren), è intenzionato a sbrogliare la matassa, riunendo, passo dopo passo, i tasselli del puzzle, sempre più intricato e foriero di sensazionali sorprese e colpi di scena.

Anche perchè c'è il losco Jeb Wilkinson (Ed Harris) che punta allo stesso risultato finale.

Ingarbugliato, frenetico, e poco appassionante seguito del primo National Treasure (titolo originale americano) conosciuto in Italia come il "Mistero dei Templari", che venne acclamato un po' ovunque come migliore film-clone di Indiana Jones, che parte addirittura dall'assassinio di Lincoln per impantanarsi tra tavolette antiche da decodificare, serrature e codici segreti.

Malgrado l'immissione di qualità derivante dalla partecipazione alla pellicola di grandi attori quali Ed Harris e Helen Mirren (la mamma del protagonista), senza dimenticare quelli già presenti, si segnala solo per qualche spruzzata di autoironia, un tumultuoso inseguimento tra le vie di Londra e un Presidente degli Stati Uniti disponibile e simpatico: la trama è ovviamente strampalata, così come molte delle situazioni che si trovano a vivere i protagonisti.

Troppo poco per parlare di bel film.

Abbastanza per permettere al film di raggiungere l'obiettivo principale: divertire e intrattenere il pubblico, facendogli passare due ore di avventura vecchio stile.

Nicolas Cage, come spesso gli capita, ha la stessa espressione dall'inizio alla fine, ma sembra a suo agio nei panni dell'eroe molto per caso.

U-571

Oceano Atlantico, aprile 1942. La Marina a stelle e striscie non sa che pesci prendere: non c'è modo di decifrare i codici radio dei nazisti e localizzare gli U-boat germanici che fanno strage di naviglio alleato.


Viene allora organizzata una spedizione, riesumando l'S-33, un sommergibile della prima guerra mondiale, al comando del borioso capitano Mike Dahlgren (Bill Paxton), che ha come secondo il depresso (per mancata promozione) tenente Andrew Tyler (Matthew Mc-Counaghey).

Camuffato da sottomarino tedesco, si dirigerà, rapido, silenzioso e invisibile, verso l'U-571 incagliato sul fondo: laggiù i marinai americani, indossata la divisa nemica, preleveranno il preziosissimo Enigma, il decodificatore segreto in grado di risolvere i codici dei nazisti.

Così freghiamo zio Adolf (Hitler).

Più facile a dirlo che a farlo.

Emozionante e concitato film di guerra diretto dal regista Jonathan Mostow e prodotto dal nostro De Laurentis, per raccontare, con inevitabili riccioli romanzeschi, una storia realmente accaduta.

Solo che gli eroi non erano americani ma inglesi.

Vigorosi i protagonisti tra cui Harvey Keitel (il ruvido sottufficiale di marina) e il cantante Jon Bon Jovi.

CADAVERI & COMPARI

New jersey (Usa). Vicini di casa, i due scalcinati malavitosi Harry Valentini (Danny De Vito) e Moe Dickstein (Joe Piscopo) sono amici fraterni e si vogliono un gran bene.

L'uno di famiglia italiana l'altro ebraica, il primo basso e grassotto il secondo alto e magro, fanno parte della banda del capobastone Anthony Castelo (Dan Hedaya) che li utilizza per i più compiti più infimi, quando invece essi sognano, dopo un gran colpo, di aprire un ristorante italo-giudaico.

L'occasione sembra arrivare il giorno che il boss affida loro una grossa somma e dà l'ordine di puntare, alle corse, su un certo cavallo. Harry disubbidisce, convince l'amico a scommettere su un altro cavallo, e così fanno perdere al boss 250.000 dollari. Per vendicarsi, Castelo comanda che siano torturati e indotti a uccidersi a vicenda. I due scappano invece a gambe levate verso Atlantic City, fermandosi nell'hotel della vecchia conoscenza Bobby Di Lea (Harvey Keitel), con l'intenzione di chiedere a un vecchio zio (mafioso anch'egli) il prestito della somma che Harry deve restituire a Castelo.

E infatti trovano il bel malloppo, nascosto sotto il materasso dello zio defunto, ma stavolta Harry se lo gioca alla roulette. In una sparatoria (con la complicità di Bobby Di Lea), Moe crede d'avere ucciso l'amico e per il rimorso sta per impiccarsi.

Inseguiti dai killer del boss, se ne liberano facendoli saltare in aria, salvano la vita e il malloppo e realizzano il sogno della trattoria in barba a Cosa Nostra.

CADAVERI & COMPARI è una parodia del poliziesco d'ambiente mafioso che tenta di accoppiare italiani ed ebrei, con le rispettive famiglie alle spalle, nella satira dell'amicizia virile, "Cadaveri e compari" (Wise guys, ragazzi giudiziosi) è una delle poche commedie di Brian De Palma che organizza la materia comico-satirica per accumulazione in una serie di sequenze in crescendo che ricorda il meccanismo dei suoi thriller.
De Vito e Piscopo sono sufficientemente godibili con un lavoro di coppia che ricorda Laurel & Hardy.

Per effetto della storia però quasi tutto è banalmente farsesco nel film, a cominciare dal comportamento dei protagonisti (Harry è doppiato in italo-napoletano) e finendo coi ritrattíni dei comprimari.

PULP FICTION

Quattro episodi (intrecciati) a Los Angeles. Quattro storie di violenza che s'intersecano in una struttura apparentemente circolare che va avanti e indietro nel tempo: si chiude 1) il tandem di balordi di infimo calibro Pumpkin (Tim Roth) e Honey (Amanda Plummer) si accinge a fare una rapina in una tavola calda;

2) i due sicari Vincent (John Travolta) e Jules (Samuel L. Jackson) uccidono due uomini per recuperare una preziosa valigetta e gli rimane di troppo un ostaggio che per sbaglio ammazzano. 

Dovranno ripulire la loro auto, insozzata dal sangue e dal cervello dell’uomo uomo ucciso per sbaglio, con l'aiuto e sotto la direzione che non ammette repliche di Mr. Wolf (Harvey Keitel), l'uomo che risolve problemi, e vanno a mangiare proprio nella tavola calda della rapina;

3) uno dei due sicari (Travolta) deve portare a ballare la disinvolta Mia (Uma Thurman), moglie del boss Marsellus (Ving Rhames), che, scambiata eroina per cocaina, va in overdose;

4) il mediocre pugile Butch (Bruce Willis) contravviene ai patti, vince un incontro invece di andare al tappeto e scappa con la borsa.

Chi sopravvive si ritroverà con i protagonisti della altre storie.

PULP FICTION è una irresistibile commedia nera ispirata da quella narrativa popolare di ambiente criminale che, dagli anni '30 e '40, era pubblicata dai pulp magazines.

Secondo film di Quentin Tarantino, procede sul filo di un'irridente ironia, di un efferato e macabro umorismo nero, di una dialettica tra buffonesco e tragico (tra fun e funesto) che mettono azioni, gesti e personaggi come tra parentesi, in corsivo, anche quando, come nel torvo episodio della sodomizzazione, questo film divertente e caustico dai dialoghi irresistibili penetra nell'abominio del male.

Quentin Tarantino è sicuramente geniale ed il regista che ha modificato il modo di raccontare le storie, come fa in questo esplosivo girotondo grottesco, con avvenimenti e personaggi buoni per almeno tre film, punteggiato da un rock che ti rimane dentro.


Tra i bulli riemerge lo strepitoso e sorprendente John Travolta, improvvisamente rinato dopo molti film sbagliati, tra le pupe la sensuale Uma Thurman.

Vietato in Italia ai minori di 18 anni.

Palma d'oro a Cannes e Oscar per la sceneggiatura (Tarantino, Roger Avary).

CLOCKERS

New York. Nessuna trappola estetica. Ed è subito chiaro. Nei frammenti di immagini della scientifica, crude e realistiche, oserei dire sincere, che mostrano corpi distesi al suolo in una cornice di sangue rappreso e volti privi di vita inchiodati nel vuoto. Con i fori dei proiettili ben in vista a far capire che non si trattava di un incidente domestico mentre maneggiavano l'apriscatole elettrico.

E i dialoghi acidi e assuefatti a tanto sangue dei poliziotti tolgono ogni residua speranza di umanità.

E' uno dei tratti distintivi del regista, quello che parte della critica ha definito il "Woody Allen nero", aprire cioè con immagini che segnano il percorso, in qualche caso dei veri e propri minifilm (Malcom X). 

Per me è affetto da negritudine, ma comunque, stilisticamente, apprezzabile anche dai critici iscritti alla "Fratellanza ariana".

Le immagini ci trasportano nella periferia di Brooklyn (dove il regista è cresciuto nda), da quelle parti, come ovunque, c'è una piazza con delle panchine dove si può rimediare del crack (siamo negli anni novanta, in piena diffusione della medesima) da giovani spacciatori (neri) soprannominati gergalmente "clockers". 

Nel gruppo di pushers autoctoni, ultimi anelli della catena alimentare di un mondo violento, c'è, a dirigerlo, Ronald Dunham (Mekhi Phifer) (il Dr. Pratt di E.R., per capirci), detto Strike, (nero)il fil-rouge che porta dritto dritto a Rodney Little (nero) (Delroy Lindo), "Signore" dello spaccio più importante della zona. Anima maledetta tra anime maledette. Per Rodney il diciannovenne Strike è (forse) l'immagine della propria giovinezza, un figlio spirituale al quale si sente così legato da offrirgli il proprio medico per i controlli clinici necessari per la sua ulcera cronica ed ascoltare la sua ambiziosa richiesta di fare il salto dalle panchine della piazza ad un posto di maggiore responsabilità, quello di primo tirapiedi. Rodney così informa il suo giovane socio di minoranza di Darryl Adams (Steve White), direttore di un merdoso fast food a tempo perso, in realtà un clocker indisciplinato da eliminare: sta lì il salto di qualità per fuggire dalle panchine, adempiere al suo volere eliminando una cellula impazzita che rallenta e danneggia l'organismo "sano" del sistema. Si tratta di affari.

Armato di pistola, ma non pronto all'idea di uccidere Darryl, Strike cerca un espediente per prendere tempo e forza rivolgendosi a suo fratello maggiore Victor (Isaiah Washington), incontrato in un bar, padre e marito esemplare, che è riuscito a non sporcarsi neanche le scarpe in quel mare di fango che è il ghetto in cui vive. Quindi pulito e fuori dal giro mortale (per chi spaccia e per chi consuma) della droga. Strike gli racconta che Darryl è un figlio di puttana stupratore di minorenni, sperando così di far leva sulla sua integrità morale. Victor però sembra lasciar cadere le parole del fratello.

Cambio scena. Darryl è steso a terra con quattro fori di proiettile. Un altro regolamento di conti, o semplicemente Strike che ha trovato il coraggio di fare fuoco per conto di Rodney? Sul caso scende in campo la "omocidi" e i detective Rocco Klein (un efficace e stazzonato Harvey Keitel) (bianco), diverso dai suoi colleghi ai quali non importa cosa succeda dalle parti delle panchine e del quartiere dei neri e il suo collega (un onesto e sonnacchioso John Turturro) (bianco) e, ben prima che le indagini inizino a puntare, come da copione, verso Strike ,che nel frattempo cerca di iniziare allo smercio del crack il piccolo Tyron (Pee Wee Love),profondamente attratto dalla vita "miseramente" agiata che sembra regnare dietro quel mondo, Victor si costituisce come colpevole dell'omicidio di Darryl Adams.

Disorientato e poco convinto dalla confessione di Victor, scavando scavando, investigando investigando, seguendo un progetto coerentissimo e lineare, con fatti e circostanze accumulati, dedotti, seguiti, trovati, scartati, riesumati, e sempre più dell'idea che il costituirsi di Victor sia solo una copertura per la reale colpevolezza di Strike, il detective Klein, in un conflitto di mezzi e possibilità (poliziottocontrodelinquente) più che di logiche, si lancia nelle indagini trovandosi davanti il prevedibile, impenetrabile silenzio del ghetto dove gli "affari" di Rodney continuano , neanche tanto nascosti (ma si sa ci vogliono prove o testimonianze nelle democrazie), e Strike, appassionato di trenini elettrici (simbologia) tira su Tyron come Rodney fece a suo tempo con lui, creando le premesse che lo porteranno persino ad uccidere. A metà tra la guida paterna (che Tyron non ha) e il crearsi un discepolo.

Vita del ghetto, leggi da osservare e da rispettare che vanno oltre la semplice legislazione della società "normale": da quelle parti nessuno parla, e se un uomo modello come il buon lavoratore Victor si costituisce come colpevole di omicidio, può stonare come idea come può benissimo essere accettato. In fondo da quelle parti la vita non è gioco al quale prendere parte e le pistole sono rapide. E non giocano. Il film in questione e' la cronaca grigia e quasi millimetrica di un indagine

Diretto da Spike Lee , prodotto dal mostro sacro Martin Scorsese (che quell'anno diresse anche il leggendario CASINO') presentato a Venezia, dove fu ignorato(giustamente?) dalla critica, Clockers oltre che vedere una buona interpretazione di Harvey Keitel (IL CATTIVO TENENTE) nei panni di un detective ancora saldato a dei saldi principi morali o forse solo voglioso di affermare la sua verità , vanta l'ottima rivelazione di Mekhi Phifer, all'esordio con questa pellicola, nei panni del giovane spacciatore dalle mille sfaccettature caratteriali e perno della vicenda. 

La figura di Victor, suo fratello maggiore, così onesto in ogni sua giornata e apprezzato dai suoi datori di lavoro da portare persino lo spettatore a puntare il dito contro Strike in merito all'omicidio Adams, è l'estrema antitesi. E il colpo di scena si paleserà in maniera fragorosa quando il detective dovrà arrendersi all'evidenza. E' stato proprio il cittadino modello Victor in uno scoppio di incontrollato cedimento, lo sfogo della rabbia incamerata in anni e anni di vita tra anime maledette. Magari solleticato anche dal fatto di fare, fondamentalmente, "la cosa giusta", ammazzando un pervertito. Copione non rispettato.Il cinico ma ormai compromesso Strike (Rodney crede che è stato tradito) è innocente.

Il sistema del mercato di droga è descritto in maniera fedele, con le scene dei tossicodipendenti che si recano dai clockers per i loro acquisti (emblematica l'immagine della ragazza incinta che acquista una dose di crack rimproverata da un giovane spacciatore).

A sostenere il quadro realistico da pseudo denuncia della vita delle panchine e del quartiere, Spike utilizza il personaggio di Tyron, bambino (il futuro?) attratto dai ragazzi più grandi impegnati nello spaccio e che ripone in Strike il suo interesse per le faccende di quartiere, e lo inquadra come suo mentore di vita. Tyron è testimonianza del fatto che l'ambiente contribuisce di gran lunga a formare le menti nonostante attorno ad esso ruoti il mondo onesto di una madre che cerca in ogni modo di allontanarlo dalle cattive compagnie che circolano sotto casa. Che si è soli davanti alla tenaglia tra il bene e il male.

L'atmosfera viene resa attraverso immagini secche e strettamente informative: il quartiere, le leggi che lo governano, il gergo (fin troppo realistico) e i fatti narrati attraverso i già citati Tyron e Victor, fino ad arrivare all'elevazione dell'impotenza, sentimento sullo sfondo e perennemente dominate. Nonostante la fuga di Strike (a mezzo treno) da quel mondo , e l'arresto di alcune delle cellule più importanti del sistema dello smercio di crack, i cadaveri saranno sempre presenti, o per uno sgarro o per affari e a lasciare questo messaggio è Rocco Klein che negli ultimi attimi della storia si trova davanti all'ennesimo cadavere riverso al suolo in una pozza di sangue. Un ciclo che si chiude quasi riprendendo quelle frammentarie immagini di inizio, e la consapevolezza di quell'impotenza di fondo, marcata secondo la realtà della vita che nonostante tutto, è impossibile arrestare.

Lo stile di Spike Lee si riconosce per il virtuosismo dei movimenti della macchina da presa, per un uso iperrealista della musica e della fotografia.Con la presenza della scena più ricorrente nei suoi film che è quella in cui il regista posiziona un attore o un'attrice sul carrello della macchina da presa e lo fa muovere, dando l'impressione di un movimento metafisico, fluido e sognante. E molto intrigante è anche la visione della deposizione di Tyron (deposizione pilotata per salvare un anima forse ancora non compromessa, che ha ucciso solo un rifiuto, materiale già scartato) con i personaggi illuminati da una fortissima luce bianca, perimetrale ed aureolare. Originale.

E in questo film sI regala anche due di quelli che vengono definiti, da chi parla bene di cinematografia, cameo. All'inizio e alla fine del film, quando è tra la folla, con caschetto giallo da operaio di ordinanza, che si assiepa dietro la striscia a bande nero/gialle "Crime scene- Do not cross". 

E' semplicemente  fantastica la domanda che il detective gli propone con assoluta semplicità: "Allora, com'è andata?".

Come se fosse così maledettamente facile saperla. La verità.

In conclusione "The clockers" ti lascia nello stomaco gli stessi buchi della locandina.

Non so che cazzo voglia dire, ma è un complimento.

THELMA & LOUISE

Arkansas (Usa). La timida casalinga Thelma (Geena Davis) pianta su due piedi un marito padrone gonfio di birra, attaccato al divano e alla televisione, per partire con l'auto e passare un weekend di libertà con l'amica Louise (Susan Sarandon) cameriera in un fast-food.

Dura poco l'ebbrezza di ritrovata libertà: quando Thelma sta per essere violentata da un bullo, Louise interviene e uccide l'aggressore.

E ora la loro gita sulla decapottabile verde si trasforma in fuga.

Braccate dalla polizia, le due fuggitive scoprono una nuova dimensione della vita e una parte sconosciuta di loro stesse.

In breve si lasciano derubare da un giovane bel ganzo (Brad Pitt), rapinano un negozio, fanno saltare la cisterna di un osceno camionista.

Ormai hanno imboccato una strada senza ritorno, nonostante il prodigarsi di un poliziotto comprensivo (Harvey Keitel).

THELMA & LOUISE è il 7° film, affascinante e di straordinaria intensità, del dotatissimo Ridley Scott e uno dei suoi migliori. 

Il merito è anche della sceneggiatura, evidentemente scritta da una donna (Callie Khouri) che gli ha fornito una bella storia, una feconda combinazione, con grande senso dello spettacolo, di poliziesco e western, commedia e dramma, con due personaggi vivi, un punto di vista nuovo, un discorso insolito che riprende l'anarchismo liberale del cinema di strada degli anni '60.

Con due abbaglianti interpreti – ben doppiate da Rossella Izzo e Donatella Nicosia – è uno dei film più euforicamente femministi mai arrivati da Hollywood, con due eroine spaurite eppure coraggiose, anche se controvoglia.

IL CATTIVO TENENTE

New York. Però che bel soggetto quel tenente di polizia di cui non si conosce manco il nome (Harvey Keitel): fervente cattolico irlandese, grande peccatore di cuore corrotto e mente depravata, rapina i rapinatori, cocaina e whisky a gò-gò fregandosene della famiglia, anche se la mattina accompagna i bambini a scuola.

Inoltre scommette forte sul baseball e va in bestia quando la sua squadra perde: si è indebitato per sessantamila verdoni e il suo feroce creditore gli dà la caccia.

Rimane comunque un fottuto cattolico tanto da disperarsi mentre soccorre una suora violentata su un altare di Harlem da due teppisti.

Ma come sorella, tu li perdoni?

Ormai in "game over" vede Gesù Cristo scendere dalla Croce e chiede, prostrandosi a terra, l'assoluzione per tutti i suoi peccati.

IL CATTIVO TENENTE è un angoscioso dramma metropolitano diretto dal regista Abel Ferrara, triviale, rabbioso, di radicale sgradevolezza, di furibondi eccessi all'insegna di un iperrealismo che sfocia nel visionario, nella ricerca del sensazionalismo grazie a una parabola cristiana senza catarsi né mezze misure.

Ricerca manieristica che si traduce in noia.

Inutilmente bravo il solo attore, Harvey Keitel, capace di cimentarsi con un personaggio così estremo, cane arrabbiato che mugola di dolore, impressionante in due scene (la masturbazione, il monologo in chiesa, e anche in azione nudo come un verme in un lungo frontale) dove sublime e osceno si sovrappongono, mentre fa la spola tra sordidi locali, mentre tracanna, sniffa, impreca e cade in trance.

L'edizione italiana è stata mutilata delle immagini più crude per ottenere il divieto soltanto ai minori di 14 anni.

Abel Ferrara? Nessuna assoluzione. Condannato. Per noia.