New York. Il giovane Montgomery Brogan (Edward Norton) è un pusher che conduce una vita agiata sulle rive dell'Hudson.
Monty, per gli amici, ha deciso di ritirarsi dal narcotraffico e di vivere di rendita con la sua bellissima portoricana, Naturelle (Rosario Dawson). Ma a causa di una soffiata viene pizzicato con una grossa quantità di roba nella fodera del divano.
Che fesso, mormora a se stesso. Ma chi mi ha venduto?
Purtroppo il fattaccio lo condanna a scontare sette anni di carcere. Gli restano ventiquattro ore per salutare il cane, riconciliarsi col papà barista James (Brian Cox), congedarsi dai suoi più cari amici nell'ultima notte da uomo libero, il broker sciupafemmine di Wall Street Frank (Barry Pepper) e l'imbranato prof ebreo Jakob (Philip Seymour Hoffman).
Ma, soprattutto, decidere della sua 25a ora: la prigione, il suicidio, la fuga.
LA 25ª ORA è uno struggente, angoscioso dramma socialpoliziesco di Spike Lee, nella New York plebea del dopo il settembre, dove le ferite della città s'incrociano con quelle dei protagonisti.
Crudo e violento, romantico ed appassionato, affronta, senza retorica, temi profondi: la creazione del proprio destino, le difficoltà dell'amicizia, le paure del singolo.
Sullo sfondo di Ground Zero passano figure senza sostanza, dal pusher con sogni piccoloborghesi al professore frustrato al broker che vive alla giornata pensando solo a fare soldi per sfuggire alle sue radici modeste.
Le ventiquattro ore del protagonista (splendidamente interpretato da un super Edward Norton), prima della galera, dei denti rotti e degli stupri, della violenza e del sadismo, della miseria e della paura, sono un'elegia che Spike Lee dedica al suo personaggio e alla sua personale New York. In particolare a una dolente e rabbiosa Manhattan, ferita a morte dalla caduta delle Torri dell'11 settembre.
Nessun altro film riesce ad essere viscerale come LA 25ª ORA, dove la rappresentazione della disperazione e della tristezza è scoperta ed ammirevolmente impudica.
Fotografia e musiche funzionali all’atmosfera crepuscolare e sospesa.
Memorabile il monologo allo specchio nel bagno del ristorante.
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INSIDE MAN
New York. Fingendosi imbianchini quattro rapinatori capeggiati dal misterioso Dalton Russell (Clive Owen) irrompono nella Manhattan Trust di Wall Street. I cinquanta ostaggi, tra impiegati e clienti della banca, sono obbligati a indossare tute bianche identiche a quelle dei banditi: geniale trovata, visto che (soprattutto per i tiratori della S.W.A.T.) è impossibile distinguerli.
Il capobanda spara richieste spiazzanti e sempre diverse al detective Keith Fraizer (Denzel Washington), lo stiloso e brillante negoziatore, che instaura il classico rapporto telefonico con l'autore del sequestro: forse i sequestratori puntano a qualcos'altro, oltre ai dollari.
Perchè l'anziano banchiere Arthur Case (Christopher Plummer) è esageratamente preoccupato? E da chi è stata mossa a difesa delle istituzioni la spregiudicata mediatrice Madeleine White (Jodie Foster)? Chissà se il poliziotto è davvero incorruttibile.
In una struttura da noir classico si dipana questo intrigante poliziesco del multiforme regista Spike Lee, con il suo marchio di fabbrica. I movimenti di macchina, i carrelli, la fotografia, i riferimenti al razzismo, l'uso spropositato delle parole, sono elementi perenni del suo cinema che esprime emozione, attraverso i contrasti e l'onanistico utilizzo della macchina da presa.
Perfetto nella sceneggiatura intelligente e su un copione davvero originale pur su un tema molto sfruttato (e questo rafforza ancor di più la bontà dell'Idea), intoccabile nella cura dei particolari (il gessato bruciato, il cappello avana, la camicia bianca e la cravatta regimental oro e blu di Denzel sono classe pura), ricco nella regia che culmina nel piano sequenza all'interno della banca, Spike si diverte a giocare al gatto col topo con lo spettatore, sballottato dentro (e fuori) la banca da ripetuti falsi indizi, ma pronto ad applaudirne il sorprendente finale. Da antologia.
INSIDE MAN è vero cinema.
Ultima nota: eccezionale l'attacco con musica che ti schianta sulla poltrona, forse un pò troppo in vista il marchio Chevrolet del furgone e poi gli altri del gruppo GM. A qualche compromesso deve pur scendere anche Spike.
Il capobanda spara richieste spiazzanti e sempre diverse al detective Keith Fraizer (Denzel Washington), lo stiloso e brillante negoziatore, che instaura il classico rapporto telefonico con l'autore del sequestro: forse i sequestratori puntano a qualcos'altro, oltre ai dollari.
Perchè l'anziano banchiere Arthur Case (Christopher Plummer) è esageratamente preoccupato? E da chi è stata mossa a difesa delle istituzioni la spregiudicata mediatrice Madeleine White (Jodie Foster)? Chissà se il poliziotto è davvero incorruttibile.
In una struttura da noir classico si dipana questo intrigante poliziesco del multiforme regista Spike Lee, con il suo marchio di fabbrica. I movimenti di macchina, i carrelli, la fotografia, i riferimenti al razzismo, l'uso spropositato delle parole, sono elementi perenni del suo cinema che esprime emozione, attraverso i contrasti e l'onanistico utilizzo della macchina da presa.
Perfetto nella sceneggiatura intelligente e su un copione davvero originale pur su un tema molto sfruttato (e questo rafforza ancor di più la bontà dell'Idea), intoccabile nella cura dei particolari (il gessato bruciato, il cappello avana, la camicia bianca e la cravatta regimental oro e blu di Denzel sono classe pura), ricco nella regia che culmina nel piano sequenza all'interno della banca, Spike si diverte a giocare al gatto col topo con lo spettatore, sballottato dentro (e fuori) la banca da ripetuti falsi indizi, ma pronto ad applaudirne il sorprendente finale. Da antologia.
INSIDE MAN è vero cinema.
Ultima nota: eccezionale l'attacco con musica che ti schianta sulla poltrona, forse un pò troppo in vista il marchio Chevrolet del furgone e poi gli altri del gruppo GM. A qualche compromesso deve pur scendere anche Spike.
CLOCKERS
New York. Nessuna trappola estetica. Ed è subito chiaro. Nei frammenti di immagini della scientifica, crude e realistiche, oserei dire sincere, che mostrano corpi distesi al suolo in una cornice di sangue rappreso e volti privi di vita inchiodati nel vuoto. Con i fori dei proiettili ben in vista a far capire che non si trattava di un incidente domestico mentre maneggiavano l'apriscatole elettrico.
E i dialoghi acidi e assuefatti a tanto sangue dei poliziotti tolgono ogni residua speranza di umanità.
E' uno dei tratti distintivi del regista, quello che parte della critica ha definito il "Woody Allen nero", aprire cioè con immagini che segnano il percorso, in qualche caso dei veri e propri minifilm (Malcom X).
Per me è affetto da negritudine, ma comunque, stilisticamente, apprezzabile anche dai critici iscritti alla "Fratellanza ariana".
Le immagini ci trasportano nella periferia di Brooklyn (dove il regista è cresciuto nda), da quelle parti, come ovunque, c'è una piazza con delle panchine dove si può rimediare del crack (siamo negli anni novanta, in piena diffusione della medesima) da giovani spacciatori (neri) soprannominati gergalmente "clockers".
Nel gruppo di pushers autoctoni, ultimi anelli della catena alimentare di un mondo violento, c'è, a dirigerlo, Ronald Dunham (Mekhi Phifer) (il Dr. Pratt di E.R., per capirci), detto Strike, (nero)il fil-rouge che porta dritto dritto a Rodney Little (nero) (Delroy Lindo), "Signore" dello spaccio più importante della zona. Anima maledetta tra anime maledette. Per Rodney il diciannovenne Strike è (forse) l'immagine della propria giovinezza, un figlio spirituale al quale si sente così legato da offrirgli il proprio medico per i controlli clinici necessari per la sua ulcera cronica ed ascoltare la sua ambiziosa richiesta di fare il salto dalle panchine della piazza ad un posto di maggiore responsabilità, quello di primo tirapiedi. Rodney così informa il suo giovane socio di minoranza di Darryl Adams (Steve White), direttore di un merdoso fast food a tempo perso, in realtà un clocker indisciplinato da eliminare: sta lì il salto di qualità per fuggire dalle panchine, adempiere al suo volere eliminando una cellula impazzita che rallenta e danneggia l'organismo "sano" del sistema. Si tratta di affari.
Armato di pistola, ma non pronto all'idea di uccidere Darryl, Strike cerca un espediente per prendere tempo e forza rivolgendosi a suo fratello maggiore Victor (Isaiah Washington), incontrato in un bar, padre e marito esemplare, che è riuscito a non sporcarsi neanche le scarpe in quel mare di fango che è il ghetto in cui vive. Quindi pulito e fuori dal giro mortale (per chi spaccia e per chi consuma) della droga. Strike gli racconta che Darryl è un figlio di puttana stupratore di minorenni, sperando così di far leva sulla sua integrità morale. Victor però sembra lasciar cadere le parole del fratello.
Cambio scena. Darryl è steso a terra con quattro fori di proiettile. Un altro regolamento di conti, o semplicemente Strike che ha trovato il coraggio di fare fuoco per conto di Rodney? Sul caso scende in campo la "omocidi" e i detective Rocco Klein (un efficace e stazzonato Harvey Keitel) (bianco), diverso dai suoi colleghi ai quali non importa cosa succeda dalle parti delle panchine e del quartiere dei neri e il suo collega (un onesto e sonnacchioso John Turturro) (bianco) e, ben prima che le indagini inizino a puntare, come da copione, verso Strike ,che nel frattempo cerca di iniziare allo smercio del crack il piccolo Tyron (Pee Wee Love),profondamente attratto dalla vita "miseramente" agiata che sembra regnare dietro quel mondo, Victor si costituisce come colpevole dell'omicidio di Darryl Adams.
Disorientato e poco convinto dalla confessione di Victor, scavando scavando, investigando investigando, seguendo un progetto coerentissimo e lineare, con fatti e circostanze accumulati, dedotti, seguiti, trovati, scartati, riesumati, e sempre più dell'idea che il costituirsi di Victor sia solo una copertura per la reale colpevolezza di Strike, il detective Klein, in un conflitto di mezzi e possibilità (poliziottocontrodelinquente) più che di logiche, si lancia nelle indagini trovandosi davanti il prevedibile, impenetrabile silenzio del ghetto dove gli "affari" di Rodney continuano , neanche tanto nascosti (ma si sa ci vogliono prove o testimonianze nelle democrazie), e Strike, appassionato di trenini elettrici (simbologia) tira su Tyron come Rodney fece a suo tempo con lui, creando le premesse che lo porteranno persino ad uccidere. A metà tra la guida paterna (che Tyron non ha) e il crearsi un discepolo.
Vita del ghetto, leggi da osservare e da rispettare che vanno oltre la semplice legislazione della società "normale": da quelle parti nessuno parla, e se un uomo modello come il buon lavoratore Victor si costituisce come colpevole di omicidio, può stonare come idea come può benissimo essere accettato. In fondo da quelle parti la vita non è gioco al quale prendere parte e le pistole sono rapide. E non giocano. Il film in questione e' la cronaca grigia e quasi millimetrica di un indagine
Diretto da Spike Lee , prodotto dal mostro sacro Martin Scorsese (che quell'anno diresse anche il leggendario CASINO') presentato a Venezia, dove fu ignorato(giustamente?) dalla critica, Clockers oltre che vedere una buona interpretazione di Harvey Keitel (IL CATTIVO TENENTE) nei panni di un detective ancora saldato a dei saldi principi morali o forse solo voglioso di affermare la sua verità , vanta l'ottima rivelazione di Mekhi Phifer, all'esordio con questa pellicola, nei panni del giovane spacciatore dalle mille sfaccettature caratteriali e perno della vicenda.
Vita del ghetto, leggi da osservare e da rispettare che vanno oltre la semplice legislazione della società "normale": da quelle parti nessuno parla, e se un uomo modello come il buon lavoratore Victor si costituisce come colpevole di omicidio, può stonare come idea come può benissimo essere accettato. In fondo da quelle parti la vita non è gioco al quale prendere parte e le pistole sono rapide. E non giocano. Il film in questione e' la cronaca grigia e quasi millimetrica di un indagine
Diretto da Spike Lee , prodotto dal mostro sacro Martin Scorsese (che quell'anno diresse anche il leggendario CASINO') presentato a Venezia, dove fu ignorato(giustamente?) dalla critica, Clockers oltre che vedere una buona interpretazione di Harvey Keitel (IL CATTIVO TENENTE) nei panni di un detective ancora saldato a dei saldi principi morali o forse solo voglioso di affermare la sua verità , vanta l'ottima rivelazione di Mekhi Phifer, all'esordio con questa pellicola, nei panni del giovane spacciatore dalle mille sfaccettature caratteriali e perno della vicenda.
La figura di Victor, suo fratello maggiore, così onesto in ogni sua giornata e apprezzato dai suoi datori di lavoro da portare persino lo spettatore a puntare il dito contro Strike in merito all'omicidio Adams, è l'estrema antitesi. E il colpo di scena si paleserà in maniera fragorosa quando il detective dovrà arrendersi all'evidenza. E' stato proprio il cittadino modello Victor in uno scoppio di incontrollato cedimento, lo sfogo della rabbia incamerata in anni e anni di vita tra anime maledette. Magari solleticato anche dal fatto di fare, fondamentalmente, "la cosa giusta", ammazzando un pervertito. Copione non rispettato.Il cinico ma ormai compromesso Strike (Rodney crede che è stato tradito) è innocente.
Il sistema del mercato di droga è descritto in maniera fedele, con le scene dei tossicodipendenti che si recano dai clockers per i loro acquisti (emblematica l'immagine della ragazza incinta che acquista una dose di crack rimproverata da un giovane spacciatore).
A sostenere il quadro realistico da pseudo denuncia della vita delle panchine e del quartiere, Spike utilizza il personaggio di Tyron, bambino (il futuro?) attratto dai ragazzi più grandi impegnati nello spaccio e che ripone in Strike il suo interesse per le faccende di quartiere, e lo inquadra come suo mentore di vita. Tyron è testimonianza del fatto che l'ambiente contribuisce di gran lunga a formare le menti nonostante attorno ad esso ruoti il mondo onesto di una madre che cerca in ogni modo di allontanarlo dalle cattive compagnie che circolano sotto casa. Che si è soli davanti alla tenaglia tra il bene e il male.
L'atmosfera viene resa attraverso immagini secche e strettamente informative: il quartiere, le leggi che lo governano, il gergo (fin troppo realistico) e i fatti narrati attraverso i già citati Tyron e Victor, fino ad arrivare all'elevazione dell'impotenza, sentimento sullo sfondo e perennemente dominate. Nonostante la fuga di Strike (a mezzo treno) da quel mondo , e l'arresto di alcune delle cellule più importanti del sistema dello smercio di crack, i cadaveri saranno sempre presenti, o per uno sgarro o per affari e a lasciare questo messaggio è Rocco Klein che negli ultimi attimi della storia si trova davanti all'ennesimo cadavere riverso al suolo in una pozza di sangue. Un ciclo che si chiude quasi riprendendo quelle frammentarie immagini di inizio, e la consapevolezza di quell'impotenza di fondo, marcata secondo la realtà della vita che nonostante tutto, è impossibile arrestare.
Lo stile di Spike Lee si riconosce per il virtuosismo dei movimenti della macchina da presa, per un uso iperrealista della musica e della fotografia.Con la presenza della scena più ricorrente nei suoi film che è quella in cui il regista posiziona un attore o un'attrice sul carrello della macchina da presa e lo fa muovere, dando l'impressione di un movimento metafisico, fluido e sognante. E molto intrigante è anche la visione della deposizione di Tyron (deposizione pilotata per salvare un anima forse ancora non compromessa, che ha ucciso solo un rifiuto, materiale già scartato) con i personaggi illuminati da una fortissima luce bianca, perimetrale ed aureolare. Originale.
E in questo film sI regala anche due di quelli che vengono definiti, da chi parla bene di cinematografia, cameo. All'inizio e alla fine del film, quando è tra la folla, con caschetto giallo da operaio di ordinanza, che si assiepa dietro la striscia a bande nero/gialle "Crime scene- Do not cross".
E' semplicemente fantastica la domanda che il detective gli propone con assoluta semplicità: "Allora, com'è andata?".
Come se fosse così maledettamente facile saperla. La verità.
Non so che cazzo voglia dire, ma è un complimento.
MIRACOLO A S.ANNA
"Nel tempo dell'inganno dire la verità è un atto rivoluzionario"
George Orwell
New York anni ottanta. Lo sportello delle Poste è tenuto aperto da un impiegato di colore non di primo pelo. "Dei francobolli, grazie". Spara. L'impiegato, non lo sportello.
George Orwell
New York anni ottanta. Lo sportello delle Poste è tenuto aperto da un impiegato di colore non di primo pelo. "Dei francobolli, grazie". Spara. L'impiegato, non lo sportello.
A un passo dalla sua "LA 25ª ORA" (la pensione) "Fà la cosa giusta". E la polizia (cameo di John Turturro) a chiedersi se questo arrugginito impiegato, valido combattente della seconda guerra mondiale, addirittura portatore sano di una "Purple Hearth" (una medaglia al valore, per le femmine e i cantanti nda), si fosse fatto come un CLOCKERS.
E adesso che abbiamo dato sfoggio della nostra conoscenza della filmografia del regista afroamericano Spike Lee possiamo passare alle cose serie.
L'A.N.P.I. , l'associazione custode della sacra vulgata resistenziale, che è qualcosa di molto vicino ad un cadavere in avanzato stato di decomposizione, per limiti di età, se non altro, avrebbe fatto meglio a leggere prima di parlare.
A leggere quello che, con asciutte righe apparse all'inizio, il buon Spaik, icona della cinefilia "democratica" planetaria, mette bene in chiaro dall'inizio.
Quelle righe che indicano chiaramente che si tratta di una "fictional story", tratta da un romanzo omonimo di James Mc Bride.
Anche se le stesse righe ci dicono che il regista di "Miracolo a S. Anna" può vedere la strage di S.Anna di Stazzema (Lucca) (purtroppo tutto vero. Qui Mc Bride non si è inventato niente) del 12 agosto 1944, dove 560 civili inermi furono trucidati dalla XVI divisione germanica in ritirata distruttiva, con gli occhi dell'americano di pelle scura, che si può permettere sincerità precluse ad un regista di pelle bianca e soprattutto vietate ad un bianco italiano.
Perchè, stupendosi come se gli americani fossero rimasti ai tempi di Rossella O'Hara, il buon Spike ha dovuto affrontare le grida di rabbia ed odio di quell'antifascismo strumentale, quel simulacro logoro tenuto artificiosamente in vita per poter giustificare la costante presa invasiva sulla nostra società. Quello che negli anni, nel nostro paese, è diventata una professione a tempo pieno ben remunerata, categoria "reducismo resistenziale". Una vera è propria religione di Stato, con i suoi sacerdoti e tutta una sua liturgia da seguire, con tanto di messaggio salvifico: segui i precetti partigiani, fai professione di fede e avrai vita politica garantita in eterno.
Povero e ingenuo Spaike! Fa quasi tenerezza. Lui parlava di "fictional story". Comunque si sa che i romanzi, come i film, si scrivono perchè essendo storie immaginarie, permettono di dire la verità.
E adesso torniamo allo sparatore. E indietro tutta con i flash-back: il coetaneo italo-americano a cui il valoroso ex-soldato a sparato con una Luger germanica (simbolismo) aveva della ruggine con lui, risalente ai tempi della guerra.
Nella Toscana del 1944, presa in mezzo dagli scontri tra alleati e nazisti, una pattuglia di soldati americani della divisione Buffalo (composta da ragazzi di colore) si trova dispersa oltre le linee nemiche. Colpa degli inetti e razzisti ufficiali bianchi (che vengono dipinti peggio dei germanici).
I 4 sono di pelle scura e, come tutta la divisione, considerati "carne da cannone". Visto che si trovano nei pasticci per colpa loro (uno di essi, grande e grosso e bonaccione,si è anche attardato per salvare un bambino toscano di sette anni sette) che se la cavino da soli.
Il gruppetto, mentre tutto intorno si spara allegramente (si sa! i militari non sono per niente civili) trovano rifugio in un paesino delle Alpi Apuane, dove potranno familiarizzare con un pò di italiani, dal notabile fascista (l'unico fascista in scena è vecchio e rincoglionito nda) e la figlia, dal partigiano coraggioso e dilaniato dai sensi di colpa a quello traditore.
Non durerà molto perchè i tedeschi arriveranno in forze.
Vengono mescolate, in circa 2 ore e mezzo (forse un pò troppo), eccidi, guerra, arte e un certa aurea di misticismo (che francamente, ho fatto fatica a comprendere). Spaziando tra le nostre Alpi, nella parte centrale, New York (all'inizio) e puntatina finale su una splendida spiaggia di Nassau (Bahamas) per la chiusura. Le due "debolezze" che definisco di sapore "hollywoodiano", in contrasto con le italiche cose. Per carità non momenti fracassoni o simili, da film americano, insomma.
Nel cast ha trovato posto anche il nostro, tra gli altri, Pierfrancesco Favino (il partigiano Peppi), Omero Antonutti (il vecchi fascista) e Valentina Cervi (la figlia del fascista), gradevolmente presente a seno nudo e, in maniera antistorica (ma quante volte ve lo deve dire Spaike che trattasi di "fictional story"??) con scarpe a incrocio sul davanti. Tacco sette. Credo (non ne sono sicuro ma sono scusato: io guardavo il seno). Antistorico ma sexy. La mise non il seno.
L' A.N.P.I. dicevamo. L'attentato di lesa Resistenza e per la figura del partigiano "Grande Farfalla", mandante morale della strage. E questo è il punto cruciale: Spike ha detto quello che anche i sassi delle montagne sapevano. Cioè che i partigiani, malgrado conoscessero le direttive della famigerata "Legge Kesselring" (per ogni soldato germanico morto, dieci civili uccisi per rappresaglia), se ne fregavano. Tendevano degli agguati e poi via, a nascondersi sulle montagne. Cose che per i civili era una vera iattura: scatenavano le rappresaglie e non abbreviarono (tali azioni para-militari) nemmeno di un giorno l'esito del conflitto mondiale, deciso nelle pianure della Mitteleuropa.
E queste sono le cose di casa nostra.
Negritudine.
In realtà il film è un inno alla Divisione Buffalo, un risarcimento morale alla "carne da cannone" che ha combattuto e vinto come gli altri (anche se "Glory, uomini di gloria" di Zwick del 1987 mi ha entusiasmato di più. Altro contesto, stesso riconoscimento morale ai combattenti di colore).
Conclusione, purtroppo per l'A.N.P.I:
1) il film ha rafforzato la mia posizione nell' A.N.E.F. (accà nisciuno è fesso) e la mia modesta convinzione che il massimo rispetto è dovuto ai soldati che hanno combattuto (parlo degli italici) con le stellette al collo. E parlare di luce ed ombre della Resistenza non è sacrilego. Un tizio, mi pare si chiamasse Indro Montanelli e, pare, facesse il giornalista (di razza) disse che in Italia c'erano state più guerre: quella degli alleati "liberatori" contro i tedeschi "invasori" (in realtà invasori tutti e due). Quella del Regno del Sud contro la Repubblica Sociale del Nord, quella degli antifascisti contro i fascisti. E infine, quella di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze, degli antifascisti tra loro per il tentativo comunista di assumere l'esclusiva della lotta al fascismo facendo fuori, in nome di essa, tutti gli altri.
2) Come cambiano i tempi. Per fortuna. Oggi, in caso, non verrebbero a liberarmi dalla dittatura degli energumeni di colore. Verrà Sarah Palin, in tacchi a spillo. Tacco 10. Credo (ma io sono scusato. Di solito guardo….).
E adesso che abbiamo dato sfoggio della nostra conoscenza della filmografia del regista afroamericano Spike Lee possiamo passare alle cose serie.
L'A.N.P.I. , l'associazione custode della sacra vulgata resistenziale, che è qualcosa di molto vicino ad un cadavere in avanzato stato di decomposizione, per limiti di età, se non altro, avrebbe fatto meglio a leggere prima di parlare.
A leggere quello che, con asciutte righe apparse all'inizio, il buon Spaik, icona della cinefilia "democratica" planetaria, mette bene in chiaro dall'inizio.
Quelle righe che indicano chiaramente che si tratta di una "fictional story", tratta da un romanzo omonimo di James Mc Bride.
Anche se le stesse righe ci dicono che il regista di "Miracolo a S. Anna" può vedere la strage di S.Anna di Stazzema (Lucca) (purtroppo tutto vero. Qui Mc Bride non si è inventato niente) del 12 agosto 1944, dove 560 civili inermi furono trucidati dalla XVI divisione germanica in ritirata distruttiva, con gli occhi dell'americano di pelle scura, che si può permettere sincerità precluse ad un regista di pelle bianca e soprattutto vietate ad un bianco italiano.
Perchè, stupendosi come se gli americani fossero rimasti ai tempi di Rossella O'Hara, il buon Spike ha dovuto affrontare le grida di rabbia ed odio di quell'antifascismo strumentale, quel simulacro logoro tenuto artificiosamente in vita per poter giustificare la costante presa invasiva sulla nostra società. Quello che negli anni, nel nostro paese, è diventata una professione a tempo pieno ben remunerata, categoria "reducismo resistenziale". Una vera è propria religione di Stato, con i suoi sacerdoti e tutta una sua liturgia da seguire, con tanto di messaggio salvifico: segui i precetti partigiani, fai professione di fede e avrai vita politica garantita in eterno.
Povero e ingenuo Spaike! Fa quasi tenerezza. Lui parlava di "fictional story". Comunque si sa che i romanzi, come i film, si scrivono perchè essendo storie immaginarie, permettono di dire la verità.
E adesso torniamo allo sparatore. E indietro tutta con i flash-back: il coetaneo italo-americano a cui il valoroso ex-soldato a sparato con una Luger germanica (simbolismo) aveva della ruggine con lui, risalente ai tempi della guerra.
Nella Toscana del 1944, presa in mezzo dagli scontri tra alleati e nazisti, una pattuglia di soldati americani della divisione Buffalo (composta da ragazzi di colore) si trova dispersa oltre le linee nemiche. Colpa degli inetti e razzisti ufficiali bianchi (che vengono dipinti peggio dei germanici).
I 4 sono di pelle scura e, come tutta la divisione, considerati "carne da cannone". Visto che si trovano nei pasticci per colpa loro (uno di essi, grande e grosso e bonaccione,si è anche attardato per salvare un bambino toscano di sette anni sette) che se la cavino da soli.
Il gruppetto, mentre tutto intorno si spara allegramente (si sa! i militari non sono per niente civili) trovano rifugio in un paesino delle Alpi Apuane, dove potranno familiarizzare con un pò di italiani, dal notabile fascista (l'unico fascista in scena è vecchio e rincoglionito nda) e la figlia, dal partigiano coraggioso e dilaniato dai sensi di colpa a quello traditore.
Non durerà molto perchè i tedeschi arriveranno in forze.
Vengono mescolate, in circa 2 ore e mezzo (forse un pò troppo), eccidi, guerra, arte e un certa aurea di misticismo (che francamente, ho fatto fatica a comprendere). Spaziando tra le nostre Alpi, nella parte centrale, New York (all'inizio) e puntatina finale su una splendida spiaggia di Nassau (Bahamas) per la chiusura. Le due "debolezze" che definisco di sapore "hollywoodiano", in contrasto con le italiche cose. Per carità non momenti fracassoni o simili, da film americano, insomma.
Nel cast ha trovato posto anche il nostro, tra gli altri, Pierfrancesco Favino (il partigiano Peppi), Omero Antonutti (il vecchi fascista) e Valentina Cervi (la figlia del fascista), gradevolmente presente a seno nudo e, in maniera antistorica (ma quante volte ve lo deve dire Spaike che trattasi di "fictional story"??) con scarpe a incrocio sul davanti. Tacco sette. Credo (non ne sono sicuro ma sono scusato: io guardavo il seno). Antistorico ma sexy. La mise non il seno.
L' A.N.P.I. dicevamo. L'attentato di lesa Resistenza e per la figura del partigiano "Grande Farfalla", mandante morale della strage. E questo è il punto cruciale: Spike ha detto quello che anche i sassi delle montagne sapevano. Cioè che i partigiani, malgrado conoscessero le direttive della famigerata "Legge Kesselring" (per ogni soldato germanico morto, dieci civili uccisi per rappresaglia), se ne fregavano. Tendevano degli agguati e poi via, a nascondersi sulle montagne. Cose che per i civili era una vera iattura: scatenavano le rappresaglie e non abbreviarono (tali azioni para-militari) nemmeno di un giorno l'esito del conflitto mondiale, deciso nelle pianure della Mitteleuropa.
E queste sono le cose di casa nostra.
Negritudine.
In realtà il film è un inno alla Divisione Buffalo, un risarcimento morale alla "carne da cannone" che ha combattuto e vinto come gli altri (anche se "Glory, uomini di gloria" di Zwick del 1987 mi ha entusiasmato di più. Altro contesto, stesso riconoscimento morale ai combattenti di colore).
Conclusione, purtroppo per l'A.N.P.I:
1) il film ha rafforzato la mia posizione nell' A.N.E.F. (accà nisciuno è fesso) e la mia modesta convinzione che il massimo rispetto è dovuto ai soldati che hanno combattuto (parlo degli italici) con le stellette al collo. E parlare di luce ed ombre della Resistenza non è sacrilego. Un tizio, mi pare si chiamasse Indro Montanelli e, pare, facesse il giornalista (di razza) disse che in Italia c'erano state più guerre: quella degli alleati "liberatori" contro i tedeschi "invasori" (in realtà invasori tutti e due). Quella del Regno del Sud contro la Repubblica Sociale del Nord, quella degli antifascisti contro i fascisti. E infine, quella di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze, degli antifascisti tra loro per il tentativo comunista di assumere l'esclusiva della lotta al fascismo facendo fuori, in nome di essa, tutti gli altri.
2) Come cambiano i tempi. Per fortuna. Oggi, in caso, non verrebbero a liberarmi dalla dittatura degli energumeni di colore. Verrà Sarah Palin, in tacchi a spillo. Tacco 10. Credo (ma io sono scusato. Di solito guardo….).
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