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MARGIN CALL

New York. Nella grande banca d'investimenti di Wall Street è il neolicenziato in tronco Eric Dale (Stanley Tucci), che ha pochissimo tempo per prendere i suoi effetti personali e andarsene, a consegnare la chiavetta del suo pc al giovane analista Peter Sullivan (Zahary Quinto).

Ragazzo mio i conti non tornano per niente!

I dati sono freddi e spietati e dicono che la banca, appoggiandosi su azioni virtuali, ha le ore contate.

Il giovanotto mette in allarme le alte sfere e si convoca nella notte una riunione di emergenza con i big dell'azienda, in testa John Tuld (Jeremy Irons).

Bisogna vendere tutto ai clienti, chi se ne frega se sono titoli spazzatura che rovineranno famiglie.

L'etica? Sta ferma un giro.

MARGIN CALL è un eccellente thriller finanziario (quasi un dramma teatrale da camera), che racconta con stile asciutto, tensione crescente e linguaggio comprensivo anche ai non addetti le convulse ventiquattro ore prima della terribile crisi del 2008, in cui il mondo della finanza internazionale fu colpito dal più devastante terremoto della sua storia, dopo la fatale crisi del 1929, e di cui stiamo ancora pagando le conseguenze.

Quindi drammaticamente attuale.

Lo fa con i mezzi che il cinema ha a disposizione e con un cast di alto livello capace di trasformare la fiction in una efficace rilettura del vero. Ci aveva già provato (riuscendoci) Oliver Stone con WALL STREET - IL DENARO NON DORME MAI.

L'esaltazione del Dio Denaro riesce con ancora maggiore efficacia con questo film senza ricorrere a pistolotti moralistici, anche perchè la realtà è sotto gli occhi di tutti.

Nel granvalzer dei cinici emerge, dal cast in gran forma, l'imperturbabile luciferino capoclan Jeremy Irons: i suoi dialoghi sono illuminanti.

21

Boston. Per entrare a Harvard ci vogliono trecentomila dollari, così il giovane povero, tanto sfigato nella vita sociale quanto brillante studente Ben Campbell (Jim Sturgess), dopo il primo no, accetta l'invito del prof di matematica, il geniale e ben poco ortodosso Micky Rosa (Kevin Spacey)

Sarà solo per raggranellare i soldi necessari a pagarmi l'Università, promette.

Visto che sei un genio dei numeri, mi aiuterai a sbancare un casinò a Las Vegas.

Contando le carte del blackjack, grazie a conteggi matematico-probabilistici e ai segnali dei tuoi quattro colleghi cervelloni, tra cui la bella bionda Jill Taylor (Kate Boosworth), metteremo insieme un bel malloppo: metà a me, metà a voi.

Le fiches si accumulano, il ragazzo riesce presto a racimolare i soldi per l'università. Le iniziali fortune fanno montare la testa a Ben che, invaghito della bella compagna di avventure, si spinge sempre più in là, fino ad arrivare a superare il punto di rottura, rappresentato da Cole Williams (Laurence Fishburne), smaliziato consulente della security del casinò che mangia la foglia...

Che botte, quella notte.

21, diretto dal regista australiano Robert Luketic, che l'ha tratto da un vendutissimo romanzo, ispirato ad una storia vera (sembra incredibile, eppure è così), è un dramma con l'andamento del giallo, probabilmente poco eccitante anche a causa di uno script altamente prevedibile.

Il vero spettacolo però si ha quando nell'arena scendono i sempre amabili Kevin Spacey (che si diverte come un matto) e Lawrence Fishburne che danno lezioni di stile e dimostrazione di consumato talento.

Ma poi, per raggiungere il traguardo finale dei suoi inutili 125 minuti, il film si spezza, ansima, entra in affanno, gira su se stesso. Insomma normale intrattenimento.

Chi non conosce il blackjack (il 21 del titolo originale) farà fatica a capire.

Ma la domanda è un'altra: anche in Italia se sei fortunato e vinci tanto ti picchiano a sangue?

SEVEN

Usa. Il primo della lista è un immondo grassone inzeppato di cibo fino a farlo soffocare con la faccia immersa negli spaghetti, in un brulicare di scarafaggi (Gola).

Il martedì tocca ad un avvocato famoso e costoso (difende malavitosi nda) obbligato a tagliarsi via dal corpo una libbra di carne e a morire dissanguato (Avarizia).

Opera di un serial killer, che s'é battezzato John Doe (Kevin Spacey) col nome proverbiale dell'americano comune come a dire di non sentirsi diverso dagli altri,  e che compie assassinii moralistici all'insegna dei sette peccati capitali, ispirandosi nei modi dell'ammazzare a Dante, Shakespeare, Chaucer.
Ad indagare sul caso si ritrovano l'anziano poliziotto di colore William Somerset (Morgan Freeman), vecchio poliziotto disilluso a pochi giorni dalla pensione, e David Mills (Brad Pitt), giovane collega nervoso e irruente.

SEVEN è un ottimo thriller dell'allora semisconosciuto David Fincher che possiamo serenamente definire un folgorante inizio divenuto un punto di riferimento del genere. 

SEVEN è un film cupo, crudo e senza speranza che ti prende alla gola dalla prima scena per lasciarti senza fiato in un finale agghiacciante ed imprevedibile.

Gli interpreti sono eccezionali, tutti al loro posto, a cominciare dagli agenti Freeman e Pitt, fino allo strepitoso luciferino Spacey, la cui interpretazione non ha nulla da invidiare ad un altra superba interpretazione del grande cinema: Anthony Hopkins ne Il Silenzio degli innocenti. Anzi, devo ammetterlo: per me è superiore (anche il film, malgrado la differenza di statuette).

Brava Gwyneth Paltrow nel breve ruolo della moglie del giovane detective.

Splendida la (sporca) fotografia.

E' stato anche un grosso successo commerciale: un budget di 30 milioni di dollari ne ha generati oltre 316 di incasso mondiale lordo

L'UOMO CHE FISSA LE CAPRE

Kuwait City, 2003. Cornificato e abbandonato dalla moglie, il pavido ed impacciato giornalista Bob Wilton (Ewan McGregor) è arrivato in terra mediorientale a caccia dello scoop della vita, nel tentativo disperato e maldestro di attirare l'attenzione della fedifraga consorte.

In loco incontra lo stralunato marmittone Lyn Cassady (George Clooney), soldato Jedi (?) e monaco guerriero appartenente alla New Earth Army, una segretissima unità sperimentale dell'esercito americano che vuole "combattere" le guerre armata solo di poteri psichici, il flower power.
Tanto da essere in grado di attraversare i muri e di fermare con lo sguardo il cuore di una capra, abili nel leggere nel pensiero del nemico e nel dissolvere le nuvole nel cielo con la sola intensità dello sguardo.

Strada facendo, tra rapimenti e vagheggiamenti, il giornalista e il soldato s'imbattono proprio, nel fondatore dell'esercito hippy, il folle e "stupefacente" reduce del Vietnam, l'alto ufficiale con codino Bill Django (Jeff Bridges), che presta la sua opera in una base militare nel deserto iracheno, diretta dall'esaltato in divisa Larry Hooper (Kevin Spacey).

Accolto tra le sue fila il giornalista, iniziandolo al lato nobile della Forza, alla fine il pennivendolo scriverà il suo articolo e ristabilirà l'equilibrio nella Forza.

Ispirato (forse) a un'incredibile storia vera e trasposto (innegabilmente) dal libro di Jon Ronson, L'UOMO CHE FISSA LE CAPRE, diretto dall'esordiente Grant Heslov, che si aggira, a quarant'anni di distanza, dal'impagabile "M.A.S.H" di Altan, è una commedia antibellica demenziale, dissacrante e ambiziosa (e, in qualche passaggio, anche un tantino noiosa).

Non molte, in verità, le battute divertenti, troppi i tempi morti e risaputa la satira contro i guerrafondai, in primis georgedabliubush.

Bravissimi comunque i caricaturali interpreti, tutti perfettamente in parte e ad alta densità burlesca, a cominciare da George Clooney, barba lunga e aria svagata, che si muove bene tra parodie, dialoghi new age, giochi linguistici, citazioni e filosofia "star wars".

I SOLITI SOSPETTI

San Pedro (California). Nel terribile rogo della nave esplosa nel porto muoiono in ventisette. Si salva solo il pregiudicato zoppo Verbal Kint (Kevin Spacey), che spiega allo spazientito tenente David Kujan (Chazz Palmentieri).: è cominciato tutto un mese e passa fa a New York.

Mi trovavo in un commissariato per un confronto all’americana: con me c’erano l’ex piedipiatti Dean Keaton (Gabriel Byrne), i soci in rapine Fenster (Benicio Del Toro) e McManus (Stephen Baldwin) e l’esperto di esplosivi Todd Hockney (Kevin Pollack). E se chiudi cinque malfattori in una stanza cosa accade?

Ma è ovvio! Si mettono d’accordo per un colpo grosso, nello specifico quasi cento milioni di dollari di coca.

Macchè, era solamente una trappola visto che si accorgono di essere manipolati a distanza da Kayser Söze, potente genio del crimine che nessuno ha mai visto.

Complesso, contorno , con inganni a ripetizione, voce narrante fuori campo, flashback, perfino immagini menzognere, ma affascinante ed avvincente poliziesco del regista genialoide Bryan Singer, abilissimo nel manovrare la macchina da presa, ma ancor di più nel mescolare le carte in tavola in una storia carica di suspense, colpi di scena e zone buie.

Fino al finale scioglimento dell’enigma con due colpi di scena.

I SOLITI SOSPETTI  racchiude gli elementi del thriller e del noir, ha la mala, ha gli sbirri, c’è la droga, c’è l’avvocato con la faccia inespressiva che difende il ricco e misterioso cliente, c’è un manovratore (Kaiser Soze) e i manovrati, i soliti sospetti che vengono convocati puntualmente ad ogni violazione anonima di legge al commissariato per essere torchiati dai ferocissimi agenti della polizia metropolitana. Quando un commissiario non sa a chi dare la colpa di un crimine, beh, si fa portare i soliti “sfigati” in questura per l’interrogatorio di rito.

Nella pellicola è titanica la figura di Spacey ma anche quella dell’avvocato Kobayashi (Pete Postlethwaite), abile doppiogiochista e scaltro truffatore dell’intero gruppo di ladri, che viene utilizzato per realizzare il colpo grosso con l’illusione del proprio arricchimento, ma che alla fine non fa che arricchire il solo personaggio che nell’ombra muove i fili.

La convocazione in commissariato, all’inizio del film, è solo un pretesto per mettere insieme, in maniera apparentemente casuale, il gruppo di lavoro ed è architettata da quel genio del male che sta preparando il colpo. Tutti, in questo film, vengono manovrati da Kaiser Soze: polizia, criminali, spacciatori, killers.

Già, ma chi diavolo è Kaiser Soze? Esiste o è solo un nome fittizio?

Recitazione di squadra con Kevin Spacey claudicante, che prese l’Oscar come miglior attore non protagonista con Christopher McQuarrie per la sceneggiatura, come suddetto, sopra tutti.

INSOLITI CRIMINALI

New Orleans. Suona l'allarme e oltre ad aver avuto l'inabilità di fallire il colpo, i rapinatori sono riusciti a far morire per sbaglio anche tre sbirri. I tre fuorilegge in fuga, di infimo cabotaggio, si rifugiano nello scalcinato e semideserto bar di Dino (M. Emmeth Walsh), tenendo sotto mira cinque ostaggi.

I delinquenti son tre fratelli: il nevrotico ed impaurito Dova (Matt Dillon), l'amletico e flemmatico Milo (Gary Sinise) e il paranoico Law (William Fichtner).

Nel vecchio locale senza vie d'uscita si trovano tra le mani la sfiorita cameriera Janet (Faye Dunaway) e suo figlio, nonchè ragazzo di bottega, Danny e due clienti, il camionista Jack e il forestiero Guy (Viggo Mortensen).

Ma la cosa incredibile è che uno degli ostaggi è un pericolo pubblico e, in pratica, i tre sono riusciti a infilarsi in una massiccia caccia all’uomo mobilitata per un criminale di ben diversa levatura, un misterioso mercante d’armi, e ora sono assediati da tutta la polizia di New Orleans.

Di fuori lo stratega delle forze dell’ordine è interpretato da Joe Mantegna.

Mentre i sequestratori discutono su che fare dei prigionieri (Law vorrebbe massacrarli tutti, Milo è pronto a sacrificarsi per salvarli) emerge una singolare proposta dell'ostaggio Guy: perché i banditi non si auto-rilasciano fingendo di essere loro gli ostaggi?

Ma c’è anche un’altra soluzione (che dà il titolo originale al film: Albino Alligator): fare come i coccodrilli che in casi simili mandano allo sbaraglio il più debole del branco, sacrificandolo per la salvezza di tutti.

Morti e feriti nell'epilogo sanguinoso, con tre superstiti, uniti dal tacito accordo di non rivelare la dinamica degli eventi.

INSOLITI CRIMINALI è un ambizioso poliziesco psicologico dell'esordiente (come regista) Kevin Spacey, un melodramma claustrofobico gravido di umorismo nero, in cui le battute sono affidate a personaggi di sconvolgente antipatia.

Spacey dirige bene gli attori e sa organizzare dinamicamente lo spazio chiuso. Nella claustrofobica atmosfera del bar non si avverte quasi mai una staticità teatrale.

I tre delinquenti sembrano una versione al sangue di una banda brancaleonesca alla Mario Monicelli, insulsi e poco professionali.

Molte sorprese tra le quattro mura, fino all'annientamento (quasi) totale finale.

AMERICAN BEAUTY

California, giorni nostri.

“ Tra un anno sarò morto”, dice la voce fuori campo di Lester Bumham (Kevin Spacey). Ma in fondo, aggiunge, “sono già morto”. L’io narrante di American Beauty parla da un luogo e da un tempo paradossali, che stanno oltre il film che stiamo guardando, al di là della vicenda che narra. La storia: perde il lavoro e anche la pazienza lo scostante pubblicitario quarantenne Lester, in crisi esistenziale, professionale e familiare.

Ma non c’è tragedia, in quest’angolo ricco e misero, ordinato e vuoto d’America. Non ci sono vette dell’anima, e neppure abissi da raccontare. Solo la rappresentazione di vite mediocri e mediocri aspettative. Borghesi, potremmo aggiungere con un linguaggio di altri tempi.

Con la moglie arrivista Carolyn (Annette Bening), che lo cornifica non per passione o desiderio ma per amor di carriera. E che coltiva,nel giardino più preciso ed ordinato del quartiere, con pignola passione di moglie frustrata, una rosa rossa e snella: l’American Beauty del titolo, appunto. Con una forma mentis votata al salvare le apparenze, un concentrato di manie formali e velleitarismi di perfezione, irrealistici quanto impossibili.

E con l’imbronciata figlia adolescente Jane (Thora Birch) con cui scambia scarni dialoghi che sono l’anticamera di violente scenate domestiche. Finchè la ragazza gli presenta la disinvolta coetanea Angela (Mena Suvari), un adolescente bionda e majorette del college. Subito idealizzata da quello che potremmo sbrigativamente chiamare “vecchio porco”. Quanto gli piace la ninfetta. Ed è così che cerca di dare sfogo alla sua patetica passione senile, con palestra, qualche spinello, una vecchia auto sportiva, risposte crudeli alla moglie Carolyn. E’ difficile, per uomini vicini alla sua età come me identificarsi con lui. Piuttosto provare una gran pena. E allontanare con fastidio l’idea che possa capitarci anche a noi, piccolo borghesi sul divano di taffettà.

Ma Lester non fa altro che cercare la vita, proprio quella vita che nelle vie tranquille e silenziose d’un quartiere tranquillo e silenzioso, nelle case piene di rispettabilità esibita e pacchiana, manca. Ma la sua ricerca avviene sostituendo la vita con una sua caricatura, con sforzi di cambiamento anche tragicomici. Infatti già si è trasformato in un uomo cordiale, pronto a fare amicizia col taciturno Ricky (Wes Bentley), il ribelle e giovane vicino di casa, afflitto dall’autoritarismo del proprio genitore, il rude colonnello Fitts (Chris Cooper).

La tragedia è dietro l’angolo. E il colpo di pistola risolutore.

AMERICAN BEAUTY è un crudele, cinico e scabroso dramma social-familiare di un regista esordiente (Sam Mendes), con una sapiente miscela di trasgressione (tentata o idealizzata), immagini perfette e scioccanti, con fotografia e sceneggiatura che vanno a braccetto nel sottolineare i passi dalla finta perfezione formale alla tragedia reale e finale. Sceneggiatura che non si risparmia qualche banalità (il militare represso che fa outing non è il massimo dell’inventiva cinematografica ).

E anche la morale è discutibile (come tutte le idee): questa è la buona borghesia americana, c’è poco da stare allegri, avverte il giovane (e rabbioso?) regista.



Rimane nella mente l’immagine della novella Marylin, ricoperta nei sogni e nei desideri, di petali purpurei.

Finale: cinque oscar (film, regia,sceneggiatura, Kevin Spacey e fotografia) ne fanno comunque un film da vedere.

K-PAX - DA UN ALTRO MONDO

New York. Pizzicato alla Grand Central Station senza documenti, lo spaesato Prot (Kevin Spacey) ne spara una davvero grossa: sono appena giunto dal lontanissimo pianeta K-Pax.

Ovviamente l'uomo è immediatamente dirottato nell'ospedale psichiatrico del dottor Mark Powell (Jeff Bridges) e affidato alle sue cure.

Il dottore gli diagnostica un grave disturbo della personalità anche se qualche esame fisico inconsueto (Prot è capace di vedere gli ultravioletti)e la lucidità di alcune sue affermazioni lasciano spazio a qualche dubbio.

Dubbi che crescono quando lo strano individuo dimostra conoscenze scientifiche che lasciano a bocca aperta il medico e più di un astrofisico convocati dallo stesso.

E presto l'entusiasmo dilaga nei reparti, grazie ai racconti del bislacco paziente che fa straordinarie rivelazioni sulla vita pacifica sulla sua lontana galassia.

Che tipo, ci è o ci fa? Dove sarà la verità?

Verità dolorosa, alla fine.

K-PAX - DA UN ALTRO MONDO è un dramma, diretto dal regista Iain Softley, ai confini con la fantascienza, con forti richiami filosofici (infatti i temi trattati hanno molto affascinato il pubblico di fascia più colta nda) quasi avvincente nella prima parte quando naviga nell'ambiguità tra giochi di luce, dialoghi con verità tranchant sulle piccolezze della vita e dell'organizzazione sociale che noi "umani" ci siamo dati, contraddizioni comprese.

La seconda parte, invece, che gioca sul terreno molto più concreto della ragione, del bene e del male e della morale sgonfia un pò le aspettative.

Kevin Spacey è comunque sul suo, elevatissimo, standard, dando luogo ad un interpretazione strabiliante. Il problema è che il film parte con una buona idea ma poi si sente in dovere di contornarla di troppi stereotipi, dai pazzi alla Risvegli al medico in crisi familiare.

Da segnalare la teoria dell'eterno ritorno. Le stelle attorno a cui orbita K-PAX, inesistenti nella realtà, sono dei richiami ad alcune teorie filosofiche sull'Io e sull'essere.

I K-paxiani vengono descritti da Prott come degli esseri straordinari, essi infatti vivono in un pianeta senza leggi, in quanto tutti sono in grado di seguire la strada del bene senza condizionamenti legali: "chiunque nell'universo è in grado di distinguere il bene dal male" e che su queste cose anche da noi Buddha e Cristo avevano avuto delle idee diverse da quelle dei comuni uomini, ma non erano stati molto ascoltati.

Filosofia tascabile.

IL NEGOZIATORE

Chicago. Lo sbirro di colore Danny Roman (Samuel L. Jackson) è specializzato nella guerriglia "senza colpo ferire" ai sequestratori: se uno si barrica in casa con un ostaggio, l'incanta con un giro di parole e lo convince a desistere.

Fino a che una vocina amica lo avverte: qualcuno dei nostri ha fregato due milioni di dollari dal fondo invalidità degli agenti di polizia.

L'incauta vocina viene messa a tacere (per sempre) e il nostro uomo incastrato.

Sono innocente, tuona, e imitando uno dei matti cui dà per mestiere la caccia si barrica nel grattacielo del Dipartimento, tenendo sotto tiro quattro ostaggi, tra cui il supercontrollore Niebaum (J.T. Walsh).

Poi chiede di parlare solo con il collega Chris Sabian (Kevin Spacey): riuscirà il nostro a stanare il negoziatore impazzito?

Poliziesco veramente originale, diretto da F.Gary Gray in maniera serrata, con l'aggiunta di un paio di scene veramente spettacolari.

Peccato per le troppe chiacchiere delle trattative, che sovrastano le sparatorie.
Protagonisti molto bravi, con il povero J.T. Walsh morto alla fine delle riprese, dopo una vita "da cattivo".

Certo, i voltagabbana della polizia americana non valgono quelli della politica italiana.