Los Angeles. Per suggellare la pace con la fresca fidanzata Annie (Sandra Bullock), il poliziotto della squadra speciale Alex (Jason Patric), temporaneamente in ferie, si imbarca con lei per una Crociera nei Caraibi.
I due piccioncini ignorano che a bordo si è issato anche il terrorista dilettante John Geiger (Willem Dafoe), ansioso di vendicarsi di un licenziamento. Ingiusto, a suo dire (ovviamente...).
Il folle, che però non è scemo, ha piazzato una bomba chissà dove, ma intende far saltare in aria la nave solo dopo essersi impadronito dei gioielli della ben fornita cassaforte di bordo.
Riposti i costumi da bagno e tra i passeggeri colti da irrefrenabile panico, riusciranno l'agente in libera uscita e la coraggiosa fidanzata a bloccare il mascalzone esplosivo?
SPEED 2 - SENZA LIMITI è una fotocopia sbiadita, il lento e noioso (a dispetto del titolo) seguito del fortunato SPEED. Il regista olandese Jan De Bont, autore anche dell'assurdo soggetto (il sabotaggio di una nave da crociera non è il massimo quando si parla di velocità), ci riprova ma senza gli stessi risultati.
Probabilmente perchè si è limitato a trasferire la sorridente Sandra Bullock dal bus del primo episodio alla nave, perdendo ritmo, originalità e suspence.
Tre ottimi attori sprecati.
Si salva per spettacolarità la parte finale, ma dopo due ore così inutilmente tirate in lungo, verrebbe il mal di mare anche a un lupo. Di mare, ovviamente.
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IN OSTAGGIO
Usa. Convoca subito nella grande villa i figli Tim e Jill, l'angosciata Eileen (Helen Mirren): il marito, il ricco affarista Wayne Hayes (Robert Redford), è stato rapito.
A sequestrarlo è stato l'antico squattrinatissimo dipendente Arnold Mack (Willem Dafoe), che trascina l'ostaggio in una lunga camminata tra i boschi, verso un inesistente capobanda.
Mentre la moglie è messa sotto torchio dall'agente dell'Fbi Ray Fuller, installatosi in casa, ben al corrente della passata (ma non troppo) relazione dello scomparso con I'ex impiegata Louise Miller, arriva la richiesta di riscatto: dieci milioni di dollari entro tre giorni.
Tragedia in agguato.
IN OSTAGGIO è un ambizioso e sconclusionato psicodramma giallo, molto più assurdo che emozionante nonostante le premesse interessanti, specie quando infiocchetta di chiacchiere pseudo filosofiche le schermaglie sui prati tra vittima e carceriere.
Il fatto di cronaca diventa la leva per un film su un doppio livello narrativo: la comunicazione tra ostaggio e rapitore; e i confronti della moglie cornuta e innamorata della vittima (una brava Helen Mirren) con un agente e con l'amante del marito.
Non un thriller, dunque, ma un film psicologico su tre diversi 'risarcimenti', come dice il titolo (mal tradotto), richiesti dalla vita. Ma la bella storia avrebbe avuto bisogno di maggior coraggio nell'estremizzare gli aspetti esistenziali, probabilmente con un altro sviluppo.
IN OSTAGGIO non riesce a decollare dalla sua staticità e gli ipotetici mattatori di questa pellicola, Robert Redford e Willem Dafoe, cianciano per tutto il film senza imbroccare un dialogo veramente da ricordare.
A sequestrarlo è stato l'antico squattrinatissimo dipendente Arnold Mack (Willem Dafoe), che trascina l'ostaggio in una lunga camminata tra i boschi, verso un inesistente capobanda.
Mentre la moglie è messa sotto torchio dall'agente dell'Fbi Ray Fuller, installatosi in casa, ben al corrente della passata (ma non troppo) relazione dello scomparso con I'ex impiegata Louise Miller, arriva la richiesta di riscatto: dieci milioni di dollari entro tre giorni.
Tragedia in agguato.
IN OSTAGGIO è un ambizioso e sconclusionato psicodramma giallo, molto più assurdo che emozionante nonostante le premesse interessanti, specie quando infiocchetta di chiacchiere pseudo filosofiche le schermaglie sui prati tra vittima e carceriere.
Il fatto di cronaca diventa la leva per un film su un doppio livello narrativo: la comunicazione tra ostaggio e rapitore; e i confronti della moglie cornuta e innamorata della vittima (una brava Helen Mirren) con un agente e con l'amante del marito.
Non un thriller, dunque, ma un film psicologico su tre diversi 'risarcimenti', come dice il titolo (mal tradotto), richiesti dalla vita. Ma la bella storia avrebbe avuto bisogno di maggior coraggio nell'estremizzare gli aspetti esistenziali, probabilmente con un altro sviluppo.
IN OSTAGGIO non riesce a decollare dalla sua staticità e gli ipotetici mattatori di questa pellicola, Robert Redford e Willem Dafoe, cianciano per tutto il film senza imbroccare un dialogo veramente da ricordare.
IL FUOCO DELLA VENDETTA
Braddock, Pennsylvania (USA). Il povero cristo Russell Baze (Christian Bale) ha una vita dura. E' un onesto operaio della Carrie Fornace che cerca di vivere una vita decente fra non poche preoccupazioni.Si prende
cura del padre, ex operaio della fonderia, malato terminale. Si accolla i debiti
accumulati a forza di scommesse dal più aggressivo fratello Rodney (Casey Affleck),
quattro volte soldato in Iraq e ora senza lavoro.Nel mentre sogna un futuro migliore con
l'amata fidanzata Lena (Zoe Saldana).
Brucia la fiamma del risentimento sociale in petto a Rodney, anima persa, un eterno disoccupato che, come tutti i reduci, si sente (giustamente, direi) tradito dal suo paese, quello per il quale ha combattuto (RAMBO dice niente?): animato da un desiderio di morte che lo porta a cercare continuamente lo scontro, si mette in un brutto di giro di debiti e incontri di boxe clandestini (a mani nude), gestiti da un capetto locale (Willem Dafoe).
La scarsa speranza nel futuro nutrita dai protagonisti si azzera in un attimo.
Uscito dal carcere dopo aver causato un incidente d'auto, Russell cerca di far riflettere il fratello. Invano.
In un drive-in nel nulla sugli Appalachi Casey rimane impigliato in un regolamento di conti tra il boss cittadino e il boss di montagna De Groat (Woody Harrelson), piccolo principe che detta leggi a suon di pugni e rivoltella, mentre lo sceriffo (Forest Whitaker) ha rubato la donna a Russell mentre lui scontava il carcere.
Papà Baze muore di cancro e la polizia non sembra in grado di aiutarlo.
Non resta che la rabbia e la vendetta.
IL FUOCO DELLA VENDETTA (Out of the Furnace) è una storia di fuoco ed acciaio nell' America operaia e disperata che, seppur ambientato nella fine dell'era Bush, rievoca le atmosfere del cinema hollywoodiano anni '70.
Un dramma grintoso sulla famiglia, il destino e la giustizia dalla confezione estetica, davvero ammirevole per struggente e malinconica bellezza, grazie a una fotografia livida che rappresenta perfettamente i colori del disagio.
Non c'è un raggio di luce, comunque, nella cittadina della cosiddetta "Rust Belt" manifatturiera, quella regione postindustriale Usa, colpita dalla depressione economica e contemporaneamente da un collasso etico e sociale, dove declino e decadenza urbana si fanno largo e dove soltanto il legame familiare e la lealtà tra fratelli ha un senso.
Il risultato è un film ben riuscito, anche grazie alla recitazione limpida e tesa degli interpreti, dal malinconico Christina Bale in testa (convince il suo personaggio di fratello protettivo) e Casey Affleck, e un parterre di attori da antologia che comprende Woody Harrelson, Willem Dafoe, Sam Shepard e Forrest Whitaker.
Il film cui IL FUCO DELLA VENDETTA fa più evidente riferimento è IL CACCIATORE di Michael Cimino (oltre l'ambientazione industriale è citato esplicitamente nella scena del cervo graziato quando ne incrocia lo sguardo), e nella dinamica fondamentale fra i due fratelli, molto simile a quella fra i ruoli interpretati nel '78 da Robert De Niro e Christopher Walken.
E a dispetto del titolo (che significa "fuori dalla fornace" e fa riferimento all'acciaieria, cuore pulsante della cittadina e strumento di sopravvivenza per l'intera comunità), racconta i suoi personaggi, nessuno escluso, come immersi in un inferno incandescente dal quale è difficile uscire vivi.
Finale violento e asciutto.
Brucia la fiamma del risentimento sociale in petto a Rodney, anima persa, un eterno disoccupato che, come tutti i reduci, si sente (giustamente, direi) tradito dal suo paese, quello per il quale ha combattuto (RAMBO dice niente?): animato da un desiderio di morte che lo porta a cercare continuamente lo scontro, si mette in un brutto di giro di debiti e incontri di boxe clandestini (a mani nude), gestiti da un capetto locale (Willem Dafoe).
La scarsa speranza nel futuro nutrita dai protagonisti si azzera in un attimo.
Uscito dal carcere dopo aver causato un incidente d'auto, Russell cerca di far riflettere il fratello. Invano.
In un drive-in nel nulla sugli Appalachi Casey rimane impigliato in un regolamento di conti tra il boss cittadino e il boss di montagna De Groat (Woody Harrelson), piccolo principe che detta leggi a suon di pugni e rivoltella, mentre lo sceriffo (Forest Whitaker) ha rubato la donna a Russell mentre lui scontava il carcere.
Papà Baze muore di cancro e la polizia non sembra in grado di aiutarlo.
Non resta che la rabbia e la vendetta.
IL FUOCO DELLA VENDETTA (Out of the Furnace) è una storia di fuoco ed acciaio nell' America operaia e disperata che, seppur ambientato nella fine dell'era Bush, rievoca le atmosfere del cinema hollywoodiano anni '70.
Un dramma grintoso sulla famiglia, il destino e la giustizia dalla confezione estetica, davvero ammirevole per struggente e malinconica bellezza, grazie a una fotografia livida che rappresenta perfettamente i colori del disagio.
Non c'è un raggio di luce, comunque, nella cittadina della cosiddetta "Rust Belt" manifatturiera, quella regione postindustriale Usa, colpita dalla depressione economica e contemporaneamente da un collasso etico e sociale, dove declino e decadenza urbana si fanno largo e dove soltanto il legame familiare e la lealtà tra fratelli ha un senso.
Il risultato è un film ben riuscito, anche grazie alla recitazione limpida e tesa degli interpreti, dal malinconico Christina Bale in testa (convince il suo personaggio di fratello protettivo) e Casey Affleck, e un parterre di attori da antologia che comprende Woody Harrelson, Willem Dafoe, Sam Shepard e Forrest Whitaker.
Il film cui IL FUCO DELLA VENDETTA fa più evidente riferimento è IL CACCIATORE di Michael Cimino (oltre l'ambientazione industriale è citato esplicitamente nella scena del cervo graziato quando ne incrocia lo sguardo), e nella dinamica fondamentale fra i due fratelli, molto simile a quella fra i ruoli interpretati nel '78 da Robert De Niro e Christopher Walken.
E a dispetto del titolo (che significa "fuori dalla fornace" e fa riferimento all'acciaieria, cuore pulsante della cittadina e strumento di sopravvivenza per l'intera comunità), racconta i suoi personaggi, nessuno escluso, come immersi in un inferno incandescente dal quale è difficile uscire vivi.
Finale violento e asciutto.
NATO IL QUATTRO LUGLIO
Massapequa, Long Island (Usa) 1964. Il diciottenne Ron Kovic (Tom Cruise), nato il 4 luglio, lascia la sua donna, si arruola nei marines e parte volontario per il Vietnam, credendo fermamente in quello che fa.Una pallottola feroce lo trapassa e si ritrova paralizzato (ed impotente): è qui l'inferno.
Ragazzo mio, non ci servi più, ti rimandiamo a casa.
E dove si nasconde il nemico una volta tornati dal fronte, costretti per il resto della vita su una sedia a rotelle? Ora la sua vita sembra non avere più senso, mentre nessuno dopo il ritorno mostra di apprezzare le sue motivazioni ideali.
SPIDER MAN
New York. E' da sempre cotto della spavalda dirimpettaia Mary Jane (Kirsten Dunst) il goffo orfano, studente di college non particolarmente brillante, Peter Parker (Tobey Maguire), che vive con gli zii Ben e Rosemary.
Morso, durante una visita al laboratorio, da un ragno che ha fatto da cavia per numerosi esperimenti, il giorno dopo Parker vede la sua massa muscolare aumentare, la miopia scomparire, i cinque sensi acuirsi, si arrampica sui muri, spicca salti e si rende conto di poter lanciare dai polsi delle resistenti ragnatele acchiappatutto, ma purtroppo per lui l'euforia dura poco: lo zio viene infatti ucciso durante una rapina.
Morso, durante una visita al laboratorio, da un ragno che ha fatto da cavia per numerosi esperimenti, il giorno dopo Parker vede la sua massa muscolare aumentare, la miopia scomparire, i cinque sensi acuirsi, si arrampica sui muri, spicca salti e si rende conto di poter lanciare dai polsi delle resistenti ragnatele acchiappatutto, ma purtroppo per lui l'euforia dura poco: lo zio viene infatti ucciso durante una rapina.
SOTTO IL SEGNO DEL PERICOLO
Ma i dodici falchi prescelti sono accerchiati.
Per salvarli ecco il coraggioso vicedirettore della Cia ]ack Ryan (Harrison Ford) che, indagando sul traffico di droga in Colombia, ne scopre i nessi di corruzione con gli alti livelli dell'amministrazione statunitense.
Dal romanzo (1989) omonimo di Tom Clancy, sceneggiato da John Milius, ritorna, dopo Giochi di potere e sempre diretto da Philip Noyce, Jack Ryan (Harrison Ford, che qui incarna un simbolo più che un personaggio) in un poco credibile eppure avvincente fantapoliziesco avventuroso, che cerca la bussola in un copione zeppo di personaggi inutili e quasi tutti di dubbia moralità.
Il supereroe onesto, animoso e patriottico (tanto nobile, corretto e scrupoloso da sembrare quasi imbalsamato nda) sopravvive a sparatorie e esplosioni, in tempo per sputtanare i politici parolai ed il suo inetto e cinico Presidente, garzi e a ridondanti dialoghi e nel gran finale annunciato pomposamente più volte, qualche sarcasmo verso politici parolai e inetti capi di stato.
Seguito da "Al vertice della tensione".
INSIDE MAN
New York. Fingendosi imbianchini quattro rapinatori capeggiati dal misterioso Dalton Russell (Clive Owen) irrompono nella Manhattan Trust di Wall Street. I cinquanta ostaggi, tra impiegati e clienti della banca, sono obbligati a indossare tute bianche identiche a quelle dei banditi: geniale trovata, visto che (soprattutto per i tiratori della S.W.A.T.) è impossibile distinguerli.
Il capobanda spara richieste spiazzanti e sempre diverse al detective Keith Fraizer (Denzel Washington), lo stiloso e brillante negoziatore, che instaura il classico rapporto telefonico con l'autore del sequestro: forse i sequestratori puntano a qualcos'altro, oltre ai dollari.
Perchè l'anziano banchiere Arthur Case (Christopher Plummer) è esageratamente preoccupato? E da chi è stata mossa a difesa delle istituzioni la spregiudicata mediatrice Madeleine White (Jodie Foster)? Chissà se il poliziotto è davvero incorruttibile.
In una struttura da noir classico si dipana questo intrigante poliziesco del multiforme regista Spike Lee, con il suo marchio di fabbrica. I movimenti di macchina, i carrelli, la fotografia, i riferimenti al razzismo, l'uso spropositato delle parole, sono elementi perenni del suo cinema che esprime emozione, attraverso i contrasti e l'onanistico utilizzo della macchina da presa.
Perfetto nella sceneggiatura intelligente e su un copione davvero originale pur su un tema molto sfruttato (e questo rafforza ancor di più la bontà dell'Idea), intoccabile nella cura dei particolari (il gessato bruciato, il cappello avana, la camicia bianca e la cravatta regimental oro e blu di Denzel sono classe pura), ricco nella regia che culmina nel piano sequenza all'interno della banca, Spike si diverte a giocare al gatto col topo con lo spettatore, sballottato dentro (e fuori) la banca da ripetuti falsi indizi, ma pronto ad applaudirne il sorprendente finale. Da antologia.
INSIDE MAN è vero cinema.
Ultima nota: eccezionale l'attacco con musica che ti schianta sulla poltrona, forse un pò troppo in vista il marchio Chevrolet del furgone e poi gli altri del gruppo GM. A qualche compromesso deve pur scendere anche Spike.
Il capobanda spara richieste spiazzanti e sempre diverse al detective Keith Fraizer (Denzel Washington), lo stiloso e brillante negoziatore, che instaura il classico rapporto telefonico con l'autore del sequestro: forse i sequestratori puntano a qualcos'altro, oltre ai dollari.
Perchè l'anziano banchiere Arthur Case (Christopher Plummer) è esageratamente preoccupato? E da chi è stata mossa a difesa delle istituzioni la spregiudicata mediatrice Madeleine White (Jodie Foster)? Chissà se il poliziotto è davvero incorruttibile.
In una struttura da noir classico si dipana questo intrigante poliziesco del multiforme regista Spike Lee, con il suo marchio di fabbrica. I movimenti di macchina, i carrelli, la fotografia, i riferimenti al razzismo, l'uso spropositato delle parole, sono elementi perenni del suo cinema che esprime emozione, attraverso i contrasti e l'onanistico utilizzo della macchina da presa.
Perfetto nella sceneggiatura intelligente e su un copione davvero originale pur su un tema molto sfruttato (e questo rafforza ancor di più la bontà dell'Idea), intoccabile nella cura dei particolari (il gessato bruciato, il cappello avana, la camicia bianca e la cravatta regimental oro e blu di Denzel sono classe pura), ricco nella regia che culmina nel piano sequenza all'interno della banca, Spike si diverte a giocare al gatto col topo con lo spettatore, sballottato dentro (e fuori) la banca da ripetuti falsi indizi, ma pronto ad applaudirne il sorprendente finale. Da antologia.
INSIDE MAN è vero cinema.
Ultima nota: eccezionale l'attacco con musica che ti schianta sulla poltrona, forse un pò troppo in vista il marchio Chevrolet del furgone e poi gli altri del gruppo GM. A qualche compromesso deve pur scendere anche Spike.
WHITE SANDS - TRACCE NELLA SABBIA
Sud Dakota (Usa). Nella torpida ed assonata cittadina l'integerrimo vicesceriffo Ray Dolezel (William Dafoe) si trova tra le mani un cadavere e una valigietta che contiene cinquecentomila dollari.Durante l'autopsia, seconda sorpresa: dalle viscere del defunto, spunta un numero di telefono che conduce in New Mexico al mellifluo mercante d'armi Gorman Lennox (Mickey Rourke) e alla bella faccendiera Lane Boline (Mary Elizabeth Mastrantonio).
Il gioco si fa pericoloso ma il piedipiatti, per capirci di più, assume l'identità della vittima, Bob Mendes.
Caso complicato, tra FBI, CIA, traffico d'armi, due donne e un groviglio di agenti corrotti, tra cui il nero Greg Meeker (Samuel L. Jackson).
Scritto da Daniel Pyne e diretto con corretto mestiere dal neozelandese Roger Donaldson WHITE SANDS - TRACCE NELLA SABBIA è un film che all'inizio intriga e alla fine delude, ma durante il percorso tiene alta la soglia dell'attenzione, in un intrigo molto macchinoso, che punta il dito sul marcio che prolifera sotto le uniformi.
Nel valzer frenetico di doppiogiochisti degni dell'UDC, si muove con lo sguardo allucinato come al solito lo scorbutico Willem Dafoe, mentre Mickey Rourke sfodera il suo sorriso strazzamutande.
Molto bella la fotografia.
MR. BEAN'S HOLIDAY
“La noia dell’ostrica produce perle”.Io ero alquanto triste. ” Tanto tuonò che piovve” pensai, tra me e me.Non avevo dormito. Provateci voi dopo una settimana come questa. Oggi.
Le mie appendici emozionali (i miei figli nda) hanno provato ad aiutarmi a superare il critico momento con la visione di questo film, ovvero la celebrazione della banalità, ad uso e consumo di un target non superiore ad anni 12 mesi 11 e giorni 29. Per chi va a posizionarsi in sala, pur disponendo di età superiore a quel limite (che io modestamente ho impresso) scientemente e senza attacchi di panico e/o sensi di colpa all’uscita, senza chiedersi, con vigliacca irresponsabilità, se siamo soli nell’Universo, se Maradona è stato veramente il miglior calciatore della Storia (è già primo come pippatore argentino, ma quella è un’altra classifica), se veramente non dobbiamo preoccuparci se ancora non siamo gay (cosa non va in noi?) si consiglia la partenza per la Legion Etrangers. Almeno dareste un senso alla vostra vita.
Il dibattito si è aperto subito dopo. La visione. I miei figli avevano un idea chiara sulle dinamiche della sceneggiatura di questo film, che si appresta a diventare un cult movie del genere (sarà chiara l’ironia del gesto? Bah!!!!).
Ha iniziato mio figlio (5 anni nda) che ha definito Mr. Bean's come la Matrice di ogni suo divertimento filmico e cartunistico.
Mia figlia (7 anni nda) preferiva mettere l’accento sullo stagliarsi in primo piano dell’individuo-uomo contro l’uomo-massa. Con l’individuo capace di assumersi la responsabilità delle proprie azioni anche davanti alle difficoltà della vita moderna. Con l’individuo duro e puro anche in vacanza. Una teorizzazione rivista ed evoluta (e trasposta in una realtà franco-francese) del messaggio futurista. Idea e spinta messianica.
E’ stato dopo queste parole che mio figlio si è scagliato, con educata veemenza, contro la corrente di pensiero rappresentata dalla sorella, cercando di allontanarsi dal centro gravitazionale del messaggio antropologico, sociale e culturale, pur evidente, cristallino, adamantino, del film (almeno a me pareva evidente).
Pur tuttavia mostrando la speranza di una palingenesi, che permetta una visione meno demente, un campo visivo più ampio del genere comico. Anche se la deriva sembra inarrestabile.
Io, pensando alle mie radici, al mio passato, di cui non farò mai amputazione, riflettevo sul messaggio enormemente più dinamico, con più circolazione dell’idea attraverso la dialettica, dei film di Bud Spencer & Terence Hill.
Lungi da me l’incarnazione di bene assoluto, o l’idea di assumermi il compito di traghettarvi verso orizzonti più ampi, con la capacità e l’intelligenza che mi sono propri. Anche perchè qualcuno potrebbe trovarsi nella mia stessa situazione e, anche se lo scenario è scarsamente gradevole, qualche sacrificio è richiesto per il divertimento dei pargoli.
Il film: Mister Bean's (Rowan Atkinson) va in vacanza. Sulla Costa Azzurra. Una vacanza vinta ad una tristanzuola lotteria parrocchiale. Punto.
Seguono l’offerta di immagini, suoni, cazzeggi sovrabbondanti, iperbolici, bulimici. Con la solita trita successione di equivoci, dell’apparizione della solita f.. della bella di turno (Emma De Caumes), e lo scontato lieto fine.
Stupefacente, per me, la presenza nel cast di Willem Dafoe, il sergente Elias di Platoon (e altro, ma per me rimane il sergente Elias).(C’era proprio bisogno di questo markettone Willem?). Inoltre presente, sempre nel cast, un più che decente attore franco-francese il tal Jean Rochefort, di cui mi piace ricordare la presenza nel garbato “Il marito della parrucchiera”.
Mancano nobili eruzioni di filosofiche esternazioni e nobili parole (veramente mancano anche le povere parole).
Non posso non dichiarare il mio vero odio e falso amore per questo tipo di film. Non utilizzando nessun abbozzamento squarciafegato, intervallato da leccate di facciata.
I miei bimbi, di fresco pelo e razza antica, possono ancora apprezzare. Non hanno ancora la sensazione di ribrezzo per indecenza acuta. E devo pur ammettere che di risate in sala ne ho udite poche.
Io, loro guida, ho il compito di rompere la parete di gomma ed andare giù duro: “Ladri!!!! Ridatemi i soldi”.
PLATOON
Saigon, settembre 1967. Il giovane idealista Chris Taylor (Charlie Sheen) ha giusto il tempo di assaggiare la polvere sollevata dalle pale dell'elicottero che lo ha portato al reparto che già si è pentito di essere partito, addirittura volontario, per il Vietnam.Gli insetti sono grossi proprio come gli elicotteri, anche se meno assordanti, le notti passate di pattuglia nell'umida giungla, con scontri sanguinosi con i vietcong annessi, e le corvè alle latrine del campo. Senza contare i cadaveri.
Tanto fa dire alla voce fuori campo di Chris "C'è qualcuno che ha scritto "L'inferno è l'impossibilità della ragione". Questo posto è così. E' l'inferno",
Roba comunque da ridere in confronto alle atrocità commesse dai suoi commilitoni.
Per esempio quel killer professionista del sergente Barnes (Tom Berenger), che comanda praticamente il plotone, vista l'inettitudine del giovane tenentino preposto.
Il sergente prima assiste (e partecipa) senza battere ciglio a cose poco onorevoli per un soldato quando si trova davanti un innocuo villaggio vietcong (l'episodio sembra essere ispirato ai fatti accaduti a My Lai il 16 marzo 1968 nda), poi ammazza di suo pugno il suo pari grado, il ragionante Elias (Willem Dafoe), filosofo e contestatore, padre spirituale e modello del giovane Chris.
Praticamente due americhe a confronto/scontro.
Le pagherà tutte, perchè Chris diventa giustiziere dell'una in nome dell'altra.
Con PLATOON il regista Oliver Stone sposa l'indignazione di quella parte di America (specialmente a sinistra) per una veemente denuncia della mai dimenticata guerra in Vietnam senza ipocrisie e con l'utilizzo di scene forti.
Attori con lo sguardo d'occasione: allucinato e fiero.
4 Oscar: miglior film, regia, montaggio e suono. Nella sua denuncia della “sporca guerra” ha un'ottima 1ª parte, ma poi si lascia prendere dall'enfasi, dal sensazionalismo, dalle convenzioni.
Comunque un ottimo film.
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