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SOTTO IL SEGNO DEL PERICOLO

Colombia. Il narcoboss boliviano Escobedo ha fatto uccidere un affarista amico del Presidente degli Stati Uniti (Donald Moffat), che affida la segretissima rappresaglia al rude mercenario Clark (Willem Dafoe).

Ma i dodici falchi prescelti sono accerchiati.
Per salvarli ecco il coraggioso vicedirettore della Cia ]ack Ryan (Harrison Ford) che, indagando sul traffico di droga in Colombia, ne scopre i nessi di corruzione con gli alti livelli dell'amministrazione statunitense.

Dal romanzo (1989) omonimo di Tom Clancy, sceneggiato da John Milius, ritorna, dopo Giochi di potere e sempre diretto da Philip Noyce, Jack Ryan (Harrison Ford, che qui incarna un simbolo più che un personaggio) in un poco credibile eppure avvincente fantapoliziesco avventuroso, che cerca la bussola in un copione zeppo di personaggi inutili e quasi tutti di dubbia moralità.

Il supereroe onesto, animoso e patriottico (tanto nobile, corretto e scrupoloso da sembrare quasi imbalsamato nda) sopravvive a sparatorie e esplosioni, in tempo per sputtanare i politici parolai ed il suo inetto e cinico Presidente, garzi e a ridondanti dialoghi e nel gran finale annunciato pomposamente più volte, qualche sarcasmo verso politici parolai e inetti capi di stato.

Seguito da "Al vertice della tensione".

GIOCHI DI POTERE

Londra. Anche in vacanza con la moglie Cathy (Anne Archer) e la piccola Sally, l’ex analista della CIA e ora insegnate all’Accademia navale Jack Ryan (Harrison Ford) tiene gli occhi ben spalancati, tanto da sventare un attentato dell’IRA davanti a Buckingham Palace.

Pur ferito ad una spalla, riesce ad uccidere il fratello minore del temibile terrorista Sean Miller (Sean Bean), che finisce dentro e gliela giura.

Il cattivone evade con l’aiuto del capoccia Kevin O’Donnell (Patrick Bergin) per inseguirlo fino in Maryland , gli fa una guerra personale, infierendo vigliaccamente contro la dolce moglie e la figlioletta.

Adesso basta, peggio per lui.

Tratto dal romanzo omonimo (1987) di Tom Clancy e diretto dal regista Philip Noyce, GIOCHI DI POTERE è uno spettacolare e avvincente thriller fantapolitico non privo di evidenti inverosimiglianze, con personaggi schematici.

Rimane comunque ricco di inediti risvolti di alta tecnologia elettronica, forse anche per coprire le carenze di un copione fin troppo prevedibile.

Le immagini dei satelliti che scoprono il campo africano dei terroristi e guidano un attacco notturno in diretta da Washington sono una novità del genere e verranno riprese a piene mani in futuro (soprattutto da parte del regista Tony Scott).

Molte le sequenze cosidette mozzafiato, qualche gratuito eccesso di violenza, specie nel sanguinoso finale.

Harriso Ford, tutto muscoli, casa, famiglia e patria subentra ad Alec Baldwin nel ruolo di Jack Ryan già presente in Caccia a ottobre rosso.

Seguito da SOTTO IL SEGNO DEL PERICOLO.

AMERICAN BEAUTY

California, giorni nostri.

“ Tra un anno sarò morto”, dice la voce fuori campo di Lester Bumham (Kevin Spacey). Ma in fondo, aggiunge, “sono già morto”. L’io narrante di American Beauty parla da un luogo e da un tempo paradossali, che stanno oltre il film che stiamo guardando, al di là della vicenda che narra. La storia: perde il lavoro e anche la pazienza lo scostante pubblicitario quarantenne Lester, in crisi esistenziale, professionale e familiare.

Ma non c’è tragedia, in quest’angolo ricco e misero, ordinato e vuoto d’America. Non ci sono vette dell’anima, e neppure abissi da raccontare. Solo la rappresentazione di vite mediocri e mediocri aspettative. Borghesi, potremmo aggiungere con un linguaggio di altri tempi.

Con la moglie arrivista Carolyn (Annette Bening), che lo cornifica non per passione o desiderio ma per amor di carriera. E che coltiva,nel giardino più preciso ed ordinato del quartiere, con pignola passione di moglie frustrata, una rosa rossa e snella: l’American Beauty del titolo, appunto. Con una forma mentis votata al salvare le apparenze, un concentrato di manie formali e velleitarismi di perfezione, irrealistici quanto impossibili.

E con l’imbronciata figlia adolescente Jane (Thora Birch) con cui scambia scarni dialoghi che sono l’anticamera di violente scenate domestiche. Finchè la ragazza gli presenta la disinvolta coetanea Angela (Mena Suvari), un adolescente bionda e majorette del college. Subito idealizzata da quello che potremmo sbrigativamente chiamare “vecchio porco”. Quanto gli piace la ninfetta. Ed è così che cerca di dare sfogo alla sua patetica passione senile, con palestra, qualche spinello, una vecchia auto sportiva, risposte crudeli alla moglie Carolyn. E’ difficile, per uomini vicini alla sua età come me identificarsi con lui. Piuttosto provare una gran pena. E allontanare con fastidio l’idea che possa capitarci anche a noi, piccolo borghesi sul divano di taffettà.

Ma Lester non fa altro che cercare la vita, proprio quella vita che nelle vie tranquille e silenziose d’un quartiere tranquillo e silenzioso, nelle case piene di rispettabilità esibita e pacchiana, manca. Ma la sua ricerca avviene sostituendo la vita con una sua caricatura, con sforzi di cambiamento anche tragicomici. Infatti già si è trasformato in un uomo cordiale, pronto a fare amicizia col taciturno Ricky (Wes Bentley), il ribelle e giovane vicino di casa, afflitto dall’autoritarismo del proprio genitore, il rude colonnello Fitts (Chris Cooper).

La tragedia è dietro l’angolo. E il colpo di pistola risolutore.

AMERICAN BEAUTY è un crudele, cinico e scabroso dramma social-familiare di un regista esordiente (Sam Mendes), con una sapiente miscela di trasgressione (tentata o idealizzata), immagini perfette e scioccanti, con fotografia e sceneggiatura che vanno a braccetto nel sottolineare i passi dalla finta perfezione formale alla tragedia reale e finale. Sceneggiatura che non si risparmia qualche banalità (il militare represso che fa outing non è il massimo dell’inventiva cinematografica ).

E anche la morale è discutibile (come tutte le idee): questa è la buona borghesia americana, c’è poco da stare allegri, avverte il giovane (e rabbioso?) regista.



Rimane nella mente l’immagine della novella Marylin, ricoperta nei sogni e nei desideri, di petali purpurei.

Finale: cinque oscar (film, regia,sceneggiatura, Kevin Spacey e fotografia) ne fanno comunque un film da vedere.